|
|
|

LA NOSTRA BIBLIOTECA...
libri scelti da Francesco Di Blasi

CUSTODE DELLA RELIQUIA Qual è il segreto dell'oggetto misterioso un tempo contenuto nell'arca e di probabile origine extraterrestre?

di Johannes e Peter Fiebag
Gruppo Editoriale Armenia
pagg. 416 - 88 illustrazioni b/n - € 15,00
Per ordinare:

parti precedenti:

L'ARGOMENTO »
INTRODUZIONE - Il mistero di Oak Island »
1 - PARZIVAL - IL CODICE DA VINCI DI DAN BROWN »
IL MONDO MEDIOEVALE:

In un'epoca segnata dalla tecnica - in cui, grazie al satellite, il notiziario va in onda puntuale alle ore 20 sul televisore a colori del nostro soggiorno, in cui grazie a Internet è possibile scaricare dal sito della NASA le immagini più recenti di Marte o di Giove, e in cui ognuno guida la propria automobile, si fatica a credere che queste invenzioni in realtà siano a nostra disposizione da un tempo relativamente breve. Solo un centinaio di anni fa non esistevano né automobili né televisori, per non parlare di aerei, missili e della radio. Facendo altri passi a ritroso nel tempo dobbiamo via via rinunciare a tutti gli agi e le comodità che la nostra epoca ci offre.
Il mondo medioevale si differenziava radicalmente dal nostro. La tecnica in senso odierno non esisteva. I sistemi politici, sociali e religiosi erano tutt'altro rispetto ad oggi. Il cittadino comune, il contadino, conosceva davvero ben poco del mondo che lo circondava e come ovvia conseguenza anche la sua concezione del mondo era diversissima dalla nostra. L'uomo medioevale credeva che la Terra fosse piatta, che si trovasse al centro dell'universo, e che tutto le girasse intorno. In Europa non si sapeva ancora nulla dell'America e quindi era impossibile immaginare che il nostro pianeta fosse sferico come gli altri pianeti del cosmo, che girasse intorno al Sole e che questo Sole fosse solo una tra le tante stelle, da qualche parte entro i confini di una delle infinite galassie.
L'uomo medioevale era alle prese con questioni diverse rispetto alle nostre. Nel suo mondo esisteva ancora la lotta per il pane quotidiano. Carestie, pestilenze e guerre erano le sue inseparabili compagne dalla nascita fino alla morte. Lavorava duramente per tutta la vita. Non aveva idea di che cosa fossero il tempo libero e le vacanze. Ma un altro fattore fondamentale giocava un ruolo dominante: la religione. Era l'unica cosa a cui l'uomo potesse davvero aggrapparsi, ciò che gli infondeva coraggio aiutandolo a sopportare le ingiustizie della vita, a tenere testa alle difficoltà e alle necessità quotidiane. Cristo era il fulcro del mondo e la sua chiesa, almeno per il popolo, l'intoccabile e indiscussa rappresentante di Dio sulla terra.
Nella classe dominante le priorità erano altre. Nonostante i secoli XI, XII e XIII fossero caratterizzati dal predominio ecclesiastico, questo periodo fu anche segnato dall'aperta lotta tra lo stato e la chiesa. Le pretese di Gregorio VII (papa dal 1073 al 1085), di vietare le investiture (la nomina di preti e vescovi da parte dei laici) e la simonia (il commercio di reliquie e di cariche ecclesiastiche) alla base del potere dei nobili, la marcia dell'imperatore Enrico IV verso Canossa nel 1077 (per sottomettersi al papa) e il Concordato di Worms nel 1122 tra la chiesa e lo stato sono eventi che ben riflettono il rapporto tra le due potenze dell'epoca.
Nello stesso periodo ci furono anche le Crociate. Sovrani, cavalieri, contadini, artigiani, bambini partirono assieme agli uomini della chiesa per "liberare dall'lslam" la Terrasanta e la città di Gerusalemme. Per la prima volta in Europa si diffuse un comune senso di appartenenza che travalicava ogni confine, una sorta di solidarietà europea. Iniziò a fiorire il commercio, furono costruite nuove città e fondati nuovi ordini monastici e cavallereschi. E se intorno all'anno 1000 l'istruzione era ancora ridotta al minimo, con la Prima Crociata nel 1096 si ebbe un ritorno all'insegnamento e allo studio. Le scuole conventuali, in particolare quelle dei Benedettini, si dedicarono alle scienze. Gli autori antichi furono letti e tradotti. L'Europa intellettuale riaprì i suoi occhi. I centri della ripresa parvero fiorire soprattutto in Francia. La scuola di Chartres raggiunse il suo massimo splendore nel XII secolo e in molti altri luoghi si iniziò a coniugare il pensiero del mondo antico con le idee del cristianesimo. In diverse località questo processo assunse forme che suscitarono rapidamente la riprovazione della chiesa, dando così il via all'Inquisizione, uno dei capitoli più neri della storia d'Occidente.
Nel Medioevo fu istituita la cavalleria. La maggior parte dei cavalieri non aveva origini propriamente aristocratiche e cercava di compensare tale "mancanza" coltivando determinate virtù quali l'audacia, il valore, il coraggio, la fedeltà e la perseveranza. Nacque una vera e propria cultura, il cui ideale supremo era la "cavalleria" e i cui segni esteriori erano una certa foggia nel vestire, il servizio presso le nobili dame e la partecipazione ai tornei.
Non è un caso se, traendo ispirazione dalle gesta dei cavalieri, si sviluppò una poesia autonoma rispetto a quella religiosa: la poesia cortese. va cultura prese piede prima in Francia, in particolare in Provenza grazie all'opera dei trovatori, poi in Spagna e in Germania. La poesia cortese fu promossa anche da numerosi sovrani, tra cui il langravio Hermann di Turingia, che fece indire sulla Wartburg una tenzone tra cantori. Nei castelli non di rado si sentiva reco dei "Minnelieder" (liriche cortesi) in lode delle dame leggiadre e tra le liriche più riuscite si ricordano quelle di Walther von der Vogelweide. Il grande manoscritto di "Lieder" di Heidelberg del secolo XIII include 140 "Minnesänger" (cantori d'amore) tra i quali figura anche l'imperatore Enrico VI.

Anche i poeti dei romanzi cavallereschi, come i tedeschi Hartmann von Aue e Gottfried von Strafsburg e l'inglese Goffredo di Monmouth, erano molto stimati. Fu proprio quest'ultimo il primo a mettere per iscritto intorno al 1135 le leggende e le storie di re Arm, dando il via a un movimento che per i lettori di oggi risulta difficile da comprendere. In uno scritto dell'epoca lo studioso di materia islamica Alano di Lilla (Alanus ab Josulis) esprimeva già la sua meraviglia:

Esiste un solo luogo entro i confini della cristianità cui non sia ancora giunto su ali leggere il canto di lode al britanno Artù? Chi non parla di Artù il britanno, essendo egli noto ai popoli dell'Asia non meno che ai bretoni, come raccontano i nostri pellegrini di ritorno dalle terre d'Oriente? I popoli orientali ne parlano quanto gli occidentali nonostante siano separati da enormi distanze. L'Egitto ne parla e il Bosforo non tace; Roma, la regina delle città, canta le sue gesta e le guerre d'Artù non sono sconosciute nemmeno all'antica avversaria di Roma, Cartagine. L'Antiochia, l'Armenia e la Palestina celebrano il suo operato. Andate nel regno di Armorica, l'attuale Bretagna, e annunciate sulle piazze del mercato e nei villaggi che Artù, il britanno, è morto, morto come altri uomini sono morti, e i fatti dimostreranno come sia vera la profezia di Merlino, secondo la quale incerta è la fine di re Artù.
A stento ve la caverete illesi, senza venire ricoperti di insulti o lapidati dalle pietre dei vostri uditori.

Ancora oggi, dopo ottocento anni, una strana atmosfera ci avvolge se ripensiamo alle storie che ci raccontavano da bambini oppure ai film sull'epica arturiana che abbiamo visto al cinema. Re Artù, il mago Merlino, il cavaliere Galvano, la Tavola Rotonda: per noi sono solo una bella storia. Ma chissà quale significato dovevano avere per l'uomo medioevale, che considerava tutto ciò reale e tangibile e vedeva nella Tavola Rotonda il simbolo di una cavalleria caratterizzata da tutte le virtù dell'epoca: il cavaliere era cristiano, altruista, timorato di Dio. Artù e i suoi cavalieri incarnavano il Bene sulla terra: le loro gesta erano a sostegno dell'umanità, in particolare dei poveri e degli indifesi; erano come una seconda "buona novella" in un'epoca caratterizzata da crudeltà e arbitri da parte dello stato e della chiesa, in cui l'esistenza era difficile dall'inizio alla fine. Narrazioni come la leggenda di re Artù rappresentavano per gli uomini una forma di compensazione che alleviava le pene della loro esistenza, incoraggiandoli nella battaglia per il pane quotidiano.
Oltre alla leggenda di re Artù, c'era anche un secondo mito che la riprendeva in parte esercitando un effetto non trascurabile sull'uomo dei secoli XII e XIII: la leggenda di Parzival e la cerca del Santo Graal, che il poeta Wolfram von Eschenbach per primo mise per iscritto in lingua tedesca intorno al 1200. Solo oggi, dopo ben otto secoli, riusciamo a comprendere che cosa significhi veramente questa leggenda. Solo oggi cominciamo a renderci conto di quale straordinario tesoro letterario essa rappresenti.
vai alla visualizzazione stampabile di tutto l'articolo

invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home

aggiungi Edicolaweb a Preferiti

Copyright © 2007 EdicolaWeb - Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata.

|
|
![[Edicola home]](homeedic.gif) ![[Archeomisteri home]](homestar.gif) Tutti i libri
della nostra Biblioteca
|
![[Edicola home]](homeedi2.gif) ![[Archeomisteri home]](homearc2.gif) ![[inizio articolo]](to2.gif)
|
|
|
|