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ARCHEOLOGANDO...


AI-KHANOUM: SIGNORA DELLA LUNA
di Mauro Paoletti per Edicolaweb
Una delle tante Alessandrie fatte edificare da Alessandro il Grande, il quale usava istituire nei luoghi conquistati avamposti militari per controllare il territorio, nel caso specifico quello Bactriano.
Alessandro passò due anni in quei luoghi, trattenuto da agguerrite orde di cavalieri che abitavano la steppa. Impressionato dalla posizione strategica di questo luogo può darsi abbia ordinato la fondazione di una colonia per difendere il confine.
Di conseguenza un’Alessandria dimenticata tornata all’attenzione del mondo quando nel 1961 il re dell’Afghanistan rinvenne un capitello corinzio e si chiese come poteva essere presente in quel luogo.
Un’antica città a Nord dell’Afghanistan, nella zona di Kunduz, edificata ala fine del IV secolo sulla confluenza dei fiumi Kokcha e l’Amou-Daria, l’antico Oxus.
Posta fra il regno Bactriano e quello Seleucide, un luogo scelto per la sua posizione strategica a causa della vicinanza ai confini orientali, delle risorse minerarie, la fiorente e ricca agricoltura; dal territorio percorso da carovane dirette in Cina e provenienti da quelle terre. Sulle strade che saranno conosciute come quelle della seta; crocevia di un fiorente commercio di merci di ogni genere, l’ultima tappa di carovane cariche di lapislazzuli e pietre semipreziose.
Quando Alessandro morì il suo regno fu diviso in tre parti: la Macedonia, l’Egitto Tolemaico e il regno Seleuicide Bactriano; Ai-Khanoum - chiamata anche Ai-Khanum - rappresentava il più importante centro di quest’ultimo regno.

La città si estendeva in un’area di due chilometri di lunghezza per uno e mezzo di larghezza, su due livelli, fin sotto un altopiano a terrazzamenti. I fiumi fornivano una protezione naturale su due lati, mentre a nord ovest la pianura era protetta da un fossato e quattro chilometri di mura con torrette alte dieci metri, con una base di venti; una città fortezza in grado di resistere agli attacchi nemici. Al centro di essa una Acropoli di 60 metri. Al suo interno gli edifici pubblici e religiosi, le abitazioni poste lungo l’asse della strada principale intersecate dalle altre vie secondarie disposte a croce.
I palazzi erano costruiti con mattoni quadrati seccati al sole secondo la tradizione iraniana, la pietra era riservata alle colonne ioniche, doriche e corinzie; pilastri, capitelli; blocchi dove apporre decori e iscrizioni. L’illuminazione interna delle abitazioni era assicurata da piccole aperture nella parte alta dei muri o da lucernari sui tetti.
Di proporzioni monumentali il gynnasium, addossato alle mura situate ad ovest, contraddistinto da due cortili, quello a nord circondato da colonne doriche; in pratica la più grande palestra del mondo antico, quadrata, con lati della lunghezza di cento metri.
Il tempio principale, una grande costruzione rettangolare con gradinate di stile orientale, si trovava sulla grande via; al suo interno una grande statua di Giove. Costruito nei primi anni del terzo secolo, quando Bactria era parte dell’impero Seleucita, amministrato dai successori di Alessandro. Una scala monumentale conduceva alla corte, al vestibolo e alla cappella centrale.
Il rinvenimento di un gigantesco piede di 28 centimetri per 21 con la riproduzione di un fulmine sopra il sandalo, tipico e caratteristico simbolo di Zeus, ha permesso, utilizzando uno scanner, la ricostruzione virtuale della statua del dio, alta sei metri, alla quale dovevano anche appartenere tre gigantesche dita salvate dagli addetti del museo. La statua rappresentava in effetti Zeus in posizione seduta con la testa coronata da raggi luminosi, come raffigurato in alcune monete rinvenute nella regione; gli stessi raggi usati dalla civiltà iraniana e mesopotamica per adornare la tesa del dio solare Mitra, divinità raffigurata con i tipici raggi di luce intorno al capo anche sul Nemrut Dag.
Presenti altri templi eretti sopra piattaforme a gradini simili alle costruzioni di Babilonia, non collegabili alla cultura greca, dentro e fuori delle mura.
Sulla prima terrazza dell’altopiano l’arsenale militare e l’anfiteatro,
addossato al monte, di 84 metri di diametro; in stile architettonico greco, con 35 file di gradini e capace di accogliere 6000 spettatori per assistere alle rappresentazioni delle opere di Sofocle, Euripide e Aristotele.
Notevole e immenso il palazzo Bactriano dei Re, formato da un grandissimo cortile quadrato circondato da ben 160 colonne alte dieci metri, disposte su tre file, rifinite con capitelli corinzi. Dal cortile partivano i corridoi che conducevano alle stanze. Il maggiore, con 18 colonne su tre file di sei, conduceva ad una grande stanza con pareti verniciate e decorate da pilastri con teste di leone; da questo un altro corridoio che portava ad una zona divisa in quattro sezioni da cui dipartivano altri corridoi e altre stanze tutte decorate.
Il palazzo ricordava quello di Ciro a Susa, in Persia. Delfini, granchi, draghi marini, ippocampi con le code arricciate ornavano i mosaici dei bagni reali tutti forniti di vestiboli. Di raffinata fattura il mosaico che rappresentava il sole macedone.
Nell’intera pianura esisteva un sistema di canali per l’irrigazione con lo scopo di rifornire i numerosi, piccoli villaggi sparsi sul territorio e, al contempo, rappresentava il fulcro di un ambizioso programma di sviluppo che doveva consentire il fiorire dell’agglomerato urbano. Molte le abitazioni dei coloni greci installatesi negli appezzamenti agricoli; grandi case, ville con cortili e giardini, appartamenti privati costituiti da un salone centrale provvisto di vestibolo circondato da un largo corridoio. Case costruite intorno al padrone, non come quelle greche intorno al cortile. Un architettura che rappresentava il punto di incontro fra quella greca e quella persiana.

Nel 1964 iniziarono gli scavi archeologici condotti dal prof. Paul Bernard Direttore della missione archeologica francese. I lavori si protrassero per quindici anni fino al 1978; un anno dopo vennero interrotti a causa dell’invasione sovietica in Afghanistan. Dopo che i russi si ritirarono il territorio divenne teatro di guerra fra le fazioni afgane ed il sito archeologico venne trasformato in un luogo di saccheggio da parte di russi e afgani.
Alla fine del 2002 una parvenza di pace permise agli archeologici di ritornare a Kabul con l’intenzione di proseguire gli scavi ad Ai-Khanoum. Il museo era ridotto ad uno scheletro murario a cielo aperto con le stanze completamente svuotate di tutto il loro contenuto. Reperti, gioielli, pezzi d’oro e argento, monete, spariti per sempre, oggetto di compravendita nei bazar. Fortunatamente alcuni addetti al Museo ebbero il tempo di salvarne una piccola parte nascondendola in un magazzino.
Dagli scavi condotti a suo tempo riaffiorarono fregi greci, ceramiche con iscrizioni simili a quelle greche, coppe sulle quali si trovavano incisi nomi greci probabilmente quelli dei proprietari; centinaia di monete d’oro e argento con nomi di regnanti in lingua greca. Una testa di gargoil, iscrizioni con precetti greci, monete greco bactriane uniche, dracme seleucide in argento, alcune con incise divinità Indù; monete d’oro, tre dita di una grande mano; un vaso di alabastro usato per il vino, una testa di Ermes ritrovata nel luogo dove sorgeva il ginnasio. Anche una statuetta in bronzo di Eracle di 21 centimetri raffigurato con la mano destra poggiata sopra un randello mentre con la sinistra regge una pelle di leone; un pezzo in avorio che raffigura Afrodite ed un Eros alato; una piastra rotonda con la figura della dea Cibele sopra un carro tirato da leoni, rinvenuta sotto il pavimento del tempio; non possiamo sapere con certezza se apparteneva a quel luogo oppure vi era stata portata da qualche viaggiatore. Ritrovati anche numerosi i monili e bracciali dorati.
Dagli scavi una scatola di scisto grigio con disegni geometrici colorati e intarsiata a mano, rinvenuta in un sepolcro, suddivisa in comparti intorno ad uno centrale rotondo; molto simile ai reliquari buddisti del tardo periodo di Kushan. Curiose le placche di bronzo rettangolare indo-greche risalenti al 180 a.C. con incise le immagini di Visnù e di Khrisna.
Sembra che durante i lavori siano stati ritrovati, sotto due mortai rovesciati, ben 677 contrassegni indiani in argento e moltissime monete coniate al tempo del re Agathocles; probabilmente nascoste in fretta a causa dell’invasione, avvenuta intorno al 130 a.C., che pose fine alla città, come testimoniato dai segni di incendi sulle rovine e la distruzione dei monumenti e delle colonne.

Oggi l’intera regione è un luogo insicuro, un paesaggio di rocce e deserto: delle rovine di Ai-Khanoum non è rimasto niente di quanto scoprirono gli archeologi, solo pochi capitelli privi di valore commerciale. Sul luogo innumerevoli buche quadrate, che lo rendono simile al suolo lunare, nelle quali si appostavano gli uomini delle bande armate che controllavano l’intera regione durante il conflitto.

La ricostruzione del sito è stata resa possibile solo in modo virtuale dalla collaborazione fra il Laboratorio di Archeologia e l’équipe della televisione giapponese NHK. Nel 2000 è stato girato un film prodotto da Masahiro Kikuchi e la consulenza di Paul Bernard del DAFA esaminando gli archivi fotografici realizzati durante gli scavi effettuati dal 1964 al 1978.

L’intera città è sparita, commercializzata a pezzi; capitelli dorici e corinzi, statue, bronzi, ori, argenti, monili, agate, intagli e avori, passati dai bazar pakistani a collezioni private. Con tali oggetti, che testimoniavano la storia politica ed economica della Bactria e dell’India sotto il regno di Alessandro, è andato perduto un tassello importante della storia greca e dei successori di tale civiltà nelle terre Bactriane e Indiane. Un tassello perduto per sempre a causa di guerre, carestie, epidemie, ideologie politiche e religiose che, come ha dichiarato Osmund Bopearachchi, Direttore del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi, "riducono il genere umano subalterno agli interessi economici internazionali", non giustificabili, aggiungiamo, come non lo è, di fronte a tali scempi, il comportamento delle nazioni che fanno finta di non vedere in quanto tali antichi reperti rappresentando un’eredità culturale collettiva ed è il mondo intero che ha la responsabilità di tale perdita.
Sempre dalla testimonianza del dottor Bopearachchi sappiamo che nel mercato di Kabul vennero recuperati reperti e gioielli che testimoniano il collegamento di quella regione con l’India e la Birmania; che nel mercato di Peshawar riapparvero alcune delle trentamila monete greco bactriane ritrovate nel sito di Ai-Khanoum, per la maggior parte finite con altri reperti in collezioni private.
Nel 1992 venne scoperto casualmente il più grande deposito di monete d’oro, argento e bronzo a Mir Zakah a 53 chilometri da Gardez; oltre cinquecentomila pezzi per circa quattro tonnellate; insieme a trecento chili di oggetti d’oro e argento. Osmand Bopearachchi ha dichiarato che monete e monili sono stati venduti a collezionisti giapponesi, inglesi e americani per svariati milioni di dollari.

Lo sgomento, il senso di impotenza, la rabbia istintiva per quanto viene distrutto e tolto al patrimonio culturale dell’umanità è talmente grande quanto l’incomprensione dei motivi dei contrasti etnici, politici, religiosi ed economici che sono all’origine dei conflitti civili, degli eventi bellici che espongono al saccheggio e alla distruzione siti come Ai-Khanoum; calpestando e cancellando le tracce di un glorioso passato di luoghi che devono essere considerati e dichiarati, a tutti gli effetti, patrimonio dell’umanità, in quanto è in quei territori che sono state gettate le basi della civiltà.
Non si può giustificare la distruzione di tali patrimoni in seguito al cambio di un ordinamento, sia politico, sia religioso; nessuna necessità di sopravvivenza può giustificare la svendita delle radici delle civiltà che ci hanno preceduto perché nelle eredità culturali antiche, facenti parte del nostro comune passato, si possono trovare le risposte per capire chi eravamo, chi siamo, chi potremo essere.
Dobbiamo smettere di considerarci civili se le nostre azioni ci conducono a compiere simili atti vandalici; siamo noi i barbari, i distruttori di civiltà, se continuiamo a distruggere tutto quello che è stato costruito dai nostri antenati.
La cosa più sconvolgente è che tali azioni sono compiute in tutte quelle terre dove è iniziata la storia dell’umanità; dove l’uomo, costretto a fuggire inseguito dal mare che invadeva il territorio alla fine dell’era glaciale, si è fermato, ha piantato la sua tenda, ha iniziato a coltivare quelle fertili terre ricavando i mezzi per la sua sopravvivenza, il suo sviluppo economico e culturale.
Il settarismo politico e religioso che si nutre di odio e paura, i morsi della fame, l’ignoranza, la speculazione, l’egoistico interesse di trafficanti che, durante le pause tra un evento bellico e l'altro, portano avanti i loro loschi traffici, coadiuvati dai tombaroli impegnati nell’indiscriminato saccheggio, causano irreparabili emorragie che interrompono la ricostruzione storica delle vicende dell’umanità.
Viene cancellata la storia di terre come la regione dove si trovano, o meglio si trovavano, le rovine di Ai-Khanoum, dove già nel terzo millennio prima di Cristo si lavorava il bronzo e si consolidava una delle più antiche e avanzate civiltà del mondo; una civiltà in grado di intrattenere rapporti commerciali con la valle dell’Indo, la Mesopotamia e la lontana Cina.
Si dimentica che in tali terre vissero grandi personaggi come il profeta Zoroastro e Ciro il grande; terre definite culle della filosofia e della mistica occidentale, dove gli arabi irradiarono la cultura islamica; percorse da conquistatori come Alessandro Magno e che portano ancora oggi i segni del grande regno greco iraniano.
Quando Gengis Khan e Tamerlano le percorsero, a cavallo dei loro destrieri, non potevano immaginare che la devastazione ed il saccheggio indiscriminato dei luoghi dove eressero le loro corti, avrebbero cancellato le tracce della loro presenza e della potenza dei loro regni, della loro cultura; mai avrebbero immaginato che i loro successori non fossero a conoscenza dell’importanza per tutta l’umanità del loro passato storico.
Resta la magra consolazione di sapere con certezza che Ai-Khanoum era un centro civile, di elevato livello culturale, come dimostra il ritrovamento dell’iscrizione greca copiata dall’oracolo di Delfi:

"Quando sei un bambino usa buone maniere, quando sei adolescente controlla le tue passioni, quando sei un uomo sii giusto; quando sei vecchio dai buoni consigli e quando muori, muori senza rimpianti".


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