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libri scelti da Francesco Di Blasi

ARCHEOLOGIA DELL'INTROVABILE
Insoliti itinerari tra i misteri della Storia


 
di Roberto Volterri
Sugarco Edizioni
pagg. 248 - € 18,00
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Capitolo 1 - COSENZA: L'INCREDIBILE TOMBA DI ALARICO:

Cupi a notte canti suonano
da Cosenza su 'l Busento
cupo il fiume gli rimormora
dal suo gorgo sonnolento.
Su e giù pe' l fiume passano
e ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
il gran morto di lor gente.
....................................
Dove l'onde pria muggivano,
cavan, cavano la terra;
e profondo il corpo calano,
a cavallo, armato in guerra.

Così Giosue Carducci tradusse mirabilmente una poesia del tedesco A.G. von Platen pubblicata nel 1855 e da quel giorno ancor più si diffuse la leggenda che vedrebbe il prode Alarico, re dei Visigoti, venir sepolto nel letto, prosciugato, del Busento, forse alla confluenza di questo fiume con il Crati. Forse...
Eh sì, molti sono i "forse" che costellano anche questo possibile itinerario di ricerca, itinerario che però suggeriamo ai lettori poiché potrebbe presentarsi ricco di imprevisti, di novità, di incertezze, di delusioni ma anche di emozioni costellate da innumerevoli difficoltà. La ricerca è anche questo!
Quindi proseguiamo vedendo innanzitutto chi era Alarico. Alarico, il cui nome significherebbe "Re di tutti", viene alla luce nell'anno del Signore 370, a Peuce (lungo le rive del Danubio, nell'attuale Romania) e proviene dalla nobile famiglia dei Balti, una delle varie tribù di matrice celtica diffusesi nel tempo in una vasta area geografica, dalla Scandinavia all'Ucraina.
All'età di ventidue anni è acclamato re dei Visigoti, succedendo a Frigiterno. Due anni più tardi, in qualità di federato di Teodosio, allora a capo dell'Impero Romano d'Oriente, partecipa ad alcune campagne belliche contro l'usurpatore Eugenio, ma, deluso da mancate gratificazioni da parte dello stesso imperatore, il quale gli aveva promesso di nominarlo "Magister militum", si avventura in una guerra contro Costantinopoli, invadendo dapprima la Beozia e l'Attica, poi conquistando e saccheggiando Megara, Corinto e Sparta. Solo Atene addiviene a più miti consigli, pagando la richiesta "mercede". Ma non si esaurisce certamente così il desiderio di conquista di Alarico.
Direttosi verso l'Epiro, costringe Arcadio, succeduto ad Onorio, a nominarlo "Magister militum" e "Dux" dell'Illiria. Ha solo ventisette anni. È nel 401 d.C. che decide di dirigersi verso l'Italia ma, dopo aver conquistato Asti e Pavia, viene più volte sconfitto da Stilicone sia a Pollenzo che a Verona ed è costretto a ritirarsi per poi tornare sull'italico suolo, diretto a Roma, approfittando anche dei soliti intrighi di corte che hanno messo a morte il pur valoroso Stilicone. È il 408 d.C.
Come al solito, in cambio di cinquemila libbre d'oro, e di trentamila libbre di argento, di merci preziose e di spezie - recuperate dai romani anche spogliando i sacri templi - toglie il disturbo all'"Urbs aeterna" minacciata anche da epidemie di malaria e colera e si dirige verso Ravenna, nuova capitale dell'Impero Romano d'Occidente. Non avendo convinto Onorio che in cambio di qualche tonnellata di oro avrebbe riservato le sue "attenzioni" ad altri malcapitati, si ricorda che Roma si era mostrata più... malleabile e vi si dirige di nuovo.
Questa volta conquistandola e saccheggiandola in tre drammatici giorni, dal 24 al 27 agosto dell'anno del Signore 410. Aiutato in questo anche dagli ex schiavi dei romani che si erano uniti ai Visigoti, indicando loro dove erano state occultate le ricchezze imperiali. Decine e decine di carri carichi di oro e argento si avviano così con le truppe di Alarico verso Brindisi.
Per non far torto all'imperatore, come souvenir porta con sé Galla Placidia, sorella dello sconfitto Onorio. Naturalmente - a pensar male si va all'inferno, però... - insieme al dono di nozze fatto da Ataulfo a Galla Placidia stessa, consistente in cinquanta casse di gioielli provenienti dal Tempio di Gerusalemme che Tito aveva pensato bene di depredare nel 70 d.C.
Dall'Apulia l'esercito si sarebbe dovuto imbarcare per la Libia ma un'imprevista tempesta costringe a non muoversi le navi destinate a trasportare l'esercito visigoto.
Alarico si mette allora in marcia verso la vicina Calabria, ma, si sa, gli stravizi indeboliscono il fisico e la malaria forse contratta durante l'assedio a Roma non perdona.
Così il nostro "Magister militum" - quando è già intenzionato a conquistare l'Africa - giunto in Calabria, si ammala gravemente e muore. Si dice vicino a Vadue, nei pressi di Cosenza. Ma solo circa centocinquanta anni più tardi tale Giordane, storico latino del VI secolo, con ascendenti Goti e discendente di un soldato che era stato molto vicino al valoroso re, narra dell'incredibile umida fossa in cui sarebbe stato calato Alarico insieme al suo destriero e ad immense ricchezze.
Qui nasce, comunque, la leggenda - ma lo è veramente? - che ci ha accompagnato fino ai nostri giorni e che potrebbe spingere qualche lettore, in vena di imitare "Indiana Jones", alla ricerca dell'incredibile sepoltura. Vediamo però dove dirigerci...

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