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IL SANTO GRAAL
Un enigma letterario


 
di Jean Markale
Edizioni L'età dell'Acquario
pagg. 320 - € 22,00
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Capitolo 1 - Chrétien de Troyes:

«Mentre parlavano di una cosa e di un’altra, da una camera entrò un valletto, che portava una lancia bianca impugnata nel mezzo dell’asta, e passò tra il fuoco e quelli che sedevano sul letto, e tutti quelli che erano lì vedevano la lancia bianca e il ferro bianco; e usciva una goccia di sangue dal ferro della lancia sulla punta e quella goccia vermiglia colava sulla mano del valletto. [...] E allora giunsero altri due valletti, che tenevano in mano dei candelabri di oro fino, decorati con smalti neri. I valletti, quelli che portavano i candelabri, erano molto belli. Su ogni candelabro ardevano almeno dieci candele; una damigella teneva tra le due mani un graal e veniva avanti con i valletti, bella, elegante e vestita lussuosamente. Quando fu entrata là dentro con il graal che portava, ne venne una così grande luce, che le candele persero il loro chiarore come le stelle e anche la luna quando si leva il sole. Dopo di lei ne venne ancora una che portava un tagliere d’argento. Il graal che andava davanti era di puro oro fino; c’erano pietre preziose di molti tipi incastonate nel graal, tra le più ricche e le più preziose che ci siano né in mare né in terra: le pietre del graal superavano in valore senza alcun dubbio ogni altra pietra. Esattamente come era successo per la lancia passarono davanti a lui e andarono da una camera all’altra.»

Così è descritta la prima apparizione di quello che sarebbe diventato il Santo Graal, che è entrato a far parte non solo della letteratura di lingua francese, ma anche dell’immaginario dell’Occidente medievale, e successivamente del patrimonio universale. Il testo è stato scritto tra il 1180 e il 1190 dal celebre poeta e romanziere conosciuto sotto il nome di Chrétien de Troyes. [...]
Molto probabilmente Chrétien de Troyes doveva essere un ebreo convertito, da cui il nome allora attribuito a coloro che abbandonavano l’ebraismo per il battesimo cristiano. Non vi sarebbe in questo nulla di strano perché, nel XII secolo, la città di Troyes, nella Champagne, non era solo uno dei più importanti centri dell’industria tessile di tutta l’Europa occidentale, a metà strada tra l’Italia settentrionale e le Fiandre, ma anche un crogiolo intellettuale e spirituale in cui si fondevano ideologie diverse, e dove brillavano in particolar modo le scuole giudaico-rabbiniche. Non bisogna inoltre dimenticare che i catari fecero la loro comparsa nella regione, prima di emigrare verso l’Occitania, e che, grazie a Hugues de Payns, fu proprio nei dintorni di Troyes che l’Ordine dei Templari si manifestò per la prima volta. Che Chrétien de Troyes, grande studioso delle lettere latine e buon conoscitore dell’antichità classica, fosse stato precedentemente un brillante discepolo dei circoli ebraici dov’era insegnata e discussa la Cabala tradizionale, non è per nulla impossibile, e ciò spiega senza dubbio i sottintesi di cui sono disseminate tutte le sue opere. Comunque sia, Chrétien de Troyes è certamente uno degli scrittori francesi più importanti di tutto il Medioevo, ed è proprio lui il primo a introdurre il graal nella tradizione occidentale.
Ecco dunque questo "oggetto" misterioso presentato con un nome comune (graal) al centro di un corteo alquanto insolito. L’eroe del racconto, di cui ancora non si conosce il nome, invitato da un Re Pescatore claudicante, sofferente per una ferita inguaribile, rimane muto davanti allo spettacolo che si svolge davanti ai suoi occhi - in realtà, un’autentica liturgia - e il mattino seguente si ritrova solo al centro di quella stessa fortezza, ora deserta e completamente svuotata dei suoi abitanti. Solo in un secondo momento apprenderà, non soltanto il suo nome, Perceval, ma anche l’errore che ha involontariamente commesso: infatti, se avesse posto una domanda sul corteo sfilato davanti ai suoi occhi, se avesse chiesto qualcosa a proposito del misterioso graal, avrebbe guarito il Re Pescatore e restituito al suo regno la prosperità, perduta da quando lo stesso re ha subito una ferita che gli impedisce di regnare pienamente. Chrétien de Troyes non dice altro. Solo molto dopo, e nella stessa occasione, Perceval e il lettore apprenderanno che il graal è una "cosa santa", e che in esso è trasportata un’ostia che ha la proprietà di nutrire il re ferito. Ma Chrétien de Troyes si guarda bene dallo specificare cosa ci sia dentro il graal, e non lo dirà mai, così come non alluderà al "recipiente" nel quale Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto il sangue di Cristo.
Tutto quel che si sa, è che questo graal emana una luce straordinaria, che eclissa ogni luce circostante. È davvero poco, se si considerano le innumerevoli interpretazioni di questa "cosa santa", elaborate successivamente. Il fatto che vi si deponga un’ostia non prova in alcun modo che si tratti di un ciborio nel quale avviene la transustanziazione, ossia, secondo la dottrina cristiana, la metamorfosi del pane nel corpo di Cristo che mantiene però l’aspetto del pane (e nel caso del calice, la metamorfosi del vino nel sangue di Gesù, sotto l’aspetto del vino). Se ci si attiene agli insegnamenti della dottrina cristiana, non v’è altro da aggiungere. In compenso, i dettagli riguardanti il corteo di presentazione del graal possono prestarsi a commenti che sfociano in un contesto che di cristiano non ha assolutamente nulla.
Innanzi tutto c’è il "tagliere d’argento" che Wolfram von Eschenbach, nel suo adattamento tedesco, tradurrà poi erroneamente con "coltelli", mentre si tratta di un piatto sul quale tagliare la carne. Come spiegare la presenza del tagliere nel corteo rituale che si svolge davanti agli occhi estasiati di Perceval? Vi si potrebbe leggere un’allusione al "pasto del graal" descritto nelle versioni posteriori, quando i commensali ammessi alla cerimonia scoprono davanti a sé le "carni" più saporite che ci siano, apparse in modo misterioso e decisamente magico. Ma nel testo di Chrétien sembra si tratti di un riferimento al sangue che cola in seguito al taglio delle carni.
Tale interpretazione è rafforzata dalla presenza della "lancia sanguinante". Se non si esce da un quadro propriamente cristiano, tale dettaglio risulta alquanto straordinario e inspiegabile. In seguito, anche per armonizzare il racconto di Chrétien alla tradizione evangelica, essa è diventata la lancia del centurione Longino, il quale trapassò il fianco di Cristo crocifisso, azione che giustifica il gesto di Giuseppe di Arimatea, il quale raccoglie il sangue di Gesù nel vaso poi diventato il graal. Ma nella versione gallese arcaicizzante del Peredur si vedrà come la lancia appartenga a tutt’altra tradizione rispetto a quella giudaico-cristiana. Essa, infatti, proviene direttamente dalla più antica mitologia celtica.
Vi è poi la circostanza che il graal emana una luce stupefacente, soprannaturale, paragonata allo splendere del sole. Il graal contiene forse del fuoco? È noto che i Celti riconoscevano solo tre elementi fondamentali, l’aria, la terra e l’acqua, e che il fuoco - inesistente in quanto tale - era soltanto l’energia che consentiva la reciproca trasformazione dei tre elementi, simbolo evidente dell’universo in continua mutazione. E poi, il fuoco non è forse il simbolo della conoscenza, dell’illuminazione? Comunque sia, questa è la ragione per cui negli Atti degli Apostoli, durante la Pentecoste, ci vengono presentati i discepoli che ricevono lo Spirito Santo sotto forma di "lingue di fuoco". è anche il fuoco segreto degli alchimisti, che ha un ruolo così fondamentale nell’elaborazione della Pietra Filosofale. Allora si può supporre che la luce soprannaturale emanata dal graal sia al tempo stesso l’immagine visibile dell’energia divina e il simbolo dell’illuminazione, vale a dire la saggezza suprema, la conoscenza dei grandi segreti dell’universo.
Ma è legittimo interrogarsi sull’atteggiamento dell’eroe, che ancora non sa nemmeno di chiamarsi Perceval.
Egli non dice una parola davanti allo spettacolo offertogli dall’enigmatico corteo. Ha certamente delle scusanti perché prima di lasciare le terre della madre, la Dama Vedova, costei gli ha elargito alcuni consigli di prudenza, consigli che del resto egli seguirà alla lettera e senza troppo riflettere, perché, secondo il termine medievale, egli è un "nice", trascrivibile oggi con la parola "niais" (ingenuo). Ma essere ingenuo non significa non essere intelligente. L’ingenuità è la condizione di colui che ancora non conosce. Ebbene, Perceval non sa nulla poiché ha appena lasciato la fortezza materna, ovvero l’universo uterino nel quale si cullava. In realtà, egli è appena venuto al mondo, e questo spiega la sua goffaggine, la sua testardaggine e anche i suoi silenzi.
Del resto ci troviamo di fronte a qualcosa di molto strano: in base al testo, Perceval è indicato solo con l’espressione "il Figlio della Dama Vedova". Effettivamente, la madre di Perceval è vedova poiché il marito è stato ucciso in combattimento, ed essa si è adoperata per mantenere il figlio lontano dalla cavalleria e dalla guerra, comportandosi così, come direbbe uno psicanalista, da "madre fallica", perfino da "madre divoratrice".
Ma perché quest’insistenza nel fare del giovane eroe il Figlio della Dama Vedova? Non si può non pensare al nome che attribuiscono a sé stessi i massoni, i Figli della Vedova. Eppure all’epoca di Chrétien de Troyes la Massoneria non esisteva, almeno non nelle forme che conosciamo oggi. Ebbene, non si può ignorare che coloro che sono ammessi a questa "confraternita", cominciano con essere apprendisti e che, durante le riunioni della loggia, gli apprendisti non sono autorizzati a intervenire senza essere invitati a farlo, e soprattutto non sono autorizzati a porre delle domande.
Proprio come nel caso di Perceval. Questa constatazione trova il suo complemento, se non la sua spiegazione, nella versione gallese arcaicizzante, in cui compare davvero l’iniziatore dell’eroe, colui che gli insegna l’uso della spada, il suo fratello introduttore, il quale gli elargisce questo consiglio: "Vedrai qualcosa di straordinario, ma non fare domande finché non avrai imparato abbastanza da poter sapere". La convergenza di questi elementi è troppo chiara perché si tratti di una semplice coincidenza. Evidentemente, dopo la sua partenza dai domini della madre, Perceval ha intrapreso un percorso labirintico, quindi iniziatico, durante il quale subisce alcune prove prima di essere ammesso al grado superiore. Fattore che evidentemente presuppone l’esistenza di una determinata "confraternita del graal".
Eppure, nonostante il divieto che grava su di lui, Perceval avrebbe dovuto porre delle domande. La mattina seguente, dopo aver lasciato il Castello del Graal, deserto, egli incontra una pulzella che si rivela essere sua cugina. E costei, chiamandolo per nome, lo maledice letteralmente, rimproverandolo a chiare lettere di non aver osato chiedere cosa fosse il misterioso graal e chi se ne servisse. Da quel momento, Perceval si lancerà in una ricerca assolutamente folle per ritrovare la fantomatica fortezza nella quale era stato ricevuto dal Re Pescatore ferito, che peraltro è suo zio, fratello di sua madre. In mezzo a tutti questi elementi, si percepisce chiaramente l’esistenza di una stirpe perduta che l’eroe deve ritrovare, così come l’esaltazione della trasgressione di un divieto. Non è forse questa l’indicazione che, per scoprire la propria vera nascita, bisogna sempre andare al di là delle apparenze e degli obblighi sociali?
Ma nella descrizione del famoso "corteo" del poeta della Champagne, c’è un altro elemento che può sembrare scabroso: è una donna (una pulzella, cioè una donna che non dipende da un uomo, una donna libera) a portare il graal, quella "cosa santa" che, nonostante l’imprecisione del racconto, sembra proprio essere una coppa o, in un contesto cristiano, un ciborio o un calice. Nell’Europa occidentale del XII secolo era impensabile che si potesse accordare a una donna il privilegio di tenere tra le mani una coppa sacra, contenente il corpo o il sangue di Cristo. Perché nonostante la spettacolare diffusione del culto della Vergine nel corso di quel secolo, e a dispetto dell’esaltazione della dama nella società cortese del tempo - necessariamente aristocratica - la donna rimane non solo un essere inferiore, ma l’immagine stessa del peccato. Quando non è "vergine consacrata", chiusa in un monastero e condannata alla castità perpetua, la donna può essere solo una riproduttrice sottomessa al marito o una prostituta reietta e tuttavia molto allettante e perfettamente tollerata dalla società, perché in qualche modo rispondente a una necessità fisiologica. L’esempio del trovatore Guglielmo IX d’Aquitania, nonno della regina Eleonora, che istituì un bordello nel quale le ragazze erano vestite da religiose, è abbastanza indicativo di questa disposizione di spirito. Ci si può allora chiedere perché, nel corteo rituale del graal, sia una donna a portare quella "cosa santa" la cui connotazione cristiana non è minimamente messa in dubbio.
Certo, nelle comunità celtiche cristiane d’Irlanda, Gran Bretagna e Bretagna armoricana, verso il VI secolo, troviamo le prove storiche della presenza di alcune donne, le conhospitœ, che evidentemente non erano "sacerdotesse", ma che partecipavano in un modo o nell’altro alle celebrazioni religiose. Un costume così particolare era stato denunciato e condannato dal clero ufficiale della Chiesa romana. E alla fine del XIII secolo non era concepibile che una donna rivestisse un ruolo essenziale all’interno di una liturgia cristiana. Il fatto che sia una donna, per di più una splendida donna, a portare il misterioso graal costituisce dunque una trasgressione del tutto rilevante. Per la quale deve esserci allora una ragione. E ciò porta a pensare che qualcosa d’importante si nasconda dietro al corteo fantastico apparso all’eroe del racconto. Ma nel testo di Chrétien de Troyes nessuna spiegazione, nessuna giustificazione è fornita, e occorrerà attendere le successive versioni, ivi comprese le più devianti, per tentare di chiarire questo mistero. [segue...]

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