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libri scelti da Francesco Di Blasi

MISTERI ESOTERICI
La Tradizione ermetico-esoterica in Occidente


 
di Giuseppe Gangi
Edizioni Mediterranee
pagg. 278 - € 14,50
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INTRODUZIONE »
I MISTERI ESOTERICI DELL'ANTICO EGITTO »

POSTFAZIONE:

A distanza di qualche anno, approfitto di questa terza edizione per esprimere delle riflessioni a voce alta, che sono il frutto di intenso lavoro mentale e di esperienze personali portati avanti con maggiore consapevolezza lungo il percorso intrapreso fin dall'età giovanile, e che costituiscono, in certo qual modo, la misura dei passi evolutivi fatti all'interno di un itinerario lungo e faticoso il cui traguardo appare ancora lontano e irraggiungibile.
Il presupposto fondante del cammino evolutivo è che l'uomo, per giungere all'autorealizzazione, deve svilupparsi lungo due linee: quella della conoscenza e quella della coscienza. Queste due linee all'inizio appaiono separate, tanto da suscitare due modalità, due temperamenti diversi: il temperamento intellettuale-conoscitivo e il temperamento intuitivo-psicologico; ma le due modalità, se prese separatamente, sono incomplete e mostrano in tutta evidenza i rispettivi limiti. Il Walker così scrive al riguardo: "Se alla conoscenza viene consentito di sopravanzare il nostro essere, il risultato sarà che conosceremo nella teoria ciò che dovremmo fare, ma non ne saremo capaci, mentre se fosse il nostro essere a distanziare la conoscenza, allora ci troveremmo nella posizione di quelle persone che hanno acquisito nuovi poteri, ma non hanno alcuna idea di come impiegarli." Per una completa, totale autorealizzazione, l'uomo necessita di fondere e di integrare i due temperamenti, portando la mente ad essere al contempo strumento di conoscenza e strumento di espressione della coscienza dell'essere, ossia del Sé.
Evidentemente, quando parliamo di "conoscenza" ci riferiamo a quella delle leggi e dei principi dell'esoterismo, sulla quale soltanto può fondarsi un serio ed efficace lavoro di autorealizzazione spirituale; si tratta di leggi universali ed eterne, verità "vive", che, pur non potendo essere verificate scientificamente, possono essere provate con l'esperienza diretta, giacché possiedono un dinamismo propulsivo, una forza di trasformazione evolutiva che a ognuno di noi è dato di scoprire e utilizzare. Solo questo tipo di conoscenza teorica si trasforma in "coscienza", entra nel nostro modo di vivere, di vedere le cose, modifica radicalmente il nostro carattere, risveglia il nostro essere profondo; al contrario la conoscenza "puramente" teorica non suscita alcuna trasformazione, non attiva alcun processo evolutivo, anzi può divenire un ostacolo, può costituire una pesante zavorra che ostruisce ogni via di progresso e di evoluzione. La vera conoscenza non si riferisce alla capacità dell'intelletto di accumulare dati, nozioni, teorie e neanche alla sua facoltà di speculare e di filosofare, bensì al suo potere di "comprensione" che, pur muovendosi nel rispetto della razionalità e della logica formale, riesce a trascendere e trasformare in "saggezza" e coscienza tutto ciò che ha appreso. La comprensione, in tal senso, rispetta il suo significato etimologico di "cum-prehendere" (prendere con sé), includendo un contatto profondo con l'oggetto conoscibile e la possibilità di inquadrarlo in un orizzonte più vasto e più organico. Conoscere, e al contempo "comprendere", è il risultato di una maturazione interiore che rende l'uomo capace di trasformare le convinzioni teoriche in realizzazioni, il sapere in consapevolezza.
Quando le due modalità, quella del conoscere e quella dell'essere, si avvicinano, si passa attraverso una fase evolutiva in cui si comincia ad avvertire il bisogno di fare "tabula rasa" di tutto quello in cui si credeva prima, di liberarsi di tutte le convinzioni e di tutte le teorie a cui si era attaccati, e che adesso appaiono false, illusorie, insoddisfacenti; si vuole penetrare sotto la superficie, si desidera giungere alle radici, si intende pervenire alle cause. È una fase di "negazione" che ci porta, in seguito, a "riscoprire" le stesse verità, ma con una modalità nuova, diversa, autentica, creativa; infatti, non sono le teorie e le convinzioni che sono false e illusorie, ma è il nostro modo di avvicinarci ad esse che è condizionato e limitato dal nostro stato di incoscienza e di "identificazione".
Si racconta di un maestro zen, che così descrive a un discepolo lo stato di "illuminazione": "Prima di essere illuminato le montagne erano montagne, i fiumi erano fiumi e gli alberi erano alberi. Volli sapere e vidi che le montagne non erano montagne, i fiumi non erano fiumi e gli alberi non erano alberi. Ma poi fui illuminato e vidi di nuovo che le montagne erano montagne, i fiumi erano fiumi e gli alberi erano alberi." Dietro all'apparente logica paradossale propria dello Zen, il racconto presenta in maniera simbolica la verità dei due modi di conoscere: quello puramente razionale che si ferma alle apparenze, e quello della coscienza e dell'intuizione che si rivela dopo la negazione e permette di "riscoprire" le stesse realtà ma in maniera diversa, totale, profonda, creativa, facendole vedere come nuove, con occhi puri e innocenti, completamente sgombri dai veli dell'illusione. Con un siffatto presupposto anche il termine "esoterismo" deve essere ripensato, giacché non può essere inteso soltanto come studio di ciò che è "nascosto, celato, interiore", ma anche come possesso di un atteggiamento, di una capacità, di una sensibilità particolari che si sviluppano nell'individuo umano a una certa fase della sua evoluzione, permettendogli di penetrare nel mondo dei significati, delle dimensioni e delle cause più sottili e invisibili che si celano dietro alle apparenze fenomeniche. "Esoterismo" non è quindi soltanto un insieme di dottrine, di teorie, di leggi che riguardano gli aspetti spirituali e occulti dell'uomo, ma è anche un particolare orientamento mentale, una maturazione interiore che "capovolgono" completamente la visione della vita e del mondo. Ne consegue che il termine "esoterico" sta a indicare un particolare livello evolutivo, ed "esoterismo" un insieme di verità che possono essere veramente comprese solo da coloro che hanno raggiunto il "senso esoterico".
Ma in che cosa consiste il senso esoterico? Quali sono le qualità che contraddistinguono colui che lo possiede?
Tra le "virtù" essenziali i maestri indicano la facoltà di "discernimento", quella sorta di "sesto senso" che permette di distinguere il reale dall'irreale, il vero dal falso, l'assoluto dal relativo, l'universale dal particolare; il potere di "intuizione", ossia la capacità mentale di conoscere per immedesimazione, capacità che si rivela quando l'uomo riesce a liberarsi da tutte le illusioni, dalle sovrastrutture, dai condizionamenti, dalle cristallizzazioni; la capacità di interpretare i "simboli", il potere cioè di vedere ciò che sta dietro alle apparenze fenomeniche, di percepire l'essenza dietro la forma, di saper dare un significato a ogni aspetto esteriore della vita; la capacità di "collegare" il particolare all'universale, attraverso la quale si scopre gradualmente che tutto ciò che esiste è regolato dalla grande legge dell'"analogia" e che "come è in alto, così è in basso, come è in basso, così è in alto"; la sensibilità al mondo delle energie "sottili", che permette di penetrare oltre la forma e l'apparenza fenomenica e di acquisire la progressiva consapevolezza delle forze che agiscono e operano negli altri piani; il senso di "unità" con tutto ciò che esiste, contrassegnato dal superamento della separatezza e dell'identificazione con l'io personale.
Il principio basilare dell'esoterismo è "l'unità della vita"; è il principio comune a tutte le linee spiritualistiche, a tutte le scuole esoteriche, a tutte le religioni, e costituisce la verità madre che, pur essendo l'ultima e la più difficile da raggiungere come esperienza interiore, è tuttavia la prima da assumere, per quanto come ipotesi e come postulato da cui derivano tutte le altre verità e tutte le altre leggi esoteriche. Dice Ramacharaka: "Le varie manifestazioni della vita che noi vediamo in ogni parte dell'universo sono soltanto forme di manifestazione dell'unica vita universale che è poi manifestazione dell'Assoluto".
Immersi nel relativo come siamo e ancora inconsci della nostra vera essenza, duriamo fatica ad accettare la credibilità e la ragionevolezza di questa verità, giacché avvertiamo la nostra incapacità a conciliare nella nostra mente il molteplice e l'Uno, la parte con il tutto. Solo facendo appello alla nostra "intuizione", riusciamo ad accettarla, sia pure in parte, e se la nostra intuizione non è sufficientemente sviluppata possiamo chiedere aiuto alla nostra "immaginazione", servendoci di analogie e di similitudini. Possiamo immaginare allora di essere le cellule di un grande corpo di cui siamo parte e di cui condividiamo la vita, oppure di essere le gocce di un immenso oceano a cui apparteniamo e in cui siamo costantemente immersi; si tratta di analogie pur sempre inadeguate a darci il senso totale del nostro essere partecipi dell'"unica vita", ma di certo in grado di farci uscire dalla separatezza e dalla prigionia dell'io personale ed egoistico.
Il processo evolutivo dell'uomo si snoda dapprima come processo graduale di individualizzazione della "coscienza", attraverso il riconoscimento del "Sé" come centro di autocoscienza, e poi, in tappe progressive, come espansione sempre più ampia di questa individualità attraverso sintesi e integrazioni verso gli altri Sé, verso Dio e verso l'Universo.
Ne consegue che l'itinerario di ritorno "all'unità" presenta tre tappe fondamentali: sintesi intorno al proprio Sé, sintesi tra noi e gli altri Sé conservando la nostra individualità, sintesi con Dio e con l'Universo.
Operare la sintesi con noi stessi significa "integrare" tutti gli aspetti e tutte le funzioni psicologiche di cui siamo composti in una "unità" armonica, sotto la guida del Sé, che è un centro di sintesi, oltre che di coscienza e di amore; ne emerge la nostra vera individualità, il nostro vero io cosciente e libero.
La sintesi tra noi e gli altri, pur essendo un processo mosso da un'esigenza naturale profondamente radicata, richiede un lungo lavoro di crescita e di maturazione e presenta notevoli difficoltà, conflitti e sofferenze; l'ostacolo maggiore è rappresentato dalla non accettazione delle diversità. Il primo passo verso l'armonia con gli altri consiste pertanto nell'accettazione consapevole delle diversità, fondata sulla comprensione e sulla conoscenza psicologica dell'altro. Per i maestri la base necessaria e indispensabile su cui costruire un rapporto armonico con gli altri è "l'amore", inteso non in senso sentimentale ed emotivo, ma come sincero e vivo interesse per l'altro, come bisogno autentico di condivisione e di comprensione, e perciò come esigenza effettiva di rispetto dell'altro, di armonica cooperazione con l'altro.
Il termine "rispetto" è da intendere in senso etimologico (dal latino "respicere" = guardare da lontano), come interesse per l'altro senza invadere i suoi confini, accettando dell'altro la sua diversità, la sua libertà, il suo modo di essere. Il rapporto che ne scaturisce non solo rispetta la diversità dell'altro, ma la comprende e la esalta, provocando una integrazione tra un "io" e un "tu" attraverso uno scambio creativo che arricchisce entrambi; si produce, per usare un linguaggio caro agli addetti ai lavori, un contatto a livello del Sé, che è il solo che permette la vera unione e un risveglio di coscienza, poiché - come dice Theillard de Chardin - "lo spirito non è nell'io ma tra l'io e il tu, e l'uomo può vivere nello spirito solo quando può rispondere al suo tu".
La sintesi con Dio e con l'universo rappresenta il culmine del processo di espansione della coscienza e del ritorno all'unità perduta. I pochi privilegiati che hanno fatto questa esperienza dicono che si tratta di un vissuto "ineffabile" ma al contempo pieno di naturalezza, di autenticità, di pace, come se solo in quel momento si scoprisse il vero senso della vita e tutti gli interrogativi, tutti i dubbi, tutti i problemi trovassero finalmente una risposta.
In uno dei suoi numerosi scritti, "Il Ciclo umano", Sri Aurobindo scrive: "L'uomo è un anormale in cerca della sua normalità... L'uomo è un essere di transizione." Data l'autorevolezza dell'affermazione, non si può non convenire che tra i princìpi e le leggi che costituiscono l'insieme delle conoscenze esoteriche la "legge di evoluzione" occupa un posto fondamentale, giacché è quella che ci può fornire la chiave per la comprensione di tutte le altre leggi spirituali e del vero significato della vita. Anche sul piano profano si parla di sviluppo, di perfezionamento, di evoluzione, di autorealizzazione come di esigenze profondamente radicate nella natura umana, che, se avvertite a livello cosciente, producono una spinta irresistibile alla trasformazione, alla crescita.
I maestri sostengono che la specie umana presenta contemporaneamente persone di diverso grado evolutivo: uomini primitivi e uomini risvegliati, uomini ancora vicini al mondo animale e uomini che appartengono già a una umanità superiore; ma il maggior numero di individui è costituito da uomini in "mutazione", che non sono più animali, ma non sono ancora uomini "veri". Si tratta di persone di diverso livello evolutivo, caratterizzate da un grado maggiore o minore di coscienza, che tuttavia stanno crescendo, stanno migliorando se stesse, divenendo sempre più consapevoli del loro vero io, e che cercano la verità, aspirano a valori più alti e più autentici, si pongono degli ideali, cominciano a credere in una realtà che va oltre la materia e l'apparenza fenomenica.
In parallelo esistono uomini, ma il loro numero è esiguo, già consapevoli dello scopo e del senso della vita, già in contatto maggiore o minore con il loro Sé, che svolgono un'opera di servizio a favore dell'intera umanità nei campi più diversi: educativo, scientifico, sociale, religioso; sono questi spiriti eletti che, con il loro servizio disinteressato, con le loro vibrazioni, con la loro stessa presenza suscitano la possibilità di un cambiamento, di una "maturazione", di un "salto" evolutivo al tempo storico in cui stanno vivendo e operando. Da ciò possiamo trarre la certezza che, sebbene l'evoluzione dell'uomo sia individuale, esiste un collegamento invisibile tra tutti gli esseri umani, sulla base del quale coloro che sono più evoluti possono con le loro irradiazioni e con la forza della loro coscienza "risvegliata" contribuire a elevare il livello evolutivo dell'epoca in cui vivono. In altri termini, quanti sono già in contatto con il proprio Sé "irradiano" vibrazioni ed energie positive, grazie alle quali non soltanto esercitano un'influenza benefica su quanti hanno il privilegio di esserne consapevolmente o inconsapevolmente i diretti destinatari, ma imprimono una spinta evolutiva anche all'ambiente in cui si muovono e in cui svolgono la loro funzione sociale.
Un ostacolo al nostro lavoro di crescita e di trasformazione è costituito dalla tendenza all'"adattamento" la quale, benché conforme a una legge naturale universale, può rivelarsi un grande impedimento di fronte alla spinta evolutiva che "tende" al cambiamento, al rinnovamento, al superamento di equilibri limitanti e riduttivi; mentre a livello della materia e per i processi fisiologici la legge di adattamento è utile e positiva, in quanto muove l'organismo verso una situazione omeostatica rispetto alle variazioni dell'ambiente esterno, a livello psichico e soprattutto a livello spirituale si rivela limitante e dannosa, giacché su questo piano la nota dominante è il rinnovamento, la libertà, la creatività, il progresso verso stati di coscienza sempre più ampi ed elevati.
Da questo ostacolo si generano tutti gli altri vincoli che tendono a stabilizzare l'uomo in una sorta di equilibrio "statico" o in una situazione di "normalità", che in realtà costituiscono dei vicoli ciechi che portano a un'inerzia senza speranza, a una pigrizia soddisfatta, a un immobilismo che spegne del tutto o quasi la coscienza. Evolvere significa scegliere di uscire dal "letto di Procuste" della normalità, di junghiana memoria, e affrontare, come dicono i maestri, la "splendida e divina anormalità", altrimenti definibile come una "super-normalità". Se si vuole veramente aderire alla legge di evoluzione, occorre innanzitutto il coraggio di uscire dall'inerzia delle abitudini, dalla comoda routine dell'immobilismo e fare di ogni evento della nostra vita, di ogni sofferenza e di ogni gioia, di ogni prova e di ogni situazione un mezzo di crescita, di rinnovamento, di progresso. Se intraprenderemo la strada della crescita "consapevole", scrive Victor Frankl nel suo lavoro autobiografico "Uno psicologo nel lager", "...non chiederemo più il senso della vita, ma sentiremo di essere interrogati, come persone alle quali la vita pone in continuazione delle domande, ogni giorno, ogni ora. Domande a cui ci tocca rispondere, dando una risposta esatta, non solo in meditazione, oppure a parole, ma con un'azione, un comportamento corretto...". Evolvere effettivamente consiste, in definitiva, nel mettere in atto nella vita e nelle azioni di ogni giorno dei cambiamenti, delle testimonianze che dimostrino "praticamente" ciò che abbiamo compreso e maturato, e che ci facciano vivere nel quotidiano i risultati concreti della nostra crescita interiore.
Allorché si incomincia ad avere consapevolezza della spinta evolutiva e a fame esperienza nella propria vita come esigenza di crescita e di perfezionamento, come bisogno imperioso di entrare in contatto con il proprio Sé, non si tarda a rendersi conto che l'itinerario è lungo e arduo e che vi è un preciso lavoro da fare su se stessi, in una successione di tappe da superare e di traguardi progressivi da raggiungere. Si intuisce subito che "una sola" vita non può essere sufficiente per portare a compimento tutto il processo di autorealizzazione, e che più esistenze sono necessarie .per liberare il vero essere, la totalizzante coscienza del Sé dalla "prigione" della materia. Di qui la necessità di accettare e di comprendere nel suo vero significato il concetto di "reincarnazione", per coglierne la sua connotazione di mezzo essenziale e indispensabile che permette all'uomo di compiere tutte le esperienze e attraversare tutte le fasi necessarie al completo sviluppo della coscienza e al perfezionamento dei "veicoli personali" che devono servire al Sé per esprimersi e per realizzarsi.
La prima verità di cui non si può dubitare è che esiste un Essere supremo che governa l'universo e da cui tutto ciò che esiste proviene, e che esiste nell'uomo una scintilla divina individualizzata, altrimenti chiamata "Anima, Spirito, Sé"; essa è parte di questo Essere supremo e rappresenta la vera essenza dell'uomo, la sua realtà profonda. Ciò che si reincarna è questa scintilla divina, questo "Sé" che ciclicamente ritorna per potenziare la sua "autocoscienza" fino ad arrivare alla totalità e alla completezza, operando la "redenzione" anche della materia che lo riveste, attraverso le molteplici esperienze di vita vissute nei piani inferiori della manifestazione. Secondo quanto recita la Bhagavad Gita, "come l'uomo deponendo i vecchi abiti ne prende altri nuovi, così lo spirito, spogliandosi dei vecchi corpi, entra in altri nuovi".
A reincarnarsi non è la "personalità" (costituita dall'insieme dei tre corpi inferiori: fisico-eterico, astrale, mentale inferiore), la quale "muta" a ogni incarnazione, pur conservando nell'"atomo permanente" di ogni veicolo il risultato delle vite precedenti. A passare di corpo in corpo, dopo un intervallo più o meno lungo, è il Sé, lo spirito individualizzato; le successive vite corporali sono concatenate insieme, per usare un'immagine analogica, "come perle infilate su un filo": il filo è il principio vivente individualizzato, le perle infilate le singole vite umane.
Solo se inquadrata nell'ottica evolutiva, la teoria della reincarnazione acquista validità e credibilità in quanto, piuttosto che una comoda scappatoia dalle nostre responsabilità o una forma di compensazione alle nostre frustrazioni e ai nostri fallimenti in questa vita, diventa una conseguenza logica e naturale di un'esigenza di crescere, di sviluppare la coscienza, di esprimere tutte le potenzialità latenti nel nostro Sé. È una teoria, infatti, che si presta a errate interpretazioni, come quella di credere che ci si possa reincarnare nel corpo di un animale, o che si possa regredire a stadi inferiori; si tratta di alterazioni e deviazioni, che generano confusione e malintesi, una vera trappola che fa smarrire il vero senso della Legge di reincarnazione la quale, nell'ampio schema universale dell'evoluzione, fornisce all'uomo la possibilità di un'ascesa lenta ma continua verso la completa realizzazione del proprio Sé e di un graduale dispiegamento di tutte le sue potenzialità più alte. In questa prospettiva, anche la morte assume il suo vero significato di abbandono di un vecchio abito, che non serve più, per trovarne un altro più adatto, che permetta di fare ulteriori esperienze al fine di rispondere alle esigenze più elevate e più profonde della nostra coscienza.
L'autentico e profondo scopo della re incarnazione può essere veramente compreso e utilizzato solo quando la convinzione mentale di essa viene metabolizzata dalla nostra coscienza e si trasforma in "esperienza". Tutto, allora, ci appare sotto una luce diversa e soprattutto ci appare diverso il nostro "io", il quale si disidentifica a poco a poco dalla personalità, per acquistare una visione più ampia e distaccata e avvicinarsi sempre di più al Sé. A trasmigrare non è l'io ma il Sé, che è immutabile e immortale, e che di vita in vita diviene sempre più manifesto e più cosciente di se stesso, utilizzando i veicoli personali come strumenti di esperienza e di contatto con i tre piani inferiori della manifestazione, fisico-eterico, astrale, mentale. La personalità con i suoi tre veicoli è solo una modalità di espressione del Sé, è una sua "proiezione", e per questo non possiede una sua identità.
Per chi vuole percorrere una via evolutiva consapevole, utilizzando appieno le possibilità offerte dalla trasmigrazione corporea, risulta essenziale comprendere che l'io presente nella personalità non è che un riflesso del Vero lo, del Sé, un riflesso distorto, limitato e condizionato, e che non è il suo io personale a ritornare sulla terra, ma il Sé, che è la sua vera individualità, la sua vera essenza.
Secondo i maestri dell'esoterismo, è il nostro Sé che fa il progetto per la successiva incarnazione nell'intervallo tra una vita e l'altra, quando dopo la morte si ritira nel "corpo causale" o "mentale superiore", dopo avere abbandonato il corpo fisico-eterico, il corpo astrale e il corpo mentale inferiore. Il Sé persegue la totalità di espressione e in ogni vita percorre una tappa verso questa totalità. Il Sé è l'autore del dramma che stiamo recitando e ne è anche il regista, mentre la personalità è l'attore; del resto, il termine "personalità" trova la sua etimologia nel latino "persona", che era la maschera indossata dagli attori nell'antica Roma.
La dottrina della reincarnazione ha avuto i suoi sostenitori fin dalla più remota antichità, e non soltanto in Oriente, ma anche nell'antico Egitto, in Grecia e persino fra i Padri della Chiesa. Si può dire che, nel mondo occidentale, la credenza in questa dottrina non si è mai spenta attraverso i secoli, e la fiaccola della sua verità è rimasta sempre accesa nelle società iniziatiche, tra i filosofi, tra i poeti, tra gli studiosi e i ricercatori. Oggi, probabilmente grazie alla maggiore libertà di pensiero e di religione, e soprattutto grazie alI'innalzamento del livello culturale, un buon venti per cento delle popolazioni occidentali crede nella reincarnazione; d'altra parte, da qualche anno si stanno facendo delle serie ricerche scientifiche su casi di reincarnazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. I maestri, dal canto loro, ci avvertono che la legge di reincarnazione è stata rivelata all'uomo perché egli la utilizzi e la trasformi in un mezzo evolutivo, tenendo la presente in ogni momento della sua vita quotidiana, in ogni sua esperienza, in ogni sua prova, come stimolo di crescita, come spinta dinamica verso l'elevazione spirituale, come forza interiore per accettare il dolore, per comprendere le apparenti ingiustizie, il male, il conflitto, tutto ciò che, visto in superficie, sembra non avere un senso e una logica, in un mondo che ci appare caotico e oscuro.
Allorché, attraverso il criterio analogico, riusciamo a scoprire le sottili correlazioni tra talune grandi leggi universali con il mondo dello Spirito, avvertiamo per intuizione che tale scoperta ci conduce magicamente a una apertura di coscienza e a un cambiamento totale nel nostro modo di sentire e di considerare la realtà.
Una percezione di questa natura ha sicuramente luogo nel momento in cui riusciamo a penetrare il ruolo svolto nel mondo della manifestazione dalla Legge del Kanna, che l'esoterismo considera la "Grande Legge", giacché regola e governa l'intero mondo fenomenico a tutti i livelli e sotto tutti gli aspetti. Per il nostro sviluppo interiore lo studio e la comprensione della legge del karma sono determinanti, per il fatto che essa, in quanto legge di "causa ed effetto", produce le tendenze, le abitudini, i condizionamenti, gli automatismi inconsci. Quello che siamo oggi in senso psicologico e soggettivo è l'"effetto" di atti, di desideri, di stimoli messi in moto in vite precedenti; a livello personale, l'uomo è un insieme di "programmazioni", di condizionamenti, che egli stesso ha creato in passato con il suo sforzo, le sue necessità, la sua volontà.
All'inizio, quando siamo ancora prigionieri del relativo e incapaci di vedere la totalità, interpretiamo la legge del karma come una sorta di giustizia divina che ci premia o ci castiga a seconda della qualità delle nostre azioni, e pensiamo che vi sia un giudice supremo che tiene il conto dei nostri errori e delle nostre buone azioni per poi punirci o remunerarci. Crescendo e "maturando", ci rendiamo ben presto conto che l'uomo, anche se è soggetto alla legge del karma, è tuttavia libero interiormente, poiché in lui vi è l'lo, l'autocoscienza, il Sé, la scintilla divina che gli dà la capacità di volere, di decidere, di usare il potere di libera scelta. Il karma, allora, non viene più vissuto come cieco determinismo, come un destino inesorabile, bensì come l'effetto di cause messe in moto da noi stessi per libera scelta, e anche se inevitabilmente dobbiamo affrontarlo siamo liberi di reagire come vogliamo, in maniera imprevedibile e individuale.
Nel primo capitolo del suo libro "La Dottrina occulta", al paragrafo "Il karma umano", Georges Chevrier scrive: "Il karma di un individuo non si limita alle conseguenze delle sue azioni buone o cattive, ma abbraccia indistintamente tutto ciò che è suscettibile di creare delle tendenze, di riapparire come predisposizione nelle esistenze ulteriori. Ogni attitudine, qualunque ne sia la natura, è il prodotto di un karma... Il karma di un essere umano è tutto intero nell'insieme delle tendenze che lo portano ad agire in un senso o nell'altro, facilitando il suo compito in certe direzioni, contrariando lo in altre; a volte un aiuto, a volte un ostacolo al suo progresso." Sulla base di queste affermazioni, tutto ciò che ci viene dall'esterno ce lo siamo attirato noi con il nostro comportamento, con il nostro modo di essere; è come se avessimo creato intorno a noi un "campo magnetico" che ci attira persone, situazioni, eventi di un certo genere. Anche la famiglia in cui abbiamo la ventura di nascere è effetto di questo campo magnetico che ci attira quelle persone, quella particolare situazione, persino la materia di cui sarà composto il nostro corpo, quel determinato involucro in grado di esprimere le "programmazioni" che abbiamo creato nella vita precedente.
È una visione, questa, in cui il karma viene vissuto come un pesante fardello che ci determina, che limita la nostra libertà, che impedisce ogni nostro potere di scelta, e ciò sia per quanto riguarda il corpo fisico, condensato nell'"atomo permanente fisico"; sia per ciò che concerne gli aspetti emotivo e mentale. Non ci sembra che vi sia alcuna via di uscita.
Tale situazione drammatica è propria di quegli uomini che non hanno ancora la coscienza di un lo autonomo e individuale, che seguono i loro istinti come gli animali, che rispondono a meccanismi inconsci; sono uomini che si identificano completamente con la personalità, e perciò sono prigionieri dei loro automatismi, totalmente governati dal karma.
Completamente diversa è la situazione di coloro che, considerando l'uomo costituito da una parte materiale e da una parte spirituale, sono convinti di avere in se stessi la compresenza di due aspetti: un aspetto non libero, predeterminato e programmato, rappresentato dalla "personalità", e un aspetto libero, capace di iniziativa autonoma, spontaneo e creativo, rappresentato dal principio "spirituale", dall'Io latente, dal "Sé". Costoro sono gli uomini in grado di avviare il loro processo di "liberazione", giacché in essi è emerso in maniera stabile il centro di "autocoscienza", e i due aspetti, quello programmato e quello libero, sono nettamente distinti e separati; sono uomini consapevoli della loro dualità, ma non più prigionieri, perché hanno "afferrato" la chiave per sciogliere il determinismo, sia che provenga dai condizionamenti psicologici di questa vita, sia che abbia le sue radici nel karma di vite passate. E questa chiave è la "coscienza".
Se abbiamo il privilegio di fame parte, non restiamo più schiavi dei nostri meccanismi inconsci, non siamo più condizionati dalla "coazione a ripetere" imposta dal circolo vizioso del karma, ma siamo capaci di agire secondo libere scelte, in maniera imprevedibile, individuale, creativa. Non solo, perché abbiamo la possibilità di utilizzare il karma per la nostra crescita e la nostra realizzazione; infatti, la libertà di scelta, che si è manifestata in noi per effetto del raggiungimento del centro di coscienza, ci permette di "reagire" agli eventi e alle circostanze della vita in maniera imprevedibile e creativa. Così, se riceviamo inimicizia e odio da qualcuno per "effetto" di nostre azioni negative di vite passate, invece che reagire "meccanicamente" con ostilità e odio, seguendo l'automatismo ripetitivo del karma, rispondiamo in maniera imprevedibile con la comprensione e con l'amore, interrompendo e facendo a pezzi il "cieco" determinismo del karma.
Da queste riflessioni appare chiaro che il vero "esoterista" non può limitarsi ad accumulare nozioni intorno a teorie, dottrine e leggi spirituali, ma deve saper vivere le conoscenze direttamente nella propria coscienza e nella propria esperienza personale. È un fatto puramente interiore costruito di maturazioni e di tappe evolutive le quali, anche se non appaiono all'esterno, producono un graduale risveglio del Sé, in termini di consapevolezza e di autorealizzazione.
Oggi non sono più necessarie scuole misteriche o società iniziatiche come un tempo, giacché gli insegnamenti dell'antica sapienza e dell'esoterismo possono essere diffusi apertamente, attraverso i più disparati canali di comunicazione, anche se non tutti sono in grado di comprenderne il valore e l'autentico significato. L'opportunità di conoscerli e di utilizzarli resta, comunque, alla portata di tutti, poiché, da quanto sostengono i maestri, l'umanità intera sta attraversando una grande crisi evolutiva che produrrà cambiamenti profondi e trasformazioni collettive.

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