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IL MONDO DEI SIMBOLI
Numeri, lettere e figure geometriche


 
di Solas Boncompagni
Edizioni Mediterranee
pagg. 246 - € 13,90
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1. Lo zero:

Origini ed interpretazioni di questa cifra - Lo zero inteso come "limite delle quantità infinitesimali" e come sutura dimensionale - Simbolismo dello zero presso i Maya ed intuizione della sua necessità presso gli Egizi - Mitologia del "Popol Vuh" e ciclo culturale agreste del mais - Lo zero ed il "rovesciamento di polarità" - Confronti tra chiocciola, conchiglia, spirale, pigna e zero - Stretta correlazione simbolica fra zero ed uovo primordiale nelle mitologie primarie e secondarie - Dagli Egizi ai Cinesi, dagli Indiani ai Celti, dai Greci alle popolazioni africane del Mali - Dall'uovo cosmogonico agli stūpa dagli ombelichi del mondo, "centri di sviluppi spaziali e temporali", alla "lamina d'oro" del Coricancha di Cuzco.

Il termine "zero" si fa derivare dal "latino medievale del tredicesimo secolo": "Zephyrum", accusativo di quello "Zephyrus" col quale si soleva indicare il vento occidentale primaverile, che spira con tale leggerezza da ritenersi un "vento da nulla"; ma si fa derivare anche da "cifra", che risale all'arabo "sifr" e che significa "nulla", incrociato con lo spagnolo antico "zero" (1). C'è però chi lo fa provenire direttamente dall'arabo, essendo questo numero una cifra. In arabo, infatti, "zerret" significa: "cosa da nulla".
Lo zero, in origine, volle dunque essere un segno equivalente al "niente, ossia la nessuna quantità"; ma era capace altresì, aggiunto ad una delle nove cifre iniziali, di moltiplicare per dieci e creare le decine; se raddoppiato, di creare le centinaia; se triplicato, le migliaia eccetera. Graficamente non ha cambiato la sua forma ovale o circolare, cosicché col passare del tempo, dall'antico sanscrito e dal persiano c'è pervenuto senza modifiche sostanziali. Una variazione grafica dello zero si ebbe invece proprio con gli Arabi che lo esprimevano con un punto, mentre con la grafia che noi stessi si è soliti usare essi indicavano il cinque.
I matematici hanno ancora l'abitudine di segnare con uno zero "il limite delle quantità infinitesimali" (2), quel confine però che va bene per un "uomo misura di tutte le cose", ma che uno scienziato filosofo in genere non accetta, accusandone la limitatezza. Infatti, le attuali scoperte scientifiche spostano sempre più in là i confini del conosciuto, procedendo sia verso l'immensamente grande che verso l'infinitamente piccolo, e lasciando intravedere già un possibile punto di congiuntura dimensionale, che forse rappresenta la sutura ideale di quegli innumerevoli universi paralleli, ipotizzati da Einstein. Essi non rinnovano forse il vecchio concetto dell'infinito? L'uomo ha ancora molto da scoprire, ma già avverte che i tempi si stanno per lui velocemente maturando. Le stesse recenti supposizioni sull'esistenza e la funzione dei "buchi neri" rendono particolarmente attuale il simbolismo dello zero, che pertanto si può considerare più interessante di tutte le altre cifre.
Questo simbolo ed il suo uso aritmetico si fanno risalire ai Maya, che per primi fra i popoli antichi ne avrebbero tramandato le caratteristiche essenziali, tanto che di essi si dice che intuirono il significato dello zero e lo usarono "almeno mille anni prima degli Europei" (3). Perfino gli Egizi non possedevano alcun geroglifico corrispondente a questo segno, per quanto ne avessero intuito la necessità (4). Nella mitologia del "Popol Vuh", questa cifra "corrisponde al momento del sacrificio divino, legato al ciclo cultuale agreste del mais". Si tratta di un sacrificio che è inteso come momento di transizione tra una vita e l'altra o altrimenti come passaggio dimensionale nella ciclicità evolutiva universale. In effetti, nel "processo di germinazione del mais", lo zero sta a puntualizzare il "momento della disintegrazione del seme nella terra", allorché si passa dallo stato embrionale latente allo stato embrionale germinativo, con cui "la vita si manifesta a nuovo, facendo apparire in superficie il piccolo gambo del mais nascente". Analogamente si potrebbe parlare di un "simbolismo uterino" e di una nascita umana, d'una vita incosciente e di una cosciente, di una dimensione inferiore e di una superiore. Se poi si pensa che nelle dottrine orientali ogni genesi nella sua ciclicità assume un valore di rigenerazione, di ripetizione, si potrà comprendere maggiormente tutto quell'"occultismo europeo" che si fa derivare dall'Oriente stesso e che vuol vedere nello zero anche "l'istante di rovesciamento di polarità, che nel ciclo zodiacale separa la fine del mezzo cerchio involutivo dall'inizio del mezzo cerchio evolutivo" (5). Non si dimentichi che l'inversione di polarità terrestre, alla quale si accenna in diversi testi sacri dell'antichità, dovette certamente determinare il passaggio da un "eone" ad un altro, da un ciclo evolutivo ad uno successivo, determinando un rinnovamento di tutto il ciclo biologico planetario.
A questo punto non è difficile scoprire lo stretto legame che unisce il simbolo dello zero con quello arcaico della conchiglia o della chiocciola, della spirale, della pigna, ma soprattutto dell'uovo; già, perché lo zero, molto probabilmente, nella sua più lontana origine grafica non intendeva rappresentare altro che un uovo, per cui l'antica dottrina riguardante quest'ultimo si può addirittura identificare col significato simbolico della cifra a cui si dedica questo capitolo. Si è già scritto a lungo sulla dottrina dell'uovo cosmico in precedenti ricerche clipeologiche (6), ma qui sarà bene aggiungere tutte quelle considerazioni che possono giovare alla comprensione della sopraccitata identificazione.
L'uovo è "simbolo sacro nelle cosmogonie di tutti i popoli della terra" e, come tale, lo si trova assai frequentemente citato nelle mitologie primarie e secondarie, proprio perché "racchiude in sé il mistero biologico dell'origine ed il segreto dell'essere". Si può dire che rappresenti "un nulla latente che produce qualcosa di attivo, di vivente" (7), alla stessa stregua di uno "zero" che niente significa e da cui come cifra iniziale della progressione numerica si origina però l'uno stesso, giacché "la figura dell'unità iscritta nello 'zero' era un tempo il simbolo della divinità, dell'universo e dell'uomo" (8). È certamente molto antica questa concezione genetica numerica. Se poi si attribuisce all'uno le caratteristiche del "principio maschile che proviene dal principio femminile 'zero'", si riesce facilmente a comprendere che la "nozione decimale deriva appunto dall'accoppiamento generatore dell'uno e dello zero" (9). Ma se da quest'ultima cifra si suole far nascere l'unità e gli altri otto numeri successivi che sono multipli dell'unità stessa, questo concetto non si distacca dall'idea della "nascita del mondo da un uovo", idea che è comune ai Celti, ai Greci, agli Egizi, ai Fenici, ai Cananei, ai Tibetani, ai Vietnamiti, ai Cinesi, ai Giapponesi, ai Siberiani e a tanti altri popoli sparsi sulla superficie del nostro globo (10). I miti di molti di essi ricordano un uovo primordiale, costituente un'"unità primaria, caotica nei suoi elementi latenti", che poi si divise in "due metà" od emisferi di diverso colore, per dare origine ad un cosmo attivo, vitale ed armonico. Questa dottrina cosmogonica, detta appunto dell'"uovo cosmico", ha diverse interpretazioni presso i vari popoli sopraccitati, ma esse indubbiamente intendono riferirsi ad un'unica verità simbolicamente espressa.
Fra i primi seguaci di questa dottrina sono gli Egizi, che intravedevano nell'uovo il simbolo della rinascita ad una vita ultraterrena, certamente immortale ed eterna, quindi sostanzialmente diversa da quella dell'"Ankh" o "croce di vita" o "Tau", che doveva invece significare soltanto un nascimento ancora non libero dal vincolo del ciclo delle esistenze (11). "L'uovo era ritenuto, dunque, una realtà primordiale, che conteneva in germe la molteplicità degli esseri", esattamente come nel simbolismo numerico si faceva derivare dallo zero la molteplicità dei numeri. Tale uovo "emergeva dal Nun, personificazione dell'oceano primordiale" e da esso "usciva un dio, organizzatore del caos", per favorire così "la nascita degli esseri differenziati" (12).
Se dall'Egitto si passa all'India, l'uovo sorge dall'inesistente, dal "non-essere" (lo zero) e gli elementi hanno origine da questo. Il substrato comune di quest'antichissima dottrina si ritrova sempre. "Al principio l'universo era 'non-essere'. Esso divenne poi l'Essere (l'uno)"; questo s'ingrandì ed assunse la forma ovale che, dopo un anno, sezionandosi in due parti come fossero due valve di conchiglia (il due o i multipli dell'uno), l'una d'argento originò la terra, e l'altra d'oro il cielo. "Membrana e vene" dettero corpo agli altri elementi (montagne, nubi, nebbie, fiumi ed oceani) e il Sole fu inteso come "la parte migliore dell'uovo cosmico": il tuorlo (13). Sia l'induismo che il buddhismo s'ispirarono anche architettonicamente a questa cosmogonia. Vishnu nasce dall'uovo con un loto in mano e le statue di Buddha sono inserite all'interno degli "stūpa", che hanno, specialmente in Afghanistan, la forma di un uovo, per cui sono chiamati "anda". Questa specie di "sfera", che può essere confrontata con "la conca, la pietra ovoidale, la caverna, il cuore, l'ombelico, i centri del mondo", embrioni di "sviluppi spaziali e temporali" (14), ricorda pure l'"aura" infocata entro cui vola l'Ahura Mazdā dei mazdeisti o, se si preferisce, il dio Assur degli Assiri. Tutte queste divinità sono legate a quel "luminoso involucro" che le contiene e si presentano simili agli "dei ex machina" del teatro greco-romano. Ma ciò che maggiormente interessa la concezione cosmogonica, secondo la quale tutto sembra avere origine da un involucro rotondeggiante, è la misteriosa forza dicotomica che organizza un inerte caos iniziale attraverso la sua polarizzazione antitetica e la creazione degli opposti, per cambiare tenebra in luce e inesistenza in vita: una sorta di energia universale, alla quale. è sottoposto il creato. Cosicché "come avviene nel germe fecondato entro l'uovo... azioni e reazioni, dal 'vuoto informe', producono le forme del cosmo" (15). I Cananei parlano di un uovo cosmico da cui ebbero origine cielo e terra, i Tibetani sostengono che "l'uovo è all'origine di una lunga genealogia di uomini", i Cinesi dicono che lo stesso "Caos aveva l'apparenza di un uovo di gallina" e i Celti ricordano l'"ovum anguinum", contenente "in germe tutte le possibilità" (16).
Per i Maya lo zero, nella glittica, è sostituito dal simbolo della spirale, giacché essa più ancora dell'uovo, può suggerire il passaggio da una dimensione inferiore ad una superiore, da un universo dell'estremamente piccolo ad un universo dell'immensamente grande, "da un infinito chiuso ad uno aperto" (17) e, come l'uovo, la spirale può simbolicamente rappresentare il punto di sutura fra due dimensioni, idea che oggi più che mai ci appare incredibile, in quanto dovuta ad un popolo tanto antico e perciò così lontano nel tempo. I Maya però, oltre che il simbolo della spirale, conoscevano anche quello dell'uovo cosmogonico. Secondo uno schema tramandatoci dall'indigeno Santacruz Pachacuti, la famosa "lamina d'oro" di Cuzco, ritrovata nel grande tempio solare, detto Coricancha, rappresentava nella parte alta una "ellisse chiusa", in cui si è voluto intravedere un'"allusione all'antico mito dell'uovo cosmico dal quale tutto procede" (18).
Anche in certi miti nordici si ritrova questa dottrina. "Prima della nascita del tempo, l'anitra depose nelle acque primordiali sette uova, di cui sei d'oro ed una di ferro". L'uovo fu nelle terre russe e svedesi conosciuto come "simbolo di risurrezione e d'immortalità" (19).
Altre notizie si hanno da Diodoro Siculo, secondo il quale "Osiride, come Brahma, nacque da un uovo". Fu poi "dall'uovo di Leda" che "nacquero i Dioscuri, cioè i gemelli Castore e Polluce" (20). David Herbert Lawrence dice che "gli uomini etruschi con le loro barbe, reclini nei letti della festa, tenevano alto nelle mani il misterioso uovo" (21).
Questo strano involucro, in cui la vita si forma e che nell'ermetismo diventa principio fiIosofale, è presente perfino in certe mitologie secondarie.
Le popolazioni africane del Mali, per esempio, hanno pure un simbolo composto che ricorda il "mito dell'uovo cosmico" e che essi chiamano "vita del mondo". Lo strano glifo s'ispira senza dubbio alla ricordata "Ankh" (o "croce di vita") degli antichi Egizi, solo che in più s'incrocia in basso con un semicerchio raffigurante la superficie terrestre. Comunque, a parte la leggera diversità grafica, il significato sembra cambiare. Il cerchio superiore è l'uovo cosmico, il mondo spirituale o la dimensione superiore che, con una croce equibracci sottostante e rappresentante la sutura fra due mondi od universi o dimensioni, si collega al semicerchio inferiore o "uovo aperto verso il basso, matrice terrestre" (22). Secondo le popolazioni africane del Congo, l'"uovo" è pure un'immagine del cosmo e "l'uomo deve sforzarsi a rassomigliare ad esso" (23). Nei miti sciamanici esistono "uova" che accolgono in sé "oggetti-anima" (24) e infine nei leggendari racconti di certe popolazioni australiane si fa addirittura nascere l'uomo da un uovo, come la donna da una noce di cocco (25).
Sia l'uovo che lo zero sono quindi simboli di vitalità, di prosperità, di discendenza; gli uomini primordiali escono da un uovo come i numeri dallo zero e sia l'uno che l'altro racchiudono entro di sé il mistero dell'infinito, inteso come ciclicità o come periodicità rigenerativa.

Note:
1. Devoto Giacomo, "Avviamento alla etimologia italiana", Le Monnier, Firenze, 1967, voci: "Zero" e "Cifre", pagg. 80 e 464.
2. Vari, "Grande Enciclopedia Popolare Sonzogno", Sonzogno, Milano, 1928, volume ventiduesimo, voce: "Zero", pag. 531.
3. Girard Raphael, "Le Popol-Vuh", histoire culturelle de Maya-Quiché, Paris, 1954, pag. 318; oppure in altre lingue: "Popol-Vuh", las antiguas historias del Quiché, Fondo de Cultura Economica, 2a edizione, Mexico, Buenos Aires, 1953, a cura di Adrian Recinos; o "Popol Vuh, The Sacred Book of the Ancient Quiché Maya", a cura di D. Goetz e S. G. Morley, University of Oklahoma Press, Norman, 1950; o infine: "Popol Vuh", le antiche storie del Quiché, traduzione di Lore Terracini, Einaudi, Torino, 1960.
4. Posener G., Sauneron Serge e Yoyotte Jean, "Dictionnaire de la civilisation égyptienne", Paris, 1959, pag. 164 e segg.
5. Chevalier, Jean e Gheerbrant, Alain, "Dictionnaire des symboles", Seghers et Jupiter, Paris, 1974, volume quarto, voce: "Zero", 1°, pag. 417.
6. Boncompagni Solas, "L'occhio che discese dal cielo" e "Dall'uovo cosmico all'uovo di Pasqua" ne: "Il Giornale dei Misteri", n. 14, pag. 16 e n. 15, pag. 10, Corrado Tedeschi Editore, Firenze, 1972.
7. "Conoscenza", bimestrale diretto da Loris Carlesi, Via San Zanobi 89, Firenze, 1977, anno XIII, n. 4-5, luglio-ottobre, capitolo: "L'uovo nella simbologia arcaica" di H.P. Blavatsky, pagg. 15-16.
8. "Conoscenza", opera citata, anno XIII, n. 4-5, luglio-ottobre 1976, capitolo: "La decade pitagorica" di H.P. Blavatsky, pag. 17.
9. "Conoscenza", opera citata, anno XIII, n. 4-5, luglio-ottobre 1977, stesso capitolo e stessa pagina, indicati nella nota n. 7.
10. Chevalier e Gheerbrant, "Dictionnaire des symboles", opera citata, volume terzo, voce: "Oeuf", 1°, pag. 299.
11. "Conoscenza", opera citata, anno XIII, n. 4-5, luglio-ottobre 1977, stesso capitolo, pag. 18.
12. "Sources Orientales", "La naissance du monde", Paris, 1959, pagg. 22-62.
13. "Upanishad", a cura di Carlo della Casa, UTET, Torino, 1976, "Chan.dogya Upanishad", 3° Prapathaka, 190 Khanda, pag. 212.
14. Chevalier e Gheerbrant, "Dictionnaire des symboles", opera citata, volume terzo, voce: "Oeuf", 13°, pag. 304.
15. "Le stanze di Dzyan", traduzione dall'inglese di M.L. Kirby, Bresci, Torino, nota n. 3 alla stanza terza, pag. 31.
16. Chevalier e Gheerbrant, "Dictionnaire des symboles", opera citata, volume terzo, voce: "Oeuf", P, 3°, 4°, 7°, passim, pagg. 300-302.
17. Thompson J. Eric S., "Maya Hieroglyphicwriting", University of Oklahoma, 1960.
18. Tacchi Venturi Pietro, "Storia delle religioni", volume primo, UTET, Torino, 1970, pag. 638.
19. Chevalier e Gheerbrant, "Dictionnaire des symboles", opera citata, voce: "Oeuf", 7°, 100, pagg. 302-303.
20 "Conoscenza", opera citata, anno XIII, n. 4-5, luglio-ottobre 1977, pag. 20.
21. Lawrence David Herbert, "Pagine di viaggio", traduzione di E. Vittorini, Mondadori, Milano, pag. 376.
22. Dieterlen Germaine, "Essai sur la religion de Bambaras", Paria, 1951.
23. Lebeuf, J.P., Mambeke-Boucher, B., "Un mythe de la création", Congo, Brazzaville, Roma, 1964.
24. Lindsay Jack, "Breve storia della cultura", Bramante, Milano, 1965, capitolo: "Arte e industria", pag. 116.
25. Pettazzoni Raffaele, "Miti e leggende", UTET, Torino, 1963, volume secondo, capitolo: "Nato dall'uovo", pag. 153, e "La donna dalla noce di cocco", pag. 264.

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