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L'OSCURANTISMO DEGLI EGITTOLOGI
di Antonio Bruno
per Edicolaweb


Intervento per il nostro I° CONVEGNO Nazionale

"PASSATO E FUTURO: LA GRANDE PIRAMIDE SEGRETI E PROFEZIE"

Firenze, Domenica 15 Maggio 2005


Parlare della Grande Piramide della Piana di Giza, in Egitto e, naturalmente, delle altre grandi costruzioni che quella zona del nostro pianeta presenta da millenni ai nostri occhi attoniti ed ammirati, è come parlare del mistero dell’universo.
 

Quest’affermazione, che senz’altro suonerà a-scientifica quando non risibile a tutti i detentori della leadership ortodossa della conoscenza occidentale, è tuttavia innegabile ancora oggi, tanto che, sull’onda di Napoleone che parlava di storia, noi potremmo dire che da tempo immemorabile il mistero ci sfida dall’alto delle Piramidi.
L’Egittologia ufficiale è una scienza che, nel corso degli ultimi due-tre secoli, si è conquistata a fatica un posto ormai indiscusso (ma non indiscutibile!) nel campo dello studio dei monumenti lasciatici dai costruttori delle Piramidi e della Sfinge.
Per merito di uomini di grande determinazione e genialità, come Champollion, il decifratore dei geroglifici o Lord Carnavon, lo scopritore della tomba di Tutankamen, molti aspetti di quella civiltà pur tuttavia ancora misteriosa fiorita sulle rive del Nilo, sono ora patrimonio della conoscenza umana e capisaldi della scienza ufficiale.
Questo, però, non è purtroppo sufficiente a mettere la parola "fine" ai tanti misteri che quelle antiche genti pare avessero voluto codificare proprio nelle loro stupende costruzioni. Misteri che stanno molto stretti ai discendenti istituzionali dei grandi egittologi di un tempo, ai rappresentanti della scienza ufficiale i quali, come sempre avviene di fronte a ciò che potrebbe scuotere uno status sancito e riconosciuto, non sono per nulla predisposti ad anteporre la ricerca della verità, e quindi del progresso della conoscenza, ad una sorta di pigrizia stantia condita con molto, spesso troppo, orgoglio di "casta".
La scienza ha sempre fatto così e ci viene da chiederci se l’ostilità alla revisione dei vecchi concetti, al nuovo che potrebbe delinearsi, non faccia parte, ormai, dello stesso metodo scientifico.
Mi sembra molto significativo considerare che, con tutto il nostro sapere e la nostra tecnologia, oggi non saremmo ugualmente in grado di costruire qualcosa di simile alla Grande Piramide o al Tempio di Luxor.
Sappiamo che, tempo fa, una squadra di ingegneri giapponesi ha tentato di realizzare una piramide alta solo undici metri attenendosi scrupolosamente ai metodi che la scienza ufficiale suppone abbiano usato gli Antichi Egizi. L’esperimento è completamente fallito e solo con l’aiuto della moderna tecnologia si è riusciti a finire l’opera sia pur in modo imperfetto.
Io credo che la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un pericolo oggettivo quale la scoperta che un tempo esistevano tecnologie e conoscenze superiori e di più ampia portata di quelle che attualmente la scienza ufficiale permette all’uomo, siano la radice dell’ostilità pervicace con cui l’egittologia classica si pone dinanzi a qualsiasi ipotesi revisionista dei suoi postulati.
Il fatto è che le grandi opere dell’antica civiltà egiziana, tutte quelle pietre così sapientemente disposte fino a creare capolavori ineguagliati e finora ineguagliabili, hanno, per così dire, una loro chiave interpretativa, diciamo pure un loro "codice".
Soprattutto, c’è da capire una differenza fondamentale fra la concezione ortodossa e quella "non convenzionale": tutte le grandi opere degli Antichi Egizi sono considerate dall’ortodossia scientifica come manifestazioni di religiosità, espressioni del complesso mondo delle deità di quel popolo.
In realtà, quest’aspetto "esoterico" della questione è solo una parte della verità: esiste anche un altro aspetto, ed io credo che si tratti di quello di gran lunga più importante, ovvero l’aspetto "conoscenziale".
Nulla di quanto gli Antichi Egizi misero in opera fu fatto a caso ed possibile trovare una relazione di ogni più piccolo particolare non solo con un messaggio religioso ma con un "corpus" di conoscenze che, ormai, è andato quasi completamente perduto e che viene coltivato solo da studiosi dallo spirito aperto e dalla mente indipendente a costo di pesanti ostacoli e dileggi. A volte, direi, anche a costo di subire spietate diffamazioni.
In Egitto, dunque, si ritrova al sommo grado una caratteristica che fu di tutte le grandi civiltà del passato: l’arte, le grandi realizzazioni edilizie e rituali, erano anche e soprattutto "guide di conoscenza", grandi promemoria alla portata di tutti coloro che erano in grado di comprenderli.
Lo studioso John West ha scritto: "La sapienza incarnata da queste rovine è diversissima dalla nostra, poiché non è mai evidente né esplicita, la sua stessa esistenza è messa in discussione. Ecco uno degli strani paradossi della cultura moderna. Fra tutte le antiche civiltà, nessuna ci ha lasciato un’abbondanza paragonabile di testimonianze architettoniche, artistiche, religiose, scientifiche e letterarie quanto quella Egizia. Allo stesso tempo, nessun’altra presenta così tanti misteri o lascia irrisolte così tante importanti questioni. Sicuramente nessun’altra ha sollevato una simile mole di appassionate controversie."
Perché? ci chiediamo curiosi...
Perché oltre il velo delle rassicuranti spiegazioni scientifiche, sempre molto controllate e prudenti, si teme così tanto di scoprire "qualcosa di diverso"?
Forse, inconsciamente, si intuisce che, se iniziamo a sollevarne il coperchio, ci potremmo trovare di fronte ad una pentola che ci obbligherebbe a rivedere radicalmente non soltanto le nostre conoscenze in fatto di archeologia e cronologia storica dell’Antico Egitto ma anche tutta la nostra storia così come viene insegnata oggi nelle accademie?
E, con la storia, altre branche della scienza, come l’astronomia, la fisica, la chimica, ecc...?
Dobbiamo renderci conto che, fin dall’inizio degli studi sull’Antico Egitto, non c’è mai stata una completa unanimità di vedute.
Così, mentre ancora nel 1907 lo studioso Luis B. Mac Carty sottolineava l’enorme mole di materiale di fronte al quale ci pone la sola Grande Piramide, tale da non essere sufficiente una vita per studiarlo, l’eminente egittologo Wallis Budge esprimeva meraviglia per il fatto che spesso studiosi di grande prestigio non si trovavano d’accordo di fronte alle medesime opere o alla medesima documentazione, raggiungendo così conclusioni diametralmente opposte.
E, da allora, le cose non sono cambiate.
Possiamo dire, fortunatamente, che sempre un numero maggiore di studiosi indipendenti (e, direi, molto coraggiosi) stanno mettendo a rischio da qualche decennio la loro reputazione e la loro carriera per delineare al pubblico quello che non è più possibile tacere, e cioè una serie di possibili scenari storici e scientifici non conciliabili con quanto la scienza ufficiale ci dice in merito all’Antico Egitto.
Ed è qui che l’oscurantismo degli egittologi ufficiali si scatena.
Mentre la visione "alternativa" vede negli Antichi Egizi l’espressione di una civiltà molto remota ed avanzata, custode di conoscenza sia spirituale che tecnica, quella ortodossa vedeva in essi delle specie di primitivi evoluti, con una buona preparazione tecnica ma poco più sopra del feticismo e priva di conoscenze veramente "scientifiche".
Già, perché, com’è caratteristica da sempre della scienza occidentale, viene considerato scienza solamente ciò che il metodo cartesiano, razionalista, occamico potrei dire, ammette nei suoi ambiti. Tutto il resto è risibile.
E tale atteggiamento, si badi bene, può essere perpetrato sia in buona come in cattiva fede.
Ma se ci avviciniamo all’Antico Egitto con una mentalità aperta e cerchiamo, come studiosi e ricercatori, la vera anima conoscenziale di questa civiltà, possiamo fare delle scoperte sorprendenti.
Più che all’aspetto puramente archeologico e tecnico, del quale parleranno o hanno già parlato gli altri relatori, vorrei qui accennare al corpus di teogonie e misteriosofie molto profonde che sembrano effettivamente avere una matrice sulle rive del Nilo.
Se consideriamo Ermete Trismegisto, ovvero il "tre volte grande", autore di molti testi filosofici ed iniziatici, pare che si tratti della personalizzazione mitologica di conoscenza davvero molto remote, conoscenze fiorite (o perpetratesi in Egitto) delle quali, più tardi, hanno fatto tesoro autori classici della Grecia ed anche della latinità.
Di Ermete Trismegisto, ad esempio, ricordiamo il testo iniziatici intitolato "Pimandro", ovvero l’"Intelligenza Suprema", dove questa rivela ad Ermete, in uno stato contemplativo, l’intelligenza di tutte le cose.
I libri ermetici, che Giambico fa ascendere a ventimila anni fa, sono perduti, e della filosofia in essi compresa, troviamo molti retaggi degli antichi misteri.
È nota l’influenza che questi libri ebbero nei primi tempi del Cristianesimo e come i Padri della Chiesa, prima che essa si perdesse nella corruzione del potere e nella tirannia dei dogmi, spesso li chiamino in testimonianza e ne riportino brani e sentenza.
E quando un monaco, pare un religioso della Macedonia, portò il "Poimandres" a Firenze sotto il nome "De protestate et sapientia Dei" a Cosimo de Medici e questi ne consigliò una traduzione latina a Marsilio Ficino, i filosofi e gli eruditi credettero di possedere il più antico monumento della teologia egiziana. E, una volta notate le somiglianze tra i dogmi cattolici e le idee espresse nei libri ermetici, stabilirono che Ermete Trismegisto fosse un antichissimo, ispirato precursore del Cristianesimo.

Tornando all’oscurantismo degli egittologi, una volta ribadito che esso non è avulso né si può scollegare da una più generale triste consuetudine dell’establishment scientifico ortodosso, potrei segnalare ad esempio che, mentre, da una parte, l'esimio egittologo nonché responsabile archeologico della Piana di Giza Zahi Hawass rinnegò quattro anni fa alla stampa ciò che aveva dichiarato ad Adriano Forgione, direttore della rivista "Hera" in merito a scoperte e ricerche sulla Sfinge e le Piramidi non molto in linea con le teorie dell'egittologia ortodossa (ma, per fortuna, esiste un'intervista registrata dallo stesso Forgione che smentisce clamorosamente l'incredibile voltafaccia di Hawass), dall'altra è giusto rimarcare gli sforzi congiunti di numerosi studiosi coraggiosi per rompere questo muro di omertà.
Nel 2002, l’Ufficio Stampa del CISREI ha comunicato:

"Dopo 11 anni di ricerche il laboratorio del CISREI, con sede negli Stati Uniti, ha raggiunto un risultato che sicuramente farà parlare per i prossimi anni. È vero che le Piramidi sono state costruite in 20 anni utilizzando 20.000 uomini e milioni di blocchi di pietra, ma non nel periodo che finora si pensava cioè 2.500 anni prima di Cristo ma almeno 8.000 anni prima! I Faraoni Cheope, Chefren e Mikerino se ne sono soltanto impossessati in qualche maniera, costruendo qua e là edifici e seppellendo le loro barche funebri. Mi spiace moltissimo per i colleghi che hanno scritto fiumi di parole e libri a non finire, ma purtroppo le analisi chimico-fisiche sui residui pollinici trovati sui blocchi più interni delle tre Piramidi parlano chiaro 12.500-13.000 anni da oggi. E non solo, anche i campioni prelevati dalla Sfinge (dal collo), scultura raffigurante un Leone, trasformata da Chefren, hanno dato gli stessi risultati. Tutte le altre Piramidi egiziane sono venute dopo, nel tentativo di riuscire a costruire monumenti altrettanto perfetti.
La cosa curiosa è che per anni tutti (meno alcuni astronomi) si sono chiesti come fossero state costruite le Piramidi e la Sfinge dando per scontato il quando. Pensate che i prelievi dei campioni pollinici (per niente distruttivi e facilissimi da effettuare) sono stati fatti da un Ingegnere Chimico del nostro Centro in viaggio di nozze in Egitto nel 1990!!! Noi siamo d'accordo sui tempi della costruzione del complesso della piana di Giza ed in parte anche sui modi, ma non ci convinceva la collocazione temporale di questi monumenti ed è per questo che abbiamo concentrato le nostre ricerche su quello che doveva essere l'ambiente al momento dell'edificazione delle Tre Piramidi. Era una savana con cicli piovosi regolari, molto verde e con una fauna simile a quella Keniota attuale. Il popolo che vi abitava (discendente diretto degli Erectus Africani), grazie al grande fiume (il Nilo), prosperò e si evolse molto prima della grande civiltà Egizia; veneravano il Sole, le Stelle ed il Leone erano organizzati a livello sociale e conoscevano molte cose... i "paleoegizi", controllavano già le piene del Nilo, canalizzavano le acque per l'irrigazione dei campi, erano grandi osservatori del cielo e della natura che li circondava. Avevano sofisticati strumenti di legno e di pietra e con questi hanno anche lavorato alle tre grandi Piramidi. Non conoscevano i metalli, ma sapevano sfruttare al massimo gli utensili che avevano a disposizione. Vivevano di agricoltura, caccia e pesca, ma raccoglievano anche (le donne sapevano scegliere benissimo) i frutti e le erbe che crescevano rigogliosi nella zona. La fauna era composta dagli animali tipici della savana attuale, li studiavano a tal punto da conoscere perfettamente le loro abitudini alimentari e di vita sociale. Molti di questi, grazie a loro, diventeranno dei nel pantheon Egizio. Non conoscevano la scrittura, ma sapevano disegnare e scolpire perfettamente. Sono i "paleoegizi" che sicuramente hanno trasmesso ai loro discendenti un sacco di dati utili, per fare in modo che progredissero nella civiltà. Seppellivano i loro morti ed avevano riti funebri. I loro dei erano le stelle, il sole ed il leone e sapevano benissimo di non essere soli sulla terra. Avevano scambi commerciali e culturali con gli altri grandi popoli presenti sulla terra già 10.000 anni prima di Cristo (homo sapiens sapiens). Vivevano in villaggi organizzati e le loro abitazioni erano di legno, paglia e mattoni di fango. Avevano capi, ma le decisioni spettavano all'assemblea del popolo, che organizzavano i lavori socialmente utili e la difesa del territorio. Erano cavatori e minatori molto esperti e con la pietra facevano cose fantastiche (che sono arrivate fino a noi).
Come promesso eccoci qua per la pubblicazione dei risultati delle analisi che hanno portato a questa importantissima scoperta.
Prima parte: la prova chimico-fisica che ha sancito la datazione di 12.500 anni da oggi alla costruzione delle tre Piramidi di Giza: l'analisi del polline.
I microscopici granelli di polline prodotti dalle piante e dispersi da insetti e uccelli, vento ed altri agenti, sono caratterizzati da una grande varietà di forme e dimensioni. La maggior parte di essi può essere identificata attraverso il genere, e alcuni anche attraverso la specie (l'erba costituisce un'eccezione a sé, perché il suo polline è identico per tutta la famiglia delle erbe). Lo stesso sistema consente di identificare anche le spore di piante non da fiore. Alberi e piante di diverso tipo producono diverse quantità di polline, e non tutti i tipi si conservano bene.
Nella maggior parte dei casi comunque lo spettro pollinico, cioè la varietà dei tipi di polline che si depositano in un dato luogo, riflette l'insieme della vegetazione della zona.
Lo studio degli spettri pollinici moderni ed il loro confronto con la moderna flora e vegetazione regionale costituiscono la base su cui studiare gli spettri pollinici dell'antichità. In genere si usa procedere a operazioni di estrazione di campioni nei pressi di antichi insediamenti fluviali e palustri, e i diversi tipi e quantitativi di polline presenti in ogni strato vengono accuratamente contati. In genere in ogni campione presenta dai 200 ai 500 granelli. I risultati dell'analisi pollinica vengono quindi riportati in un diagramma in cui sono evidenziate le diverse percentuali di polline nelle varie piante (è questo il cosiddetto "profilo o diagramma pollinico").
Ecco che avendo analizzato i pollini depositatisi nei blocchi più interni delle tre Piramidi, depositatisi durante il taglio dei medesimi, è venuta fuori, una vegetazione tipica della savana, con presenza di erbe alte Graminacee (Andropogon, Setaria, Panicum ecc.) adornate dai fiori di alcune bulbose Liliflore (gladolus, Scilla ecc.) da qualche Poligala e da alcune Labiate.
Abbiamo anche trovato presenza di pollini di arboreee o arbustacee (suffrutici arbusti ed alberi); questi ultimi costituivano anche piccoli boschi. Una presenza importante è stata quella del Baobab (Adansonia digitata), albero non molto elevato, ma dal grande tronco.
Grazie alla datazione al Carbonio 14 l'età esatta è risultata essere 12.500 ±300 anni da oggi!
Il team del laboratorio del CISREI ha lavorato su elementi certi e soprattutto su rilievi effettuati in situ con sistemi all'avanguardia.
La datazione con il C14 sui pollini è stata effettuata in tre paesi diversi, senza far sapere da dove provenissero i campioni, e tutti e tre i laboratori hanno dato il medesimo risultato 12.500 anni da oggi.
Sembrerà strano che una notizia come questa sia venuta fuori solo ora, ma volevamo essere pienamente sicuri del nostro lavoro ed ora siamo disponibili a qualsiasi tipo di confronto con gli studi finora effettuati da altri scienziati.
Sarà dura accettare una simile verità perché questo vorrebbe dire cambiare la storia e ci saranno dure battaglie con tutti i "business" che girano intorno a queste tre costruzioni. Il bello del nostro Centro Studi è che è pienamente autonomo e non è finanziato da nessuna entità politica e soprattutto non ha nessun interesse di fama o di gloria.
I nostri studi saranno a disposizione di tutti dal Gennaio 2002.
Per quanto riguarda la conclusione dell'articolo sui "paleoegizi", volevamo ricordare alcune cose interessanti.
Gioser trovò le tre Piramidi, le liberò dalla sabbia e tentò, con il suo famosissimo architetto Imhotep di costruirne almeno una uguale, fu bravo ma non riuscì ad arrivare alla costruzione sperata. Non parliamo dei Faraoni venuti dopo; i loro disperati tentativi si vedono ancora oggi nel deserto. Grande idea quella dei "magnifici tre" Cheope, Chefren e Micerino, che se ne impossessarono, ma per rispetto ai loro gloriosi antenati, pensarono bene di non scrivere i nomi e tanto meno di dipingere o scolpire le costruzioni; le utilizzarono come "false tombe" e tramandarono così la loro ingloriosa carriera di dominatori dell'Egitto facendola sembrare quello che non era stata. Anche il Leone che dominava la piana di Giza, venne fatto modificare dal Faraone Chefren con la sua immagine per immortalare, falsamente, un altro momento storico. E potremo continuare così all'infinito, ma non vogliamo infierire più di tanto, lasciamo così in sospeso un argomento che ha fatto scrivere migliaia di libri e parlare milioni di persone, noi abbiamo solo datato con metodi prettamente scientifici, tre monumenti misteriosi, costruiti da un grande popolo 12.500 anni fa!"

Non credo che la ricerca della verità costituisca un'attività estranea in senso assoluto alle tematiche ufologiche.
Se "UFO" significa "oggetti volanti non identificati", l'argomento potrebbe avere implicazioni che si diramano in svariate direzioni e che, pur senza rimanere nell'ambito esclusivo degli "ET" e delle astronavi di altri mondi, potrebbero contribuire al raggiungimento di verità più complesse.
Lungi dal voler cercare fanaticamente ed ossessivamente tracce, anche quando non ci sono, che conducono agli abitanti di ipotetici mondi galattici ed a "visitatori" di mondi alieni, è mio desiderio provare, almeno, ad inserire nel "plausibile" alcuni dubbi.
Non voglio nemmeno chiamarli troppo insistentemente "teorie" ma "dubbi" sì, perché il dubbio è una chiave verso la verità che la scienza ufficiale troppo spesso si arroga, da sempre, il diritto di possedere ed utilizzare a piacere e, qualora venisse carpita da mani "profane", viene disonorevolmente trasformata, sempre e comunque, in "panzana". Anche quando questo non è giusto.
Ed ora, avviandomi verso la conclusione di questo intervento nel quale non ho fatto che ribadire idee e convinzioni da me più volte espresse in varie sedi, vi propongo, come già ho fatto tempo fa, solo poco più di un gioco di fantasia. Forse. O, forse, un'intuizione stimolante, non mia ma condivisa nel fascino intrigante delle ardite speculazioni, ma... e se le Piramidi fossero un grande segnale nella Via Lattea, una bussola spaziale per chi si trova a viaggiare nei paraggi del "pianeta azzurro"?
È l'ultima teoria, la più semplice, forse la più affascinante.
Pensiamoci un istante: quando noi abbiamo voluto mandare un segnale agli extraterrestri che cosa abbiamo fatto?
Abbiamo preso una navicella spaziale e ci abbiamo messo dentro qualcosa per identificare la struttura del DNA dell'uomo e le informazioni essenziali sulla Terra e sul Sistema Solare.
Insomma, abbiamo mandato una serie di simboli che dicessero in maniera inequivocabile "chi siamo" e "dove stiamo" anche a chi non conosce le nostre lingue.
Lo stesso accade sulla Piana di Giza: la grande Piramide di Cheope è una rappresentazione in scala della Terra, la carta d'identità del pianeta.
Osservandola, infatti, un viaggiatore accorto potrebbe calcolare agevolmente la distanza della Terra dal Sole, la durata di un anno, il peso terrestre, la sua curvatura. La Piramide di Cheope ci dice, insomma: "Voi siete qui"...
La Sfinge, che sarebbe più giusto chiamare "la Statua del Leone", è un orologio eterno: la soluzione del suo enigma rivela "quando sono venuti". La risposta è: attorno al 10.500 a.C. In quel periodo, infatti, il giorni dell'Equinozio di Primavera, dietro il Sole, la Sfinge vedeva sorgere se stessa, la costellazione del Leone.
Infine, la disposizione delle tre Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, dà la risposta alla domanda cruciale: dove sono andati?
Sono andati verso le tre stelle della Cintura di Orione, che proprio nel 10.500 a.C. si trovava alla distanza minima dalla Terra e il cui allineamento ricalca esattamente quello delle Piramidi di Giza con Micerino leggermente fuori dall'asse formato dalle altre due.
Solo un'intuizione, ma osservando un graffito egizio, può venire il dubbio di aver colto nel segno: si vedono le tre stelle della Cintura di Orione e, attorno alla stella centrale, quella che corrisponde alla Piramide di Chefren, tre chiarissime ellissi, come orbite di altrettanti pianeti. "Loro sono lì", su Zeta Orionis...
Quel graffito ci racconta infatti che gli antichi si tramandavano per tradizione orale la storia di questi primi uomini, Titani secondo la Bibbia, costretti un giorno ad abbandonare il pianeta per il diluvio universale o per un'altra catastrofe lasciandosi dietro il segno eterno del loro passaggio: tre Piramidi e una Sfinge.
E se fosse andata proprio così...?
Tutto ciò è semplicemente affascinante, ma, da profano quale sono, resto ancora prudenzialmente in attesa di conferme più ufficiali.
Penso, del resto, che tutti coloro che hanno seguito questo intervento siano inevitabilmente trascinati dall'onda suggestiva degli incredibili nuovi scenari (ma, in realtà postulati da sempre dal cosiddetto "sapere non ufficiale") che si aprirebbero sul nostro passato, presente e futuro di uomini appartenenti ad una delle "tante" civiltà succedutesi sulla Terra. E, probabilmente, delle tante civiltà presenti nell'Universo.
Insomma: una bella lezioncina d'umiltà, con buona pace del dott. Hawass (responsabile della Piana di Giza) e di tutti i copyright turistico culturali nei quali pretende di inscatolare la verità riguardante gli straordinari documenti monumentali lasciatici dagli Antichi Egizi.

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