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CERCANDO IL GRAAL...

 
ESOBIOLOGIA: PARTIAMO DALLA TERRA

di Antonio Bruno
per Edicolaweb

 

Se in un contesto non propriamente specialistico si parla di "vita extraterrestre", è abbastanza naturale aspettarsi che l'oggetto delle varie argomentazioni sia cercare di elaborare, per quanto possibile, idee ed ipotesi sulla presenza di vita nell'universo, in particolare su altri pianeti che, come la nostra Terra, possono ospitare esseri viventi.

Ciò nonostante, ci troviamo di fronte ad una generalizzazione poiché, in primo luogo, dovremmo fare il punto sul concetto stesso di "vita".
Cos'è la vita?
Secondo i fisici, si può parlare di vita quando si consideri un insieme sufficientemente organizzato di materia ed energia. Ma sia la materia che l'energia, anche in forme organizzate, sono troppo comuni nell'universo per poter ritenere con soddisfacente determinatezza che la vita extraterrestre esiste e che non c'è altro di cui discutere...
Quello che a noi interessa è affrontare il tema dell'esobiologia riferendoci pur sempre ad un modello di vita sviluppata, e perché no intelligente, presente su altri mondi chiamati "pianeti" e non solo in qualche fenomeno fisico interstellare o cosmico.
L'esobiologia che ci interessa parte, per forza di cose, da quello che conosciamo noi della vita; ed allora, non possiamo fare a meno di cercare di capire se le leggi della biologia terrestre, della genetica e del DNA, degli insiemi chimici ed atmosferici che sulla Terra supportano la vita sono le stesse anche su altri mondi simili al nostro. Anche se non possiamo ignorare che la speculazione e la ricerca esobiologica si estendono potenzialmente anche a supporti vitali ben diversi da quelli basati sul carbonio e la biologia terrestre (esempio classico è l'ipotesi di una vita di tipo "cristallino" o silicifero), dobbiamo partire dal tipo di vita che meglio conosciamo e vedere se nell'universo è uno schema privilegiato nonché quanto esso sia diffuso.

Sappiamo che una discussione in tal senso che possa avere un po' di plausibilità, deve considerare pianeti che rientrino in determinati parametri che si accordino con quanto conosciamo delle leggi della vita planetaria: distanza dalla stella madre, dimensione sia di questa che del pianeta stesso, la sua atmosfera, il tipo di stella, ecc. ma anche "riducendo" così il numero di pianeti candidati, esiste tutta una serie di variabili che rendono alquanto difficile, credo, una rilevazione della vita extraterrestre dai nostri attuali strumenti scientifici e tecnologici.
Estendiamo pure il nostro discorso anche al quell'"accessorio" della vita che è l'intelligenza: i termini non cambiano.
Resta la questione: cosa ci dà la sicurezza che la vita sugli altri pianeti, dove esiste, sia rilevabile dai nostri mezzi tecnologici o, cosa ancor più ardua, sia in grado o voglia farsi percepire da noi?
Io direi proprio nulla.
Coloro che studiano l'ufologia e che danno a questi eventi la classica spiegazione "extraterrestre", ovvero che gli UFO sono velivoli spaziali sui quali gli abitanti di altri mondi si recano da noi per svariati motivi, hanno superato il problema esobiologico di cui sopra o, perlomeno, lo hanno glissato: se questi alieni sono giunti fino a noi con le loro navi spaziali, è evidente che sono stati più veloci di noi ad individuarci e che l'interscambio informativo e tecnologico, almeno in potenzialità, è possibile.
Ma se per un momento lasciamo da parte gli UFO, io credo che l'approccio psicologico migliore per prepararsi a studiare il problema esobiologico e tutte le sue implicazioni sia l'antico postulato sapienziale che ci ricorda che non esiste che una sola vita in tutto l'universo percepibile; che ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e che noi non siamo un'eccezione meravigliosa sospesa nell'infinità del cosmo.
Credo, di conseguenza, che l'approccio migliore al problema della vita su altri pianeti, sia sempre quello di rapportarci a quanto è accaduto ed accade sulla nostra Terra.
Sia dal punto di vista della storia dell'evoluzione che da quello della varietà biologica, sono abbastanza convinto che il nostro pianeta sia una straordinaria scuola per chi si pone problemi esobiologici. La varietà delle specie animali e vegetali è così vasta che offre una pressoché infinita gamma di possibilità alla manifestazione della vita e non vedo perché questo straordinario puzzle biologico e chimico non possa esprimersi anche in altri mondi.

Le variabili, pur avendo stabilito i punti comuni di partenza, restano ancora tantissime.
In principal luogo, il momento storico dell'evoluzione della vita di un determinato pianeta. Voglio dire, potremmo trovare pianeti che sono al livello in cui si trovava la Terra al tempo dei dinosauri o civiltà intelligenti ad un punto determinato della loro storia che non ha niente a che vedere con lo sviluppo che ha seguito sulla Terra né con le nostre abitudini sociali o intellettuali.
Per quanto creda che, ad un certo punto, l'intelligenza si ponga sempre e ovunque dei quesiti esistenziali, penso anche che l'evoluzione storica e sociale che abbiamo avuto noi, umanità del pianeta Terra, sia solo una delle numerose variabili possibili.
Ad esempio, se esiste una legge di sopravvivenza per ogni essere vivente, non è detto che questo debba per forza di cose degenerare in quel fenomeno del tutto umano e terrestre che chiamiamo "guerra". Oppure, l'anelito e la spinta alla conoscenza, così come li abbiamo esercitati da sempre noi, potrebbero essere processi del tutto estranei ad altre intelligenze le quali potrebbero soddisfare la propria sete di conoscenza in modi che a noi sembrerebbero fantascientifici.

Tutte queste considerazioni mi portano ad esprimere una grossa perplessità, che già altre volte ho espresso: sono alquanto pessimista sulla possibilità strumentale di captare qualche segnale radio o tecnologico da altre civiltà stellari. E sono, di conseguenza, assolutamente contrario ad assoggettare le nostre conclusioni sull'esistenza o meno di vita intelligente nell'universo dai risultati di questi esperimenti tecnologici.
È chiaro che mi riferisco, qui, al più famoso programma scientifico di ricerca di vita extraterrestre denominato SETI. Le sue conclusioni, ammesso che ve ne possano essere, sarebbero coronate da straordinaria fortuna solo nel caso in cui percepissero segnali tecnologici provenienti da civiltà che, ad un determinato momento della loro esistenza, abbiano sviluppato qualcosa di simile alla nostra radio, ai nostri radiotelescopi o ai radiofari di terrestre concezione. Civiltà che pensavano come noi al punto di sviluppare una tecnologia che noi siamo in grado di intercettare, sia pure, secoli o millenni dopo a causa delle enormi distanze stellari. Insomma, una roulette.
Non ci sono leggi assolute, nella roulette, solo le sorprese del fato e di una fortuna del tutto imprevedibile.
Cerchiamo, piuttosto, di arrivare alla scoperta di vita su altri mondi con i mezzi dell'osservazione scientifica del nostro stesso pianeta, mezzi che però devono essere supportati da un maggiore senso universalistico della vita stessa.
In altre parole, studiando la vita sulla Terra arrivare a comprendere anche quella di altri mondi, pur senza pretendere di conoscere tutte le variabili che la vita e l'intelligenza possono esprimere su di essi o, peggio, di imporre in tutto e per tutto il "modello Terra" su obiettivi la cui distanza da noi si misura nell'ordine degli anni luce.


									

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