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n° 4 Lug. - Ago. 2000

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THE ASTRONAUT'S WIFE

di Giuseppe Nardoianni
 
 

Affascina ancora il tema dell’invasione aliena nella cinematografia di fantascienza. Diverse sono le "modalità" prescelte dai probabili invasori: portare l’umanità all’autodistruzione come ne "I 27 giorni del pianeta Sigma" (diretto nel 1957 da W. Asher), o attaccando con enorme dispiego di astronavi come nei classicissimi "La guerra dei mondi" (1953, B. Haskin), "La Terra contro i dischi volanti" (1956, F. Sears) e l’apocalittico "Independence Day" (1996, R. Emmerich). Invasioni (colonizzazioni) più subdole vengono invece descritte ne "Il Villaggio dei dannati" (1960, W. Rilla) dove in una tranquilla comunità inglese, dopo un fenomeno di letargia, tutte le donne mature daranno alla luce bambini concepiti grazie ad un "segnale" alieno inviato sul nostro pianeta. Nel capolavoro di Don Siegel "L’invasione degli ultracorpi" (1956) davvero non c’è scampo: gli abitanti della Terra saranno sostituiti da una malevola forma di vita aliena - baccelli giganti che assumono, crescendo, la fisionomia degli esseri umani - in copie identiche, tranne che nella totale assenza di sentimenti... e ancora, in "Ho sposato un mostro venuto dallo spazio" (1959, G. Fowler Jr.): in una giovane coppia, sposata di fresco, i comportamenti di lui finiscono per insospettire la donna. È quanto accade in "The Astronaut’s Wife" (vedi news di Stargate n. 1), dove però, a differenza delle pellicole appena menzionate, non troverete alcun riferimento diretto agli UFO e agli alieni, nemmeno un’immagine. Il film è bellissimo e importante proprio perché l’elegante regia, a tratti claustrofobica, pone gli accenti sull’introspezione, ben oltre la "rivelazione". Niente più improbabili astronavi, né incredibili e micidiali marchingegni, né tantomeno "L.G.M." (così vennero inizialmente battezzati gli impulsi radio delle cosiddette pulsar subito dopo la loro scoperta avvenuta nel 1967 presso il radiotelescopio di Cambridge), né Little Green Men, omini verdi. Qui, infatti, "la paura ha il volto di chi ami" (come si legge sul box della videocassetta). E il volto è quello del protagonista, che insieme ad un collega torna da una fallimentare missione NASA nella quale hanno rischiato di morire. Infatti, per cause non del tutto chiare (ma essendoci di mezzo la NASA ciò è sempre da verificare), l’ente spaziale avrebbe perso per soli due minuti ogni contatto con i due astronauti impegnati in un’operazione extra-veicolare. Dati insufficienti, rapporti inconcludenti, solo uno spezzone di registrazione audio e una frase: "… lo senti anche tu?!… ma che cos’è quello? … che cos’è!?…" bastano poche parole - che i tecnici NASA, nella realtà, devono aver ascoltato chissà quante volte - e i due minuti mancanti (gli astronauti non ne hanno alcun ricordo), il "missing time" caratteristico delle abductions, riavvicinano i contenuti del film alle nostre tematiche e ad un cover-up che prima o poi si trasformerà nel "Watergate della NASA". La spiegazione, illuminata, dello scienziato controcorrente, per questo ridicolizzato e licenziato, finirà per convincere definitivamente "la moglie dell’astronauta": un messaggio radio (di cui resta traccia nella registrazione sonora), inviato nello spazio a velocità della luce da chissà chi e chissà dove, aspettava il momento opportuno per "penetrare" nella mente di un essere vivente.
Alla fine la trasformazione è completa (il messaggio è talmente potente da far supporre un elevato grado di intelligenza dei "mittenti"), e sebbene l’involucro esterno (il corpo) sia sempre il medesimo, è internamente l’individuo che cambia. "L’ignoto è anche dentro di noi": nelle vene non scorre più lo stesso sangue, anche il patrimonio genetico è cambiato, frutto di un’energia spaventosa e impietosa. Non staremo a svelare di più. Il thrilling c’è tutto e merita di essere goduto, senza che il nostro destino di spettatori, come ne "Il Villaggio dei dannati", debba compiersi ineluttabilmente per colpa del vostro critico.


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