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LE BENEDIZIONI DI GIACOBBE E DI MOSÈ
di Alessandro Conti Puorger
per Edicolaweb


In questa rubrica con rigore e passione porto avanti l'idea di cui ho detto diffusamente in "Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche" che fa pervenire a testi nascosti sotto i segni ebraici originali, perché questi, grazie a puntature applicate oltre che come fonemi, sono però leggibili anche come segni separati per le immagini che sottendono; vale a dire sono segni e disegni.

Per decriptazione quelle pagine si aprono con le regole di un metodo antico, inserite in "Parlano le lettere", ma registrato presso la SIAE dal gennaio del 1998 in apposito testo editato solo in copie per uso personale.
Vado così a cercare pagine nascoste nel canone biblico ebraico, non per curiosità esoteriche, gnostiche o alchemiche, ma come ricerca e modo personale di scrutare le Scritture che riguardano l'epopea del Messia e sono costante conferma della testimonianza nella fede nella risurrezione di quegli antichi autori.
I risultati di questa tensione, che considero dono di Dio, resta peraltro nascosta ai più e si attua così che: "Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili." (Sal. 77,19)
Il metodo, oltre che importante contributo per sondare i testi biblici, palesa che tali antichi scritti sono predisposti a messaggi che superano le parole, e ciò è utile anche per chi è ai primi approcci con la Bibbia, perché può apprezzare la densità del supporto ed essere così consapevole che ciò che legge è frutto di sapienza sopraffina, ricca e sovrabbondante.

LE BENEDIZIONI DI GIACOBBE (Genesi 49)
Nella ricerca delle tracce dell'idea del Messia nella Torah, seguendo temi paralleli con i criteri di cui è detto in "Il vino nella Bibbia: causa d'incesti e segno del Messia", mi sono più volte imbattuto nelle Benedizioni di Giacobbe, inserite nel capitolo 49 del libro del Genesi, ove sono narrati gli ultimi momenti terreni di Giacobbe - Israele.
Giacobbe assieme agli altri due patriarchi, Isacco suo padre e Abramo suo nonno, è con Mosè - discendente della tribù di Levi, uno dei 12 figli di Giacobbe - le colonne su cui poggia l'ebraismo e sono così nel canone ebraico nominati frequentemente: Abramo 175 volte, Isacco 111, Giacobbe 347, Mosè 768.
A questi, vissuti tra il XVIII e il XIII secolo a.C. è fatto risalire il patrimonio della particolare alleanza ed eredità tra Dio e coloro che appartengono al popolo eletto, cui siamo anche noi associati e coeredi, considerato che come li ha definiti Giovanni Paolo II sono "i nostri fratelli maggiori".
Importanti momenti da indagare, perciò, sono proprio quelli del passaggio delle consegne ai discendenti prima della dipartita.
Particolarmente indicativo per sancire un passaggio d'eredità è di solito il momento della morte d'una persona e, se è nel pieno delle proprie facoltà, lascerà scritto un testamento e le parole che dice in ultimo sono pregne di significati per i cari che lo ascoltano e resteranno indelebili nella propria memoria.
Nel Libro del Genesi al Cap. 49 si trovano, appunto, le "Benedizioni di Giacobbe" ai figli e nel Cap. 50 c'è il racconto della sua morte; del pari, nel libro del Deuteronomio al Cap. 32 c'è il Cantico di Mosè, al Cap.33 si trovano "le Benedizioni di Mosè" ed, infine, al Cap. 34 è raccontata sua fine terrena.
È così da ritenere che prima di lasciare la scena di questo mondo Giacobbe e Mosè, abbiano consegnato messaggi e mandati ai con quei brani poetici riportati nella Bibbia e questi messaggi nella sostanza debbono essere simili.
Vedremo nel seguito se il confronto porta in evidenza motivi associativi più profondi rispetto alle sole circostanze comuni, di là dai chiari accostamenti delle vicende dei due eventi che per redazione, però, sono invertiti rispetto al racconto, in quanto il testo del Deuteronomio su Mosè, in effetti, è più antico di quello del Genesi su Giacobbe.
Prima di iniziarne l'esame, ricordo che Giacobbe muore in terra d'Egitto, ove con tutti i suoi eredi avevano trovato accoglienza grazie al figlio Giuseppe divenuto vice faraone e che là i discendenti, cambiate le sorti per mutata dinastia dei faraoni, divennero schiavi e furono riportati da Mosè liberi fuori dell'Egitto 430 anni dopo il loro ingresso.
Il racconto di Genesi 49 suscita curiosità ed interrogativi in quanto non riguarda solo il commiato d'un padre dai figli con la consegna di un'eredità cromosomico generazionale, ma vi è qualcosa di più.
In quel passo si attua, in primis, il passaggio della benedizione che un uomo eletto ha ricevuto da Dio con la relativa eredità spirituale ed avviene la consegna ai figli di un patto e di una missione profetica per le nazioni.
L'ebraismo in un midrash osserva: "Giacobbe nostro padre non è morto!"
È ciò uno slancio, una pia idea o in altri termini s'esprime detto di Cicerone che "la vita dei morti è nella memoria dei vivi", in quanto Giacobbe - Israele effettivamente vive attraverso i figli ed il popolo che ha originato.
Aldilà d'ogni considerazione religiosa che implica la vita oltre la morte e la risurrezione, la risposta deve ricavarsi dal testo, perché le tradizioni ebraiche di solito hanno radici in particolari letture dei libri sacri.
Nelle parole di quel racconto non c'è chiusura d'una vita, ma prosecuzione.
Il versetto che conclude quella pagina, dice: "Quando Giacobbe ebbe finito di dare questo ordine ai figli, ritrasse i piedi nel letto e spirò e fu riunito ai suoi antenati." (Gen. 49,33)

Per "spirò" è usato il termine da "spirare", che però ha attinenza col radicale "affaticarsi" con i segni può leggersi "essere stato di corsa/cammino ad agire ", o "fu di spalle a vedersi " come se si fosse allontanato per riunirsi ai suoi antenati, così una dipartita più che una morte, in quanto c'è il senso di camminare con quella lettera ghimel .
Ritrasse i piedi nel letto come se questo fosse una lettiga - ed in effetti, il termine usato ha in sé anche la possibilità d'una tale traduzione - per partire per un viaggio nell'immaginario collettivo dei tempi storici dell'evento, grazie alla cultura egizia nel cui ambito è inserito l'episodio.
Lo stesso termine , e non può essere un caso, è stato usato anche per Abramo (Gen. 25,8) e per Isacco (Gen. 35,29) nei cui riguardi sussistono in contemporanea entrambi i verbi, "spirò e morì", ma non come evento definitivo, in quanto mitigato anche per loro da quel "fu riunito ai suoi antenati" tra cui ricordo che v'è Enoch "Poi Enoch camminò con Dio e non fu più perché Dio l'aveva preso." (Gen. 6,24)

Il morire , perciò, non è visto come "vita portata a finire " ma come "vita portata al termine/segno " e quindi con un diverso proseguimento avendo finito il compito del suo viaggio in terra.
Prima si cammina tra gli uomini, dopo si parte per camminare con Dio.
Con Giacobbe c'è di più di quel detto di Cicerone, perché evidentemente è stato trasmesso il messaggio che si vince la morte.
La fede che la vita continui dopo la morte è stata trasmessa dall'ebraismo nella storia e da quel ceppo, ormai da duemila anni, un terzo dell'umanità, di ogni popolo, lingua e nazione, asserisce nel proprio credo che tale speranza s'è concretata essendosi attuata una profezia di Giacobbe: "Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli" (Gen. 49,10).
Uno della sua discendenza, perché nato da Maria era ebrea, che ha rispettato il patto, Dio l'ha confermato col segno della vittoria sulla morte.
Di quella profezia il testo esterno di questa pagina non sembra parlare oltre, ma se si segue il filo d'Arianna, il labirinto di quei versetti ci porta al superamento della morte, messaggio in quelle pagine contenuto.
Al versetto 18 di queste benedizioni, infatti, si legge: "Io spero nella tua salvezza, Signore!" (Gen. 49,18)


È un versetto strano, perché è fuori del contesto che lo contorna, quasi la punta d'un iceberg il cui candore splendente si staglia su un blu d'un mare profondo e fa nascere l'idea che sotto vi siano basi più ampie.
Quel versetto chiama all'attenzione per la parola "salvezza" che con diversa vocalizzazione è il nome di Gesù, ossia Yeshua.
Questo nome ha molti riferimenti espliciti nel testo ebraico nelle forme:
  • è usato 30 volte;
  • è usato 216 volte;
  • è usato 47 volte;
(Spesso si trova pure unendo una fine di parola l'inizio dell'adiacente.)
Una lettura che si può fare con il mio metodo è: "La potenza 12 Gesù a tutti della rettitudine a versare porterà stando in croce essendo Iahwèh ."

Ciò porta a pensare che la pagina dica di più su tale soggetto, perché i testi nascosti come s'è verificato in molteplici altri casi riguardano in genere l'epopea del Messia.
Lì, in quella "salvezza", con l'inserimento di un nome al posto di un verbo (in ebraico "Dio salva" è appunto Yeshuà = Gesù) c'è una chiave del passaggio dall'ebraismo al cristianesimo.
Molte profezie sul Cristo si possono, infatti, trovare se s'inserisce questa possibilità, che apre altre vie per letture meditate.
L'idea che "Giacobbe nostro padre non è morto" ha fatto presa in modo radicale nel Cristianesimo, in quanto i Vangeli sinottici riportano che Gesù, il Risorto, nel sostenere la realtà della risurrezione afferma la stessa idea del midrash, che i patriarchi sono vivi a tutti gli effetti:
  • "Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi." (Mt. 23,31.32)
  • "A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è un Dio dei morti, ma dei viventi!" (Mc. 12,26.27a)
  • "Che poi i morti risorgono lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui." (Lc. 20,37.38)
Il Vangelo di Matteo, nei riguardi dei patriarchi segnala che alla morte di Gesù in croce: "Il velo del Tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti." (Mt. 27,51-53).
(Per queste dirette testimonianze dei Vangeli, i Patriarchi con tutti i giusti definiti nell'A.T., sono inseriti tra i Santi dalla Chiesa Cattolica.)

Sul momento della morte in croce di Gesù così s'esprimono i Vangeli:
  • Matteo (27,50), "E Gesù, emesso un alto grido spirò";
  • Marco (15,37), "Ma Gesù, dando un forte grido spirò";
  • Luca (23 46), "Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Detto questo spirò.";
  • Giovanni (19,30), "E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: Tutto è compiuto! E chinato il capo, spirò."
Sono perciò concordi, "spirò", con termini che implicano di non fermarsi al semplice morire, in linea col libro del Genesi per Giacobbe, ma per "spirò" i Vangeli usano verbi diversi ma tutti concordi in quanto concordanti con un'emissione dello spirito (pneuma):
  • "expiravit" eipwn expneusen (in Marco e Luca),
  • "emisit spiritum" ajh-cen to pneuma (in Matteo),
  • "tradidit spiritum" paredwceu to pneuma (in Giovanni).
Dio benedì l'umanità (Gen. 1,28), poi Noè (Gen. 9,1), indi chiamò Abramo cui promise una particolare benedizione (Gen. 12,1-3) che poi dal re-sacerdote Melchisedek gli fu rammentata profeticamente (Gen. 14,19.20).
La benedizione si trasformò in alleanza (Gen. 16,18), confermata ed estesa alla discendenza (Gen. 17,4-8), ed in tale occasione Dio mutò il nome ad Abram in Abraham, poi benedì Isacco, figlio d'Abramo e Sara (Gen. 26,24).
Questi benedì il figlio Giacobbe, che carpì la benedizione spettante al fratello Esaù (Gen. 27,27-29), ma la benedizione però gli fu confermata nell'episodio del sogno della scala con gli angeli che salivano e scendevano (Gen. 28,13-15), infine Dio gli apparve e lo benedì e gli cambiò anche il nome da Giacobbe in Israele (Gen. 35,9-12) ed il fatto che Dio attribuisca un nome è garanzia d'eternità.
A Giacobbe nel sogno della scala fu fatta la promessa "E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte nazioni della terra." (Gen. 28,14).
La benedizione riguarda ora tutti i circoncisi ed i battezzati, che toccati in vario modo dalla luce di Cristo-Messia, sono innestati nell'Israele di Dio.
Questo Capitolo 49 del libro del Genesi suggerisce così che Giacobbe ha profetizzato sul futuro ed ha chiesto ai figli di conservare fedeltà a Dio, infatti così inizia (Gen. 49,1.2).

"Quindi Giacobbe chiamò i figli e disse: Radunatevi perché:
  • io vi annunzi quello che vi accadrà nei tempi futuri.
  • ascoltate, figli di Giacobbe, ascoltate Israele, vostro padre!"
Qui, il testo del Genesi, di molto posteriore a quello del Deuteronomio, volutamente evidenzia che i figli d'Israele di fatto hanno accolto quell'eredità anche se il padre in questa pagina profetica ha immagini spesso critiche e non tenere per vari di loro, come a dire che la missione d'essere profeti e sacerdoti per il mondo travalica buonismo ed aspetti umani.
C'è una parola che scuote da millenni fin nelle midolla l'uomo di fede ebraica ed è ascolta=shemah= .
Questo, infatti, è il popolo dell'ascolto.
Il "credo " d'Israele inizia proprio con quella parola.
Volutamente questa pagina sulla morte di Giacobbe vuole essere così un'anticipazione suggerendo una vocazione profetica all'ascolto già nel padre fondatore delle tribù. (La parola "ascolta" nella Bibbia ebraica si trova 337 volte e 180 nella forma "ascoltate" )

Ogni pio ebreo, così, mattina e sera ed in ogni occasione importante, risponde col credo d'Israele, lo Shemah: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze." (Deut. 6,4.5)
Queste parole sono anche per i Cristiani a base del rito del battesimo che è l'atto d'ingresso nel nuovo patto dell'alleanza.
Prima d'essere cristiano si è, infatti, "catecumeno", ossia "ascoltatore", nel senso totale della parola, cioè attenti - con tutti i ricettori fisici, razionali e spirituali - a Dio, che parla con i fatti nella storia personale e generale, imparando ad essere conseguente, cercando di attualizzare quanto ricevuto.
Al momento del battesimo tra celebrante che interroga e catecumeno presentato dai padrini c'è questo colloquio: "Che cosa vuoi dalla Chiesa di Dio?" - "Il battesimo" - "Che ti dà il battesimo?" - "La vita eterna" - "Se vuoi la vita eterna: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze e il prossimo tuo come te stesso. Fai questo e vivrai!"

Il Deuteronomio (6,6-13), dopo i primi versetti dello Shemah prosegue: "Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e gli scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti... guardati dal dimenticare il Signore che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile."

È da considerare, perciò, che vi è stretto collegamento tra questo brano ben noto del Deuteronomio ed il pensiero dell'autore del Genesi, che con quell'invito all'ascolto di Giacobbe da parte dei figli implica anche la profezia dell'uscita dall'Egitto.
Se ne coglie l'evidente voluta traccia col racconto nel capitolo successivo dei funerali di Giacobbe che, entrato in Egitto da povero pellegrino, è riportato come un principe dal figlio Giuseppe, viceré d'Egitto, nella terra di Canaan per essere sepolto nella grotta di Macpela assieme ai suoi antenati (Gen. 50), profezia perciò della fine dell'esilio d'Egitto.
Ciò è chiesto esplicitamente da Giacobbe alla fine delle benedizioni: "Poi diede loro quest'ordine: Io sto per essere riunito ai miei antenati: seppellitemi presso i miei padri nella caverna che è nel campo di Efron l'Hittita, nella caverna che si trova nel campo di Macpela di fronte a Mamrè, nel paese di Canaan, quella che Abramo acquistò con il campo di Efron l'Hittita come proprietà sepolcrale. Là seppellirono Abramo e Sara sua moglie, là seppellirono Isacco e Rebecca sua moglie e là seppellii Lia. La proprietà del campo e della caverna che si trova in esso proveniva dagli Hittiti. Quando Giacobbe ebbe finito di dare questo ordine ai figli, ritrasse i piedi nel letto e spirò e fu riunito ai suoi antenati." (Gen. 49,29-32)

In definitiva dice il brano dello Shemah del Deuteronomio, come c'è un Dio solo per Giacobbe, così un unico Dio è per noi tuoi figli, il che è conferma che l'eredità è passata a pieno, e che ha dato frutto la benedizione di Giacobbe.
Questi sono i versetti di profezia, voto, augurio ed annuncio relativi a ciascun figlio, capostipite d'una delle dodici tribù d'Israele.

Ruben, tu sei il mio primogenito, il mio vigore e la primizia della mia virilità, esuberante in fierezza ed esuberante in forza. Bollente come l'acqua, tu non avrai preminenza, perché hai invaso il talamo di tuo padre e hai violato il mio giaciglio su cui eri salito.
Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli. Nel loro conciliabolo non entri l'anima mia, al loro convegno non si unisca il mio cuore. Perché con ira hanno ucciso gli uomini e con passione hanno storpiato i tori. Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele! Io li dividerò in Giacobbe e li disperderò in Israele.
Giuda, te loderanno i tuoi fratelli; la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici; davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre. Un giovane leone è Giuda: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi oserà farlo alzare? Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a scelta vite il figlio della sua asina, lava nel vino la veste e nel sangue dell'uva il manto; lucidi ha gli occhi per il vino e bianchi i denti per il latte.
Zàbulon abiterà lungo il lido del mare e sarà l'approdo delle navi, con il fianco rivolto a Sidòne.
Issacar è un asino robusto, accovacciato tra un doppio recinto. Ha visto che il luogo di riposo era bello, che il paese era ameno, ha piegato il dorso a portar la soma ed è stato ridotto ai lavori forzati.
Dan giudicherà il suo popolo come ogni altra tribù d'Israele. Sia Dan un serpente sulla strada, una vipera cornuta sul sentiero, che morde i garretti del cavallo e il cavaliere cade all'indietro. Io spero nella tua salvezza, Signore!
Gad, assalito da un'orda, ne attacca la retroguardia.
Aser, il suo pane è pingue: egli fornisce delizie da re.
Neftali è una cerva slanciata che dà bei cerbiatti.
Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe; germoglio di ceppo fecondo presso una fonte, i cui rami si stendono sul muro. Lo hanno esasperato e colpito, lo hanno perseguitato i tiratori di frecce. Ma è rimasto intatto il suo arco e le sue braccia si muovono veloci per le mani del Potente di Giacobbe, per il nome del Pastore, Pietra d'Israele. Per il Dio di tuo padre - egli ti aiuti! e per il Dio onnipotente - egli ti benedica! Con benedizioni del cielo dall'alto, benedizioni dell'abisso nel profondo, benedizioni delle mammelle e del grembo. Le benedizioni di tuo padre sono superiori alle benedizioni dei monti antichi, alle attrattive dei colli eterni. Vengano sul capo di Giuseppe e sulla testa del principe tra i suoi fratelli!
Beniamino è un lupo che sbrana: al mattino divora la preda e alla sera spartisce il bottino.
Tutti questi formano le dodici tribù d'Israele, questo è ciò che disse loro il padre, benedicendoli; egli benedisse ognuno con una benedizione particolare.

Il perché dei significati dei nomi delle 12 tribù si ricava da Gen. 29,33-30,24.
Ogni tribù poi possiede un simbolo, associato alla varie benedizione ricevuta da Giacobbe in Gen. 49 e/o da Mosè in Deuteronomio 33.
I simboli, che apparivano anche sui loro vessilli o stendardi, sono:

BENIAMIN: un lupo Gen. 49,27.
ASHER: un olivo, "e tuffi i suoi piedi nell'olio" Deut. 33,24b.
GAD: delle tende; Gad, leggendone i segni si ha il predicato "in cammino protegge ", ossia una tenda; perché la sua sede era in Trasgiordania ai confini con i nomadi.
NAFTALI: una cerva Gen. 49,21.
DAN: un serpente Gen. 49,17.
ZEVULUN: una nave Gen. 49,13.
ISSAKHAR: un asino Gen. 49,14.
YEHUDA: un leone Gen. 49,9.
SHIMON: una spada, o una fortezza, Gen. 49,5b "strumenti di violenza sono i loro coltelli".
LEVI: il pettorale con le pietre preziose, segno sacerdotale Deut. 33,8-11.
REUVEN: sole nascente o mandragora, per il racconto in Gen. 30,14-16.
Figli di GIUSEPPE: EFRAIM, un grappolo d'uva e MENASHE una palma; cioè "il meglio dei prodotti del sole" Deut. 33,14.

Nel 722 a.C. la Samaria ed il regno del Nord furono conquistati dagli assiri e gli abitanti furono portati in esilio.
Il destino di questi ebrei resta in gran parte ignoto e si parla di loro come delle "dieci tribù perdute d'Israele".
Nel 598 a.C. la Giudea fu invasa da dai babilonesi di Nabucodonosor e anche questi figli d'Israele furono mandati in esilio in Babilonia, quindi Gerusalemme fu posta sotto assedio nel 586 a.C. e rasa al suolo.
Dopo conquista di Babilonia nel 538 a.C. da parte dei persiani, il re Ciro permise a tutti i popoli conquistati di far ritorno alla propria terra e circa 50.000 ebrei tornarono in Giudea, mentre molti rimasero dov'erano, visto che s'erano ormai radicati nel nuovo paese.
Per la ricostruzione del Tempio passarono molti anni.
Il secondo Tempio di Gerusalemme fu, infatti, consacrato nel 516 a.C. e da quel momento si passò dall'ebraismo antico al giudaismo.

Tornando all'esame di Genesi 49, pur se non vi sono riferimenti espliciti al vocabolo che definisce il Messia, nel testo esterno c'è un senso d'attesa, un pathos su quanto dovrà avvenire ed una tensione alla salvezza che viene dal Signore, come se le benedizioni fossero una ragnatela che incapsula un racconto più importante che quelle stesse parole nascondono.
Il Capitolo 49 del Genesi riporta che Giacobbe chiese a suo figlio Giuseppe, vice faraone, di farlo seppellire in terra di Canaan, come poi avverrà ad Ebron, com'è raccontato nell'ultimo capitolo del Genesi.
Il fatto che Giacobbe fu imbalsamato (Gen. 50,2) ricorda al lettore che quest'avvenimento è avvenuto in Egitto e l'immaginazione porta a quei luoghi, tempi, alla scrittura per immagini, al fatto che la cultura ebraica v'è stata a contatto intimo, con d'Abramo che andò e tornò dall'Egitto, con Isacco che abitava ai confini, con Giacobbe di cui stiamo dicendo, e con i figli che poi vi risedettero per 430 anni.
L'episodio delle "benedizioni" è avvenuto nel XVII secolo a.C., forse sotto la XV dinastia dei faraoni dei governatori Hyksos, che sono ricordati in quanto letto col riferimento all'acquisto da parte d'Abramo della caverna di Macpela.
Tra i re Hyksos (1730-1530 a.C.) contemporanei dei faraoni sovrani di Tebe (1655-1522 a.C.), c'è un Yaqub-Har contemporaneo di Rahotep.
Gli Ebrei erano conosciuti come gli Apiru - 'pr; il passaggio da 'pr a 'br = = Ebreo il passo è breve.

Thutmosis III (1490-1436 a.C.) nella campagna Siriana, attraversato l'Eufrate, conquistò Joppe con sotterfugio del generale Gehuty, raccontato nel papiro 500 Harris; 200 soldati entrarono in città nelle ceste e si parla d'Apiru.
Di questi, si trova traccia anche nelle iscrizioni di tombe del profeta d'Ammon Puiemra (TT39) e dell'araldo Antef (TT155), con funzioni di vignaioli.
Amenhofis II 1436-1418 a.C. per una rivolta nella regione di Naharina inviò due spedizioni contro i Mitanni; tra i prigionieri fatti in tale occasione appaiono anche 3600 Apiru.
Questi sono segnalati nel XIX secolo a.C. in Cappadocia, nel XVIII a Mari, poi ad Alalah, erano gli Ebrei di cui parlano anche alcune tavolette d'Amarna, che s'integravano nelle società cui si accostavano nelle loro migrazioni.
Gli ebrei non si erano però integrati con gli Hittiti che praticavano la cremazione dei corpi su grandi pire, mentre Abramo, Isacco e Giacobbe furono deposti nella grotta di Macpela e come abbiamo testé considerato Giacobbe di cui si parla s'era di fatto integrato nella cultura egizia in quanto fu mummificato.
Erodoto così descrive la mummificazione: "Prima di tutto, servendosi di un ferro ricurvo, estraggono il cervello attraverso le narici, in parte, appunto, estraendolo con questo mezzo; in parte, versandovi dentro un liquido con delle droghe. Poi, con un'aguzza pietra d'Etiopia, praticano nell'addome un'incisione, dalla quale estraggono tutti gli intestini e, dopo averli purificati e lavati con vino di palma, li trattano di nuovo con aromi pestati. Poi, riempita la cavità del ventre di mirra pura tritata, di cannella e degli altri aromi, tranne l'incenso, lo ricuciono. Fatto questo, disseccano il corpo, tenendolo coperto con nitro per settanta giorni: non devono lasciarcelo di più. Quando sono trascorsi i settanta giorni, lavato il cadavere, n'avvolgono tutto il corpo con strisce tagliate di un lenzuolo di bisso, spalmandole nella parte interna di gomma, che gli egiziani usano invece della colla. Quindi i parenti, dopo averlo ricevuto, fanno fare una bara di legno in forma umana, vi pongono dentro il morto e, così chiuso, lo custodiscono gelosamente in una camera sepolcrale, collocandolo diritto contro una parete." (Hist. II, 86)
La rimozione degli organi interni escludeva il cuore considerato sede dell'intelligenza e della forza vitale, com'è nell'idea degli autori biblici che vi considerano anche i sentimenti, la coscienza, l'amore, il pensiero.
Il cervello era estratto attraverso il naso e gettato via, ed i restanti organi erano depositati in vasi "i canopi", la salma poi era riempita e coperta di natron (carbonato di sodio) secco e viene disidratata per 40 giorni, indi riempita di lino con resina, natron e aromi, le cavità chiuse e tutto ricoperto di resina avvolto in bende, con amuleti nei vari strati.
L'operazione durava 72 giorni ed al riguardo il racconto del Genesi è preciso e richiama questa procedura: "Allora Giuseppe si gettò sulla faccia di suo padre, pianse su di lui e lo baciò. Quindi Giuseppe ordinò ai suoi medici di imbalsamare suo padre. I medici imbalsamarono Israele e v'impiegarono 40 giorni, perché tanti ne occorrono per l'imbalsamazione. Gli Egiziani lo piansero 70 giorni." (Gen. 50,1-3)

Il racconto, che poi termina con la morte dello stesso vice faraone Giuseppe, fa presente che anche questi fu imbalsamato com'era d'uso in Egitto: "Giuseppe morì all'età di centodieci anni; lo imbalsamarono e fu posto in un sarcofago in Egitto." (Gen. 50,26)
Il libro dell'Esodo, infatti, al proposito aveva detto: "Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mare Rosso. Gli Israeliti, ben armati uscivano dal paese d'Egitto. Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto giurare solennemente gli Israeliti: Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa." (Es. 13,18-20) ed il libro di Giosuè precisa: "Le ossa di Giuseppe, che gli Israeliti avevano portate dall'Egitto, le seppellirono a Sichem, nella parte della montagna che Giacobbe aveva acquistata dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d'argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuta in eredità." (Giosuè 24,32 32)
È noto che in Egitto le casse che contenevano le mummie erano plurime, simili a matriosche, in legno di sicomoro (Sycomorus) coltivato perché tenero e resistente atto a fare anche statue e mobili. (In Israele cresceva nella pianura di Sefela (1Re 10.27) e nella depressione del Giordano davanti a Gerico (Vedi Zaccheo in Lc. 19,2-4).
Tutto ciò da forza a quanto in appresso.
Era uso accompagnare il morto con un testo magico contenente, inni e preghiere con cui si proteggeva l'anima (Ka) nel viaggio per unirsi ai padri; con questi testi l'anima scacciava i demoni che le volevano impedire il viaggio e superava le prove del tribunale d'Osiride.
Siamo nel periodo che i testi funerari detti "libri dei morti " che cominciavano a venire scritti su papiri ed erano posti nei sarcofagi, mentre prima si dipingevano su questi - testi dei sarcofagi - e ancora prima, dalla VI dinastia in dietro, erano dipinti sulle pareti delle stanze interne delle piramidi, "testi delle piramidi".
Credo, perciò, che a quel patriarca fosse spettato un libro dei morti che facesse presente la sua fede nella risurrezione e che così le parole esterne delle "Benedizioni" siano come il testo che sarà stato messo nel suo sarcofago e che è da leggere come un papiro egiziano e decriptato.
Almeno così vuol far credere l'autore del Genesi, che riporta "le esatte parole" del patriarca, come se queste fossero state trascritte da qualche parte.
È chiaro allora che quel messaggio, se c'è, porta un atto di fede completo su quanto s'attende chi si consegna al suo Creatore per compiere quel viaggio.
Il Libro dei Morti per gli Antichi Egizi era appunto un viatico che serviva ad attestare la levatura spirituale del defunto.
Il nome in egiziano era "reu nu pert em hru", "Capitoli per il giorno futuro". L'appellativo Libro dei Morti è stato assegnato dai primi studiosi che ne interpretavano i contenuti.
In genere conteneva anche l'elenco d'opere negative non fatte, comprendenti tutte le azioni di cui è detto d'evitare nei 10 comandamenti.
Ho così proceduto alla decriptazione col mio metodo dell'intero capitolo 49 che riporto in APPENDICE A.
Il testo riguarda un'intera profezia dell'attesa del Messia, di colui che dovrà venire, incarnandosi, a salvare gli uomini dalla morte.
Questi è il vero viatico per un sicuro viaggio capace, attestando la fede in Lui, di aprire le porte e per grazia venire essere accolti nella vita eterna.
"Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi." (Mt. 23,31.32)
Il "libro dei morti" diviene così "libro di vita" in piena e totale capovolgimento della fede dei faraoni pagani e di tutta la loro cosmogonia, perpetuando la fede nel Dio Unico e nella sua salvezza.

IL CANTICO DI MOSÈ (Deuteronomio 32)
Fin dal Capitolo 3 del libro Devarim della Torah ebraica, cioè il Deuteronomio dell'A.T. cristiano, si profila l'evento del passaggio del comando a Giosuè e della dipartita di Mosè prima dell'entrata nella Terra Promessa.
Mosè perché non può entrare nella Terra Promessa?
Per due volte nel Deuteronomio Mosè stesso lo spiega: "Anche contro di me si adirò il Signore per causa vostra, e disse: Neanche tu vi entrerai..." (Deut. 1,37-38)
Mosè paga il prezzo del peccato di tutto Israele.
Ciò è riconfermato nel seguente brano in cui c'è questo colloquio: "Signore Dio, tu hai cominciato a mostrare al tuo servo la tua grandezza e la tua mano potente; quale altro Dio, infatti, in cielo o sulla terra, può fare opere e prodigi come i tuoi? Permetti che io passi al di là e veda il bel paese che è oltre il Giordano e questi bei monti e il Libano. Ma il Signore si adirò contro di me, per causa vostra, e non mi esaudì. Il Signore mi disse: Basta, non parlarmi più di questa cosa. Sali sulla cima del Pisga, volgi lo sguardo a occidente, a settentrione, a mezzogiorno e a oriente e contempla il paese con gli occhi; perché tu non passerai questo Giordano. Trasmetti i tuoi ordini a Giosuè, rendilo intrepido e incoraggialo, perché lui lo passerà alla testa di questo popolo e metterà Israele in possesso del paese che vedrai. Così ci fermammo nella valle di fronte a Bet-Peor." (Deut. 3,24-29)
Mosè, infatti, in occasione dell'episodio del vitello d'oro, intercedette a favore d'Israele (Deut. 9,14.25) e chiese "Ma ora se tu perdonassi il loro peccato ... E se no cancellami dal tuo libro che hai scritto!" (Es. 32,32)
Questa è pure l'interpretazione rabbinica della morte di Mosè.
"Dio disse: Mosè, se tu vuoi che prevalga il Fa che io passi (di là dal Giordano), annulla il Perdona loro (Es. 32,32) e se vuoi che prevalga il Perdona loro, annulla il Fa che io passi. Quando Mosè nostro maestro udì questo, disse: Signore del mondo, perisca Mosè e mille come lui, ma non si perda un'unghia di uno solo d'Israele!" (Debarim Rabbah 7,11).
Il libro del Deuteronomio è così l'insieme degli insegnamenti e delle consegne di chi già sapeva che non sarebbe entrato nella Terra Promessa, che sarebbe stata aperta, invece da Giosuè, già designato come successore.
Mosè, così, intende fissare gli insegnamenti che si dovranno trasmettere di generazione in generazione.
C'è però nel messaggio del Deuteronomio una rivisitazione dell'antica legge dei libri Esodo, Numeri e Levitico alla luce dell'esperienza dell'esilio Babilonese (587-539 a.C.), com'è chiaro dalla lettura dei Capitoli 29 e 30 inseriti a monito di non abbandonare il patto.
Già nel Capitolo 6, ad introduzione del comandamento dello Shemah è detto: "Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore vostro Dio ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso perché tu tema il Signore tuo Dio osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così sia lunga la tua vita. Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice e cresciate molto di numero nel paese dove scorre il latte e il miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto." (Deut. 6,1-4)
Il patto è, infatti, la chiave d'una vita felice, perché nell'alveo della volontà di Dio che Dio aveva detto a Mosè di riferire ai figli d'Israele queste parole: "Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu possa e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, ad Abramo, Isacco e Giacobbe." (Deut. 30:19-20)
Mosè così profetizza che, entrati nella Terra Promessa, i figli d'Israele si svieranno dal patto e serviranno altri dei, perciò scrive tutto, compreso un cantico a testimonianza delle sue profezie e questo è il brano detto Ha'azinu , conosciuto anche come il Cantico di Mosè.
Anche questo brano pone in evidenza l'ascoltare, ma il verbo che usa non è shemah bensì a'azin, "prestare l'orecchio", ma anche "pesare, investigare", il che potrebbe essere relativo pure ad un testo sottostante.
Ciò ha anche scopo evocativo, perché in contrasto e stridente col fatto che non usa il radicale shemah, tanto più questo del Deuteronomio è proprio il libro della Torah in cui è inserito il brano dello Shemah di cui ho detto nel precedente paragrafo.
Dentro le lettere di a'azin si legge anche il radicale , base del peccato d'idolatria che secondo l'idea generale, lì profetizzata da Mosè, è causa dell'esilio, com'è chiaro quando il testo dice: "Giacobbe (cioè i suoi discendenti) ha mangiato e si è saziato, - si, ti sei ingrassato, impinguato, rimpinzato - e ha respinto il Dio che lo aveva fatto, ha disprezzato la Roccia, sua salvezza. Lo hanno fatto ingelosire con dèi stranieri e provocato con abomini all'ira. Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio, a divinità che non conoscevano, novità, venute da poco, che i vostri padri non avevano temuto. La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato; hai dimenticato il Dio che ti ha procreato! Ma il Signore ha visto e ha disdegnato con ira i suoi figli e le sue figlie. Ha detto: Io nasconderò loro il mio volto: vedrò quale sarà la loro fine. Sono una generazione perfida, sono figli infedeli." (Deut. 32, 15-20)

Il Cantico proclama le opere di Dio, il contrasto tra il suo amore per il popolo e la ribellione di questi, ma seguirà il giudizio e Dio poi interverrà a favore vincendone i nemici.
Al termine del Cantico c'è l'introduzione alla scena finale, infatti: "In quello stesso giorno il Signore disse a Mosè: Sali su questo monte degli Abarim, sul monte Nebo, che è nel paese di Moab, di fronte a Gerico, e mira il paese di Canaan, che io do in possesso agli Israeliti. Tu morirai sul monte sul quale stai per salire e sarai riunito ai tuoi antenati, come Aronne tuo fratello è morto sul monte Or ed è stato riunito ai suoi antenati, perché siete stati infedeli verso di me in mezzo agli Israeliti alle acque di Meriba di Kades nel deserto di Zin, perché non avete manifestato la mia santità. Tu vedrai il paese davanti a te, ma là, nel paese che io sto per dare agli Israeliti, tu non entrerai!". (Deut. 32,48-52)
E qui è data un'ulteriore spiegazione che sembra contraddire la precedente apportando a motivo della non entrata di Mosè nella terra promessa l'episodio delle acque di Meriba in cui, Mosè invece soltanto di parlare alla Roccia che avrebbe dato l'acqua, la batte col bastone, secondo il racconto in Num. 20,14 (dal brano parallelo in Es. 1-17 ciò non s'arguisce).
Perciò, o per la questione delle acque di Meriba, o per il vitello d'oro, o per la viltà del popolo al ritorno degli esploratori dalla terra promessa, per cui non vollero entrare, comunque resta che Mosè dice "Ma il Signore si adirò contro di me, per causa vostra".

CANTICO E BENEDIZIONI DI MOSÈ (Deuteronomio 32 e 33)
Dopo il Cantico e prima della fine del Capitolo 32 del Deuteronomio è detto: "Mosè venne con Giosuè, figlio di Nun, e pronunziò agli orecchi del popolo tutte le parole di questo canto." (Deut. 32,44)
Che necessità c'era di ricordare ciò?
Quest'inciso fa tornare alla mente dei contemporanei tutta la cosmologia egizia eliopolitana nota attraverso i "testi delle piramidi" che ora è molto lontana dalle nostre concezioni, ma che allora era in pieno fulgore, cosmologia che è strettamente connessa alla prima dinastia dei Faraoni con Menes intorno al 2950 a.C. ed alla leggenda e al mito del dio Nun, il primordiale emanatore delle acque.
Rimando alla lettura di "Cosa nasconde il racconto di Noè e del diluvio?" di come il mito di Nun fu rivisitato in forma monoteistica.
Dopo quest'accenno ci sono le ulteriori parole di Mosè.
"Quando Mosè ebbe finito di pronunziare tutte queste parole (del Cantico) davanti a tutto Israele, disse loro: Ponete nella vostra mente tutte le parole che io oggi uso come testimonianza contro di voi. E prescriverete ai vostri figli, perché cerchino di eseguire tutte le parole di questa legge. Essa infatti non è una parola senza valore per voi; anzi è la vostra vita; per questa parola passerete lunghi giorni sulla terra di cui state per prendere possesso, passando il Giordano." (Deut. 32,45-47)
Mosè poi pronunciò le Benedizioni del Cap.33 e "In quello stesso giorno il Signore disse a Mosè: Sali su questo monte degli Abarim, sul monte Nebo, che è nel paese di Moab, di fronte a Gerico, e mira il paese di Canan, che io do in possesso agli Israeliti. Tu morirai sul monte sul quale stai per salire e sarai riunito ai tuoi antenati, come tuo fratello Aronne è morto sul monte Or ed è stato riunito ai suoi antenati, perché siete stati infedeli verso di me in mezzo agli Israeliti alle acque di Merba di Kades nel deserto di Sin, perché non avete manifestato la mia santità. Tu vedrai il paese davanti a te, ma là, nel paese che io sto per dare agli Israeliti, tu non entrerai! "(Deut. 32,48-52)
In tale Capitolo vi sono le parole di benedizione che Mosè disse alle varie tribù d'Israele, ma che come per le Benedizioni di Giacobbe, sono una consegna al popolo della fede nella resurrezione e nella venuta del Messia, come verrà confermato dalla decriptazione dell'intero Capitolo 32 che riporterò.
Di fatto, abbiamo visto che Mosè pronuncia le benedizioni dopo che il Signore gli aveva confermato chiaramente che non sarebbe entrato nella Terra Promessa, perciò come nelle benedizioni di Giacobbe è da pensare che sotto vi sia un testo che esprima la fede in ciò, mentre il testo esterno pare in questo senso inerte.
Questo versetto ad esempio pare innocuo, ma decriptato fornisce tutto un altro sfondo.

Deut. 32,49 - "Sali su questo monte degli Abarim, sul monte Nebo, che è nel paese di Moab, di fronte a Gerico, e mira il paese di Canan, che io do in possesso agli Israeliti."






"Ascenderà da Dio entrandovi col corpo . Entrerà nell'aldilà a starvi un vivente del mondo . Questi nel mondo rientrerà col corpo con gli angeli . Dentro porterà l'Unigenito la risurrezione alle moltitudini della terra . I viventi riporterà al Padre Unico , brucerà il cattivo serpente che nelle persone () sta . Saranno i corpi dalle tombe a riportarsi . Li porterà con i corpi all'Unico . Dal mondo verranno () nell'Unigenito , nel corpo gli saliranno come angeli per l'agire dell'energia dell'Unico che n'avrà risorto i corpi , dell'Unico figli . Il drago nei cuori tra lamenti sarà stato bruciato . Dai corpi il maledetto () rifiutato dai petti () uscirà ."

Pare così come se vi sia una legge scritta da Mosè sotto ispirazione di Dio (Deut. 31,9) "Mosè scrisse questa legge e la diede ai sacerdoti figli di Levi, che portavano l'arca dell'alleanza del Signore, e a tutti gli anziani d'Israele."
Quella scritta da Mosè è una legge di tradizioni e di rituali che comprende le parole del decalogo e questa legge non fu scritta su tavole, ma su papiri com'era d'uso allora e "Quando Mosè ebbe finito di scrivere su un libro tutte le parole di questa legge, 25 ordinò ai leviti che portavano l'arca dell'alleanza del Signore: Prendete questo libro della legge e mettetelo a fianco dell'arca dell'alleanza del Signore vostro Dio; vi rimanga come testimonio contro di te; perché io conosco la tua ribellione e la durezza della tua cervice. Se fino ad oggi, mentre vivo ancora in mezzo a voi, siete stati ribelli contro il Signore, quanto più lo sarete dopo la mia morte!" (Deut. 31,25-27)
È in ciò implicito e pacifico che è una Legge per tradizione in potere dei Leviti, che è stata suscettibile di successivi aggiornamenti da parte loro, in quanto sta accanto all'arca e non dentro, e tramite i sacerdoti c'è arrivata nella forma attuale.
Tra l'altro il nome di Deuteronomio dato a questo libro della Torah si ricava dalla traduzione greca fatta dai Settanta del versetto Deut. 17,18, che riporta to deuteronomiov tauto, ove il testo ebraico dice "una copia di questa legge".
L'intero versetto fa capire che brani del Deuteronomio sono stati scritti posteriormente a quanto vuol far credere lo scritto, in quanto sembra profetare la venuta dei re: "Quando s'insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge secondo l'esemplare dei sacerdoti leviti ." (Deut. 17,18)
Al riguardo, rimando alla lettura in "Tensione dell'ebraismo ad una bibbia segreta".
Ricordo che la critica del XX secolo converge nel ritenere che nel Deuteronomio, si avverte la rielaborazione in opera unica di testi di Leggi precedenti (forse per volere di re Geroboamo II), per adattarle alla nuova sistemazione sociale del popolo ebraico, da nomade a sedentario e da un governo di sceicchi a centralizzato, con casta di sacerdoti organizzata e commerci e transazioni artigianali.
È ritenuto che delle suddette raccolte il clero di Gerusalemme procedette ad un'unificazione e ad una generale revisione; infatti, si legge che il sommo sacerdote Chelchia la presentò al Re Giosia, e forse in ciò sta il "ritrovamento del libro della legge" (2 Re 23,25) nel Tempio (2 Re 22,8-10) durante il regno (622 a.C.) di Giosia.
Ciò comportò una riforma religiosa che si estese alla Samaria e fu seguita dalla prima redazione dei libri di Giosuè, Giudici, Samuele, Re in cui furono raccolti e rielaborati i più antichi archivi regali.
C'è però oltre alla legge scritta da Mosè e dalla scuola dei Leviti, anche una legge scritta da Dio stesso.
"Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai gli diede le due tavole della Testimonianza tavole di pietra scritte dal dito di Dio" (Es. 31,18); queste sono l'originale, quelle che furono date a Mosè prima del peccato del vitello d'oro e che Mosè infranse ai piedi della montagna.
Subito dopo bruciò frantumò e polverizzò il vitello d'oro e lo dette a bere agli Israeliti; poi è raccontato questo fatto.
"Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne il ludibrio dei loro avversari. Mosè si pose alla porta dell'accampamento e disse: Chi sta con il Signore, venga da me! Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Gridò loro: Dice il Signore, il Dio d'Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell'accampamento da una porta all'altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. Allora Mosè disse: Ricevete oggi l'investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi Egli vi accordasse una benedizione. (Es. 32,25-29)
No ! Non si può legare una benedizione a comportamenti del genere.
Certo è che ciò non vuole insegnare lo scritto, che ha fini non divulgativi, ma è scritto prr iniziati con chiarimenti ai vari livelli da parte della tradizione e ciò è ricordato sempre da parte dell'ebraismo e del cristianesimo.
Questi versetti esprimono un concetto indigeribile sia se Mosè fosse stato costretto a sedare la ribellione in atto, sia come pare ebbe troppo zelo, interpretando la volontà di Dio che prima aveva detto (Es. 32,10) "Ora lascia che la mia ira s'accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione" e, mosso da ira, sembra far mettere in atto quell'eccidio di 3000 uomini (la Volgata riporta 23.000, numero che si ritrova in 1 Cor. 10,8).
Sensibile alle vicende di questi tempi, in cui Dio è tirato per la giacchetta per giustificare eccidi di massa, onde non è proprio il caso d'esaltare la vicenda di questo racconto, ho considerato che questa pagina va interpretato.
Ho provato ha seguire il pensiero del Vangelo quando Gesù dice: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo." (Lc. 1526) e ho considerato che ciò va filtrato attraverso l'equivalenza che ha posto tra il comandamento dello shemah e l'amore al prossimo quando dice: " Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti ." (Mt. 22,37-40)
Mosè, il profeta per eccellenza "Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè" (Deut. 34,10), certamente non ha potuto trasgredire questo comandamento.
Ho così proceduto a decriptare quella pagina difficile dell'Esodo e vi si trova narrato di come Mosè usò il fenomeno in atto di lampi e tuoni sul Sinai per sedare la ribellione nell'accampamento, iniziata col vitello d'oro, e così bloccò l'iniziato ritorno dal faraone.
Nel versetto Es. 32,25, infatti, se non si guarda alla puntature è ripetuto "senza freno" e ciò è un richiamo per leggere in altro modo, e "senza freno" sottende la parola Faraone (nell'A.T. ebraico è ripetuto per 275 volte).
N'esce esaltata la Santità di Mosè e del testo stesso, che non intende così giustificare un'uccisione in nome di Dio.
Ho poi trovato cenni nei Vangeli che possono costituire anche commento a quell'episodio; infatti, pare proprio impossibile accettare la versione dell'eccidio così tranquillamente.
Gesù ebbe a rimproverare i discepoli Giacomo e Giovanni "ai quali diede il nome di Boenèrghes, cioè figli del tuono" (Mc. 3,17) quando a causa dei samaritani che non li volevano accogliere dissero "Signore, vuoi che diciamo discenda un fuoco dal cielo e li consumi?" (Lc. 9,54b)
Nell'orto degli ulivi quelli che stavano con Gesù dissero: "Signore, dobbiamo colpire con la spada? E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l'orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: Lasciate, basta così! E toccatogli l'orecchio lo guarì." (Lc. 22,49-51)
Il parallelo nel Vangelo di Matteo al riguardo cita queste parole di Gesù "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada ... Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?" (Mt. 26, 52-54)
Pare così cogliersi cenni che suggeriscono di dover rileggere l'eccidio dei Leviti con una decriptazione aderente ai concetti di fede nel Dio d'amore.
Così ho fatto e ne riporto il risultato:

Es. 32,25 - "Portato fu a vedere Mosè che veniva il popolo cosi per ristare dal faraone, ed iniziò rettamente con forza a parlare ai cattivi.
Uscì l'Unico sul monte inviando un potente fuoco sulla contesa alle tende di chi si sollevava."

Es. 32,26 - "E fu il popolo bloccato.
Mosè dentro i cattivi che uscivano dall'accampamento riportati furono.
Per la prima ribellione ci sarebbe stato dal Potente una forte calamità che una maledizione sarebbe a portarsi.
Fu a riunirli e a Dio furono portati così di cuore lamenti.
Accompagnati furono..."

Es. 32,27 - "...a riportarsi. Fu a dire che dal Potente usciranno piaghe che inizieranno ai ribelli per la perversità maledetti sono stati.
Un forte fuoco videro che il Potente aveva posto per portarlo agli uomini dall'Oreb e dall'alto l'avrebbe lanciato adente.
Per gli Ebrei lo portava che si portavano a tornare e i viventi cattivi il Potente avrebbe bruciato.
Videro le moltitudini che sull'accampamento si portava dal monte, a scappare si portarono.
Iniziato era della distruzione il segno dell'Unico che alle tombe sarebbe stato a portarli, vi porterà gli uomini che venuti da RA (Egitto) a rientrarvi si riportavano, e che dall'Unico sarebbe stato il fuoco a venire a rovesciarsi sulle moltitudini che vi si riportavano."

Es. 32,28 - "E furono visti tornare tra lamenti.
Accompagnati furono dalle rette parole di Mosè che a riportarli fu.
In modo meraviglioso la manna riuscì per il popolo sulle tende il giorno che rientrarono.
Lui a chi vacillava il fuoco indicò di Dio che a parlare era stato agli uomini."

Es. 32,29 - "E fu a dire Mosè che in pienezza a riportare sarebbe stato l'aiuto anelato. Fu a portare la parola del Signore.
La rettitudine era in (quell)'uomo ad abitare. Da figlio si porto ed alle tende i fratelli fu a riportare.
Portava del Potente il segno.
Lo scelse l'Altissimo che anelava fosse portata ai viventi una benedizione."

Quel fatto dell'eccidio compiuto dai Leviti nel racconto esterno del libro dell'Esodo è ricordato nel Deuteronomio proprio da Mosè nella benedizione a Levi (Deut. 33,8-11) e rende compiuta quella benedizione preannunciata nel libro dell'esodo dopo l'eccidio: "Per Levi disse: Dá a Levi i tuoi Tummim e i tuoi Urim all'uomo a te fedele, che hai messo alla prova a Massa, per cui hai litigato presso le acque di Meriba; a lui che dice del padre e della madre:Io non li ho visti; che non riconosce i suoi fratelli e ignora i suoi figli. Essi osservarono la tua parola e custodiscono la tua alleanza; insegnano i tuoi decreti a Giacobbe e la tua legge a Israele; pongono l'incenso sotto le tue narici e un sacrificio sul tuo altare. Benedici, Signore, il suo valore e gradisci il lavoro delle sue mani; colpisci al fianco i suoi aggressori e i suoi nemici più non si rialzino."
Ma la decriptazione di questi versetti dice altra cosa. (APPENDICE C).

Dopo Mosè risalì e ci fu la consegna delle seconde copie delle Tavole.
Come risulta dai seguenti versetti dello stesso Deuteronomio: "In quel tempo il Signore mi disse: Tagliati due tavole di pietra simili alle prime e sali da me sul monte e costruisci anche un'arca di legno; io scriverò su quelle tavole le parole che erano scritte sulle prime che tu hai spezzato e tu le metterai nell'arca. Io feci dunque un'arca di legno d'acacia e tagliai due tavole di pietra simili alle prime; poi salii sul monte, con le due tavole in mano. Il Signore scrisse su quelle tavole la stessa iscrizione di prima, cioè i dieci comandamenti che il Signore aveva promulgati per voi sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell'assemblea. Il Signore me li consegnò. Allora mi volsi e scesi dal monte; collocai le tavole nell'arca che avevo fatta e là restarono, come il Signore mi aveva ordinato." (Deut. 10,1-5)
Ora le Tavole non sono mai state trovate, il testo non si conosce si sa con quali segni furono scritti considerato che allora l'ebraico non aveva ancora avuto versioni scritte, però in occasione della consegna delle prime Tavole, quelle infrante da Mosè nell'episodio del vitello d'oro, è detto: "Mosè ritornò e scese dalla montagna con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall'altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sulle tavole. (Es. 32,15.16)
Le nuove tavole le tagliò Mosè stesso ma, anche il libro dell'Esodo conferma che Dio le scrisse con le stesse parole come le prime (Es. 34,1) e che queste tavole furono messe dentro l'arca: "Prese la Testimonianza, la pose dentro l'arca..." (Es. 40,20) contenente le Dieci Parole, cioè il Decalogo riportato in Es. 20,2-17 e in Deut. 5,6-22).
Sussistono nell'ebraismo discordanti opinioni se per le seconde copia delle tavole sia da prendere alla lettera l'essere state scritte anche queste dal dito di Dio o se con ciò si voleva solo asseverare che era la stessa scrittura che aveva prodotto il dito di Dio.
C'è infatti un midrash: "Disse il Santo Benedetto a Mosè: Io ho scritto le prime tavole, come è detto scritte con il dito di Dio (Deut. 9,10); ma le seconde - scrivile tu e accontentati che Io ti dia una mano. Ciò può essere paragonato a un re che aveva sposato una donna e aveva scritto egli stesso la ketubbà; dopo pochi giorni ella lo tradì e fu cacciata via da casa. Venne poi un loro amico che convinse il re a riconciliarsi con la donna. Il re allora disse all'amico: Va bene, però ora la ketubbà scrivila tu, e accontentati che io ti dia una mano. Questo è ciò cui si riferisce il testo con le parole e Io scriverò sulle tavole" (Shemot rabbà 47:2; Tanchumà yashan, Ki tissà 17).
Secondo il midrash, quindi, quando la Torah afferma che Dio avrebbe scritto le seconde tavole intenderebbe solo dire che Dio avrebbe convalidato o dettato quanto da Mosè scritto.
Interessante è l'accostamento al matrimonio e la consegna delle Tavole.

Il matrimonio nell'ebraismo è istituzione intesa a spezzare la solitudine - "non è bene per l'uomo per essere solo" (Gen. 2,18) - ed è il modo ordinato per avere una giusta procreazione.
Il matrimonio si sviluppa in due momenti (separati fino ad un anno di tempo):
  • i qiddushin con cui la donna è consacrata all'uomo secondo la legge di Mosè e d'Israele e consegna alla donna di fronte a due testimoni un oggetto (spesso un anello), con il che diviene proibita a qualsiasi altro uomo, la coppia ancora non coabita, non ha rapporti da marito e moglie, ed In caso di ripensamento occorre un atto di ripudio;
  • i nissuin il matrimonio vero e proprio sotto un baldacchino che rappresenta la coabitazione della coppia che è benedetta con sette benedizioni e davanti a testimoni si apparta in una stanza.
La ketubbah è il documento firmato dai testimoni che l'uomo consegna alla donna prima del nissuin con il quale il marito specifica gli obblighi e le garantisce una somma in caso di divorzio e/o vedovanza.
È discusso se la ketubbah sia di origine biblica (deoraita) da Es. 22,16 o rabbinica (derabbanan) dal Talmud babilonese Ketubbot 56b, 110b.

C'è poi quell'accenno dei due lati scritti che è possibile sia il segnale che il testo sia sigillato con lettura in due modi, cioè che oltre le parole si possano leggere anche i segni separati e che poi tutti i testi canonici abbiano seguito tale regola interna.
Il richiamo all'essere "scritti dal dito di Dio" potrebbe voler indicare che "Nello scritto c'è la vita dentro dell'Unigenito che scenderà . Dentro ad agire la divinità entrerà a stare in un vivente " e di seguito:

Questo, cioè "Nello scritto c'è la vita dentro dell'Unigenito che scenderà. Dentro ad agire la divinità entrerà a stare in un vivente" è quanto trovo nella Torah letta per decriptazione con lettere separate.

"Ma se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio." (Lc 11,19.20); questo versetto del Vangelo sembra proprio che Gesù ricordi che "quel dito di Dio" preannunciava la Sua venuta.
Quest'altro versetto del Vangelo di Luca "Si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. E chinatosi di nuovo scriveva per terra ." (Gv. 8,6b-8) ricorda il gesto di Dio quando scrisse sulla fronte di Caino e quando scrisse le tavole della legge.
Gesù, peraltro, asserisce (Mt. 5,17ss) che non è "venuto per abolire la legge e i profeti ... In verità vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di quei precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli."
L'entità minima di lettura, è così indicata la singola lettera iota o segno e non la parola, come a dire che nella Torah sono da guardate anche le singole lettere il che è conforme all'idea che tuttora sussiste nell'ebraismo per cui, se viene a mancare anche una sola lettera, il rotolo è invalido per l'uso liturgico.)
E circa il contenuto dello scritto che si rivolge alla vita del Verbo c'è la testimonianza di Gesù (Gv. 5,39) "Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza."
Sul fatto poi di un testo doppio, Nachmanide Moses, mistico spagnolo ebreo (1194-1270 d.C.), commentatore biblico, affermò: "Noi possediamo una tradizione autentica secondo cui la Torah è formata dai Nomi di Dio. Le parole che vi leggiamo possono essere infatti anche suddivise in modo completamente diverso, componendo Nomi... L'affermazione per cui la Torah fu scritta in origine con fuoco nero su fuoco bianco, ci conferma nell'opinione che la sua stesura avvenne con tratto continuo e senza suddivisioni in parole, cosa che permise di leggerla sia come una sequenza di Nomi, sia, nel modo tradizionale, come un resoconto storico ed un insieme di comandamenti divini. Ma Egli la ricevette anche, nello stesso tempo, sotto forma di trasmissione orale, come lettura di una sequenza di Nomi.", ammettendo così che la Torah orale ricevuta da Mosè è anche un testo interno alla Torah scritta e ciò, fu oggetto di ricerca della Cabbalah, (G. Scoolem, - "Il nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio").
C'è così una tensione nei Profeti e nell'Apocalisse ad un testo sigillato, a rotoli scritti sui due lati ecc..
I noti 10 comandamenti peraltro poi non erano una novità.
L'evento Sinai, raccontato dalla Bibbia con la legge relativa, avviene infatti nel XIII secolo a.C., cinque secoli dal Codice di Hammurabi XVIII secolo a.C., legge che è in pratica coeva al periodo d'Abramo.
Questo codice in lingua accadica, con caratteri cuneiformi, inciso su una stele in diorite scoperto a Susa nei primi anni del Novecento da una missione archeologica francese è conservata al Louvre (Vedi: "Iraq: Mesopotamia del sud, la terra di Sumer") è un corpo di leggi emanate dal re Hammurabi (1792-1750 a.C.) di Babilonia, compendia la tradizione giuridica preesistente, costituito da un prologo e da 282 disposizioni concernenti il diritto civile, penale e commerciale, disposte senza ordine sistematico.
I comandamenti del decalogo, almeno per quelli non specifici rispetto a Dio, si trovano tutti in quel codice e nell'epilogo di quel codice è affermata l'intenzione del re, di dare giustizia al popolo, proteggere vedove e orfani ed evitare che il forte opprima il debole.
Nella cultura egiziana, di cui ho già accennato, quando il Ka del defunto compariva davanti al tribunale di Osiride, si discolpava davanti al tribunale delle 42 divinità che assistevano Osiride numi di varie città con una confessione contenuta nei Libri dei morti, di tipo negativo di cui riporto alcune dichiarazioni, simili agli ultimi sei comandamenti del decalogo:

Non ho ingiuriato dio.
Non ho bestemmiato il nome del dio della città.
Non ho rubato.
Non ho ucciso uomini.
Non ho commesso slealtà.
Non ho detto bugie.
Non ho commesso spergiuro.
Non ho origliato.
Non ho litigato se non per cose giuste.
Non ho commesso atti omosessuali.
Non ho avuto comportamenti riprovevoli.
Non ho ceduto all'ira.
Non sono stato sordo alle parole di verità.
Non ho compiuto inganni.
Non ho avuto una condotta cattiva.
Non ho mancato alla mia parola.
Non ho commesso cose malvagie.

In definitiva, il decalogo è redatto prendendo a modello leggi più antiche e testi sacri coevi egizi che ricordano le confessioni dei libri dei morti che assicuravano la felicità dell'anima del defunto.
Il problema, infatti, non sono le leggi, ma che l'uomo tenda ad agire in pensieri, parole ed opere "per servire nel regime nuovo dello Spirito e non nel regime vecchio della lettera." come osserva San Paolo (Rom. 7,6b)
Abbiamo già considerato come Giacobbe, il fondatore delle tribù d'Israele, al momento della morte riversò il proprio Testamento in un testo trasfondendovi il credo da passare alla posterità, ma anche da presentare al cospetto.Dio e che questo testo è interno a quello delle Benedizioni.
il Genesi nel racconto mitico della morte di Giacobbe non può ovviamente citare il decalogo, ma per traslato n'incorpora e n'accenna almeno il contenuto esterno, come risulta da quel ragionamento fatto sul libro dei morti ed all'accenno del funerale egizio, per portare i lettori ad indagarne l'interno che a quei tempi ritengo fosse usuale.
In definitiva, tutto porta a confermare l'esistenza d'una rivelazione conservata con cura in testo criptato oggetto di segreto.
In analogia a quanto fatto prima ho decriptato così i Capitolo 32 del Genesi - il Cantico di Mosè - e il 33 del Deuteronomio - le Benedizioni di Mosè e ne riporto le decriptazione rispettivamente in APPENDICE B e APPENDICE C.

LA MORTE DI MOSÈ (Deuteronomio 34)
Riporto per comodità il testo della traduzione CEI del Capitolo 34 del Deuteronomio:

"Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Galaad fino a Dan, tutto Neftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mediterraneo e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore disse: Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l'ho fatto veder con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai! Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet - Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva 120 anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè. Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui; gli Israeliti gli obbedirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè. Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè - lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia - per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese d'Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il paese, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele."

È stato trovato un sito sul Monte Pisgah di fronte a Gerico da dove nelle giornate favorevoli si può effettivamente vedere anche il Mediterraneo, ciò in linea con l'idea: la Bibbia aveva ragione.
Mosè morì alle pendici del Nebo di fronte a Bet-Peor e nessuno fino ad oggi ha trovato dov'è la sua tomba.

Il libro deuterocanonico, II Maccabei (2,4-8 ) immagina che in una caverna in quella zona sia stata nascosta anche la Tenda e l'Arca e l'altare degli incensi.
È da osservare che nel racconto della morte Mosè è chiamato il "servo di Iahwèh" perché ha interceduto molte volte per il popolo, ed ha preso su di sé i suoi peccati, prendendo su di sé la maledizione che spettava loro, pagando di persona purché ricevessero salvezza e benedizione.
Dice un Salmo(116,15) che "Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli" e così che va filtrato alla luce della considerazione del versetto di questo Salmo che "Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore" (Deut. 34,5) in cui i segni ebraici usati sono:



Con soggetto Mosè quei segni si possono leggere:

"A portarsi fu da uomo illuminato tra i viventi Mosè che servì il Signore dentro la terra . A vivere lo portò dal Padre al venir meno fu col Signore ."

Che Mosè, come Elia, fu portato in cielo, è raccontato nell'apocrifo Ascensione di Mosè, è in linea con l'episodio della trasfigurazione raccontato dai Vangeli sinottici in cui Gesù appare con vesti sfolgoranti tra Mosè ed Elia.
C'è un commento rabbinico legato ai segni a fine di quel versetto, che s'è soffermato a considerare che in linea col mio metodo possono essere interpretati come "sopra la bocca ci fu il Signore ", come se Dio stesso l'avesse baciato.

Da questa idea produsse un midrash: "Si udì una voce dal cielo che disse a Mosè: Mosè, è la fine, il tempo della tua morte è venuto. Mosè disse a Dio: Ti supplico, non mi abbandonare nelle mani dell'angelo della morte. Ma Dio scese dall'alto dei cieli per prendere l'anima di Mosè e gli disse: Mosè, chiudi gli occhi e Mosè li chiuse; poi disse: Posa le mani sul petto e Mosè così fece; poi disse: Adesso accosta i piedi e Mosè li accostò. Allora Dio chiamò l'anima di Mosè dicendole: Figlia mia, ho fissato un tempo di 120 anni durante il quale tu abitassi nel corpo di Mosè. Ora è giunta la tua fine; parti, non tardare. E l'anima: Re del mondo, io amo il corpo puro e santo di Mosè e non voglio lasciarlo. Allora Dio baciò Mosè e prese la sua anima con un bacio della sua bocca, poi Dio pianse per la morte di Mosè."

Rispetto a questo racconto Daniel Lifschitz in Mosè lotta con la Morte (EDB) aggiunge: "...Rispose l'anima: Signore dell'universo, esiste forse un corpo più puro di quello di Mosè? Perciò lo amo e non voglio lasciarlo. Ti porrò sotto il mio trono celeste, insieme agli angeli, promise il Signore. Meglio per me rimanere nel corpo di Mosè che trovarmi con gli angeli, protestò l'anima. È puro tanto quanto gli angeli, benché viva sulla terra. Ti prego, lasciami nel corpo di Mosé. Dopo che il Santo, benedetto sia, ebbe udito l'anima di Mosè attestare la purezza del suo corpo, baciò Mosè, e l'anima fece l'esperienza dell'indicibile gioia della Sheckinah del Signore (l'aspetto femminile di Dio), gioia incomparabilmente più grande di quella provata rimanendo nel corpo di Mosè e tornò, senza più resistere nel seno del Santo, benedetto sia."

Faccio notare come in questo midrash Mosè supplica Dio di "non mi abbandonare nelle mani dell'angelo della morte", raccogliendo una tradizione corrente di cui v'è traccia anche nella lettera di Giuda (capo della corrente giudaico-cristiana cugino di Gesù).
Questa lettera pare riportare cenni di apocrifi in auge in quel momento come Il libro di Enoch e l'Ascensione di Mosè e dice "L'arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: 'Ti condanni il Signore'!" (Giuda 9)
L'arcangelo Michele è nella tradizione ebraica colui che porta le anime degli uomini pii in cielo, nemico di Sammaele, l'angelo caduto, il diavolo che guida le forze del male.
In definitiva tanti sono gli aspetti che incuriosiscono in tale brano e anche di questo in APPENDICE D riporto la decriptazione.

APPENDICE A - Decriptazione di Genesi 49 - Giacobbe benedice i figli

Gen. 49,1 - "Si porterà obbediente in un corpo dall'Unico.
Sarà in azione a versarsi in una famiglia/casa Dio.
Il Figlio sarà a portarsi e ne sarà il primogenito.
Nella Madre nel corpo entrerà l'Unigenito.
Per riempirla il soffio le porterà; le recherà l'annuncio.
Nel cammino dalla Madre verrà; nella donna nel corpo sarà a versarsi, nel corpo del primogenito verrà così dentro l'Unigenito.
In una grotta sarà dalla prescelta ad entrare nei giorni tra i viventi."

Gen. 49,2 - "Nel mondo si verserà, in una casa, giù si porterà ed accenderà un seno per portarsi in un figlio.
Sarà Giacobbe a portarsi ad ascoltare e di Dio Israele padre sarà; l'anelava."

Gen. 49,3 - "Si vedrà portarsi nel figlio.
Nel primogenito sarà a venire.
La rettitudine a vivere si porterà nel corpo di una donna che sarà stata scelta.
L'Unigenito vi porterà l'energia a stare.
Stare finalmente un corpo ad accendere.
Verrà a starvi per finire il male da questi (dai corpi)."

Gen. 49,4 - "Il Verbo di nascosto da questi (dal male) con la rettitudine in un vivente sarà a vivere.
Dio a segnare si porterà completamente un corpo con la rettitudine che spazzerà il serpente che sta in tutti i viventi.
Lo brucerà la rettitudine dentro.
Sarà il primo da cui in casa sarà afflitto.
Per questi uscirà il serpente che la potenza ne finirà.
Sarà giù a portarsi in azione per giovare nel mondo."

Gen. 49,5 - "Della risurrezione in seno recherà l'energia, e la potenza a recare sarà ai fratelli in cui è a vivere il maligno che di veleno li riempie.
La piaga dai corpi finirà.
Sarà ad uscire dai viventi."

Gen. 49,6 - "Di rettitudine li riempirà.
Simili a Dio tutte dentro ricominceranno le anime ad essere.
Dentro rovescerà dal mondo il serpente che vi vive.
Del maledetto finirà la prigionia con la fiacchezza.
Da sola sarà la rettitudine a stare dentro dell'Unico il cui soffio nei viventi l'ucciderà e gli uomini riporterà puri.
Giù l'energia verserà nei corpi e la risurrezione porterà ai corpi."

Gen. 49,7 - "La maledizione dell'Unico il Verbo da vivente con la rettitudine per spazzarlo a questi recherà.
Un Ebreo integro retto sarà da arcobaleno ad uscire per i fratelli.
La potenza verserà nei viventi, da dentro sarà in azione dal grembo a recargli l'ira.
Sarà giù nei viventi dentro ad essere bruciato nei corpi da Dio."

Gen. 49,8 - "Il Signore ad aiutare il mondo verrà, sarà a recare all'essere impuro l'affliggere nella vita con la rettitudine che sarà a fiaccarne in casa l'azione.
Guariti dal nemico saremo per la rettitudine che sarà la risurrezione a tutti nelle tombe a recare ed il serpente spengerà tra i lamenti.
Ricominceremo ad essere dentro retti."

Gen. 49,9 - "Sarà ad entrare il Signore, per aiutare nel mondo i viventi che ama, li guarirà.
Il Figlio, che è l'Altissimo, all'oppressione del cattivo tra le moltitudini scenderà.
La rettitudine dell'Unico sarà nel mondo a recare.
La rettitudine nel cuore sarà con l'Unigenito in un vivente a stare che obbediente dalla destra si porterà."

Gen. 49,10 - "Al serpente guai in giro porterà.
In un corpo la risurrezione dentro al cuore porterà, ai viventi nelle tombe la rovescerà.
Verserà nei viventi dentro una forte energia nei corpi che a scappare il serpente sarà a portare per sempre.
La rettitudine sarà a ristare dentro dell'Unico, bruciato il serpente sarà il serpente con la perversità che l'accompagna, sarà a rovesciarsi fuori.
Completa ricomincerà nei viventi a stare la vita."

Gen. 49,11 - "L'Unigenito per la ribellione che ci fu dal serpente in una persona da inviato ad agire sarà in un corpo nel mondo.
Porterà al serpente il fuoco.
Dai corpi rovescerà fuori chi vi abita.
L'angelo (ribelle) che vi sta dall'origine finirà d'abitarvi.
La rettitudine dentro convertirà l'esistenze.
L'opprimere nei cuori a bruciare porterà, ma da solo.
Vivi, per l'azione energica dentro, saranno; la tentazione porterà a finire nel mondo."

Gen. 49,12 - "Nella prigione del maligno di rettitudine ci sarà una sorgente.
Acqua bollente sarà per opprimere a recare.
Dal cuore invierà la risurrezione che sarà vita per i viventi ammalati dentro."

Gen. 49,13 - "A colpire in casa si porterà il serpente.
Sul lido del mare nei giorni lo brucerà con la rettitudine che agli apostoli porterà.
Lui potente sul lido l'incontrerà, sarà a sceglierli, ma sarà il corpo per la rettitudine in croce portato.
Si vedrà per i potenti salirvi, ne sarà stato giudicato."
(Vedi: "Numeri nei Vangeli e nell'Apocalisse: Annunci del Messia" nel paragrafo: "Sulla riva del mare in frontiera contro il male").

Gen. 49,14 - "Sarà la sesta (ora) in cui da agnello, imprigionato con amarezze da stranieri che da ribelle gli abitanti sollevava, dentro oppresso, vivo sul calvo crocifisso sarà dai viventi."

Gen. 49,15 - "Portata sarà del corpo la fine.
Nella tomba entrerà.
La rettitudine, che era nel cuore portata dentro, lo riporterà a venire in terra.
Così sarà l'energia ad agire.
Vivo al mondo lo riporterà la forza nel cuore della risurrezione che anela di portare al serpente per il ritorno al Potente.
A portarsi sarà fuori potente; i viventi in giro lo rivedranno dentro al corpo."

Gen. 49,16 - "Alla porta degli apostoli sarà.
Dalla porta saranno gli apostoli a vederlo vivo riportarsi.
Agli afflitti nascosti l'aiuto dal risorto dentro dal cuore ci fu, essendo della risurrezione a vedere la potenza."

Gen. 49,17 - "Sarà nel mondo in cui sarà giudicato il serpente.
Dall'Altissimo in aiuto nei corpi con la rettitudine la risurrezione soffiata sarà nelle persone.
S'alzerà un fiume dalle tombe per l'entrata energia della risurrezione.
La rettitudine agirà versandosi dentro.
Sarà a riempirli portandoli alla pienezza e belli potenti dalla fiacchezza che dentro si porta dall'origine dalle tombe si riporteranno i corpi."

Gen. 49,18 - "La potenza Gesù a tutti della rettitudine a versare porterà stando in croce essendo Iahwèh."

Gen. 49,19 - "Scorrerà l'aiuto nel cammino dall'amato/David che afflitto porterà per sbarrare l'angelo (ribelle) perché portò la perversità all'origine.
Sarà a scorrere l'aiuto in azione dal ventre."

Gen. 49,20 - "I viventi nella beatitudine l'ottavo (giorno) entreranno.
Dal Potente nell'assemblea a vivere li porterà, e con Lui staranno tutti che anelavano all'eternità con gli angeli stare del Regno."

Gen. 49,21 - "Tra gli angeli in faccia al Crocifisso, che il Potente è Unico, staremo.
Per la potenza entrata dalla risurrezione, potenti dalla tomba usciti, entreranno tra gli angeli.
Finirà l'angelo che all'origine ribelle fu; lo brucerà il Verbo nei corpi."

Gen. 49,22 - "Dentro d'energia il Verbo un corpo segnerà.
Di Giuseppe il figlio, germoglio dell'Altissimo, in azione sarà da inviato nel figlio che porteranno in croce.
Giù dell'Eterno al mondo, innalzato che sarà, la risurrezione porterà dei corpi."

Gen. 49,23 - "Si porterà per cambiare i corpi dalla perversità che vi si portò.
In un corpo dentro si porterà e sarà la risurrezione dal cuore ai viventi nel mondo a recare.
In una casa l'Altissimo alla fine sarà un vivente."

Gen. 49,24 - "Porterà la fine dell'esilio.
Dentro l'Unico staremo. Il drago rovesciato a bruciare completamente porterà.
Sarà il Verbo colpi a portare con l'ascia al cattivo che sarà dall'esistenza sbarrato un giorno.
Saremo per l'aiuto a ristare dal Padre (quando) sarà stato dai corpi spazzato.
Rovescerà dentro ai viventi la risurrezione.
Dai viventi il cattivo uscirà. Dell'Unico figli saremo con risorti corpi in Dio."

Gen. 49,25 - "Vivremo da Dio Padre essendo retti. Riportata sarà stata la forza nei corpi per la rettitudine riportata che l'origine avrà finito del demonio che c'era.
A riportarsi sarà la benedizione spentasi nei corpi per la rettitudine finita. Bruciato vivo nell'acqua bollente si vedrà il serpente.
Puri, retti tutti per la finita perversità, le moltitudini da giù alla fine il Crocefisso strapperà via dentro il corpo.
Così tutti dall'Onnipotente i viventi porterà per misericordia."

Gen. 49,26 - "La benedizione, per il Crocifisso, dal Padre sarà con la rettitudine ri inviata dentro i corpi e, agendo nei cuori la fiacchezza avrà finito; entrando avrà riportato i corpi ad essere eterni.
Tutti l'Unigenito porterà alla fine in luogo elevato, dal tempo, dalla perversità, dai morti usciti.
Saranno a stare degli angeli del Potente alla vista.
Risorti saranno portati alla pienezza. In faccia li porterà del Potente al vertice.
Questi staranno con corpo dell'Unico nell'assemblea ove saranno portati."

Gen. 49,27 - "Il Figlio nei giorni invierà giù il Padre, sarà i cuori a guarire.
Dentro una casa/famiglia si verserà nel corpo per stare nel primogenito d'una sposa.
Dall'eternità si porterà dal serpente nemico a casa onde sia chi l'ammala rovesciato; brucerà il potente serpente."

Gen. 49,28 - "Nella prigione del serpente entrerà col fuoco dentro al cuore.
Sarà l'esistenza a bruciare nei corpi del maledetto risorgendoli.
L'angelo (ribelle) sarà nei seni arso.
Dai corpi si porterà questi che vi venne alle origini.
Scappato, dentro i corpi la potenza rientrerà ai viventi.
Il Padre sarà a riaprire ai viventi cui a portare sarà la benedizione.
L'Unigenito riporterà integri gli uomini alla felicità che si spense nei corpi per la rettitudine che finì e puri retti riverranno i viventi."

Gen. 49,29 - "Portati saremo su.
Ci porterà dall'Unico, ci condurrà il Crocifisso.
I viventi portati saranno dall'Unico a vivere col corpo.
In Dio entreranno i viventi.
L'Unico ai figli li riunirà.
La maledizione, che agisce sui viventi che è ai sepolcri a portarli, per l'Unigenito finita sarà.
Da Dio Padre il Crocifisso per giovare nel mondo ai viventi in azione in un corpo entrerà d'una donna nel corpo.
In casa del demonio entrerà.
Nella polvere porterà l'angelo nel mondo; lo strapperà via dall'esistenza."

Gen. 49,30 - "Dentro al seno nel corpo entrerà d'una donna.
In un corpo in una casa sorgerà per aiutare nel mondo.
Rientrerà nei viventi la rettitudine che per il soffio del serpente uscì.
In una donna il cattivo serpente col soffio dell'angelo (ribelle) fu a vivere.
L'essere ribelle all'origine dentro la terra così l'energia ad agire inviò nelle donne nei corpi.
Versandovi l'energia uscì la forza.
Nel mondo nei viventi venne il demonio ad entrare, i viventi vennero nella polvere, tra lamenti nella tomba a finire furono.
Il negativo imprigionò questi tutti nei sepolcri."

Gen. 49,31 - "Per risorgere i viventi del mondo nei sepolcri portati a venire il Padre nel corpo nel mondo tra i viventi porterà l'Unigenito, che sceglierà alla luce dal corpo uscire d'una donna.
Crocifisso, si riporterà risorto tra i viventi uscendo dal sepolcro.
L'Unigenito Crocifisso sarà a risollevare nel mondo lo sperare.
Verrà in un corpo dentro a versarsi nel mondo.
Una donna il Crocifisso recherà e la risurrezione ai viventi aprirà.
Dal sepolcro il Crocefisso sarà a rivenire; la potenza per primo gli rientrerà."

Gen. 49,32 - "Dalla putredine dell'angelo nel mondo usciranno. Il demonio con la perversità, che nei viventi da nemico entrò, l'Unigenito brucerà nei corpi. A casa riporterà i viventi dall'Unico il Crocifisso. Il Figlio sarà le tombe a finire!"

Gen. 49,33 - "A portare sarà da tutti a spazzare chi rovescia il corrompere; giù gli porterà la fine.
L'Unigenito tutti i figli sarà a riportare e staranno con l'Unico.
Le scritture rivelarono che sarà a portarli, che in Dio entreranno i viventi nel cuore.
La perversità che affligge portando al peccare sarà dall'Unigenito spazzata via con la maledizione che ad agire nei viventi fu a recare."

APPENDICE B - Decriptazione del Deuteronomio 32 - Cantico di Mosè

Deut. 32,1 - "Nel mondo l'Unico a colpire sarà l'angelo che vi si portò uscito dal cielo. Porterà l'Unico la Parola nel mondo che gli recherà la fine. Col fuoco in seno in terra per l'Unico dal ribelle il Verbo sarà."

Deut. 32,2 - "Fu del nemico il soffio dentro i viventi nel cuore. Nei corpi la potenza rovesciò; ad uscire fu da tutti colpita dal serpente la rettitudine. Nei cuori l'annullò. Ad essere ribelli tutti furono. Così brucianti rovine nei corpi dei viventi agirono. Il serpente fu alla porta delle donne, si portò così nelle moltitudini a star dentro. Furono i viventi dall'Altissimo a vedersi esiliati."

Deut. 32,3 - "La rettitudine sarà a riaccendere nei viventi il Signore, che l'Unico verserà in un corpo per amore, e in cammino da povero dal serpente maledetto sarà ad abitare."

Deut. 32,4 - "Nel mondo scenderà portandosi in un corpo puro a stare tra i viventi. Il Verbo dall'alto porterà la rettitudine che sarà a tutti d'aiuto. Così in un giorno di giustizia Dio in verità si porterà per annullare il perverso. La giustizia riporterà. Sarà a bruciarne nei corpi la perversità originata."

Deut. 32,5 - "Risorgerà dalle tombe i tutti che il serpente v'avrà portato. Dal Potente Padre tra gli angeli un giorno porterà dei viventi a vivere le generazioni. Si vedranno versati simili al Verbo alla fine dal Potente tutti potenti."

Deut. 32,6 - "Uscita del serpente che sarà la perversità, completamente a scorrere nei viventi la potenza si riporterà. In questi riverrà ad agire la vita degli angeli che dentro per il serpente portò il rifiuto. La sapienza uscita per il serpente che recò l'origine della perversità (ri) - inizierà. Per il Padre risaranno retti, ricreati per la rettitudine rientrata, ma inizierà con l'azione ad ardere per la forza della rettitudine l'angelo (ribelle); l'ucciderà."

Deut. 32,7 - "Colpito dalla rettitudine nei corpi sarà a morire il perverso che nei viventi abita. Sarà agli infermi energia riportata. Tutte le generazioni si riporteranno. Per l'aiuto i corpi risorgeranno. Dio Padre sarà la rettitudine a portargli per affliggerlo. Fiaccato, colpito, rovesciato, tra lamenti, arderà. Saranno a ri-iniziare a vivere i corpi che si riporteranno in cammino."

Deut. 32,8 - "Per casa entreranno a prendere possesso in alto. Saranno portati nello splendore e saranno i viventi ad abitarvi. V'entrerà il frutto per mano portato da un figlio che ci sarà di Adamo in cui sarà sceso il Figlio dentro del Potente. Completamente dall'alto sarà a vivervi, perché scritto che il Figlio sarà in Israele."

Deut. 32,9 - "La rettitudine sarà dal nascosto il serpente a vomitare. Si porterà fuori, dai popoli lo porterà a spazzare, si rovescerà da dentro chi opera scelleratamente, l'energia dell'ammalare alla fine si porterà."

Deut. 32,10 - "Saranno i viventi su dall'Unico dal mondo