
CERCANDO IL GRAAL...

21 DICEMBRE: IL GIORNO DALLE LUNGHE OMBRE
di Antonio Bruno per Edicolaweb

Il 21 dicembre, per noi europei, è il giorno più breve dell'anno. Il sole, percorrendo il suo apparente arco nel cielo, toccherà il suo punto minimo di altezza sotto il quale non scenderà in nessun altro giorno dell'anno.

È il regno del buio, delle lunghe ombre proiettate sulla Terra; il giorno in cui le potenzialità nascoste e dimenticate del Pianeta sono immerse in un apparente sonno di gelida immobilità.
Invece, questo "sonno" è sacrale e necessario proprio come per gli esseri umani.
Nell'inverno fervono in germe le energie che la terra custodisce e, nella nostra concezione di un Tutto vitale e vibrazionalmente organizzato, questo evento trasmette allo spirito percettivo una sorta di gioia sottile, profonda. C'è, in essa, la consapevolezza che, proprio come il letargo che ora avvolge tutto, arriverà il risveglio e che questo periodo di apparente immobilità è, in realtà, una salutare stasi nella quale si immagazzinano le energie della futura primavera-rinascita.
Queste parole, che non mancheranno di far ampiamente sorridere i sudditi dell'apparente e gli illusi del delirio antropocentrico, fanno invece parte di un rapporto con la Terra e la Natura che in altri tempi era parte stessa dell'essere umano.
I popoli di quelle civiltà non stavano, allora, a domandarsi se, per caso, non fossero solo dei patetici cultori di New Age o illusi sognatori; essi non mettevano nemmeno in dubbio l'esistenza di un rapporto costante fra quello che potrei definire il "respiro della Terra" ed il loro stesso respiro-ritmo, vitale, energetico, armonico.
Si percepiva e basta, e quando il cosmo mostrava i suoi meravigliosi fenomeni, come appunto il sole al suo più basso punto di arco nell'apparente giro del cielo, si aveva la consapevolezza che qualcosa di sacro stava accadendo, qualcosa che faceva sentire uomini e foreste, animali e montagne vari raggi di un'unica manifestazione.
Gli amici di "Trigallia", un sito di studi sul celtismo, ci ricordano che questo periodo veniva chiamato anche "Mezz'inverno", "Alban Arthuan" o "Yule".
"Yule" deriva dalla parola anglosassone "Yula", che significa "ruota" (wheel), la Ruota dell'Anno: per le popolazioni anglosassoni proprio il solstizio marcava l'inizio del nuovo anno.
"Alban Arthuan" è un termine che ha un'origine druidica, deriva da una Raccolta, codificata in tempi moderni, di antichi aforismi e detti dei Bardi d'Irlanda e Galles. La Raccolta è anche conosciuta come "Codice Segreto dei Bardi" e fino a non molto tempo fa a poterne usufruire erano in via esclusiva i membri di associazioni druidiche.
Ecco perché, per i popoli pagani e per quelli "celtici", il Solstizio rappresentava l'inizio del tempo in cui si aspetta la Raccolta.
La coincidenza delle festività natalizie con il Solstizio d'Inverno, ormai lo sappiamo, non è casuale e fu scelta dai Padri della Chiesa perché il Cristo e la sua nascita corrispondesse a quella del Sol Invictus, "dies natalis Soli Invicti" con tutti i significati che questa "nascita solare" portava con sé.
È chiaro che si trattava di eventi festosi e di giorni di grandi celebrazioni.
Se poniamo mente, o almeno ci sforziamo di farlo con la nostra attuale mentalità consumistica e materialista, a ciò che questo poteva significare per gli antichi, ci rendiamo conto di quanto profonde siano ormai le differenze fra il nostro modo di rapportarci al Tempo e quello di chi, quotidianamente, viveva queste consapevolezze.
Adesso, parlare di questo antico retaggio di sapienza e di questo modo "diverso" di esistere, fa solo sorridere i devoti della scienza-religione ma questi sorrisi mi ricordano tanto le stanche battute di consolazione o le stonate cantate che qualcuno molto ottimista potrebbe fare su una scialuppa di salvataggio per rallegrare i naufraghi di un naufragio.
Cosa non è andato, allora?
Perché abbiamo ridotto il tempo del "Sol Invictus" nella corsa ai centri commerciali ed abbiamo completamente sostituito i semplici doni di cibo e natura con i prodotti di tecnologie fagocitanti, mai sazie e sempre in frenetica ricerca del prodotto più sofisticato che renderà adolescenti e no schiavi di tastiere fredde e di monitor che possono avere mille colori ma nessun calore?
C'è stata una frattura e il delirio antropocentrico ha imposto all'uomo di dare uno strattone a parte di se stesso.
L'uomo, usando il suo intelletto, ha esercitato quello che gli animali non possiedono, cioè il "libero arbitrio", e l'ha usato male, ovvero "predando" e sfruttando in ogni modo l'ambiente circostante.
Evidentemente, il libero arbitrio di un essere "intelligente" che possa fruire dell'ambiente del pianeta che "domina", è una possibilità prevista nell'universo ma non è una regola che la direzione scelta da tale libero arbitrio sia la distruzione o lo sfruttamento del pianeta stesso.
La "predatura" dell'uomo non è quindi un fenomeno naturale, ma un fenomeno scelto, almeno da quando l'uomo è diventato in grado di comprendere che si poteva anche non andare oltre certi eccessi.
Da quando il cervello dell'Homo Sapiens Sapiens è stato usato prevalentemente nel suo emisfero sinistro, il suo rapporto con il pianeta e le creature che ospita è diventato cinico, egoistico ed essenzialmente pratico.
Ma poteva andare molto diversamente...
Qual è la differenza fra un castoro che costruisce la sua tana con ramoscelli, e cortecce varie e l'uomo che costruisce le sue megalopoli a spese della foresta amazzonica?
Che il castoro ha in sé un "limite naturale" il quale gli impedirà di costruire megalopoli di rami a spese della foresta. L'uomo, con il suo libero arbitrio, ha scelto di infischiarsene...

Così, il Solstizio d'Inverno, che questa umanità di finto benessere dove profeti dei laboratori cantano le loro fanatiche odi all'intelletto sinistro si trova ad attraversare in una ormai totale inconsapevolezza, diventa un semplice accumulo di tecnologie e spente luci intorno a spenti alberi.
È ancora il giorno dalle lunghe ombre, sì... ma, questa volta, si tratta di sinistre ombre che si allungano sul cuore spento di un'umanità indifferente.


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