Quando i simboli celesti invitano a un contatto cosmico
Da ogni parte le voci di un inconscio collettivo ci avvertono che si sta facendo tardi. Più trascorrono gli anni e più ci accorgiamo che "quest'ora non è una corrente, ma un vortice" (1). Termina un ciclo storico: tutto acquista il sapore del nuovo e a noi è dato di vivere i tempi di un difficile trapasso. Abbiamo estremamente bisogno di riconoscerci umilmente un'infinitesima particella di quella grandiosa macchina divina che è l'universo e di riconoscere la realtà di quanto scriveva già Francesco Rabelais: "La scienza senza la conoscenza non è che la nostra rovina". L'uomo non deve trasformarsi in uno spregevole automa al servizio di quelle invenzioni da lui stesso create e deve convincersi che "siamo anime in evoluzione lungo i sentieri dell'energia universale" (2). Questo nostro difficoltoso momento storico abbisogna di un contatto cosmico per il superamento della crisi in cui ci dibattiamo, perché è difficile raggiungere una comunità d'intenti fra noi terrestri per il sussistere di differenze razziali, culturali e cultuali, ambientali e storiche. Ormai solo un "contatto cosmico" con altre creature più evolute e viventi in altri pianeti ci potrà aiutare ad essere degni di un "ordine" di intelligenze, superiore, universale, poiché è assurdo ritenerci soli in un oceano senza confini. La necessità di un contatto non ha del resto mai cessato di costituire l'unica spinta evolutiva di tutta la storia dell'umanità.
Fino dai tempi primi si usò un "grafema-simbolo" per indicare più concetti, come quel "tsirt" che nell'antica Caucasia significava: metile, dolmen, menhir, stele, cippo, pietra tombale, monumento funerario o necropoli, ma soprattutto un "segno di presenza umana". E soltanto i simboli potranno essere gli artefici di un dialogo universale per un'unità soltanto raggiungibile "quando microcosmo e macrocosmo coincideranno e quando ogni punto, ogni attimo avrà in sé l'universo, anzi sarà lo stesso universo" (3). E lo "tsirt" trovarlo allora inciso su rocce nelle solitudini antiche dell'ancora nostro sconosciuto pianeta significava "speranza di un contatto umano" perché l'uomo è nato per comunicare. Il segno, il simbolo, il grafema furono una rivoluzione della protostoria umana, un primitivo strumento di "contatto". Il biblico "fiat lux" del Creatore fa pensare ad un "contatto mentale"; la prima grande rivoluzione nel progresso umano fu determinata dalla comparsa degli Oannes presso i Sumeri, frutto di un rapporto di sapienza degli uni e dell'ignoranza degli altri: un contatto.
Edison con un contatto fece della notte il giorno; nel 1930 Marconi con il suo radiosegnale da Genova a Sidney ottenne un contatto; nel 1945 Hiroshima e Nagasaki furono distrutte a causa di un contatto e pure il lancio della storica navetta spaziale che condusse il primo uomo sulla luna; il momento culminante della crisi adolescenziale e il rigetto familiare per l'inserimento in una compagnia di coetanei: ancora un contatto; il nucleo familiare cresce per un contatto genetico. Così ora c'è bisogno di un ben altro contatto per l'umanità, un contatto diverso, più imprevedibilmente importante e di cui si ignorano perfino le conseguenze: un "contatto cosmico", per un'immensa socializzazione universale. Cristo nella sua vita terrena c'insegnò di considerarci tutti fratelli, mirava già molto più in là, ma tacque perché sapeva che non erano ancora maturi i tempi per dirlo alle sue genti; occorreva allora adoperarsi per raggiungere una fratellanza terrena. Ma ormai è l'ora di comprendere che il sé non è di dimensione umana, ma cosmica (4). Solo oggi si può considerare e giustificare la costante presenza di "segni nei cieli" che hanno segnato le nostre grandi "tappe storiche" e quale altro simbolo universale e senza tempo avrebbe potuto rendersi manifesto se non la croce?

"Croci nei cieli"

Ora, se riguardiamo la casistica storica delle apparizioni di "croci nei cieli" e distinguiamo il fenomeno astronomico, atmosferico o ottico da quello veramente straordinario e significativo, ce ne potremo facilmente rendere conto.
Costituisce addirittura una "manifestazione celeste" insolita, per esempio, quella a cui assisté l'imperatore Costantino il Grande, la quale determinò l'abbandono da parte sua del culto pagano, in cui egli aveva fino ad allora creduto e storicamente ricordato come "helios o sole siriaco", per una conversione cristiana. E tale "manifestazione" fu la celebre visione del 312 che ci è pervenuta descritta in due versioni. Secondo Lattanzio l'imperatore l'avrebbe sognata prima della ben nota battaglia di Ponte Milvio in cui morì Massenzio. Secondo Eusebio di Cesarea invece, declinando il sole all'orizzonte, l'avrebbe vista in cielo con la scritta: "In hoc signo vinces" e il significato soltanto gli sarebbe stato svelato in un sogno successivo. In quel lontano tempo certamente i testimoni oculari non avrebbero però potuto dare ulteriori precisazioni minuziose di come apparve la visione. E, nel sogno, Costantino sarebbe stato invitato ad ordinare ai suoi "militi" di combattere contro Massenzio con i labari aventi la figurazione del simbolo del "Chrismon" per ottenere la vittoria. Fu questo dunque il primo "momento storico" essenziale per la diffusione e ufficialità della religione cristiana.
Successivamente nel periodo pasquale del 1115, un altro evento, al tempo di Enrico V, ci lascia alquanto perplessi nella interpretazione del fatto. Il cielo d'improvviso parve aprirsi ampiamente emettendo un fulgore nitido come di esplosione silenziosa e per un'ora mostrò al suo centro l'immagine di una croce aurea
(5).
E siamo così al novembre del 1301. Dino Compagni (1255-1321) precisa nella sua "Cronica": "La sera apparì in cielo un segno meraviglioso, il quale fu una croce vermiglia sopra il Palagio de' Priori. Fu la sua lista ampia più che palmi uno e mezzo; e l'una linea era di lunghezza braccia XX in apparenza, quella attraverso un poco minore (ciò che fa pensare ad una croce latina - N.d.A.); la qual durò per tanto spazio, quanto penasse un cavallo a correre due aringhi. Onde la gente che la vide, e io che chiaramente la vidi, potemo comprendere che Iddio era fortemente contro alla nostra città crucciato"
(6).
E Dante Alighieri (1265-1321) confermò ne "Il Convivio": "E in Fiorenza, nel principio della sua distruzione, veduta fu ne l'aere, in figura di una croce, grande quantità di questi vapori, seguaci della stella di Marte"
(7).
E infine Giovanni Villani (1276?-1348) ricorda nella sua "Nuova Cronica" che "singularmente si disse della detta cometa". Tale croce fu visibile solo alcuni giorni dopo la venuta in Firenze di Carlo di Valois.
Corrado Licostene (1518-1561) nella sua "Chronicon Prodigiorum" (1557) riporta poi diversi casi, come quello verificatosi nel giugno del 1372 nella sua città, Basilea, dove egli insegnava. Si vide un singolare alone solare sormontato stranamente da due bellissime croci luminose di colore rosso, chiaramente distinte dall'alone
(8).
Interessante risultò pure l'altro fenomeno avvenuto nel 1470 nel cielo del Piacentino che si presentò come costituito di ben quattro croci perfettamente identiche disposte in modo di essere ai quattro margini di una immaginaria più grande, un po' come la Stella del Sud o una croce di Gerusalemme
(9); oppure quello del marzo 1554 quando - interessate numerose città germaniche da fenomeni solari - verso l'"hora pomeridiana quinta", si notarono diverse croci in cielo di colore bianco, unite senza nessuna ragione e connessione
(10).
Tutte le predette segnalazioni non eguagliano però l'eccezionalità di una complessità fenomenica avvenuta nel 1569, anche se si ignora la località nel cielo della quale accadde. Di notte fu vista una improvvisa grande luce, scomparsa la quale indicibili tenebre avvolsero tutto fino al suo ritorno con due colonne di fuoco, la cui comparsa con il loro splendore anticipò una grande apertura del cielo in mezzo alla quale si vide meravigliosamente risplendere una grande croce
(11) .
Poi, un grande balzo nel tempo, forse, perché dopo Ossequente e Licostene nemmeno Charles Fort ci tramandò una casistica di croci nei cieli. Si può soltanto registrare il fatto del 14 luglio 1865 quando, durante una scalata ardimentosa del Cervino, con discesa disastrosa, i superstiti poterono assistere alla comparsa in quel cielo di un immenso arco in cui si stagliarono due grandi croci luminose che furono però interpretate come un fenomeno ottico.
Bisogna poi raggiungere la nostra epoca per assistere ad un nuovo risvolto storico di visioni crociate celesti ed esattamente al 6 novembre 1954 (anno della ben nota ondata ufologica su territorio italiano). E quell'avvenimento ce lo narra dettagliatamente il console Alberto Perego al quale assisté dalle ore Il alle 13 sul cielo di Roma assieme ad una ventina di operai dalla terrazza dello stabilimento "Neri" di acque minerali, sito nel quartiere tuscolano. "Fu lo spettacolo più emozionante della mia vita", precisa il console, "Si videro evoluire apparecchi altissimi sugli 8/10.000 metri e la 'manifestazione' si svolse come effettuata da squadriglie di puntini appena visibili in un cielo perfettamente sereno". La formazione avrebbe potuto essere costituita da una cinquantina di apparecchi. Alle ore 12 una formazione a cuneo, proveniente da oriente, procedeva verso una seconda che si avvicinava dalla parte opposta, finché unirono i rispettivi vertici dei loro cunei ricordando così l'antico simbolo di Costantino sempre nel cielo del Vaticano, come se avessero voluto indicare, anticipandolo, l'avvio ad un "contatto cosmico" della nostra umanità con "intelligenze" di un altrove ancora sconosciuto
(12). E nello stesso tempo questo avvenimento avrebbe potuto anche intendersi come un "crisma di ufficialità di un cristianesimo cosmico".
Di croci se ne videro ancora. Insoluta, per esempio, rimase la visione di quella ben distinguibile apparsa nel cielo di Firenze, un cielo mattutino ancora nebbioso del 29 settembre 1962, quando nella zona di Calenzano mi soffermai io stesso per osservarla, mentre mi trovavo in auto. Naturalmente la vidi in tralice su Firenze perfettamente ferma, ma non potei fotografarla perché ero privo di macchina fotografica. Comunque la mia "testimonianza indipendente" servì a convalidare la foto scattata da un cittadino di Firenze allo zenit della città e pubblicata su "Nazione Sera" del 2 ottobre 1962 e successivamente sulla stessa del 4 ottobre 1962. Vi si leggeva chiaramente che l'oggetto era in movimento, ma io, la vidi nitida e ferma.
Infine, recentemente, durante la trasmissione televisiva "Piazza Grande", il Magalli intervistò un ufologo che proiettò l'immagine di un recente fenomeno celeste raffigurante una croce latino-cristiana di derivazione dall'uso del supplizio della crocifissione al tempo di Gesù. Si trattò certamente di un fatto ben diverso da quelli astronomici o ottici e tutte queste visione storiche rivelano un intelligente significato di unicità simbolica crociata attraverso il tempo dall'epoca antica a tutt'oggi.
Note:
1. Di Gange Sante, "Perché siamo infelici", Bresci, Torino, 1980, citazione iniziale nel risguardo.
2. lngaramo Mario, "Il karma del seminare e del raccogliere", Bresci, Torino, 1980, p. 21.
3. Spirito Ugo, "Inizio di una nuova epoca", Sansoni, Firenze, 1961, p. 197.
4. "Bhagavad-Gita" ("Il canto del beato"), con prefazione, traduzione e commento di Raphael, Asram Vidyā, Roma, 1974, p. 24.
5. Luchino Chionetti Marta, "Corrado Licostene e le antiche osservazioni su fenomeni naturali d'interesse geografico", G. Giappichini, Torino, 1960, Rr., p. 67. (Lic., p. 399).
6. Compagni Dino, "La Cronica", Vallardi, Firenze (a cura di Gino Luzzatto), lib. Il, cap. XIX.
7. Alighieri Dante, "Il Convivio", Le Monier, Firenze, 1934, Rr., vol. I, Il, XIII, 22.
8. Luchino Chionetti Marta, op. cit., p. 70 (Lic., p. 465).
9. "Libertà" (cronaca di Piacenza) del 12 agosto 2002.
10. Luchino Chionetti Marta, op. cit., p. 80 (Lic., p. 635-636).
11. Dal "Terzo Trattato de' Pronostici (discorso sulle comete e eclissi) dell'AImanacco Perpetuo" di Rutilio Benincasa, stampato da Remandini, Bassano, 1740, Rr.
12. Perego Alberto, "Svelato il mistero dei dischi volanti", La Tipografica, Via S. Paolo alla Regola, 28a, Roma, 1957, Rr.