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libri scelti da Francesco Di Blasi

LA GRANDE PIRAMIDE E LO ZED Nuove scoperte nella Grande Piramide come fu costruita e cosa nasconde

di Mario Pincherle
Macro Edizioni
pagg. 272 - € 15,50
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L'ARGOMENTO »
CAPITOLO PRIMO - LA STORIA DELLA PIRAMIDE:

Ai "veri" Archeologi del futuro

Questo libro permetterà loro
di effettuare altre scoperte
nella Grande Piramide
La piramide di Cheope è un grande problema di pietra. Molti hanno voluto risolverlo e inutilmente hanno battuto la testa contro un muro di roccia. La piramide è rimasta chiusa e non ha svelato il suo segreto.
Dice un'antichissima leggenda araba che fu Adamo, nella notte dei tempi, a costruire la Grande Piramide e questa notizia sarebbe stata ritrovata incisa sul coperchio del sarcofago che è rinchiuso nella cosiddetta "Camera del Re", nel cuore della piramide. Ma questo coperchio non c'è e forse non è mai esistito.
La leggenda di Adamo costruttore della piramide ci fa sorridere. Tuttavia vedremo che in essa è racchiusa una lontana eco di verità.
Noi siamo abituati a pensare a tutte le piramidi come a tombe di faraoni, non esclusa la Grande Piramide che sarebbe stata la tomba di Cheope.
La maggior parte degli archeologi specialisti ci dice che non c'è nessuna ragione di pensare che la piramide di Cheope avesse scopi diversi da quello di costituire l'enorme mausoleo del faraone. È vero questo? Questa immensa costruzione, unico monumento superstite delle sette meraviglie del mondo, è dunque soltanto una tomba?
Solo una tradizione recente e pienamente confutabile ha considerato la piramide come la tomba del faraone Cheope.
Malgrado le numerose ricerche e gli studi che da centinaia di anni sono stati compiuti, la scienza antica e moderna fino a oggi non era stata in grado di dimostrare quando, da chi, come e perché venne costruita la Grande Piramide. Si è potuto accertare che questo monumento è stato costruito in base ai principi di una geometria ermetica nota soltanto a degli iniziati.
Studi più recenti sulla più antica cultura mesopotamica, quella accadica, hanno rivelato che tremila anni prima dell'era cristiana era fiorita nel medio oriente una cultura estremamente progredita, un vero improvviso scoppio di civiltà sui cui resti, sopravvissuti alle invasioni e ai cataclismi, si costruirono le culture assiro babilonesi ed egizie.
Tornando alla piramide, le più moderne indagini degli studiosi, oltre ad aver dimostrata infondata la leggenda che faceva di essa un monumento funebre, hanno mostrato molto fondata l'ipotesi che questo monumento sia stato realizzato da un popolo che proveniva da una terra lontana. Nella piramide non fu trovata la mummia del faraone Cheope né iscrizioni che potessero far ritenere costruito dagli antichi egizi questo monumento. Qualche segno geroglifico, come vedremo, è visibile nelle cosiddette camere di scarico, ma questi pochi simboli non bastano a chiarire il mistero.
Cosa rappresenta la Grande Piramide nella storia dell'umanità? Ormai molti specialisti sono d'accordo che la piramide sia un calendario cosmico e un osservatorio astronomico per la misura dell'anno solare e del grande anno sidereo dovuto al moto di precessione degli equinozi. La piramide è anche certamente una base trigonometrica, una bussola perfettamente orientata sui quattro punti cardinali: insomma è un vero osservatorio dell'universo. Ma, a parte queste convinzioni che sono ormai radicate, il mistero che circonda la Grande Piramide non era stato fino a oggi, dopo cinquemila anni dalla sua costruzione, risolto da nessuno.
In epoca più vicina a noi un'altra leggenda ci parla di un rivestimento esterno della Grande Piramide in cui, con colori vivaci, spiccavano simboli e iscrizioni misteriose e non traducibili. Lo storico arabo Abd-Al-Latif, vissuto nel tredicesimo secolo, ci dice che tutte quelle iscrizioni avrebbero riempito diecimila pagine di manoscritto.
Ma ora passiamo dalla leggenda alla storia. Che cosa ci dice l'antichità rispetto al mistero della Grande Piramide di Cheope? Talete nel VI secolo a.C. fu il primo a misurare l'altezza dell'immenso monumento in base alla sua ombra meridiana, comparandola con l'ombra della sua persona. Sono poche e frammentarie le citazioni delle opere degli autori classici che trattarono l'argomento della piramide. Possiamo ricordare Eutemero, Duris di Samo, Aristagora, Antistene, Demetrio Falerio, Demotele, Artemidoro di Efeso, Dionigi di Alicarnasso, Alessandro Polistore, Butoride e Apion. Ma il più insigne di questi scrittori è sicuramente Erodoto, che visitò la piramide nel 440 a.C.; ne vide ancora le pareti esterne rivestite con le lastre originali di pietra calcarea ben levigata le cui connessure erano quasi del tutto invisibili. Come vedremo più avanti, Erodoto ci racconta come fu costruita la piramide.
A questo proposito è bene chiarire fin d'ora che la piramide stessa al suo interno nasconde alcune centinaia di immensi monoliti di granito dalle dimensioni e dal peso eccezionali (alcuni di essi sono lunghi dieci metri e pesano circa sessanta tonnellate). Molti scrittori e perfino molti studiosi e specialisti confondono questi pochi, ma enormi e pesantissimi monoliti, coi quasi tre milioni di piccoli blocchi calcarei del peso di solo due tonnellate e delle dimensioni di circa un metro cubo, di cui è fatta la piramide. In realtà è bene tenere presente che quando si parla della costruzione della piramide e del problema relativo si intende non quello del sollevamento delle piccole pietre, molto facilmente superabile: la vera difficoltà consisteva nel sollevare i giganteschi monoliti granitici. Purtroppo dobbiamo constatare che almeno la metà degli studiosi della piramide ha confuso una cosa con l'altra: vedremo così che questi studiosi suggeriscono svariati metodi che permettono sì di sollevare e porre in opera le pietre di due tonnellate ma non i monoliti dal peso enormemente superiore.
Il metodo ricordato da Erodoto è detto dei "legni corti". Con questi "legni corti" sarebbero stati sollevati ad altezza superiore ai sessanta metri dalla base della piramide quei monoliti di granito, operazione che nessuna moderna gru potrebbe compiere. Questi famosi "legni corti" sono stati un terribile rompicapo per gli studiosi moderni e solo recentemente, in un mio sopralluogo nell'interno della piramide, ho finalmente potuto appurare, come vedremo, in cosa consistesse questo strano metodo di sollevamento.
Diodoro Siculo, lo storico della Magna Grecia vissuto all'inizio del I secolo d.C., ci dice che la piramide, al suo tempo, era ancora esternamente intatta e senza alcun segno di deperimento. Aggiunge anche che la costruzione della piramide era stata effettuata (tremila anni prima, aggiungo io) trascinando su rampe inclinate i blocchi di pietra per mezzo di slitte.
Quasi contemporaneamente Plinio il Vecchio ci descrive una scena che è identica a quelle che avvengono ai nostri giorni e che noi stessi abbiamo potuto vedere: giovani egiziani, per una piccola mancia, si arrampicavano a grande velocità sui fianchi della piramide fino a giungere sulla sommità, con grande delizia degli spettatori romani. Sembra dunque che le pietre di rivestimento esterno della piramide non fossero al tempo dei romani così perfettamente levigate e ben conservate come alcuni storici antichi hanno asserito. Plinio aggiunge che molti turisti romani visitavano la piramide penetrando al suo interno.
Un altro scrittore romano che visitò la piramide nel 24 d.C. è Strabone che, nella sua "Storia", accenna a un'entrata sul lato nord del monumento e a una "pietra girevole" che chiudeva perfettamente questa entrata in modo tale che nessuno poteva più distinguere dove fosse. L'accesso immetteva in uno stretto corridoio che scendeva verso il basso per quasi quattrocento piedi, di cui centocinquanta al di sotto del basamento della piramide. In seguito però questo passaggio non fu più trovato perché si era perduta l'esatta ubicazione di quella strana pietra girevole.
Con l'avvento del cristianesimo si perdette ogni interesse per la Grande Piramide perché gli antichi romani cristianizzati non sapevano più esattamente definire dal punto di vista religioso questo antichissimo monumento che sfuggì così alla furia iconoclasta dei distruttori dei tempi pagani, simile al furore di coloro che avevano incendiato e distrutto un'altra delle sette meraviglie del mondo e cioè la famosa e immensa biblioteca di Alessandria di Egitto che conteneva grande parte dell'antica sapienza, considerata pagana e peccaminosa dalla Chiesa imperante.
Solo con la conquista della valle del Nilo da parte degli arabi nel 640 d.C. la piramide perse quel significato di tomba sacra e non profanabile che l'aveva preservata dalle violazioni. Cheope oramai non era altro che la mummia di un infedele e la sua piramide poteva tranquillamente essere svaligiata. Si cercò di penetrare all'interno, spinti dalle antiche leggende che tramandavano che nella piramide fossero nascosti immensi tesori che il faraone morto vi avrebbe fatto accumulare. I musulmani, nel corso delle indagini astronomiche culminate con la traduzione dell'"Almagesto di Tolomeo avevano appreso che all'interno della Grande Piramide, in un luogo segreto, sarebbero state nascoste e conservate fin dalla più lontana antichità le mappe del cielo e della terra. In quel medesimo nascondiglio antiche leggende tramandavano la presenza di tesori nascosti, di armi forgiate con metalli inossidabili e oggetti trasparenti realizzati in vetro leggero e flessibile. Al IX secolo d.C. queste voci si erano talmente radicate che il capo dell'Egitto di allora, il califfo Al-Mamun, protettore delle scienze, radunò una schiera di ingegneri, muratori e operai per dare l'assalto alla Grande Piramide e per scoprire il suo segreto.
Era l'anno 820 d.C.. Cominciarono a fare sondaggi nella parete nord, là dove si diceva fosse la famosa pietra girevole. Questa ricerca non fu coronata dal successo, allora AI-Mamun ordinò di perforare la piramide. Con acidi corrosivi e col fuoco del legno di ulivo a poco a poco le pietre calcaree cedettero e si sgretolarono: andò aprendosi una profonda strada all'interno della piramide. Finalmente, quando ormai sembrava che l'interno fosse tutto massiccio (la galleria scavata era già profonda trenta metri), ecco che i colpi sulle pietre del fondo rivelarono un vuoto. Gli scavatori penetrarono così in quel corridoio discendente che tanti secoli prima Strabone aveva descritto. I primi che scesero in questo lungo e buio corridoio per poco non furono travolti da una immensa pietra che piovve giù da una cavità del soffitto svelando una specie di porta di granito che sembrava tappare una botola d'ingresso al tanto cercato nascondiglio. Ma il granito non cedette: era durissimo e resisteva ai colpi degli scalpelli di acciaio degli operai arabi. Il Califfo, deciso a continuare la sua impresa a ogni costo, ordinò di scavare un nuovo cunicolo nella tenera pietra calcarea, rasente al duro granito. La cosa non fu facile perché la porta di granito non era una vera porta. Si trattava in realtà di tre immensi tappi e ognuno di essi era lungo un metro e mezzo. Finalmente l'ostacolo fu aggirato e gli escavatori si trovarono in un altro corridoio stretto e basso come il primo ma che saliva verso l'alto. Si arrampicarono su per una trentina di metri e improvvisamente lo stretto corridoio sboccò in una immensa galleria. Le fiaccole non riuscivano a illuminarne il soffitto. Una moltitudine di pipistrelli destati dai rumori e dalle luci volarono da tutte le parti. Questa grande galleria saliva, ma subito la salita si interrompeva perché nel pavimento inclinato si apriva uno stretto corridoio orizzontale che terminava in una grande camera rettangolare dall'alto soffitto a doppio spiovente. Questa camera era desolatamente vuota, senza un segno, senza un'iscrizione. Sulle pareti brillava stranamente una incrostazione di sale luccicante. In questa camera sembrava esserci un'antica porta, murata, e allora gli scavatori cercarono di smurarla togliendo parecchie pietre, ma non trovarono altro che un muro assolutamente impenetrabile. Quegli arabi che intanto erano saliti lungo la grande galleria appoggiandosi a due strane rampe laterali in cui apparivano misteriose fossette e nicchie a distanza regolare (circa un metro l'una dall'altra), dopo una cinquantina di metri di ascesa si trovarono a dover superare un alto gradino. Raggiunsero così un pianerottolo e, strisciando per un basso ingresso, si trovarono davanti a delle paratoie di pietra che evidentemente fin dall'antichità erano scese dall'alto e si erano spezzate. Fu facile superarle. Con una fiaccola illuminarono un immenso salone. Si aspettò il Califfo che volle entrare per primo. Si pensava che quella fosse la sala del tesoro. AI-Mamun col cuore in tumulto entrò. Il salone, lungo dieci metri, largo e alto la metà era completamente vuoto e tutte le sue pareti, di lucido granito rossastro, erano lisce e nude, senza nemmeno un'iscrizione. Quasi al centro della sala stava una grande "mangiatoia" che sembrava di marmo macchiettato rosso scuro: non aveva coperchio e anche questa era desolatamente vuota. Di tesori nemmeno l'ombra. Forse fu il Califfo stesso a fare spargere leggende per rifarsi della delusione e dello smacco subìto.
Ecco cosa dice un famoso manoscritto arabo intitolato "Le Murtadi - Descrizione delle scoperte fatte dai mussulmani nella sala detta del Re nella Grande Piramide di Cheope":

Coloro che entrarono per violare la tomba videro una statua di uomo, di pietra nera, e una statua di donna, di pietra bianca, d'un tipo fisico assai diverso da quello degli antichi Egizi. Tali statue erano ritte sul loro piedistallo, una armata di lancia, l'altra di arco: in mezzo a loro c'era il grande sarcofago che sembrava tagliato nel cristallo rosso... lo si riempiva di acqua e poi lo si ripesava ed esso pesava pieno tanto quanto pesava vuoto.

Questo racconto fantastico poi prosegue specificando che quello era il nascondiglio in cui stava celata "una forza tale da distruggere il mondo". Nel manoscritto si narrano poi di altri strani episodi: "I profanatori della tomba di Cheope, appena entrati nel salone del sarcofago, furono atterriti dalle strida di uno strano automa, un grande gallo meccanico costruito in oro rosso, che, entrato in funzione inspiegabilmente, batteva le ali e gridava destando nella sala e nei corridoi terribili echi."
Questa leggenda non è poi tanto inverosimile se si pensa che nel Medio Evo alcune tribù di nomadi beduini vendevano ai turisti galli meccanici che gridavano e battevano le ali e che evidentemente dovevano aver copiato da qualche modello...

(continua)
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