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COSA NASCONDE IL RACCONTO DI NOÈ E DEL DILUVIO?
di Alessandro Conti Puorger
per Edicolaweb


Idee dalla decriptazione della Bibbia.
 
 
 

INTRODUZIONE
Prima d’entrare nel tema del diluvio, detto "universale", indico la particolare angolatura con cui tratto l’argomento.
Il mio intento è di sondare le parole originarie del racconto biblico che lo descrivono, senza farmi tentare di allargare il tema ai tanti aspetti collaterali fisico geologici storici, e sviare così dagli scopi del racconto che ha destato nei secoli gran curiosità e su cui già tanto è stato scritto e discusso nei vari campi.

Nell’ambito biblico la narrazione dell’evento è riportata nel libro del Genesi e si sviluppa nei Capitoli 6, 7 e 8, dopo il racconto della creazione (1 e 2), della caduta dell’uomo (3), del primo omicidio (4) - Caino uccide il fratello Abele - e dell’elenco dei patriarchi (5).

La prima volta che si trova la parola DILUVIO è nel versetto Gen 6,17: "Ecco io manderò il DILUVIO, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà."
Nel Pentateuco o Torah questa parola, che in ebraico si legge "mab-bool" e si scrive (senza segni di vocalizzazione) , si trova soltanto nei versetti 6,17 - 7,6.7.10.17 - 9,11.15.28 - 10,32 - 11.10 del Genesi che richiamano quel racconto, mentre nei restanti libri dell’Antico Testamento è riportato solo un’altra volta, precisamente nel Salmo 29 ove è tradotto con tempesta: "Il Signore è assiso sulla tempesta, il Signore siede re per sempre." (Sal. 29,10)

Leggendo quelle pagine del Genesi è spontaneo domandarsi ove si collochi la descrizione del diluvio nell’ambito delle seguenti possibilità:
  • di un fatto reale avvenuto;
  • di racconto che estrapola a livello mondiale un evento locale;
  • di parabola-allegoria per creare un mito (come Roma, Romolo, Remo e lupa);
  • di anticipazione mitica di fatti successivi;
  • di racconto di un evento nel campo spirituale;
  • come sopra, ma con sottostante testo sigillato o criptato, quale seconda faccia, che ha bisogno di essere opportunamente aperto.
Il libro del Genesi, posto quale primo nella Bibbia, è un testo denso di significati, in quanto prodotto evoluto relativamente recente rispetto agli altri libri del Pentateuco o Torah che la tradizione tende a situare come prima stesura in contemporanea dei fatti fondanti l’ebraismo (XIII secolo a.C.) pur se, di fatto, a noi sono pervenute stesure ampliate più tardive.
Gli esperti della storia della Bibbia hanno acclarato che il libro del Genesi fu scritto nel V secolo a.C., dopo il ritorno dall’esilio babilonese e costituisce rivisitazione mitica con avanzata teologia, degli altri testi e dei fatti ivi raccontati.
È questo, così, il frutto di almeno otto secoli di meditazione, da parte di saggi dotati di profonda fede, espressa in racconti a sfondo di ricerca per estrarre dai più antichi scritti il succo di una spiegazione spirituale; in altre parole un midrash (da daresch = ricerca, in ebraico) che non altera la sostanza delle realtà che rivisita, ma l’elabora e ne apre angolature per ulteriori sviluppi.

Sulle varie problematiche che il diluvio solleva è però da evitare di entrare nell’inganno di ritenere che parli con autorità di verità scientifiche, come se tutte le scienze si coagulassero in quelle poche pagine sulla creazione dell’universo, degli sviluppi geologici, della flora, della fauna ed infine dell’uomo.
Al riguardo, è da considerare che scopo dell’autore del Genesi non è fornire una spiegazione scientifica sulla creazione e poi del diluvio, ma asseverare che la creazione è atto specifico della volontà del Dio che si è rivelato ad Israele, Signore della storia.
Vale a dire, anche se fosse certo che l’uomo si è evoluto da stadi precedenti, o si accertasse che è venuto sulla terra da altri pianeti, non sarebbe inficiato il principio che muove il racconto della creazione, espresso in parabola ed i tempi sono convenzionali (Vedi: "La durata della creazione").

In definitiva, il Genesi, come tutta la Torah, sostiene che l’uomo viene dal cielo, perché viene da Dio, anche se la materia con cui è formato è creata, ma all’uomo spetta lavorarla anche in senso spirituale.
Esiste solo una razza, l’umana, tutta con lo stesso DNA, così il risultato è che siamo figli di unici progenitori, di un Adamo ed Eva, lasciati liberi di operare nei limiti di questo mondo.
Questa libertà è un bene a priori, pur con tutte le conseguenze negative che può implicare secondo l’uso che ne fa l’uomo.
La Bibbia, per chi crede, ha così verità soltanto nel campo teologico, ma per il resto riporta le opinioni più avanzate dei tempi contemporanei di chi li scrisse, visioni profetiche e verità in parabole, ma relative alla vita spirituale dell'uomo.
Di tali libri, in ogni modo, anche per i non credenti restano indiscusse l’alta qualità dei pensieri e la meritata autorità acquisita, conservata e consolidatasi nei secoli.

Nell’affrontare un tema biblico aderisco di solito unicamente al testo da cui cerco di fruire delle informazioni che interessano e provo a dimenticare idee preconcette, indipendentemente da ciò che so o ritengo di sapere di storia, archeologia, geologia, paleontologa o di altre scienze.
Lo scritto può comunicare la sua verità e l’intero pensiero dell’autore, che altrimenti resterebbero velati, solo se annetto il dovuto valore ai passaggi proposti, mettendo da parte ragionevoli dubbi, anche quando ciò che dice è improbabile e/o contrario alle conoscenze umane.
Sono però da sgombrare le sovrastrutture esterne del testo che, specie nel Genesi, è ricco di allegorie.

La domanda è: la Bibbia con le pagine sul diluvio, in definitiva, che verità sostiene? C’è un messaggio attuale?
È solo il racconto d’un evento come quello mitico di Ghilgamesh?
Per rispondermi, oltre alla normale lettura, affronto il tema anche dall’interno del testo biblico ebraico; mi soffermo così, dapprima, su parole chiave dell’originale, che possono dire di più della loro normale accezione, se si sfrutta a fondo l’idea che ad animare lo scritto ci sono i segni ebraici che portano messaggi grafici.
Nel far ciò, confronto anche alcuni termini con quelli della coeva cultura egiziana da cui, come dichiara la Torah, quell’ebraica ha sicuramente attinto, stante che Mosè era egiziano.
Estendo poi la decriptazioni a parti più estese, perché il testo può avere in sé un messaggio che può essere decriptato, leggendo le parole anche come serie di proposte visive, tipo geroglifici, al limite, tante quante sono i segni che la compongono, come discusso in "Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche" che ha portato al metodo ed ai significati esposti in "Parlano le lettere", che già contiene numerose applicazioni con i risultati che si ottengono da pagine del canone biblico ebraico.

Inizio con aprire la parola ebraica, usata per diluvio , con la lettura dei segni delle lettere che la compongono:
  • m = che significa acqua, ma anche madre e vita;
  • b = che indica dentro, casa, abitare;
  • w = che evoca il portare, il condurre, ma anche un bastone, (in egiziano indica anche parola, parlare);
  • l = che porta al concetto di potenza, ma anche di serpente.
Sotto l’aspetto dell’evento "diluvio" la lettura con i segni di questa parola è calzante, perché nel suo interno è compreso il predicato: = "acqua dentro portata con potenza ".
In un’altra lettura è però implicita una promessa "la vita dentro riporterà potente ", col senso dell’attesa che sia annullata la debolezza conseguita con la caduta d’Adamo che implica la morte, la malattia e l’invecchiare.
Entrambe hanno una loro valenza, come vedremo.

I PATRIARCHI PRE E POST DILUVIO
Per ampliare il panorama delle informazioni utili al tema che interessa esamino alcuni antefatti al diluvio.
Il nome Adamo, con cui Dio lo definisce, è un collettivo, "uomo" o "umanità".
Adamo impose il nome agli animali e, dopo il peccato, anche alla moglie Eva. Questa chiamò Caino il primogenito e ciò è già indice di un primo disordine, perché il nome è dato dal padre.
Con Abele ucciso dal fratello Caino c’è la morte di un primo uomo.
L’omicidio è così il prototipo del peccato brutale dell’uomo verso un fratello.
È così sancito il cattivo uso della libertà.
Agli schernitori non piace ricordare ciò in quanto si può fare meno ironia che sul racconto criptico dell’episodio del mangiare dall’albero del bene e del male.
Adamo poi impose il nome al figlio Set (Gen. 4,25), da cui discende Noè: "Adamo si unì di nuovo alla moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. Perché - disse - Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso. Anche a Set nacque un figlio che egli chiamò Enos." (Gen. 4,25)
Dopo la nascita di Set, che per il Genesi è il primo uomo nato da donna, visto che Adamo non ebbe altra madre che Dio, si cominciò ad invocare il nome del Signore (Gen. 4,26), ossia "In quei tempi (gli uomini) aspettavano d’incontrarsi col Nome del Signore", sintetico cenno questo dell’inizio dell’attesa messianica per tornare ad incontrare Dio faccia a faccia.
A questo punto inizia il Capitolo 5 che riporta la discendenza d’Adamo.
Il testo indica per ciascuna generazione:
  • N il nome del primogenito;
  • V gli anni di vita del primogenito N;
  • P gli anni di vita al momento della nascita del primogenito di N;
Da tali dati si può dedurre:
  • D gli anni di vita di N dopo la nascita del proprio primogenito (D=V-P);
  • Σ P = t il tempo assoluto dalla nascita d’Adamo, somma degli anni di nascita dei primogeniti delle varie generazioni, ossia l’anno assoluto al momento della nascita dl primogenito di N.
Lo stesso criterio è adottato nel Capitolo 11, dove è indicata la genealogia della discendenza di Noè fino ad Abramo.
Nella tabella che segue riporto gli elementi suddetti tratti fino a Lamech da Capitolo 5 del Genesi e per i restanti patriarchi dal Capitolo 11.

Nome

V
anni di vita
di N

P
Età
al 1° figlio

D
anni
ulteriori

Σ P = t

Adamo

930

130

800

130

Set

912

105

807

235

Enos

905

90

815

325

Kenan

910

70

840

395

Maalaleèl

895

65

830

460

Iared

962

162

800

622

Enoch

365

65

300

687

Matusalemme

969

187

782

874

Lamech

777

182

595

1056

Noè

950

500

450

1556

Sem
D* diluvio

600

100
2 anni dopo D
Gen. 11,10

500

1656 *
1658**

Arpacsad **

438

35

403

1693

Selah

433

30

403

1723

Eber

464

34

430

1757

Peleg

239

30

209

1787

Reu

239

32

207

1819

Serug

230

30

200

1849

Nacor

148

29

119

1878

Terach

205

70

135

1948

Abramo

175

100 Isacco

75

 

La tabella comunica interessanti informazioni di come ha ragionato l’autore, pur se pare incredibile; faccio un esempio su come si legge: Matusalemme morì a 969 anni e com’è noto visse più di tutti, ebbe il figlio primogenito Lamech a 187 anni, visse altri 782 anni ed alla nascita del figlio per la Bibbia erano trascorsi 874 anni dalla creazione d’Adamo.

Tutti tali elementi si ottengono dai versetti Gen. 5,25-27 e sono riportati in tabella, che dice di più, in quanto informa che Matusalemme nacque quando Adamo aveva 687 anni e si ricava che Adamo morì quando quel patriarca aveva 253 anni (930-687), perciò Matusalemme fu testimone dei racconti d’Adamo.

La Bibbia perciò, come ricostruito in tabella, asserisce che il diluvio avvenne nell’anno 1656 dalla nascita d’Adamo, secondo il versetto Gen. 7,6: "Noè aveva 600, quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra."
Il versetto Gen. 5,32 precisa: "Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Iafet", quindi Sem doveva avere 100 al momento del diluvio, invece, il versetto Gen. 11,10 osserva: "...Sem aveva 100 anni quando genero Arpacsad, due anni dopo il diluvio" mentre era da attendersi che Sem di anni, allora, ne avesse 102.
Il diluvio, compreso il prosciugamento della terra, durò un tempo di quasi un anno e Noè ne aveva 601 quando uscì dall’arca (Gen. 8,13).
Faccio notare che il patriarca Matusalemme morì (1656 = 687 + 969) nell’anno del diluvio, ma il versetto Gen. 6,27 non indica una morte diversa dai patriarchi che lo precedettero; è così da arguire che morì poco prima del diluvio.
Il figlio Lamech morì nel 1651 = 874+777, cioè 5 anni prima del diluvio e del padre Matusalemme, sicché nessun patriarca pare morire nel diluvio.
Compiuto il ciclo dei primi 8 primogeniti (senza contare Enoch) di cui parlerò poi, morti nel vecchio mondo, per Noè si aprono col diluvio tempi nuovi.
Noè morì nel 2006 assoluto (1056 + 950), ossia 350 anni dopo il diluvio, mentre Abramo nacque nell’anno 1948, vale a dire 292 anni dopo il diluvio ed entrò nella terra di Canaan a 75 anni (Gen. 12,4), morto Noè da 17 anni.

Traggo così conclusione che la Bibbia, con questi dati, incredibili sulla lunghezza della vita dei patriarchi, di fatto assevera che:
  • quant’è pervenuto sui primi tempi dalle Scritture è passato per tradizione orale, in quanto per il Genesi Noè aveva ricevuto da Adamo, da Set e dai suoi figli cultura e tradizioni tramite Matusalemme, e queste integre sono arrivate ad Abramo, Isacco, Giacobbe, a Mosè, e... a noi;
  • la vita ricevuta da Dio è limitata da un cattivo uso dalla libertà stessa (Caino uccide Abele) tanto che (vedi tabella) col moltiplicarsi delle trasgressioni si perviene a durate di vita terrena sempre più brevi.
La riduzione della vita per l’egoismo degli uomini è esperienza attuale, in quanto in paesi dell’Africa si arriva a meno di 30 anni, mentre esperienza di un pio ebreo dell’A.T., che limitava il male osservando la Legge, era: "Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore, passano presto e noi ci dileguiamo" (Sal. 90,10), durate di vita di un paese moderno, pur se il salmo è di 2500 fa, quando non c’era tecnologia.

L’epoca del diluvio corrisponderebbe ad un migliaio d’anni prima dell’esodo degli ebrei dall’Egitto avvenuto nel XIII secolo a.C., considerato che:
  • il diluvio sarebbe avvenuto nell’anno assoluto 1656;
  • Abramo sarebbe nato nell’anno assoluto 1948 ed all’età di 75 anni sentì la chiamata di Dio si portò in Canaan (Gen. 12);
  • secondo gli esperti ciò avvenne nel XIX secolo a.C..
Di fatto, per il calendario ebraico, l’anno corrente 2006 d.C. corrisponde al 5766 dalla creazione del mondo, con uno scorrimento col nostro di 3760 anni.

Il calendario ebraico, definito "lunisolare" su mesi lunari di 29 o 30 giorni, si sviluppa sul "ciclo di Metone" pari nel complesso a 19 anni solari.
Il ciclo ha 7 anni di 13 mesi lunari, detti "embolismici" di 383, 384 o 385 giorni (il 3°, 6°, 8°, 11°, 14°, 17°, 19°) e 12 anni di 12 mesi lunari (il 1°, 2°, 4°, 5°, 7°, 9°, 10°, 12°, 13°, 15°, 16°, 18°) detti "comuni" di 353 (difettivo), 354 (regolare) o 355 giorni (abbondante).
I mesi sono: "Tishri", "Heshvan", "Kislev", "Tevet", "Shevat", "Adar", "Nisan", "Iyar", "Sivan", "Tammuz", "Av", "Elul", ma negli anni embolismici il 13° mese è quello di "Adar" raddoppiato.
L'inizio del giorno ebraico è al tramonto del sole, ore 18 di Gerusalemme.
La creazione del mondo secondo la Bibbia è fatta coincidere a 5 ore e 204 parti (un’ora ha 1080 parti) dopo le 18 (quindi poco prima di mezzanotte) del 6 ottobre 3761 a.C. il 1 del mese Tishri, momento da cui parte il calcolo dei mesi e degli anni secondo il "ciclo di Metone".

Tutto ciò non è verità di fede per i credenti, ma è utile per cogliere il ragionamento di chi scrisse il Genesi ed al quale si sono adeguati gli Ebrei.
Nell’antichità, memoria storica certa per archivi conservati con continuità era l’egizia, ed un elenco delle dinastie con i nomi dei Faraoni ci è pervenuto dal sacerdote egizio Manetone (sotto Tolomeo I e II 280-285 a.C.) con succinte notizie storiche dei Faraoni precedenti.
La prima dinastia con Menes, definita dei Teniti, da Tis città dell’Alto Egitto, è del 2950 a.C.; prima sono indicati 7 re di epoche preistoriche.
Grazie a graffiti su una rupe si è trovato il nome del re più antico, il re Scorpione.
Altro, su tempi più antichi non è dato sapere, e forse non poteva andare oltre nemmeno l’autore del Genesi, scritto fuori d’Egitto senza archivi a disposizione.
Più indietro ancora ci s’addentra nella leggenda e nel mito del dio Nun, il primordiale emanatore ... delle acque secondo la cosmogonia eliopolitana, nota attraverso i "testi delle piramidi".
Se gli Egiziani, i primi nemici da cui gli Ebrei si riscattarono ad opera di Dio, avevano le loro genealogie che andavano fino a quei tempi, Iahwèh che è il vero padre di tutti, aveva certamente creato il mondo prima del capostipite del "serpente antico", cioè prima delle più antiche genealogie dei Faraoni che di quel mitico serpente sono emanazione, così, come vedremo, il mito di Nun fu rivisitato in forma monoteistica.
Vari, come vedremo sono i collegamenti con i miti egizi di Eliopoli (oggi Tell Hist, un sobborgo de Il Cairo) città al vertice del delta del Nilo a sud del Goshen, ove risiedeva la maggior parte degli Ebrei prima dell’esodo.
Riporto molto sinteticamente i punti essenziali di tale mito, che come vedremo ha vari agganci col tema che interessa.

Miti egizi d’Eliopoli - Osiride e Iride
In principio c’era Nun, creatore dormiente nel caos delle acque primordiali da cui emerse l’Egitto come zolla sabbiosa. In forma di fenice vi si posò il creatore operante, Atum, che padre e madre diede vita ai gemelli, aria Shu e umidità, da cui nacque terra Geb e cielo Nut che però innamorati strettiti impedivano il germogliare della vita. Atum comandò l’aria Shu di separarli, questi s’insinuò, calpestò Geb, sollevò Nut e nacquero due coppie di gemelli, Osiride e Seth, Iside e Nefhtys. Iside ed Osiride si amavano, e Nephtys odiava lo sposo Seth.
Osiride fu re ed Iside, sorella sposa, fu regina dell'Egitto. Fu l'età dell'oro. Ai sudditi selvaggi nomadi insegnò a lavorare la terra, a coltivare la vite e ad ottenere il vino, e l'orzo da cui trarre la birra, a forgiare i metalli e le armi, a fondare città per vivere in comunità. Iside, guariva malattie, scacciava spiriti maligni con arti magiche, istituì la famiglia, insegnò a fare il pane, la tessitura ed il ricamo. Con l’amico Thot, dio delle scienze, insegnò agli Egizi a leggere e scrivere. Per portare la civiltà nel mondo lasciò la reggenza ad Iside. Il fratello Seth, invidioso, tramò per usurpare il trono, ma Iside attenta ne sventò le manovre finché Osiride tornò dal viaggio, ma Seth, escogitò una trappola, prese le misure del gigantesco corpo d’Osiride, costruì uno scrigno tempestato di gemme d’esatta misura, indisse una gara con premio lo scrigno per chi ci fosse entrato esattamente. Vinse Osiride e Seth inchiodò lo scrigno che diventò bara e buttò il fratello nel Nilo; simbolo dell’annuale inondazione del Nilo. Gli dei atterriti presero forme di animali per sfuggire a sorte analoga. Iside con Thot e con la guardia del corpo, sette scorpioni velenosi, fuggì e andò alla ricerca della bara. Dopo varie vicende incontrò dei bambini che l’avevano vista in riva al fiume ed Iside la fece portare a palazzo. Con l’aiuto della sorella Nefhtys e con i poteri magici si trasformò in falco, su di lui agitando le ali per ridargli il soffio, lo fece tornare alla vita terrena, giusto il tempo per concepire il figlio Horus. Osiride non poté però regnare più sulla terra. Iside si nascose per proteggere se e il nascituro dalle vendette di Seth. Nato Horus, gli insegnò la scienza e crebbe "come il sole nascente, il suo occhio destro era il sole, quello sinistro la luna" ed egli stesso era un gran luminoso falco che solcava i cieli. Seth tornando dalla caccia fortunosamente s'imbatté nella bara aperta e fece in quattordici pezzi il corpo d’Osiride che sparse per il paese. Iside andò alla ricerca dei resti, li ricompose, tranne il membro virile divorato da un ossirinco (dal nome di un’antica città del Basso Egitto, in sinistra del Nilo El-Bahnasa), un grande pesce, una specie di storione del Nilo. (Mormyrus Kannume o "pesce di Ossirinco", col muso proboscidato, piuttosto comune nel Nilo che fu anche oggetto di venerazione nel XIX nomos dell'Alto Egitto). Iside, ricomposto il corpo, con la sorella Nefhtys non colpevole sposa del malvagio Seth, con Thot ed Anubi (dio dei morti) cercarono di rendere a Osiride la vita. Anubi imbalsamò il corpo; fu la prima mummia fasciata con talismani. Sui muri del sepolcro ad Abido, furono incise formule magiche. Osiride andò a governare l'aldilà, giudice delle anime dei morti e protettore della fertilità e dell’agricoltura, cioè re del Duat "Sito che è oltre l'Orizzonte occidentale"; lì vi pesa i cuori dei morti su un piatto e sull’altro mette una piuma, le anime pesanti sono mangiate da Ammit, e le altre vanno in una landa fertile e ricca di messi. Ordinò però al figlio Horus di vendicarlo. Iniziò l'interminabile lotta fra Horus e Seth, tra il bene ed il male e quando Horus vincerà Seth, Osiride tornerà nella terra dei vivi e governerà. Horus, quando fu abbastanza grande affrontò Seth in battaglia, per vendicare la morte del padre. Il combattimento fu lungo e cruento, La tremenda battaglia durò tre giorni e tre notti. Il conflitto fu interrotto dagli altri dei che decisero in favore di Horus e diedero a lui la sovranità del paese. Seth fu condannato e bandito dalla regione. In altre versioni le due divinità si riconciliarono, segno dell’unione dell’Alto e Basso Egitto.

La nascita di Adamo fu fatta affondare nelle stesse epoche, proprio perché "il serpente antico", causa del male nel mondo, è da ricercare nelle origini della storia Egiziana, memoria storica allora del mondo conosciuto (Vedi: "Geroglifici: Gesù primo figlio dell’uomo e non di Satana").

Accostamenti ad eventi, episodi o spunti di quel racconto si trovano in Genesi, in passi dell'A.T. e del N.T., tra cui:
  • un mito creativo dei primi due giorni;
  • un gemello invidioso come Caino verso Abele, Esaù, cacciatore, verso Giacobbe;
  • l'idea di sorella sposa;
  • la vite, la vigna e il vino;
  • il grande pesce;
  • il nemico, animale indefinibile, parallelo al bestiale ed alla bestia;
  • la donna che si nasconde per dare alla luce il figlio maschio (Apocalisse);
  • la resurrezione;
  • tre giorni e tre notti;
  • discese agli inferi;
  • la lotta in essere tra il bene e il male;
  • l'attesa escatologica.
Quel peccato originale del Capitolo 3 del Genesi, con la tentazione del serpente, calza bene col desiderio di potere che dovettero subire i più potenti entrati in Egitto con Giacobbe, di cui la Bibbia ricorda il tempo favorevole ed i tempi della schiavitù, e se uno vi cadeva, facile poi era subire dei tracolli.
Disgrazia, infatti, ci sarebbe stata di certo per chi si fosse mischiato con i fatti delle corone dell’alto e basso Egitto contro con i potenti sacerdoti di quella cosmogonia, come nel caso della nota vicenda del cambio monoteista della religione al tempo del regno del Faraone Amenofi IV, inspiegabile nella storia Egiziana, se non si immagina un apporto di idee da una solida tradizione preformata.
Di ciò il libro dell’Esodo non parla, pur se storicamente è possibile.
È la stessa tentazione d’Adamo, di essere come Dio, infatti, disse il serpente ad Eva: "Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio" (Gen. 3,5)
I Faraoni erano dei ed i discendenti di Giacobbe, entrati in Egitto nel XVII secolo a.C. furono tentati alla scalata per arrivare vicini alle dinastie.
Usando i termini d’uso nei libri gialli, questo è un movente e, i discendenti di Giacobbe con Giuseppe vice faraone hanno anche avuto l’opportunità, e non hanno un alibi, in quanto erano lì, erano monoteisti, erano diventati potenti, erano intelligenti e furono a posti importanti, certamente di potenti scribi.
Il Faraone Amenofi IV o Achenaton (1374-1347 a.C.), dei tempi successivi a Giuseppe (120 anni circa prima dell’uscita dall’Egitto con Mosè), fu l’unico che portò la svolta monoteistica, la sua dinastia finì in disgrazia per opera della classe sacerdotale precedente che vedeva perdere potere, così plausibilmente caddero in disgrazia anche i consiglieri e tutti i simpatizzanti.
Tentazione, peccato e punizione si poterono così verificare col contributo dei Faraoni, sia pure di dinastie opposte, figure di tentatore, accusatore e punitore.
Il libro dell’Esodo però dice solo che gli Ebrei subirono un capovolgimento e passarono dal favore ad essere invisi agli egiziani ed al potere.
La storia di Giuseppe vice faraone nel Genesi è così anche allegoria dell’epoca in cui Adamo era il viceré del mondo nel giardino dell’Eden, e ricorda quei tempi mitici di grazia in contrappasso coi tempi del peccato e della punizione, descritti a tinte fosche nei primi capitoli del libro dell’Esodo.
Dice l’Apocalisse (12,9): "Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli", e drago in ebraico = = TAN è drago e tannin è "mostro marino, dragone, serpente", simbolo d’Egitto con evidente riferimento alla dinastia dei Tiniti.

La genealogia di Adamo è costituita da 10 nomi, ove mancano Caino e Abele, ma Abele morì senza figli e Caino ha una genealogia a parte (Gen. 4,17-24).
"Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente dell’Eden" (Gen. 4,16) e il radicale NWD, nei geroglifici, col determinativo di camminare, indica "girare a parte"; perciò è un caso a sé stante, capostipite di primogeniti che non avrebbero avuto continuità, se si dà valore assoluto al racconto del diluvio, in quanto sarebbero tutti dovuti morirvi.

Osservo che nel Capitolo 5 per ciascun patriarca è ripetuto "poi morì".
Il 7° per nascita dei primogeniti dopo Adamo, Set, Enos, Kenan, Maalaleèl, Iared, l’8° tenuto conto anche di Abele, ma non contando Caino, fu il patriarca Enoch; con questi però accade, come segnalato dal versetto Gen. 5,24, che s’interrompe il ciclo dei morti: Enoch camminò con Dio e non fu più perché Dio lo aveva preso.
Nella scala dei tempi assoluti fu preso da Dio nell’anno 622+365=987, quindi morto Abele a causa d’un uomo, e morto Adamo (930) per aver dato retta al serpente, prima della morte degli altri patriarchi Enoch sarebbe stato il terzo a morire, ma ciò non avvenne.
Vale a dire ci fu uno squarcio profetico: l’ultima parola di Dio sulla sorte finale dell’uomo non è la morte!
Il Genesi, in pratica afferma così che la morte può essere vinta e che testimoni di ciò furono i patriarchi a partire dallo stesso Set, da cui derivano tutti gli altri, in quanto Set morì 55 anni (912+130-622-365) dopo l’ascensione d’Enoch.
L’attesa della risurrezione è per il Genesi un sigillo nella memoria dell’umanità, visto che tutti procediamo da Set che fu testimonio d’una risurrezione.
Nel nome ebraico di Enoch ci sono le lettere della parola grazia = che hanno un gran ruolo nel tema; "per grazia lo porterà tra i retti ", c’è così la profezia della sua storia, in linea col pensiero in "nomen omen - nel nome il destino" in quanto "per grazia lo porterà tra i retti ".
Quelle lettere di grazia, invertite, portano poi al nome di Noè .
Congruentemente nel nome di Set c’è l’impronta dell’idea che "risorgeremo alla fine " o "risorgeremo tutti ".
In Enoch la grazia di Dio ha operato, perché per il Genesi questo patriarca non è entrato nella morte, e reca, così, speranza di soluzione finale positiva per tutti.
Enoch fu così il soggetto che portò all’acme la letteratura apocalittica, perché è la prima buona notizia per il fedele in un mondo desolato.
È questa perciò la prima sconfitta del serpente antico.
Per la tradizione ebraica Enoch era un calzolaio, totalmente legato a Dio.
Legava insieme il mondo celeste con quello terreno come cuciva le scarpe.
In cielo gli fu dato un nuovo corpo di fuoco e tu trasformato nell’angelo Metratron, importante angelo, lo scriba celeste.
Metratron è identificato alcune volte con Raziel (Segreti di Dio) e con Uriel (Luce di Dio = luce dell’insegnamento divino).
Nel misticismo ebraico è associato a Elia - anche lui rapito al cielo - ed è il soggetto di molte opere apocalittiche, dove sono descritte le sue esperienze.
Quella tradizione immagina che quelle opere siano estratte dal libro che fu dato ad Enoch dagli angeli, contenente la conoscenza dell’albero della vita.

In linea col pensiero diun testo nascosto sotto il testo ufficiale, mi domando se, questi libri siano reminiscenza di decriptazioni deducibili dalla stessa Genesi o da altri libri canonici, ma oggi non più rintracciabili per amnesia?
Interessante è che il primo uomo, degno d’essere portato in cielo è, per la tradizione ebraica, strettamente legato alla scrittura.
Ciò dimostra l’importanza che da sempre è stata annessa ai segni delle lettere secondo quella tradizione sono incise, sul trono di Dio e, combinando le stesse, è stato creato il mondo e sono il corpo della Torah.
Enoch secondo il Genesi visse per 365 anni proprio nei tempi attorno ai quali apparvero i primi geroglifici, a cavallo del 3000 a.C..
Chi scriveva il Genesi, indirettamente, ma volutamente, sta così suggerendo che la scrittura è collegabile a questo patriarca in quanto contemporaneo dell’origine dei geroglifici, tipo di scrittura che l’autore del Genesi doveva conoscere visto che il libro è inserito nella Torah che la tradizione ritiene scritta poco dopo l’uscita dall’Egitto.
Per la stessa tradizione ebraica, essendo a quell’epoca ad esistere nel mondo, solo i discendenti dei patriarchi, come appunto sostiene la Genesi, quella scrittura da uno di questi doveva pur venire, perciò Enoch proteggendo, come angelo del cielo (Metratone - Raziel - Uriel) ha fatto ricadere sulla terra le idee dei segni preesistenti, scritti sul trono di Dio, che sarebbero stati accolti, ma in forma primitiva dalla cultura egiziana, poi purificati in quelli ebraici che sarebbero simili agli originali.

Subito dopo nella genealogia si distingue Matusalemme, primogenito di Enoch, che anche se morrà, avrà su questa terra la vita più lunga di tutti gli uomini.
Il nome di questo patriarca in ebraico è Matushallah, che con la lettura dei segni ha in sé un accenno collegato all’idea che "ai morti si riporterà con la risurrezione il vigore ."
Quest’apertura nel Genesi della pesante cappa della morte è poi seguita da una significativa anomalia.

Ho colto, infatti, per costruire quella tabella che nella puntigliosa precisione dell’autore del Genesi nel riferire l’età e la durata delle vite terrene dei patriarchi lascia una piccola indeterminazione certamente voluta.
Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Iafet (Gen. 5,32).
Noè, però, aveva una moglie sola come s’evince da Gen. 7,7: "Noè entrò nell’arca e con lui i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli, per sottrarsi alle acque del diluvio."
Nacquero tutti e tre lo stesso anno? Un parto trigemino!
Non è mai detto che uno di questi è il primogenito, e anche se Sem è citato per primo rispetto agli altri due nomi, nelle genealogie del dopo diluvio al Capitolo 10, sono riportate prima quelle di Iafet e di Cam.
Quel versetto, molto corto, è un antefatto importante al diluvio e può costituire un avviso e la base dell’argomento chiave.
Col pre-qualificato metodo di "Parlano le lettere" ho così proceduto a decriptarlo.

Riporto il testo italiano della CEI, l’originale ebraico e la decriptazione lettera per lettera con accanto il segno relativo e dopo il risultato tutto di seguito.
(Ricordo che la lettura dell’ebraico si sviluppa da destra a sinistra.)

Gen. 5,32 - "Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Iafet."



"A portare sarà nel mondo ad esistere l’energia chiusa nel Figlio . Dalle tombe salverà () i viventi . Per l’Unico porterà a tutti la risurrezione . L’energia , entrando , li porterà ad essere rinati (). Dalle tombe verranno () risorte le centinaia (). Nel Crocifisso si chiuderanno . I viventi porterà dall’Unico tutti a stare al volto alla fine ."

A portare sarà nel mondo ad esistere l’energia chiusa nel Figlio.
Dalle tombe salverà i viventi.
Per l’Unico porterà a tutti della risurrezione.
L’energia, entrando, li porterà ad essere rinati.
Dalle tombe verranno risorte le centinaia.
Nel Crocifisso si chiuderanno.
I viventi porterà dall’Unico tutti a stare al volto alla fine.


ANTEFATTI AL DILUVIO - CORRUZIONE DELL'UMANITÀ
Dato tutto ciò per acquisito, entro nel vivo del racconto del Diluvio.
Il diluvio è descritto nei Capitoli 6, 7e 8 del Genesi e lo introducono otto versetti, considerati "passo difficile" di conclamata tradizione Iahvista.
Riporto i primi quattro versetti: "Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. Allora il Signore disse: Il mio spirito non resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni. C'erano sulla terra i giganti a quei tempi - e anche dopo - quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell'antichità, uomini famosi." (Gen. 6,1-4)
L’immaginario collettivo ha molto lavorato su queste parole; c’è, infatti, chi ritiene che riportino l’opinione di leggende popolari d’unioni tra angeli decaduti e donne, "le figlie degli uomini", da cui sarebbero nati i giganti.
Altri ritengono che "i figli di Dio", di cui lì è detto, siano gli uomini della discendenza di Set e le figlie degli uomini, della discendenza di Caino.
Si è pure pensato che sia una semplicistica spiegazione degli antichi sui ritrovamenti - che vi saranno pur stati anche a quei tempi - di grandi ossa d’animali, reperti d’epoche geologiche, quali i dinosauri, di cui non sapevano darsi spiegazione e così non citati nella descrizione della creazione del Genesi.

In questi versetti, in ebraico, i figli di Dio sono i bené - ‘Elohim e le figlie degli uomini - le benot ‘adam .
Entrambi questi termini sono ripetuti due volte, il che in genere è un avviso.
Su "figlie degli uomini" non c’è possibilità di errore di identificazione, né valutazione di demerito; l’uomo di cui sono figlie è Adamo, creato dal Signore Dio, cui ha comandato "siate fecondi e moltiplicatevi".
Il problema d’identificazione è nei "figli di Dio".
Sull’idea degli angeli decaduti c’è una domanda ironica, entrata nell’immaginario collettivo, visto che si dovrebbe trattare del loro sesso: ma gli angeli sono maschi?
Faccio osservare che il termine , che in ebraico si traduce Dio, leggendone i segni, è un termine relativo = "il primo dei potenti ", e molti nell’antichità si sono definiti dei e/o lo sono stati considerati da altri e questi, nella sfera biblica sono ritenuti figli del demonio e del serpente antico, "la più astuta di tutte le bestie selvatiche".
Potrebbero perciò essere "figli degli dei" i figli dei primi potenti che si fanno chiamare "dio" e che sono considerati "dei" sulla terra.
Nell’area degli scritti biblici i figli dei faraoni erano a tutti gli effetti figli di dei.
Tra l’altro, racconta la Torah, che la morte dei primogeniti potenti d’Egitto e del faraone fu la decima piaga che Dio provocò per piegarne la volontà e per dimostrare che la propria potenza era superiore a quella magica dei suoi sacerdoti e degli dei di quella cosmogonia.
Tra l’altro il faraone, nemico per antonomasia del popolo ebraico, tramite la prima dinastia dei Teniti, era figlio del serpente antico, che personalizza l’Egitto idealizzato nel Nilo ed immaginato con il corpo sinuoso come un dragone con sette teste, quante allora erano le foci di sbocco del suo delta nel Mediterraneo.
Nel testo di quei quattro versetti, poi, fra le due citazioni dei "figli di dio" è inserita una considerazione da parte del vero Dio, a modo di soliloquio, nel quale si dissocia da quei fatti - come a dire non sono io il padre di quei figli - e dall’autore del Genesi si fa definire non Elohim = , ma il Signore = "Allora il Signore disse: Il mio spirito non resterà sempre nell'uomo ... "
La dimostrazione che questa razza dei figli del serpente c’è, sta nel Genesi stesso, quando Dio maledice il serpente ed evidenzia l’esistenza di due stirpi: "Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe".
Nel libro dei Numeri (33,3) c’è una prova che i potenti egiziani sono gli Elohim: "Partirono da Ramses il primo mese, il quindici del primo mese. Il giorno dopo la Pasqua, gli Israeliti uscirono a mano alzata, alla vista di tutti gli Egiziani, mentre gli egiziani seppellivano quelli che il Signore aveva colpiti tra di loro, cioè tutti i primogeniti, quando il Signore aveva fatto giustizia anche dei loro dei." e qui per "dei" usa ed era morto, come si è detto, anche il primogenito del Faraone che era sicuramente uno dei (La resurrezione dei primogeniti di Decriptare la Bibbia).
Nella descrizione della situazione esistente prima del diluvio c’è un accento ironico con: C'erano sulla terra i giganti a quei tempi - e anche dopo - ... e tradotto con giganti è il termine , ma usando la lettura dei segni si può arguire "emissari/inviati della bocca del Faraone erano i viventi " e/o, potrebbe anche essere "aborti in mare ".
Ciò fa considerare i peccati di quei tempi, i figli degli Ebrei che dovevano essere gettati nel Nilo, i corpi degli egiziani affogati nel Mar Rosso, fatti tutti bene in mente dell’autore del Genesi, che lo sottintende con quell’anche dopo.
Nel punto in cui quei versetti dicono "quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli", la parola che usa la Bibbia per quelli che nascevano non è esattamente figli, bensì gibborim, ossia "potenti valorosi, violenti"; in altre parole partorivano dei violenti.
In egiziano GB è il dio della terra, R è linguaggio, il che porta parlano il "linguaggio della terra", cioè uomini che dimenticano di venire dal cielo.
In trasparenza si è così delineata la lotta acerrima di due culture.

Ho così proceduto con il mio metodo a decriptare a tappeto quei quattro versetti, rispettando sempre i criteri ed i significati previsti nel citato metodo "Parlano le lettere" ed ho ottenuto un testo logico e conseguente che fa comprendere il perché della decisione d’intervento da parte di Dio.
Per chi fosse la prima volta che s’imbatte in questo tipo di decriptazione, onde possa avere un cenno più chiaro di come uso il metodo, do la dimostrazione della decriptazione, ma solo del primo versetto.

Gen. 6,1 - "Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie"


E fu nel mondo la forza della rettitudine che c'era ad uscire ammalata nell'uomo per il serpente che nei corpi da padrone il soffio ad inviare fu . Entrò nell'uomo la perversità () ad abitare ; con l'energia portò a segnare chi partorisce . E la potenza uscì dai viventi .

Riporto di seguito il testo decriptato dei versetti Gen. 6,1-4.

Gen. 6,1
E fu nel mondo la forza della rettitudine che c'era ad uscire ammalata nell'uomo per il serpente che nei corpi da padrone il soffio ad inviare fu.
Entrò nell'uomo la perversità ad abitare; con l'energia portò a segnare chi partorisce.
E la potenza uscì dai viventi.

Gen. 6,2
E fu nei corpi lo spirito dei morti dell'angelo (ribelle), essendo uscita la divinità che entrata era nei viventi.
Vennero figli portati segnati nel mondo, uomini (da cui) la rettitudine era nei cuori dentro finita per l'entrata energia della perversità.
Furono rovesciati nella prigione, portati dal serpente nel mondo.
Nei viventi l'angelo pose una piaga.
Il serpente delle donne i corpi che abitava ad accendere portava.

Gen. 6,3
Furono ad iniziare esseri ribelli ad esistere nel mondo portati ad uscire dai potenti in cui la calamità portavano dell'angelo (ribelle) nei corpi.
Si portò a vivere dentro l'uomo il serpente per agire, perché dentro sviando i viventi fuori li portava dall'Unico.
Dentro gli bruciava di saziarsi l'essere portandosi a vivere nei giorni, dall'Unico uscì.
Ma per agire da principe in un mare di fuoco l'angelo entrerà!

Gen. 6,4
Nel mondo caduto, fu con i viventi ad entrarvi, fu a portarsi dentro la terra ad abitare nei giorni a vivere.
Entrato nel mondo dalle matrici portò a scorrere la vita.
Iniziò ad ardere la forza della rettitudine.
L'angelo accendendo contesa con l'Unico portò dentro (altri) angeli che furono con il maledetto a stare.
La divinità che dentro abitava finì d'uscire dall'uomo essendovi (ormai) una potenza impura.
Il serpente entrato a vivere nel mondo, dai viventi, entrando, uscì la superbia nei corpi a stare.
Nei viventi iniziò a bruciare il verme perverso.
Nei viventi iniziò l'oblio del Nome.

Sembra che con queste considerazioni, e dopo la decriptazione, quel passo difficile si sia lasciato aprire mettendo in luce una situazione d’oppressione dalla quale l’uomo da solo non può uscire.
L’umanità ha subito un’invasione da parte d’un nemico, di cui il faraone è solo una delle espressioni delle possibili manifestazioni demoniache, che si è innestato come un parassita, come un verme in un frutto, ed ha fatto marcire lo splendore originario.
Questo stato dei fatti non può essere superato che con un altro atto in grado di ridare all’uomo la dignità perduta, ma occorre un’azione iniziale.
Puntuale, il testo esterno indica che siamo sul pensiero dell’autore, infatti, gli altri quattro versetti dell’introduzione proseguono così: "Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: 'Sterminerò dalla terra l'uomo che ho creato; con l'uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d'averli fatti'. Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore." (Gen. 6,5-8)

Rilevo alcune particolarità del testo:
  • È nominato per quattro volte il Signore per porre l’accento che il momento particolare comporta la Sua decisione, ma è anche un segnale al lettore di stare attento e di andare in profondità.
  • Fa rivolgere l’attenzione sul pentirsi di Dio che è indicato due volte, con un e un dal radicale = NHM; ciò però esalta un contrasto con l’idea di Dio, in quanto la Torah nel libro dei Numeri (33,19a) dice: "Dio non è uomo da potersi smentire, non è un figlio d’uomo da potersi pentire" e dopo aver letto il decriptato quel verbo piuttosto che il pentirsi fa venire in mente un "sentire compassione" che è pure nel campo delle traduzioni possibili del radicale NHM. In genere, poi, quando una parola è ripetuta due volte è da vedere cosa vogliano dire quelle consonanti in egiziano, e NHM indica anche "prender via, raggiungere da distante, salvare, liberazione, salvezza".
  • Nel testo ebraico c’è per due volte "male" con un ed un ; il primo si può tradurre = il male finirà, ed il secondo con Egitto, la terra di Ra. Il "disegno del loro cuore" , è messo in contrasto con "se ne addolorò in cuor suo" da parte di Dio .
  • Il tutto poi porta alla conclusione nella parola sterminerò , al centro dei due pentimenti, ma questa, con l’’idea di aver compassione poco a che a vedere; perciò anche questa è da guardarvi più a fondo.
Mettendo in fila questi avvisi si ricava un discorso congruente:
  • essendoci quattro volte il Signore vuole affermare che c’è precisa volontà, vale a dire "Il Signore decreta";
  • = "il male finirà";
  • il "disegno" si può dividere in " un sabato percuoterà";
  • = "l’Egitto";
  • = "e sarà a salvare (da NHM Egiziano)";
  • = "e con forza indica di voler agire e venir giù alle case dei primogeniti , del Faraone potente la casa bastonerà ";
  • = il popolo () dalla prigione uscirà .
Mettendo tutto in fila il pensiero che se ne ricava è:

Il Signore decreta: il male finirà.
Un sabato percuoterà l’Egitto e sarà a salvare
e con forza indica di voler agire e venir giù alle case dei primogeniti,
del Faraone potente la casa bastonerà,
il popolo dalla prigione uscirà.


Si rafforza il pensiero che vi sia mitizzazione di un evento storico e che l’idea motrice è la storia d’Israele, la prima Pasqua, l’uscita dell’angelo sterminatore, la morte dei primogeniti degli Egiziani, la salvezza delle case ebree, l’uscita dall’Egitto e l’apertura del mar Rosso.

Questo sviluppo convince che nel modo dell’autore di avvicinare l’argomento è insito l’invito ad entrare nell’intimità con Dio, di superare le apparenze per penetrare nei suoi precordi di misericordia, certo che i Suoi pensieri sono costruttivi per il fedele e per il suo popolo.
Il racconto indica anche il prototipo comportamentale dell’uomo giusto, perché insegna che la vera giustizia sta essenzialmente nel pentirsi sinceramente , e che ciò Dio lo trasforma poi in salvezza.

È interessante vedere come si sviluppa l’idea.
Il pentirsi si trasforma in parabola, si fa carne in un uomo che impersona l’atto che il Signore si attende dall’umanità, il rivolgersi pentita al Signore che è sicura salvezza; infatti, le lettere di quel sono pentito da parte di Dio, che si trova nel racconto, sono divisibili in "Noè un uomo è ".

È così da notare che appena Dio pronuncia una parola crea, e puntuali a quest’idea le lettere di quella parola si trasformano, ed inizia: "Questa è la storia di Noè. Noè era un uomo giusto..." (Gen. 6,9)
Quei quattro versetti si concludono con:

Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore
È da notare perciò come il racconto si sviluppa con formicolio delle stesse lettere, che si uniscono a formare parole nuove che portano al racconto per accrescimenti midrashici; cioè l’autore crea con le stesse lettere i concetti sviluppando l’idea.
Partendo da ne sposta una lettera ed esce Noè e poi invertendo le lettere Noè arriverà la parola grazia , ma andiamo per gradi.

L'ACQUA DEL DILUVIO
La situazione della terra dopo il diluvio è analoga al momento della creazione: Le acque s’innalzarono sempre più sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto il cielo. (Gen. 7,19)

Per entrare nel pensiero dell’autore del Genesi circa le acque del diluvio è da notare per quel libro Dio non creò mai le acque, tant’è che: "In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque." (Gen. 1,1.2)

Nel primo giorno creò la luce e nel secondo (Gen. 1,6-8):
Dio disse: Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque.
Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne.
Dio chiamò il firmamento cielo.
E fu sera e fu mattina secondo giorno.

In definitiva sembra, così, che ci siano acque particolari, preesistenti alla creazione, che erano presso Dio ed il firmamento fu posto in mezzo alle acque come una placenta che separa la madre dalla creatura.
La terra apparve solo nel terzo giorno quando Dio raccolse le acque.

A queste acque da sempre è connesso il senso del sacro attribuito a quelle terrene, ritenute collegate al cielo (2° giorno), perché danno vita.
Si pensi a riti di purificazioni delle varie religioni, al bagno purificale degli ebrei nella miqwah , al battesimo di Giovanni ed allo stesso battesimo cristiano.
Per sondare il pensiero del secondo giorno della creazione è però da cercare tra le immagini della cosmogonia egiziana, che esisteva in contemporanea del momento cui fa riferimento lo scrittore della Genesi.
Sopra tutti gli dei del mondo egizio, c’è ITN Aton (il dio unico d’Amenofi IV che cambiò il nome in Akhenaton) dell’essere (I) completa (T) emanazione (N), su cui gli antenati dei fuoriusciti ebrei dall’Egitto ebbero evidente influsso, visto che fu l’unico squarcio di monoteismo nel paganesimo.
Aton crea Shu il dio dello splendore dell’aria e la sua controparte femminile Tefnut, dai quali nascono Geb - la terra e Nut - il cielo.
Il segno della volta del cielo , dei geroglifici egiziani, è una mensa.

Del cielo esistono due forme:
  • la maschile il cielo PT che sopra il segno del cielo ha i segni consonantici di P di T, cioè, una pietra e un pane;
  • la femminile la cielo NUT con gli stessi segni con la variazione di un orcio per la bi-consonante NU al posto della pietra P. L’orcio NU è N + due Iod=U e si può immaginare pieno d’energia N e di vita Iod. In ebraico due Iod e una N è vino , perciò l’orcio figurativamente è pieno di un vino spirituale.
Alla volta sono attaccate le stelle e viene la pioggia .

Il tempo è l’orcio NW con il pane T e con il dimostrativo sole.

Questa simbologia, rivisitata in forma monoteista, ha influito il libro nella Genesi nel 2° giorno della creazione in cui Dio dà origine al cielo, in ebraico .
Questa parola si può dividere in "Sha-Maim" ricorda il dio egizio "Shu" - splendore di PtaH - e alle onde dell’acqua "maim" cioè all’energia, rappresentata da un’onda, che sta nell’orcio della dea NUT.
Nel cielo, Shamaim di Dio, quindi c’è acqua, ma evidentemente è un’acqua particolare perché di Iahwèh l’acqua è vita ; è acqua viva, non creata perché è propria di Dio che nel 2° giorno la separa da quella dell’uomo, che è pure collegata a Lui.
L’acqua sulla terra, perciò, è un Suo dono e, seguendo il percorso delle acque s’arriva alla sorgente del Paradiso ove c’era "Un fiume che usciva dall’Eden ..." (Gen. 2,10) da cui attingeva l’albero della vita. (Vedi: "Il giardino dell’Eden" e "I cherubini alla porta dell’Eden").

Verso quest’acqua c’è tensione in tutta la Bibbia e basta ricordare:
  • il Salmo "Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio." (Sal. 42,1)
  • le visioni dei profeti delle acque che escono dal Tempio;
  • le acque che escono dal costato di Cristo.
Il far scendere le acque del diluvio è perciò compiere un atto spirituale.
Dio, di fatto così, rimette in comunicazione le acque di sopra con le acque di sotto, con ciò intende finire il silenzio causa del peccato e ricominciare a parlare con un uomo, Noè, con cui ricomincia la storia di sviluppo dell’umanità che era stata interrotta dal peccato e dopo l’omicidio di Caino.
In sintesi si ripetono gli atti della creazione, per rifondare l’uomo.
Si separano le acque (segno del 2° giorno), spunta la nuova flora (segno del 3° giorno), esce l’arcobaleno (segno i luminari del 4° giorno), escono gli animali nell’arca (5° e 6°) ed esce un’umanità nuova.
Come interpretare allora la dichiarazione che dopo il diluvio "Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame, e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini."? (Gen. 7,21)

Da questa dichiarazione consegue che:
  • l’umanità attuale, pur se figlia d’Adamo, è tutta discendenza di Noè;
  • per tutti c’è in atto l’alleanza fatta da Dio con lui;
  • la discendenza maschile di Caino è quindi perita, ossia non ha più spazio nel mondo a venire.
L’orcio della dea NUT racchiudeva energia N.
Visto con i segni ebraici quell’orcio rappresenta la grazia = "racchiude energia " e Dio lo rovescia e fisicamente n’esce la parola Noè su cui ricade l’energia racchiusa ".
È Noè progenitore di tutti, perciò, l’autore biblico sostiene che per tutti è in atto la ripresa del colloquio da parte di Dio e la sua alleanza, esplicitata poi dal famoso arco nel cielo, che nell’accezione comune è l’arcobaleno, di cui appunto è detto nel racconto del diluvio, dopo il quale asserì: "Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché il cuore dell’uomo è incline al male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente com’è fatto." (Gen. 8,21)
Quest’arco annunciò la gloria del Signore, ed è una parola della descrizione del Figlio dell’Uomo sul carro di fuoco d’Ezechiele ed il nominarla è mandare la mente a quella visione, scritta prima del Genesi, di cui ho parlato ampiamente in "Il carro di fuoco d’Ezechiele: UFO e/o macchina del tempo?".
Ezechiele (1,27.28) così disse: "Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da uno splendore, il cui aspetto era simile a quello dell’arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia. Tale m’apparve l’aspetto della gloria del Signore. Quando la vidi, caddi con la faccia a terra e udii la voce di uno che mi parlava."
Di quei versetti questa è la decriptazione (la dimostrazione la riportai in quell’occasione).

Decriptazione Ezechiele 1,27.28
"Porterà l’Unigenito alla vista di rettitudine una sorgente che dalle tombe risorgerà i viventi.
Ri-cammineranno i morti che nell’Unigenito entreranno.
L’Unigenito risorto dentro sarà sul colle.
Nell’aperto foro dentro saranno ad abitare i viventi che vivo lo rivedranno.
Gli uomini dagli angeli saranno portati e con potenza vivi l’innalzerà per potare a vivere la vita con i corpi dall’Unico in cui entreranno gli uomini che da angeli saranno a portarsi e del Potente a vivere nel cuore entreranno.
Vedranno che era il Crocifisso che fu un retto uomo a cui per primo uscì la prima risurrezione e nello splendore del Potente si portò per tornare a stare a casa.
Da casa vivo con il corpo l’Unigenito rientrerà nel mondo per riversare la risurrezione alla fine, (in quanto) dell’Unico il Principe era che nell’esistenza della rettitudine in azione inviò l’energia dentro un giorno nel mondo.
Scorrerà la risurrezione dalla piaga, da cui inviò acqua, che vedranno aperta.
Nello splendente foro dentro stava.
Dentro di Lui dei viventi i corpi all’Unigenito usciranno simili per rettitudine.
A casa li porterà per mano il Signore che li condurrà dell’Unico alla vista. Dal mondo li porterà dell’Unico al volto.
Innalzerà le persone che saranno portate nell’Unico risorte."

Questo "mio arco" (Gen. 9,13) nelle nubi è "qashetti" e può esser letto appunto, come annuncio di risurrezione "versata la risurrezione per tutti sarà ".
"a versare la risurrezione alla fine sarà ", vera profezia d’alleanza con l’uomo che si attuerà, poi, nella nuova alleanza in Cristo, annunciata nell’ultima cena col pane e vino (che si trovano anche sulla tavola ) e col segno della risurrezione del Crocifisso.
Così quell’arco accerta un patto che supera ogni possibile catastrofe. Idrogeologica, per terremoti od altri eventi, che di fatto paiono continuamente smentire quel patto, se preso nel senso delle scienze fisiche terrene.
Tra l’altro, parlando di Noè, Gesù dice (Lc. 17,24-27): "Come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’Uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione. Come avvenne al tempo di Noè così sarà nei giorni del Figlio dell’Uomo: mangiavano, bevevano, s’ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti."
L’immagine di questo lampo e di Noè portano a pensare all’arcobaleno collegato con la venuta del Figlio dell’Uomo.
È vero che qui Gesù conferma che perirono tutti, ma il discorso è in termini apocalittici come nel Genesi, ma nel parallelo Vangelo di Matteo (24,39) Gesù dice: "venne il diluvio e li inghiotti tutti"; perciò se era acqua vera morirono e se era una acqua speciale che portava grazia, l’hanno ricevuta.
È pur vero che quei giorni saranno felici, perché il Figlio dell’Uomo verrà per dare la risurrezione: "in un istante in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati." (1 Cor. 15,52).
Chi di certo perirà sarà il nemico: "L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte" (1 Cor. 15,26), come nell’episodio degli indemoniati Gadareni, ove i demoni entrarono in una mandria di porci che si lanciarono nel mare (Mt. 8,28-34; Mc. 5,1-20 e Lc. 8,26-39), episodio figura del battesimo e del diluvio in cui si muore al peccato per rinascere in Cristo.
S. Paolo, fariseo, attento scrutatore della parola, osserva (Ef. 6,12):"la nostra battaglia non è infatti contro creature si sangue e di carne, ma ... contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male..."
In definitiva, il messaggio biblico con la parabola di Noè profetizza che su un uomo si rovescerà la grazia, onde tutti gli uomini, soggetti alla morte, saranno salvati con la risurrezione.
Questo messaggio è lo stesso che ha raccolto il Vangelo di Giovanni al Capitolo 21 quando, dopo la risurrezione di Gesù, presenta la scena, sulle rive del mare di Galilea, del Risorto che incontra 7 apostoli - con lui 8 in tutto - segno profetico dell'8° giorno, il giorno escatologico, e degli 8 salvati dall’arca (Noè, la mogli ed i 3 figli con le mogli), con a capo Noè, il cui nome in ebraico discende dal radicale "guidare"; perciò Gesù, il Noè profetizzato, è promessa di guida.
Lì vi è anche una barca, che ricorda l’arca, ma questa volta è da riempire di pesci, (che non erano stati salvati da Noè) e che rappresentano chi fa ancora parte del mondo antico, di prima del diluvio, passati vale a dire senza mutare nel mondo nuovo, discendenti perciò ancora del tempo del peccato.
È quest’episodio, dell’incontro di Gesù risorto, l’invio di Pietro e gli altri a popolare, il mondo nuovo, nato dal nuovo diluvio spirituale uscito dal costato di Cristo, evangelizzandolo con l’annuncio della sua morte, rivisitata sotto il segno dell’alleanza della risurrezione, palese in Cristo come un arcobaleno, (Vedi: "Numeri nei Vangeli e nell'Apocalisse: Annunci del Messia" nel paragrafo "Pescare 153 grossi pesci").

Faccio poi notare com’è sorprendente che a diluvio finito, Noè piantò una vigna (Gen. 9,20) e si mise a produrre vino.
Il vino però, come abbiamo fatto notare, è connesso all’idea dell’orcio della dea Nut e ciò conforta anche sulla possibilità d’una lettura segreta del testo (Vedi: "Chi legge doppio è brillo" in "Decriptare le lettere parlanti delle sacre scritture ebraiche").
Si delinea così, sempre più concretamente, che l’acqua del diluvio non è un’acqua fisica, ma un atto di grazia unilaterale, che viene dalla misericordia del Signore, con cui è ad inondare il mondo ed i suoi abitanti, e li considera morti al vecchio regime e graziati nel nuovo, alla stregua di condannati giustamente a morte, perdonati, perché si rompe il loro cappio.
In linea con questo criterio è il battesimo cristiano che uccide il peccato ed il peccatore nelle acque del battesimo e fa nascere un uomo per una vita nuova (come con Noè la nuova umanità) e gli si da un nuovo nome, perché rinato.
Non voglio con ciò certo negare che come spunto a base del racconto "diluvio" possa esservi stato un evento importante, di un’inondazione locale in cui in tempi antichi morirono molte persone, ma questo è stato elaborato e preso a spunto per un’idea spirituale.
Un contributo che può convalidare il sospetto che non fu un evento totale, è che all’arrivo d’Abramo nella terra promessa, nell’elenco degli abitanti di Cannan sono inseriti anche i Keniti (Gen. 15,19) ed il libro dei Numeri, scritto prima del Genesi, li fa risalire a Caino, tanto che nei riguardi di questi nel libro dei Numeri il profeta pagano Ballam per i Keniti così s’espresse "Sicura è la tua dimora o Caino e il tuo nido è aggrappato alla roccia. Eppure sarai dato alla distruzione, finché Assur ti deporterà in prigione." (Num. 24,21.22)
Sembra, così, che l’evento "diluvio" non sia stato una shoah, a meno che il Caino dei Numeri non sia un omonimo del Caino del Genesi, in quanto quest’ultimo sarebbe dovuto perire fisicamente nel diluvio se questi non fosse stato un evento spirituale!
È strano che di un evento del genere, così catastrofico, non vi sia una chiara eco negli altri libri del canone ebraico della Bibbia.
Il nome di Noè, unito a quelli di Daniele e Giobbe, è ricordato dal profeta Ezechiele - VI secolo a.C. - tra i giusti che, comunque, non sarebbero in grado di salvare Gerusalemme dall’ira del Signore (Ez. 14,14-19).
Vi è poi un chiaro parallelo delle vicende del diluvio nel racconto del profeta Giona (IV secolo a.C.), ma con riferimento ad un evento spirituale.
Tra questi due estremi s’inserirebbe la redazione del Genesi.
Il NT invece ha riferimenti espliciti al diluvio, in quanto evidentemente rivisitò quelle Genesi pagine captandone la profezia sul Cristo:
  • nell’episodio sinottico dei Vangeli di Luca (17,24-27), di cui ho già detto, e di Matteo (24,36-39);
  • nella 2 lettera di Pietro (2,5).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice al punto 1094:

Proprio su questa armonia dei due Testamenti [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 14-16] si articola la catechesi pasquale del Signore [Lc. 24,13-49] e in seguito quella degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Tale catechesi svela ciò che rimaneva nascosto sotto la lettera dell'Antico Testamento: il Mistero di Cristo. Essa è chiamata "tipologica" in quanto rivela la novità di Cristo a partire dalle "figure" (tipi) che lo annunziavano nei fatti, nelle parole e nei simboli della prima Alleanza. Attraverso questa rilettura nello Spirito di Verità a partire da Cristo, le figure vengono svelate (2Cor. 3,14-16). Così, il diluvio e l'arca di Noè prefiguravano la salvezza per mezzo del Battesimo, (1Pt. 3,21) come pure la Nube e la traversata del Mar Rosso; l'acqua dalla roccia era figura dei doni spirituali di Cristo, (1Cor. 10,1-6) la manna nel deserto prefigurava l'Eucaristia, "il vero Pane dal cielo" (Gv. 6,32).
Non si può però escludere che gli scrutatori antichi, che parlano di "tipi", usando t u p o i V si riferiscano non solo a "tipi" come avvicinamenti a due personaggi o a due situazioni per una comune proprietà, ma anche a lettere in senso stretto che sono appunto il mezzo da seguire per arrivare alla profezia, garantite dalla parola di Gesù che dice (Gv. 5,39): "In verità vi dico: finché non sia passato il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge". (Mt. 5,18) e "scrutate le Scritture... ebbene sono proprio esse che mi rendono testimonianza." (Vedi: "Esegesi dei giudeo-cristiani" in "Il Cristianesimo di fronte ad una Bibbia segreta").

Particolare rilevanza ha poi nel Corano la figura di Noè (Nùh), richiamata tante volte ed in cui sono dedicate due Sure, la XI (Hùd) che ne sunteggia la storia e la LXXI che porta il suo nome, Nùh (Noè).
In questo il racconto contempla che la punizione fu con acqua e fuoco, le lettere ebraiche di cielo = "fuoco - d’acqua un mare ", cioè fu una punizione del cielo.

Segnalo poi che Noè nella Sure:
  • XXI Al-Anbiyâ' (I Profeti) è citato tra i profeti al versetto 76;
  • XXIX ‘Al-Ankabù (il Ragno), al versetto 14, concordemente alla Bibbia, visse 950 anni;
  • XXXIII Al-Ahzâb (I Coalizzati) al versetto 7 è posto tra i profeti con cui è stato fatto un patto "[Ricorda] quando accettammo il patto dei profeti: il tuo, (Muhammed) quello di Noè, di Abramo, di Mosè e di Gesù figlio di Maria; concludemmo con loro un patto solenne."

L'ALTRA FACCIA DEL DILUVIO
Il precedente excursus sull’episodio del diluvio si è concluso prefigurando un evento connesso ad una pioggia che annuncia una grazia.
L’idea del rovesciamento su Noè della grazia , tra l’altro, è insita graficamente già nel versetto: Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore


È questo il momento in cui, di fatto, è preannunciato che il Signore recederà dall’ira ed invierà la grazia agli uomini, come pioggia.
Partendo da quelle lettere e pensando alla parola grazia viene alla mente un’altra situazione, quando Dio invio un angelo a coinvolgere una donna nel piano di salvezza, come in fondo Dio fece con Noè:
"Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio." (Lc. 1,30) e cominciò: "Ti saluto piena di grazia, il Signore è con te." (Lc. 1,28)
Settanta facce ha la parola di Dio, perché appunto le lettere dicono di più delle parole, ed entrando con questo pensiero, quelle lettere possono anche prefigurare l’evento dell’annunciazione:
  • Portò un angelo di nascosto alla Madre giù l’Unico , perché Lei aveva trovato,
  • grazia agli occhi del Signore.
Non a caso i Padri della Chiesa hanno visto Maria, quale arca dell’alleanza, figura del vascello che pur nella procella salva chi a lei si affida.
È mia esperienza, dalle tante decriptazione effettuate, che la maggior parte dei messaggi biblici nascosti hanno per riferimento l’avvento del Messia; infatti, questa era l’attesa per il completamento del disegno della creazione, ma su ciò non si poteva, per comprensibili motivi, essere troppo espliciti.

Vedo connesso a tale pensiero sulla tensione al completamento ed al Messia il passo di S. Paolo ai Romani 8,19-22: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio ... e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione ... Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto."

Veniva questo tema lasciato prevalentemente a visioni ed a forme di letture che lasciassero qualche margine di libertà, essendo in definitiva una speranza e non ancora certezza.

Per capire di più, vado a vedere nei successivi quattro versetti del Capitolo 6 del Genesi (6,9-13) se vi siano elementi che rafforzino quest’idea che si va formando sul racconto del diluvio.
"Questa è la storia di Noè. Noè era un uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio.
Noè generò tre figli: Sem, Cam e Iafet.
Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena (la terra) di violenza.
Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.
Allora Dio disse a Noè: E' venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco io li distruggerò insieme con la terra."

Anche in questa serie di quattro versetti si trovano ripetizioni:
  • quattro volte Dio ;
  • quattro volte Noè ;
  • sei volte terra ;
  • due volte ogni uomo, che in effetti è ogni carne .
Quei quattro versetti girano attorno a termini che contengono per quattro volte il radicale che indica abbattere deprimere e precisamente:
  • due volte con era corrotta e ;
  • in pervertito ;
  • distruggerò .
Sono queste parole dure, ma, come prima, dobbiamo pensare bene di Dio.

Il radicale , infatti, se aperto con le lettere ci può anche portare a pensare bene