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libri scelti da Francesco Di Blasi

I GIGANTI e il mistero delle origini

di Louis Charpentier
Edizioni L'Età dell'Acquario
pagg. 272 - 22 illustrazioni b/n - € 19,50
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Capitolo 1. LA PRIMA BATTAGLIA DELLA STORIA:

C'è, vicino alla città di Tangeri, una collina isolata che domina la baia coi suoi cento metri d'altezza e che porta il nome di Charf.
"Charf", in arabo, significa "collina". Tutte le altre colline della zona hanno un nome. Sono il Charf el-Akab o il Charf el-Mediouna. Quella collina non ha altra qualifica che sé stessa. È "la Collina", quella che non si deve confondere con nessun'altra.
A est del Charf, molto vicino, sorge un piccolo poggio chiamato Tanja-Balia, "Vecchia Tangeri", le cui pendici sono tormentate come se lì, sotto l'erba, fossero nascoste delle antiche mura...
Le leggende raccontano che un tempo, sul Charf, esisteva il sepolcro del gigante Anteo, inumato nel luogo stesso in cui Ercole lo soffocò tra le sue braccia; e le leggende narrano anche che Anteo avesse fondato una città che portava il nome della moglie, Tingis, figlia di Atlante. Nel luogo dove sarebbe sorta la Vecchia Tangeri, Tanja-Balia.
Alcuni chilometri a ovest di Tangeri, sulla costa atlantica, un promontorio roccioso, costituito da dura pietra molare e traforato come un pezzo di gruviera, viene chiamato Grotte d'Ercole; e la leggenda racconta ancora che, quando in epoca mitologica Ercole arrivò dalla lontana Argolide per misurarsi con il gigante Anteo, prima e dopo il combattimento l'eroe elesse quelle grotte a suo domicilio...
Il combattimento leggendario era così raccontato: essendosi affrontati i due avversari, il campione dei greci e il gigante, il greco risultò il migliore riuscendo ad atterrare il gigante; quando, però, Anteo fu schiacciato al suolo, poiché era "figlio della Terra", al suo contatto egli ritrovò nuove energie e riprese il combattimento. Tre volte Anteo fu battuto e steso al suolo, e tre volte la terra gli restituì nuove forze che gli permisero di ricominciare a lottare...
Allora, Ercole lo separò da terra, sollevandolo dal suolo e soffocandolo tra le braccia.
Secondo i racconti mitologici, il combattimento ebbe luogo perché Anteo ostacolava Ercole, impedendo all'eroe di accedere al Giardino delle Esperidi, dove gli era stato ingiunto di andare a rubare delle mele d'oro.
Così come Taigete, anche le Esperidi erano figlie d'Atlante e possedevano, nell'estremo Occidente, un giardino i cui alberi davano come frutto proprio delle mele d'oro...
Ebbene, la tradizione colloca davvero questo Giardino delle Esperidi a una quindicina di leghe a sud di Tangeri, nei pressi dell'antica Lixus, là dove oggi sorge la cittadina di Larache (che, del resto, chiama ancora il suo parco municipale il Giardino delle Esperidi).
Ercole rubò le "mele d'oro", e fu al ritorno da quella prodezza, l'undicesima nell'elenco delle sue fatiche e l'ultima portata a termine sulla terra, che separò il monte Calpe dal monte Abila, isolando in un colpo solo l'Europa dall'Africa e creando lo stretto di Gibilterra...
Questo per quanto riguarda la leggenda, una leggenda che "aderisce" straordinariamente a nomi e luoghi, sebbene provenga dalla Grecia e risalga a un'epoca in cui i greci non avevano mai messo piede in quella parte d'Occidente...
Quanto al combattimento, i latini lo consideravano un avvenimento storico e Plinio ne aveva anche identificato la zona, così come aveva localizzato quella del sepolcro di Anteo, a Lixus, davanti al mitico Giardino delle Esperidi. Egli precisava che il sepolcro del gigante era lungo sessanta cubiti, che dovevano corrispondere a circa diciassette metri... I romani vi credevano tanto fermamente che, durante la loro occupazione della Tingitania, un generale fece ispezionare dalle sue legioni la vetta del Charf in cerca della tomba di Anteo; e si disse che i suoi legionari scoprirono una considerevole quantità di ossa.
È evidente che Plinio, non meno del generale romano, non considerava la leggenda del combattimento di Ercole e Anteo un semplice racconto, ma piuttosto il racconto, più o meno infiorettato, di una realtà storica (1).
Nel IV secolo avanti Cristo viveva in Grecia un mitografo di nome Evemero. Egli riteneva che tutta la mitologia fosse una trasposizione di avvenimenti storici e che i nomi degli dei rappresentassero delle popolazioni, mentre le loro dispute e i loro matrimoni corrispondessero a liti e fusioni. Non è forse possibile applicare lo stesso principio al mito di Ercole, la cui leggenda potrebbe essere un "mezzo" per conservare il ricordo di personaggi - o di popoli - e di fatti reali?
Probabilmente vale la pena di osservare la questione un po' più da vicino.
Prima di tutto, i contendenti.
Anteo è un gigante figlio di Poseidone, dio del Mare. È un marinaio, e ciò, sulle rive dell'Atlantico, non stupisce. È anche figlio della Terra, nato dalla Terra, cioè, letteralmente, un "autoctono". La Tingitania è casa sua, è il suo regno, e Pindaro, nella sua "Quarta Istmica", riferisce che Anteo proibiva agli stranieri di penetrare nei suoi domini, pena la condanna a morte per decapitazione. Le loro teste andavano poi a ornare il tempio di Poseidone che incoronava la città di Tingis... E probabilmente era la stessa sorte che Anteo avrebbe voluto infliggere a Ercole quando l'eroe volle attraversare quello che allora era l'istmo di Tingis, tra Europa e Africa (fu infatti soltanto dopo il loro incontro che ebbe luogo la separazione dei continenti).
Aveva per moglie una figlia di Atlante, Taigete, il cui nome significa anche "La Bianca" (bisogna prenderne nota, perché tutti gli epiteti hanno il loro valore) e in nome della quale aveva fondato una città. Oggi quella città si chiama Tangeri. Tangeri la Bianca.
Nel V secolo avanti Cristo, Erodoto definiva atlanti le popolazioni che vivevano nei dintorni dell'Atlante. Anteo e consorte erano dunque degli atlanti, e si noti che questo nome ha ben più di un collegamento con Atlante e con Anteo.
Tutto ciò non basta per affermare che il Marocco si trovi nella zona in cui sorgeva la leggendaria Atlantide. È però sufficiente a destare curiosità sull'argomento...
La leggenda ci ha consegnato i nomi di altre tre figlie di Atlante, tre tribù stanziate nell'estremo Occidente: una nera, Esperia; una rossa, Eriteide; una bianca, Egle. Sono le Esperidi di Ponente che possiedono il famoso giardino in cui crescono alberi che danno come frutto delle mele d'oro.
Le mele ambite da Ercole.
Costui, il cui nome è una deformazione latina di Eracle, è un eroe. Non appartiene alla mitologia degli dei benché la leggenda lo faccia nascere da Zeus, Signore degli Dèi che, sotto le mentite spoglie del generale Anfitrione, abusò della moglie di quest'ultimo per un'intera notte - vittoriosa, come si deve a un generale.
Eracle-Ercole non è greco, perché la Grecia non esiste ancora. Non è un re. Non è un comandante. Al contrario, è al servizio di un re, per il quale porterà a termine dodici diversi incarichi. Compiti da funzionario che spaziano dal controllo sui costumi ai lavori pubblici, passando attraverso la guerra e l'annientamento di pericolosi animali. Trascorsa un'infanzia meravigliosa - ma l'infanzia dei grand'uomini non è forse sempre meravigliosa? - egli porta a compimento la sua impressionante serie di "fatiche".
Uccide il leone di Nemea di cui nessuno riusciva a sbarazzarsi. Libera Lema, nell'Argolide, dalla presenza di un'Idra a nove teste. Cattura una "cerva dagli zoccoli di bronzo" e il cinghiale d'Erimanto. Per "pulire" le scuderie (probabilmente una palude) di re Augia, nell'Aulide, cambia il corso di due fiumi. In Arcadia libera le paludi di Stinfalo dai rapaci che causano danni. Libera Creta da un toro crudele.
È un cacciatore, ma anche un guerriero: trionfa sulle Amazzoni, uccide Gerione - anch'egli un gigante - su un'isola dell'Atlantico; infine, batte Anteo, prima di rubare le mele d'oro delle Esperidi.
La sua ultima fatica riguarda la discesa agli Inferi e sembra rivestire un significato simbolico; lo stesso vale per la liberazione di Prometeo, incatenato sul Caucaso per aver consegnato agli uomini il fuoco celeste.
Non è lavoro da poco per un uomo solo, anche se eroe... Ebbene, un coltissimo autore ha scoperto che nella Creta arcaica la parola "eracle" non indicava soltanto un uomo, ma anche il titolo di un funzionario, analogo al "sufeta" cartaginese...
L'autore sostiene che ci furono numerosi "eracle". Tutte quelle fatiche, che - salvo la liberazione di Prometeo e la discesa agli Inferi - hanno uno scopo civilizzatore, qualunque sia il metodo adottato per attuarle, potrebbero essere attribuite a una lunga serie di "Eracle", nome che impersonifica eponimicamente la funzione. Il mito, allora, diventa credibile...
Consideriamo ora l'"Eracle" che va a combattere contro Anteo - e che, per consuetudine, continuerò a chiamare con il suo nome latino di Ercole.
Quell'Ercole vuole - e noi vedremo perché - saccheggiare il Giardino delle Esperidi.
Per giungervi, ha a disposizione due strade: la costa africana o la Spagna.
La leggenda che lo fa passare dalla Spagna ha addirittura conservato il tracciato del suo itinerario.
Attraverso l'Italia meridionale avrebbe seguito quella che, più tardi, fu la grande via di penetrazione romana in Gallia: attraverso Monaco, chiamata un tempo Porto Herculis, Cavalaire - "Heraklea Cacabbaria" - la Crau, dove si sarebbe scontrato con i liguri. Avrebbe poi guadagnato la penisola iberica attraversando il colle del Perthus, e raggiunto così l'Andalusia.
Dall'Iberia all'Africa il passaggio è ancora, leggendariamente, terrestre poiché lo stretto si sarebbe aperto solo dopo il saccheggio delle Esperidi.
Ebbene, il passaggio dell'istmo era custodito da Anteo. Un custode alquanto rigoroso, stando alle affermazioni di Pindaro... ma che fu battuto... E questo ci riporta al combattimento tra "pezzi d'uomo", che così assume le forme di un racconto per bambini.
Ma la storia è davvero così sfigurata dalla leggenda? Oppure, non appena le cose affondano in un passato remoto, restiamo prigionieri di immagini e parole?
Quando leggiamo che Napoleone ha "schiacciato" l'arciduca Carlo a Wagram, non immaginiamo affatto una bella scultura accademica che rappresenta l'annientamento del solo arciduca da parte del solo Napoleone.
Quando leggiamo che Cesare "soffocò" Vercingetorige ad Alesia non immaginiamo il generale romano mentre soffoca tra le braccia il capo dei galli. Nella battaglia che oppose Ercole ad Anteo non è forse lo stesso? Invece di una "spiegazione" tra due campioni, non si è forse trattato di una battaglia tra due eserciti o due "bande"? È evidente che Ercole non giunge solo dall'estremità del Mediterraneo orientale; e non di meno è evidente che neppure Anteo, vicino alla sua città, sul suo territorio, è solo... L'ipotesi che sia stato lasciato combattere isolato è poco probabile.
Durante quel combattimento, come in molti altri - in effetti nella maggior parte - gli eserciti presenti non furono forse designati solo col nome dei loro condottieri?
Così, tutto diventa semplicissimo: Anteo, tre volte vinto, tre volte respinto verso la sua terra, vi attingeva nuove forze, nuovi combattenti provenienti dall'entroterra. La leggenda non dice altro. A Ercole non restava che una soluzione: "isolare" Anteo, tagliarlo fuori da ogni contatto con le retrovie - la sua terra - in altre parole, assediarlo e soffocarlo.
Ciò che Cesare fece ad Alesia si potrebbe descrivere esattamente negli stessi termini. Ma allora non sarebbe possibile ricostruire la battaglia direttamente sul terreno, almeno nelle sue grandi linee? Probabilmente sì, per quanto sia possibile risalire all'aspetto geografico dei luoghi.
Anteo sbarra il passaggio dell'istmo, ed è necessariamente sull'istmo che avvengono i combattimenti.
A partire da indizi geologici e botanici si può dedurre, con una buona dose di probabilità, che l'istmo si presentasse così: a est, la catena montuosa che costituisce la cima a ferro di cavallo dell'ancora integro sistema del Rif-sierra Nevada, ferro di cavallo teso come una molla dalla recentissima sollevazione dell'Atlante... E che finirà per spezzarsi nel punto di massima tensione, tra l'attuale Gibilterra e l'attuale Ceuta.
A ovest, verso l'Atlantico, delle terre più basse di cui oggi si ignorano sia la superficie sia la forma, in ogni caso estese da Cadice a Spartel. Nelle terre basse si trova un lago le cui sponde formano ancora la baia dell'odierna Tangeri.
Il lago è collegato al mare Atlantico da un "taglio" piuttosto stretto che termina ai piedi della "Vecchia Tangeri" e che è noto ai geologi col nome di "Faglia di Tangeri".
A sud della faglia c'è l'Africa; a nord, l'Europa... E i tempi sono ancora così remoti che alcune piante europee non l'hanno ancora attraversata. Esistono delle specie europee, in particolar modo portoghesi, la cui diffusione si blocca bruscamente a nord della faglia, come ha dimostrato il mio dotto amico Berthault, illustre micologo e botanico.
La faglia costituisce l'attuale pianura di Bouhalf, dove sorge l'aeroporto di Tangeri (resta ancora la palude di Sidi-Kassem). Essa si restringe per poi ridursi a una semplice imboccatura - anch'essa colmata - fino ai piedi della collina dello Charf e di Tanja-Balia, l'antica Tingis.
Ebbene, la faglia e il lago lambivano i primi contrafforti del massiccio montano del Rif. Dunque, se per passare dall'Europa all'Africa non ci si voleva perdere tra le montagne, né essere costretti a prendere la via del mare - ed Ercole non aveva una flotta - occorreva necessariamente aggirare il lago verso est e verso i primi contrafforti - accessibili ma pericolosi - del Rif oppure verso ovest, il che conduceva verso l'ostacolo della faglia di Tangeri. Quella, evidentemente, era la soluzione migliore. Bisognava comunque passare non lontano dalla città, ed è logico che la leggenda vi abbia collocato il luogo del combattimento o, meglio, dei combattimenti.
Ebbene, considerando attentamente la conformazione geologica dei dintorni, al termine della faglia di Tangeri, l'insieme Tingis-Charf forma sul lago una penisola facilmente difendibile, tanto più comodamente in quanto è probabile che, nel caso di alta marea, quell'insieme diventi un'isola, o almeno una penisola.
L'esercito eracleo dovette seguire la striscia rocciosa che separa il lago dal mare, cioè prendere il cammino che va da Cadice a capo Spartel, poiché la tradizione lo fa "alloggiare" a sud del capo, sullo sperone delle "grotte d'Ercole", di fronte al golfo da cui inizia la faglia di Tangeri.
Ercole si trova dunque sul lato "europeo".
La logica vuole che sia così, perché la riva est del lago bagna la montagna, una montagna alquanto scoscesa, probabilmente senza sentieri e per di più, visto che gli antichi chiamavano la zona "il paese degli alberi, sicuramente molto boscosa - dunque propizia a tutte le imboscate, soprattutto contro un nemico che ignorasse la topografia locale.
Dal momento che Ercole si trovava sul lato europeo della faglia, è probabilmente tra l'Oceano e l'attuale Tangeri che avvennero i tre combattimenti durante i quali Anteo, battuto, fu per tre volte respinto verso le sue terre, dall'altro lato della faglia, dove riuscì a ricostituire le sue forze grazie all'apporto di nuovi combattenti venuti dall'interno.
La faglia è sottoposta alle maree, fenomeno che Ercole deve conoscere poco e che impedisce il passaggio a chi non s'intenda dei luoghi e dei tempi in cui è possibile l'attraversamento. Anteo può dunque defilarsi senza che Ercole riesca a inseguirlo, almeno finché costui non scopre le modalità di passaggio; allora, Ercole separa Anteo dal suo retroterra e lo riporta verso Tingis e il suo oppido, il Charf, luoghi facilmente difendibili, soprattutto il Charf, ma anche facilmente assediabili... e i cui occupanti sono semplicemente "soffocabili".
Descrizione solo limitatamente allegorica...

Si impongono alcune osservazioni.
La prima è che, secondo la leggenda, né Anteo né Ercole fanno uso di armi metalliche: né le spade né gli scudi di bronzo cari ai racconti greci. È una vicenda precedente all'età del bronzo, una vicenda d'epoca neolitica.
Inoltre, fatta eccezione per le guerre, tutte le "fatiche" di Ercole hanno uno scopo civilizzatore. Ma si tratta sempre di caccia, dell'annientamento di animali nocivi o di briganti; mai di coltivazione, d'allevamento o d'artigianato. Siamo, dunque, in epoche precedenti all'introduzione dell'allevamento e dell'agricoltura nel Vicino Oriente.
Di contro, è proprio per procurarsi i prodotti dell'allevamento che Ercole intraprende la spedizione atlantica contro Gerione, ed è un giardino, un frutteto, quindi un territorio coltivato, ciò di cui vuole privare le Esperidi.
Infine, tutto questo accade prima dell'apertura dello stretto di Gibilterra... Ed è probabilmente il cataclisma al quale fu legata questa apertura che ci è valso la conservazione del racconto attraverso i millenni. Le due cose dovettero conservarsi contemporaneamente nella memoria degli uomini.
Inoltre, questa è l'ultima "fatica" umana di Ercole. Dopo di che, egli discende agli Inferi. Scompare. Saranno i narratori greci a farlo rivivere nell'episodio della tunica di Nesso e del rogo del monte Eta.

È possibile trovare echi di questa guerra all'infuori della narrazione della leggenda? La risposta è sì, nel racconto che un sacerdote di Sais, in Egitto, fece a Solone e che Platone riporta nel Timeo e nel Crizia... Si tratta della guerra dei "protogreci" contro gli "atlanti". Probabilmente non concerne né Eracle né Anteo, ma il racconto di un egizio che, secondo le antiche cronache del suo tempio, non cita alcun nome di "condottiero"... E l'egizio non si occupa affatto di mitologia greca.
Ebbene, ecco come egli descrive la zona delle Colonne d'Ercole: "Perché tutto questo mare, che sta di qua dalla bocca che ho detto, sembra un porto d'angusto ingresso, ma l'altro potresti rettamente chiamarlo un vero mare" (2).
Si noterà che il sacerdote di Sais parla dello "stretto" come se si trattasse di un istmo. Non v'è rifugio all'imboccatura chiusa nello stretto, ma ve n'era uno sull'istmo: Tingis e la faglia di Tangeri. Il sacerdote parla basandosi sulle sue cronache. Sa soltanto che è al di là delle Colonne d'Ercole.
E, sempre secondo il sacerdote, nella regione delle Colonne d'Ercole la guerra terminò con la sommersione degli atlanti e dell'esercito protogreco causata da sismi spaventosi; e anche in questo caso il fatto citato dall'egiziano corrisponde alla leggenda di Ercole che separa Calpe da Abila, aprendo così lo stretto di Gibilterra.
I greci attribuiscono all'eroe quello che l'egiziano attribuisce ai terremoti... Tornerò su questo fatto che segna la fine della "campagna".

Note:
1. Leggenda: racconto tradizionale dove tiene luogo di verità storica la particolare opinione o credenza (Il "Nuovo Zingarelli", Zanichelli, Bologna 1991).
2. Platone, "Timeo", in "Opere complete", vol. VI, Laterza, Bari 2000.
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