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IL SENSO DEL RELIGIOSO DURANTE IL "VIAGGIO"
di Antonio Bruno
per Edicolaweb


Se fossimo colti da un attacco di cinismo irriverente o di nichilismo concettuale, potremmo spingerci ad affermare che il senso religioso è la scorciatoia degli ignoranti e dei sempliciotti per risolvere i grandi quesiti esistenziali?
 

Direi proprio di sì. In fondo, senza accorgersene, i cinici ed i nichilisti non fanno che avversare una categoria "concorrente" che ritengono composta da persone che, come loro, non sanno trovare un senso all'esistenza.
Intendiamoci: trovare un senso all'esistenza non è cosa ne facile ne garantita da nulla. Però, sono convinto che una posizione perdente in partenza sia quella che si pone da sola dei limiti, che li nutre e li coccola dentro di sé; limiti per i quali è pronto a divenire intollerante, fanatico, biasimevole oltre ogni misura...
Non abbiamo traguardi prestabiliti ma, allo stesso modo, non c'è nulla che davvero possa impedirci di spiccare il volo alla ricerca di un'isola su cui approdare.
Come le colombe che Noè lanciò fuori dell'Arca, potremmo tornarcene a becco asciutto, stanchi e sfiniti; però potrebbe anche accadere che, un giorno o l'altro, troveremo una pianticella d'olivo su una terra sconosciuta, forse le propaggini di un intero mondo da scoprire. Per questa ragione, è sempre meglio spiccare il volo senza farsi intimorire dagli spazi apparentemente infiniti e dai limiti che possiamo credere di dedurre da tali infinità.
Ma il senso religioso è "un'altra cosa".
Prima di tutto, dovremmo chiamarlo in un altro modo poiché il termine "religione" sa di costrizione, limitatezza...
D'altra parte, finché ci saranno uomini che pretendono di inscatolare il pensiero e lo spirito in costrutti dogmatici, non vedo quale altro termine potremmo usare per definire tali costrutti.
Tuttavia, attraverso quella che potremmo chiamare "l'ispirazione primaria" dello spirito religioso, è possibile vedere in essa una sorta di energia di ritorno, un rimbalzo analogo a quello di una pallina da tennis su un terreno duro...
La concezione che noi, il cosmo e gli universi altro non siamo se non una manifestazione in espansione del "pensiero di Dio", qualunque cosa Egli sia, ci deve portare inevitabilmente, a mio parere, ad un concetto di "ritorno", di recupero.
È illogico, infatti, pensare che una qualsiasi forma di intelligenza, tanto più superiore, o anche un qualsiasi organismo espanda parte di sé attraverso espulsione, autogenerazione, scissione od altro, senza che questo atto abbia uno scopo.
E lo scopo non può essere che "creativo".
E la creazione non può essere che "perpetuante".
Una cosa è certa: non esiste spreco di energia e non avviene nulla che non sia finalizzato, che vada a perdersi nei tentativi del caso.
E se anche fossimo il risultato di un "caso" che è passato attraverso miliardi di tentativi perdenti, non potremmo che vedere in ciò che ora siamo ed in tutto ciò che esiste il risultato in essere di un percorso ancora attivo, di un ritorno ancora in essere.
Proprio come la pallina da tennis che rimbalza, ma a differenza sua che perde energia ad ogni rimbalzo, noi non possiamo che rimbalzare nella stessa identica direzione in cui si trova chi ci ha lanciato a terra.
Non si è mai vista, infatti, una pallina rimbalzare in un luogo che non sia proveniente dalla direzione impressale da chi l'ha lanciata.
A mio parere, il senso religioso è la consapevolezza profonda, a volte irresistibile, del lancio iniziale da cui tutti proveniamo.
Che la realtà sia un pensiero infinito o un'espansione energetica che sperimenta se stessa, la direzione non può essere che il ritorno alla sorgente.
Un ritorno che si può anche anelare, durante il percorso, ma che non si può inscatolare in nessun costrutto dogmatico, se non vogliamo rallentare o deviare lo slancio di ritorno imprimendogli inutili e dispersive deviazioni.
L'ateismo ed il nichilismo spirituale, che generano il materialismo dei disfattisti, è una rinuncia che dobbiamo rispettare, ma al tempo stesso considerare come la più inutile delle paure perché anche chi rifiuta di essere su una nave ne viene trasportato. Ed è chiaro che chiunque fra coloro che non vedono o non vogliono capire di essere su una nave si mettesse a malmenare gli altri, o a offenderli deridendoli, per imporre loro le loro stesse cecità, sarebbero le più biasimevoli delle persone.

Il fatto che siamo su "una nave" è insito nella stessa esistenza. Quello che non sappiamo è dove essa, esattamente, si sta dirigendo.
C'è un ritorno in atto, abbiamo detto, ma siamo assolutamente all'oscuro della natura e dell'ubicazione del porto che ci attende.
Per assurdo, potremmo pensare che non siamo altro che un pensiero illusorio di navigazione, un autodivertimento di un Dio solitario. Tuttavia, questo è sempre meglio della resa rappresentata dalla negazione in sé, che porta impresso il marchio dell'autoannullamento.
Comunque, non voglio certo dire, con questo, che gli atei, i materialisti assoluti, gli schiavi della "razionalità" prodotta dal proprio cervello non siano felici perché... ognuno ha la felicità che proviene dalla propria convinzione di realizzazione, dal materialista più radicale al religioso più devoto.
Alla fine dei tempi, il nostro di piccoli uomini-unità, e quello globale di quella cosa che potremmo chiamare "gli Universi", credo che ci riposeremo un po' in una rigenerante pace, un universale oblio.
Fino alla prossima partenza...

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