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CERCANDO IL GRAAL...

IL TEMPO DELL'OSCURITÀ PIÙ PROFONDA
di Antonio Bruno per Edicolaweb
I Celti lo chiamavano "ANAGANTIOS" (tempo per restare a casa). È il nostro mese di Gennaio, una di quelle dodici vaghe "unità temporali" a cui abbiamo ridotto il nostro calendario.

Ormai, osserviamo lo scorrere del tempo più che altro per sapere quanto manca al prossimo stipendio o per ragioni legate all'ordinaria gestione burocratica e materiale del tempo, questo qualcosa di effimero, che ci fa anche un po' paura, e di cui si è persa quasi completamente la "magicità".
Computer, telefonini e quant'altro ci dicono all'istante in quale momento dell'anno ci troviamo ma certamente non sono in grado di spiegarci il senso di ogni mese, di ogni giorno...
La bellezza del trascorrere dei mesi si è persa, in effetti, di pari passo con lo smarrimento più completo del senso magico della vita.
Per tornare ai Celti (ma si potrebbero citare un gran numero di cosmogonie ed elaborazioni spirituali appartenenti a vari popoli della terra), lo scorrere dei mesi era intimamente legato alla loro completa integrazione con la vita rurale, boschiva e agricola.
Il commentatore imbevuto del deleterio materialismo odierno, allora, dirà che i Celti elaborarono un modo comodo per identificare il tempo in base alle caratteristiche "agricole" dei mesi, onde identificare facilmente tutta una serie di lavori e di impegni unicamente "materiali". Ma si tratta di un errore grossolano nato dalla completa ignoranza (o sottovalutazione) del fatto che per i Celti ogni mese aveva la sua "anima" a cui veniva associata tutta una quantità di spiriti tutelari e significati intrinsechi. Non sto parlando, qui, di superstizioni bensì sto tentando di spiegare con parole ordinarie un modo di intendere la vita radicalmente diverso dal nostro distratto e goffo balletto che chiamiamo "esistenza".

Consideriamo, allora, i 12 mesi così come li chiamavano (e vedevano) i Celti. Il loro calendario, secondo una interpretazione riguardante le popolazioni continentali e dell'Italia del Nord, era così interpretabile:

Gennaio: ANAGANTIOS (tempo per restare a casa)
Febbraio: OGRONIOS (tempo del gelo)
Marzo: CUTIOS (tempo dei venti)
Aprile: GIAMONIOS (tempo dei germogli)
Maggio: SIMIVISONIOS (tempo chiaro)
Giugno: EQUOS (tempo dei cavalli)
Luglio: ELEMBIUOS (tempo delle assemblee per fare giustizia)
Agosto: EDRINOS (tempo delle emissione delle sentenze)
Settembre: CANTLOS (tempo delle canzoni)
Ottobre: SAMONIOS (tempo della semina)
Novembre: DUMANNIOS (tempo dell'oscurità più profonda)
Dicembre: RIUROS (tempo freddo)

È evidente, diranno lo storico, l'antropologo, l'etnologo moderni, si tratti di schematizzazioni di facile accesso mnemonico basate sulle attività agricole e sulla vita campestre di quelle popolazioni che, forse, non avevano nemmeno la scrittura.
Questo errore, tipico dei commentatori alla "Quark", nasce, come dicevo, dall'aver perso la profonda fusione e l'intima identificazione dell'uomo nei ritmi di un pianeta che, ormai, è solo un parcheggio senza custodi, una semplice terra di conquista e sopravvivenza.
In realtà, dobbiamo "entrare" nel significato di quelle definizioni e cercare di recuperare l'autentica pletora di modalità interpretative che esse avevano.
Il calendario agricolo, con le varie attività che la terra richiede nel corso dei mesi, era perciò un'estensione del ritmo spirituale stesso della vita e dell'uomo.
Non si tratta, quindi, di cose mistiche o riservate a determinate caste sacerdotali bensì di una comunione di esistenza che non faceva alcuna distinzione perché da tutti sentita e vissuta.
Ecco allora che l'"oscurità profonda" alla quale veniva associato il mese di Novembre, per fare un esempio, rappresenta anche l'inizio del riposo interiore che coinvolge l'energia della terra e lo spirito degli uomini; la rigenerazione nascente dalla profonda introspezione, dal raccogliersi in se stessi, dall'elaborazione delle cose vissute che solo un buio profondo, non distraente, può darci.
Oppure il "tempo dei germogli", ovvero Aprile, è la rappresentazione del seme nato nei mesi oscuri e della vita alla quale lentamente si apre. Ma, chiaramente, non è solo da intendersi come vita vegetale: questo è, diciamo così, "l'approccio ordinario" ad un mese; poi c'è "l'approccio straordinario" ed allora è di grande interesse domandarsi cosa sono i "germogli" scelti come simbolo per il mese di Aprile.
Senza scivolare in luoghi comuni di facile astrazione più o meno mistica, è il "senso del germoglio", ed il suo simbolismo magico, che vanno recuperati. Questo è il percorso che dovremmo fare quando ci avviciniamo all'anima di popoli, come i Celti, che dimorano nel profondo della nostra storia, e quindi anche in noi, ma dei quali non siamo più in grado di comprendere il linguaggio.
Un esempio che può costituire la riprova di quanto fin qui affermato è la definizione scelta per designare il mese di Settembre, chiamato "Cantlos": "tempo delle canzoni".
Perché quelle genti scelsero proprio l'atto del cantare per designare il mese di Settembre quando potevano, invece, ispirarsi al grano maturo, al' uva o ad altri aspetti più propriamente agricoli di quel periodo dell'anno?
La risposta non può essere che una: l'uomo colse allora lo "spirito di gioia" che la terra stessa emanava con la sua completa floridezza, con la dorata maturità dei suoi frutti... In altre parole, si cantava la "rotonda maturità della terra".
Insomma, attività agricole imprescindibili da una "coltivazione" parallela, profonda ed intima che faceva della vita dell'uomo un tutt'uno con quella della terra e delle stagioni che scandivano lo scorrere del tempo. E, si badi bene, tutto ciò non è solo idilliaco ed utopistico vagheggiare di mondi sereni e bucolici, tutt'altro.
La vita era anche sofferenza, durezza, privazioni e morte. Ma nella rappresentazione dei mesi, quei popoli scelsero gli aspetti che potessero anche ricordare quel "pulsare parallelo" di cui ho fin qui parlato.
Una preziosa modalità dell'esistere che forse abbiamo perduto per sempre.

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