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CERCANDO IL GRAAL...

 
IL MEDIOEVO DELLE ERESIE ED I CATARI

di Antonio Bruno
per Edicolaweb

 

Il Medioevo non fu un'epoca "buia". Questo pregiudizio, duro a morire anche fra gli storici più accreditati, può essere agevolmente superato approfondendo i pur numerosi esempi di ingegno applicato all'arte, all'edilizia, alla speculazione filosofica, alle scienze, ecc., rintracciabili lungo il classico millennio che corrisponde all'ambito ufficiale dell'età di mezzo (456d.C. - 1492d.C.).

L'equivoco, perpetrato dalla storiografia tradizionale, soprattutto di stampo ottocentesco, confondeva le condizioni sociali ed etiche dell'uomo medioevale, certo non felici, con una sorta di "catalessi" del progresso; anzi, spesso, le interpretava come un chiaro sintomo di "involuzione" da parte dell'umanità e questo a prescindere, fra l'altro, dalle differenti specificità del mondo Occidentale e di quello Islamico, ben più progredito in ogni campo.
L'uomo medioevale, ben lungi dall'appiattirsi su posizione di subalterna ignoranza o di arrogante prepotenza, era, invece, un uomo tormentato dalla ricerca della verità che cercava drammaticamente di scrollarsi di dosso il pesante ed ingombrante fardello dei numerosi "fantasmi" impostigli dalla Chiesa Cattolica.
Gli eredi di S. Pietro, dice qualcuno, ebbero il merito di essere gli unici a perpetrare il sapere attraverso il fiorire del "monachesimo" ma, a ben vedere, queste oasi di preghiera e di studio, furono non già un prodotto della Chiesa di Roma bensì, proprio, dell'uomo medioevale.
Il fenomeno del monachesimo sorse innanzitutto come risposta ad un'istanza intima dello spirito e ad uno stridente paradosso che il fedele medioevale non riusciva ad accettare: un Dio che si incarna attraverso una filiazione messianica portatrice di un potente messaggio di povertà, fratellanza ed umiltà, "non può" essere rappresentato da una Chiesa fatta di orpelli, lotte di potere, sfarzo e peccati di ogni genere!
Questa contraddizione, che non esito a definire "lacerante", non è una scoperta dei nostri giorni; si può dire con tutta tranquillità, anzi, che fu proprio l'uomo medioevale a farla emergere in tutta la sua drammaticità. Ma la Chiesa, abile come sempre nell'accaparrarsi camaleontescamente ogni nuovo fervore spirituale, onde poterlo meglio controllare, ha saputo inglobare in sé il fenomeno del monachesimo al quale, se non è riuscita a trasmettere del tutto la sua vocazione per il potere e lo sfarzo, ha però tramandato quella concezione dell'aldilà che, di fatto, l'uomo medioevale dovette subire.
Miniature, affreschi, sculture, bassorilievi, con cui si sono rivestite le chiese di tutta Europa, erano i "libri" del popolo, tenuto in una comoda ignoranza poiché, come ben si sa, gli ignoranti sono facilmente soggiogabili.
Questi "libri figurati" che cosa dicevano all'uomo dell'età di mezzo?
Parlavano di pene eterne in un inferno che ossessionava la sua vita negli aspetti più disparati; parlavano di demoni cornuti, di laceranti tormenti fra fiamme, zolfo e stridor di denti...
Nessuna redenzione per il peccatore, nessuna salvezza al di fuori della Chiesa e, soprattutto, una perenne e quotidiana minaccia incombente: la morte nel peccato.
Con queste armi, soprattutto, si è cercato di perpetrare il potere a spese della libertà di pensiero, bene supremo dello spirito umano.
Ma l'uomo del Medioevo non si è sottomesso, non ha subito; il suo spirito, pur fra mille difficoltà, pagando in prima persona spesso atroci punizioni, non ha mai cessato di cercare quella Verità e quel Bene cui solo attraverso l'esercizio del libero pensiero avrebbe potuto arrivare.
Non si tratta di retorica: troviamo chiara conferma di ciò nelle tante eresie di cui è cosparso il millennio dell'età di mezzo.
Quasi ogni secolo ha avuto le sue eresie e, come un gatto che rientra dalla finestra, lo spirito umano ha sempre rifiutato di farsi estromettere dal palazzo della Ragione...
Se il Medioevo fosse stata davvero un'epoca di oscurantismo e di ignoranza, non sarebbero fiorite tutte le eresie di cui ci parla la storia.
Se la Chiesa non fosse stata quell'incredibile apparato di potere e di sopraffazione in cui si è connotata fin dai primi secoli della sua esistenza, probabilmente il sapere umano, oggi, sarebbe molto più avanzato.
Tuttavia, se oggi possiamo fruire di un determinato tipo di progresso, lo dobbiamo sicuramente anche agli uomini del Medioevo ed anche agli eretici, poiché non è determinante, né del tutto vero, il fatto che le eresie fossero soprattutto un fenomeno spirituale.
Questo non limitò affatto la peculiarità di un'epoca che, nonostante tutto, ci ha trasmesso tutti i fermenti di un'umanità tutt'altro che abbruttita dall'ignoranza.
Le eresie, infatti, aprirono la strada a quelle che potrei definire le "applicazioni pratiche" di un diverso modo di vedere le cose, di intendere la vita ed i rapporti fra gli uomini.
È ben vero che, per la Chiesa, bastava dichiarare un dubbio, una perplessità, un'idea che non combaciasse con i propri schemi, per dichiarare "eretici" coloro che così facevano; ma è anche vero che, nel corso del Medioevo, con specifico riferimento al secoli XI-XIV, sono sorti spontaneamente vasti movimenti "ereticali", frutto di un'autonoma reimpostazione della propria escatologia spirituale. Esperienze finite per la maggior parte tragicamente, soffocate nel sangue e sfociate in quell'aberrazione repressiva che si chiamò "Santa Inquisizione". Solo in Italia, ricordo, ad esempio, gli Arnaldiani e i Dolciniani facendo inoltre presente che gli stessi Francescani, per un pelo, non furono condannati come eretici...
Ma l'eresia simbolo, quella che forse più di ogni altra rappresenta l'anelito di libertà e di autonoma fede dell'uomo medioevale, è senz'altro quella Catara.
Evitiamo, in questa sede, di occuparci degli aspetti teologici dell'eresia e dei vari contrasti dottrinali con il Cristianesimo cattolico, poiché, altrimenti, dovremmo davvero ampliare a dismisura gli ambiti di questo testo. Constatiamo, invece, come l'esperienza del catarismo abbia caratterizzato un'intera epoca, il Medioevo, appunto, con una scia di sangue ed intolleranza che non furono prodotti dalla società, bensì da chi la voleva semplicemente detenere in proprio potere: ancora una volta, come sempre, la Chiesa Cattolica.
Il clero di quei tempi era in ben misere condizioni e totalmente incapace di offrire ai fedeli ciò che il proprio ruolo avrebbe imposto. Simonia, sfarzo, lussuria, oppure, di contro, povertà ed ignoranza totali, ridotte ad un vuoto ripetersi di meccanici salmodiari, non potevano certo soddisfare la sete di giustizia e di sapere dell'uomo.
"Kataros", in greco significa "puro" e questo è non poco indicativo. Gli Albigesi, di cui "Catari" era un'altra denominazione, si ritenevano depositari della vera morale cristiana e si basavano, per questo, su una concezione strettamente dualistica. Pur non entrando nel merito di approfonditi esami dottrinali, troviamo chiaramente questa concezione del dualismo cataro nelle seguenti parole riportate da Massimo Centini nel libro "Guida insolita d'Europa":

"Noi, poveri del Cristo, senza una sede stabile, fuggendo di città in città, come agnelli in mezzo ai lupi, siamo perseguitati come lo furono gli apostoli ed i martiri, conducendo la vita sana e durissima nel digiuno e nell'astinenza, perseverando giorno e notte in preghiera e lavori e da questi ricerchiamo unicamente il necessario per vivere. Noi sopportiamo ciò poiché, non siamo del mondo: voi invece che amate il mondo, avete pace con il mondo, perché siete nel mondo. Pseudoapostoli, adulteratori della parola di Cristo, che hanno ricercato i propri interessi, hanno fatto uscire dalla retta via voi e i vostri padri. Noi e i nostri padri, generati apostoli, siamo rimasti nelle grazie del Cristo e vi resteremo fino alla fine dei secoli. Per fare una distinzione tra noi e voi, il Cristo disse: 'Dai loro frutti li riconoscerete'. I nostri frutti consistono nel seguire le vestigia di Cristo."

I Catari erano animati da uno zelo illimitato e, rifiutando i concetti cattolici di "inferno" ed "aldilà", avevano fatto proprie le dottrine che in Persia erano state diffuse da Mani, un profeta del III secolo d.C., caratterizzate, come si è detto, da un profondo dualismo.
La Chiesa di Roma considerò i Catari "adepti di Lucifero", dediti alle più nefande opere di magia nera.
È la solita musica... Non molto tempo dopo, per motivi diversi, ne faranno tragica esperienza gli stessi Templari.
Non bastò, ai Catari, neppure dichiarare, di rimando, che la Chiesa di Roma era la "Grande meretrice", la "Sinagoga di Satana", per salvarsi dall'inevitabile esercizio di potere e di forza che ben presto ne sarebbe seguito.
Al culmine di una vasta "crociata" anti-catara, nel marzo del 1244 centinaia di uomini, donne, bambini e vecchi furono arsi vivi nell'ultima roccaforte dei catari, Montsegur, nel Sud della Francia. Un generale agli ordini di Roma, poco prima della strage, aveva detto ad un suo subalterno, perplesso sul fatto che fra gli assediati potesse esserci qualche innocente: "Uccideteli tutti: Dio riconoscerà i suoi...".
Oggi c'è qualcuno che gira il mondo chiedendo "perdono" in nome di una Chiesa che ha alle spalle secoli di sangue e morte.
Il catarismo, però, non finì a Montsegur. Come ogni prodotto del libero spirito, esso si trasmise attraverso la cultura, l'arte, le leggende, la poesia. Si dice che il fenomeno stesso dell'"amor cortese" è di schietta derivazione catara. I Trovatori e le loro canzoni, le loro poesie, il loro essere dediti alla Donna, come simbolo di un misticismo e di una purezza che ci si era illusi di sopprimere, avrebbero segnato indelebilmente tutta la cultura occidentale fino ai nostri giorni.
Ai piedi del castello di Montsegur, in un luogo in cui ben difficilmente si recheranno i rappresentanti ufficiali di un pentimento tardivo, si può trovare una stele di pietra che recita:
"Ai Catari, martiri del puro amore cristiano".


									

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