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n° 5 Settembre 2000

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IL TREDICESIMO PIANO

di Giuseppe Nardoianni
 
 

Per Aristotele il luogo era, ed è, "il primo limite immobile che abbraccia un corpo". Ma, uno spazio fisico, è anche uno spazio mentale? La concezione ellenica che non prevedeva continuità tra spazio fisico e spazio mentale, acquista maggior valore con i grandi pensatori del secolo appena passato.(1)
Ciberspazio. Termine coniato nel 1984 da W. Gibson, scrittore di fantascienza che descrive nei suoi romanzi "Neuromancer" e "Count Zero", una visione "allucinata" di un luogo, il nostro futuro; "ma in realtà è una parola che dà il nome ad una nuova fase, ad un nuovo ed irresistibile progresso nell’elaborazione dell’economia e della cultura umana, all’insegna della tecnologia.(2)
Realtà virtuale. "Un sistema che produce su scala planetaria immagini (e non solo, n.d.a.) destinate ad essere vissute, secondo alcuni, come più reali del reale stesso".(3)
Philip K. Dick, padre di "Blade Runner", tentò di propagandare il termine "Valis", acronimo di "Vast Active Living Intelligence System", cioè "Vasto Sistema Attivo di Intelligenza Vivente". E lo presero per matto.(4)
Inoltre, film come "Strange Days" (1995, K. Bigelow), "Nirvana" (1997, Salvatores) e soprattutto "Matrix" (1990, Wachowski Brothers), hanno raffigurato in maniera egregia le ampie possibilità offerte dall’utilizzo delle nuove tecnologie.
Ma le "nuove tecnologie", come tutte le tecnologie, introducono un incidente specifico: inventando il treno, si è inventato il deragliamento, inventando l’aereo, lo schianto al suolo, inventando la nave, il naufragio. Per ora non riusciamo a percepire con chiarezza quale sarà l’incidente specifico delle nuove tecnologie e della Realtà Virtuale.(5)
E l’incidente, l’imprevisto, è ciò che sconvolge la realtà "reale" dei protagonisti nel film "Il tredicesimo piano".(6)
"L’Einstein dei nostri tempi" ha infatti creato un sistema che "non ha bisogno di un utente con cui interagire per funzionare… persone simulate elettronicamente che popolano questo sistema… modellate su di noi", inoltre "mentre la mia mente è collegata… il mio corpo è sempre qui (nel mondo reale, n.d.a.)… ma assume la coscienza dell’unità programmata a cui mi allaccio".
Ma in uno delle migliaia di mondi virtuali simulati elettronicamente, gli avatar (7) hanno creato una simulazione nella simulazione. Ora il nostalgico inventore, avanti con gli anni, usava uno dei mondi simulati (la Los Angeles del 1937) per dar sfogo ai suoi bassi istinti e cioè per portarsi a letto le ragazze che frequentavano i numerosi "night" dell’epoca. Mentre suo genero "frequentava" le varie simulazioni (in particolare la Los Angeles del 1999) per andare ancora oltre, uccidendo i malcapitati, due facce della stessa medaglia, ma un’unica ragione, sentirsi un Dio. I problemi sorgono quando l’alter ego virtuale dello scienziato acquista coscienza di sé, accorgendosi di vivere in un mondo simulato (1937). Per mettere fine a tutto ciò lascia un messaggio, nel sistema, al suo aiutante principale. Com’è d’obbligo, in film del genere, la lettera cade nelle mani sbagliate e almeno un’altra persona ora sa di essere una simulazione. Alla fine, tra colpi di scena che si susseguono, tra le allucinanti scoperte (suggestiva la scena "alla fine del mondo"), tra vite intrecciate ad altre vite come in una sorta di scatole cinesi, tra l’aiutante/genero che uccide, nella simulazione, l’inventore, per impedirgli di distruggere quello che era diventato il suo "giocattolo", tra gli immancabili "déja-vu" e flash di memoria, tocca alla figlia dello scienziato risolvere l’ingarbugliato enigma: quale sarà il mondo reale, il luogo da cui tutto ha avuto inizio? E il luogo, il mondo vero è la Los Angeles del 2024, dove alla fine si riuniscono lo scienziato, la figlia e il marito, ma attenzione, la personalità di quest’ultimo è cambiata, infatti la donna che si era innamorata, nella simulazione, dell’aiutante del padre, sa che nel momento del distacco forzato dal sistema può succedere che le identità vengano scambiate: il marito muore ucciso nel mondo virtuale da una pallottola reale e l’identità del giovane (Douglass Hall) "risorge" nella vera realtà, nel mondo reale, a fianco della moglie. Cosa resta di tutto ciò, qual è la morale? Che noi non siamo altro che "contenitori". Io spero invece che l’aprire nuove frontiere possa servire ad un vero e reale progresso della civiltà umana. "A volte ho l’impressione di avere scoperto un nuovo pianeta, ma ad ogni passo in avanti mi accorgo che ho solo avvistato la riva di uno dei suoi continenti".(8) E il prossimo passo in avanti potrebbe essere quella consapevolezza di sé in grado di portare l’umanità all’effettiva eguaglianza, stessi diritti, eguali doveri, una sola forza per lo sviluppo scientifico, sociale, forse spirituale, dell’uomo. Anche se l’allacciamento al computer e di conseguenza ad una rete telematica può essere sfruttato da chi è abituato a strumentalizzare, monopolizzare e globalizzare (molti sostengono che la RV sia come una droga o una nuova arma per il controllo della mente, uno strumento in grado di indirizzare gli usi, i costumi ma soprattutto i consumi di ognuno di noi), il raggiungimento di un’unica identità, sarà l’ideale unico per elevare l’uomo ad un superiore livello di intelligenza. Quindi, in definitiva, "non una fuga mundi ma una creatio mundi".(9)

Note:
1. cfr: Maria Bettetini in "Virtual n. 11" Luglio/Agosto ’94.
2. Michel Benedikt (a cura di) "Cyberspace", Muzzio Nuovo Millennio.
3. Tòmas Maldonado "Reale e virtuale", Feltrinelli.
4. Marco Giovannini in "Almanacco della Fantascienza 1997", Bonelli Editore.
5. Paul Virilio in "Virtual" n.8, Aprile 1994.
6. Il luogo fisico, ma che alla fine si rivela come anch’esso simulato, dove risiede il sistema.
7. Alter Ego Virtuale.
8. Pierce Brosnan ne "Il tagliaerbe" (1992, B. Leonard).
9. Tòmas Maldonado, opera citata.


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