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ARCHEOLOGANDO...


LE CONOSCENZE ELETTRICHE

di Mauro Paoletti
per Edicolaweb

[Tempio di Dendera: la "cripta" delle lampade - 50K .jpg] [Tempio di Dendera: contenitore a forma di "lampada" - 40K .jpg] [Tempio di Dendera: la "serpe" nel contenitore a forma di "lampada" - 37K .jpg] [Apparecchio galvanico in un bassorilievo - 54K .jpg] [Apparecchio galvanico in un bassorilievo: ingrandimento - 38K .jpg] [Le famose "pietre delle serpi" - 29K .jpg] [La "mummia della Via Appia" - 28K .jpg] [La presunta pila conservata nel Museo di Baghdad - 29K .jpg] [Pettorale d'oro del "dio della Morte" Mixteco - 45K .jpg] [Strato di lamine di "mica" nella Piramide del Sole a Teotihuacan - 45K .jpg] [L'arca dell'Alleanza - 37K .jpg]
 

Fino al 700 a.C. nelle scuole veniva insegnato che la Terra era sferica e che insieme agli altri pianeti, aventi anch’essi la stessa forma, girava intorno al Sole; era noto quindi il sistema eliocentrico. Circa nel 300 d.C. si insegnava che la Terra era piatta ed era al centro del sistema solare, veniva considerato eretico l’insegnamento riguardante la sfericità del pianeta.
In mille anni possono accadere moltissime cose, ma non da giustificare l’arretramento di una civiltà nelle conoscenze; a meno che un evento catastrofico, o bellico di vasta estensione, o un periodo di caos e terrore, abbia causato la perdita delle nozioni scientifiche acquisite. Un evento drammatico, la cui natura ci sfugge, avrebbe spinto l’umanità a dimenticare ciò che era conosciuto, forse, da millenni.
Quando ci viene presentata una nuova scoperta e gettiamo uno sguardo nel nostro passato ci rendiamo conto che gli antichi ne erano a conoscenza.
Le nuove nozioni che acquisiamo le ritroviamo nei documenti tramandatici dall’antichità sotto forma di mito o leggenda e in questo modo apprendiamo che vi è stato un tempo in cui le conoscenze scientifiche dei popoli che ci hanno preceduto erano vaste e profonde.
L’elettricità, per esempio, era ampiamente conosciuta. Stando ai documenti storici gli Etruschi avrebbero tramandato ai romani questa conoscenza.
Tito Livio e Dioniso di Alicarnasso attribuiscono a Numa Pompilio la capacità di scatenare il fuoco di Giove; del rito, ossia degli esperimenti condotti per ottenere dal dio un fulmine. Narrano come Tullio Ostilio, poco abile, nel cercare di ripetere tale "rito" ne morisse folgorato. Secondo Ovidio, Numa Pompilio, faceva ardere un fuoco perpetuo nel tempio da lui fatto costruire.
Apprendiamo che Porsenna liberò il suo regno da un mostro chiamato "Volt", fulminandolo con una violenta scarica elettrica.
Era uso etrusco proteggere la casa dai fulmini circondandola con piante di brionia bianca, un rampicante con la proprietà di tenere lontane le scariche elettriche. Il tempio di Giunone aveva il tetto coperto da lame a punte aguzze; per l’esattezza venticinque bacchette di ferro, coprivano anche il tetto di Gerusalemme. Non si ha infatti notizia che un fulmine lo abbia mai colpito e testimonianze scritte riportano che il tetto dorato era in comunicazione con le caverne esistenti nel sottosuolo per mezzo di tubi di metallo fissati alla doratura.
Ammiano Marcellino, storico del IV secolo, racconta che i Magi erano capaci di conservare il fuoco caduto dal cielo.
Nel libro Oupnek-Hat degli Indù vi è scritto che "conoscere il fuoco, il sole, la luna, il fulmine è conoscere i tre quarti della scienza di Dio".
Ctesia, fisico greco (400 a.C.), parla delle "Spade di metallo" che in Egitto venivano conficcate con la punta verso l'alto per neutralizzare gli effetti dei temporali. A quel tempo in India si sapeva che ponendo un ferro appuntito in fondo ad una fontana con la punta verso l’alto e fissandolo al suolo, si tenevano lontani i fulmini e gli uragani.
Beniamino Franklin non è stato il primo uomo ad inventare il parafulmine, come Edison e Tesla non sono stati i primi a diffondere l’elettricità.
Nel 1857 l'egittologo Auguste Mariette, scomodo straniero per un Egitto che, pur riconoscente, lo nominò "Pacha", direttore del Museo Boulog, oggi del Cairo, scoprì, nei sotterranei del Tempio di Dendera, alcuni bassorilievi raffiguranti gigantesche lampadine.
Dendera è una località dell'Alto Egitto situata sulla riva sinistra del Nilo a una sessantina di chilometri a nord di Luxor. Il tempio della dea Hator che vi si trova è una gigantesca costruzione quadrangolare di circa ottantun metri per quarantacinque. I tre quinti del tempio sono sotto il suolo e consistono in dodici cripte con bassorilievi che dovettero apparire incomprensibili fino a quando Edison commerciò la prima rudimentale lampada a incandescenza nel 1878.
Nel 1934 un altro egittologo francese, Emile Chassinat, fotografò i bassorilievi disegnati da Mariette.
Negli anni ottanta due scrittori austriaci, Peter Krassa e Reinald Habeck, dopo aver visionato fra i volumi di una biblioteca le foto di Chassinat, partirono alla volta di Dendera per rendersi conto se quanto avevano visto corrispondeva a realtà. Le foto delle cripte, pubblicate nel loro libro "La Luce dei Faraoni", non lasciano dubbi.
Fin dal 1934 vedendo quelle immagini si poteva dedurre benissimo cosa potessero rappresentare. Ammettiamo pure che fossero rimaste nel classico "dimenticatoio del tempo"; ma negli anni ottanta quando Krassa e Habeck le riscoprirono, qualunque egittologo era in grado di trarre le dovute conclusioni.
A Dendera è in atto un "cover up" in piena regola. Il viaggiatore tedesco Peter Ehlebracht indagò sul caso e riferì nel suo libro "Haltet die Pyramiden Fest", sui numerosi saccheggi archeologici di cui è stato vittima l'Egitto, evidenziando le "falle" delle versioni ufficiali. Sul trafugamento dei bassorilievi di Dendera, effettuato nel 1973, gli fu intimato di tacere.
Siamo concordi con Ehlebracht che lastre di pietra larghe alcuni metri non si staccano con vanghe e picconi. Anche il trasporto fu coperto. Il tutto richiese mesi di lavoro e quindi vi fu la collaborazione dei custodi e delle autorità. Dalle indagini compiute da Peter Ehlebracht risulterebbe che i frammenti del tempio di Dendera siano stati portati negli archivi del Louvre.
Rimangono poche figure scolpite alle pareti. Da quanto abbiamo visto in un documentario in uno stretto corridoio, di 1,20 metri di larghezza e 4,60 metri di lunghezza, una "cripta" accessibile; per questo forse sono gli unici rimasti dato che non è facile lavorare in tale angusto ambiente.
Le cripte mostrano sacerdoti che sorreggono un fiore di loto, fiore dell'illuminazione, il cui gambo è collegato via terra ad un contenitore (accumulatore di energia?) sul quale il dio dell'aria Sciu sorregge un grosso contenitore di vetro dalla forma di una lampada allungata che fuoriesce dal fiore di loto stesso e all'interno del quale vi è raffigurata una serpe che si alza sulla coda (Ureus). La si può immaginare sibilante come a rappresentare la scarica elettrica, il Ka, la forza vitale. Sotto la lampada un pilastro Zed, simbolo dell'energia, con forma simile ai moderni isolatori di tensione i cui bracci entrano all'interno della lampada. Davanti, in piedi, il dio Thot, portatore di luce, con due coltelli fra le mani per segnalare un pericolo. In pratica grosse lampade con un filamento interno formato da una serpe che guizza, che sta a significare un pericolo e lo sfrigolio della scarica elettrica.
L'interpretazione dei geroglifici rinvenuti a Dendera operata da W. Waiktus, fisico e filosofo, laureatosi con una tesi sul significato di queste iscrizioni nel 1991, conferma che i rilievi riproducono procedimenti elettrotecnici che richiamano alla mente l’apparecchio con il quale Roentgen produsse i raggi X nel 1895.
Il modello ricostruito nel 1990 in laboratorio, dall'ingegnere elettronico Walter Garn, dimostra che si trattava di lampade ad incandescenza.
In un altro curioso bassorilievo, l'ingegner Garn identifica la raffigurazione di un apparecchio galvanico. Chissà cos’altro possono essere le famose "pietre delle serpi" come le chiamano gli archeologi, che non si trovano solo a Dendera, ma anche a Edfu e Komombo.
Viene supposto che nelle pareti delle altre cripte del tempio di Hathor vi fossero raffigurate tecnologie avanzatissime; forse più avanzate di quelle acquisite fino ad oggi dalla nostra civiltà.
Dato che i bassorilievi sono stati nascosti siamo autorizzati a pensare che la loro visione ci avrebbero obbligato a riscrivere alcune pagine della storia umana.
È certo, quindi, che gli egizi conoscevano l'elettricità. Ma non erano i soli.
Numerosi autori classici descrivono che nel tempio di Hadad (Giove) a Baalbek, vi erano pietre per fornire luce nelle ore notturne.
Plutarco scrive di aver visto nel tempio di Jupiter una lampada perpetua che né vento né acqua poteva spegnere.
Anche Sant'Agostino affermò vi averne vista una uguale in Egitto, in un tempio dedicato a Iside.
Pure lo storico bizantino Cedrinus, vide a Edessa una di queste lampade perpetue.
Luciano di Samostata (120-180d.C) vide a Hierapolis, in Siria, un gioiello incastonato in una testa d'oro, rappresentante Era, in grado di emanare una gran luce da far risplendere il tempio come fosse stato illuminato da una miriade di ceri.
Pausania ebbe modo di osservare nel tempio di Minerva nel 170 d.C. una lampada d'oro capace di fornire la luce per un anno intero senza vi fosse il bisogno di riempirla di olio.
Nelle tombe vicino a Menfi sono state rinvenute, in stanze sigillate, lampade che ardevano perpetuamente. La fiamma si sarebbe spenta esponendo tali lampade all'aria. Anche padre Kirker, ricercatore e esploratore, raccontò di aver visitato, proprio in prossimità di Menfi, alcuni sotterranei nei quali ardevano queste lampade che si spegnevano se esposte all'aria. Altri testimoni dichiararono di averle viste nei templi in India.
Il vescovo di Verona Ermolao Barbaro vissuto nel 1400, noto per le sue traduzioni delle favole di Esopo, ha descritto molti rinvenimenti di lampade perpetue, in particolare quello effettuato da un contadino di Padova nel 1450. L’uomo lavorando il suo campo trovò una grossa urna in terracotta con all’interno due vasi, uno d’oro e l’altro d’argento che conteneva un fluido chiaro, di composizione sconosciuta, definito "liquido alchemico"; nell’urna anche un altro vaso in terra cotta nel quale ardeva un lume. Sull’urna una iscrizione latina esortava eventuali ladri a rispettare l’offerta di Massimo Olivio a Plutone.
Lo scrittore Tomas William nel suo libro "We are not the first", narra della Mummia della Via Appia, identificata in Tullia figlia di Cicerone, scoperta il 18 aprile del 1485 da alcuni operai che effettuavano alcuni lavori lungo la via Appia, fatto menzionato nelle cronache dell'epoca. Giaceva in un liquido trasparente, grasso e profumato, di ignota composizione che l'aveva conservata integra e, deposta ai suoi piedi, vi era una lampada rimasta accesa per millecinquecento anni; si spense quando venne portata alla luce del sole.
Il corpo della fanciulla venne esposto per due giorni nel palazzo dei Conservatori a Roma; si racconta che, in un solo giorno, almeno ventimila persone accorsero per vederla. Papa Innocenzo VIII, allarmato da tanto clamore, fece seppellire la salma in un luogo segreto. Della fanciulla rimane solo un disegno di un ignoto testimone.
Nel 1401 fu scoperta la tomba di Pallas, figlio del re troiano Evandro, sul capo del defunto una lampada perpetua che era rimasta accesa per 2600 anni. Si spense dopo che venne rovesciato il liquido in essa contenuto.
Lo storico inglese Cambden parlò nel 1586 di una lampada eterna trovata nella tomba del padre dell’imperatore Costantino e riportò le scoperte di altre lampade rinvenute nella stessa epoca dopo la scioglimento della Chiesa Cattolica e dei grandi monasteri nel 1539 per opera di Enrico VIII; i beni ecclesiastici furono saccheggiati e queste lampade disprezzate ritenendole reliquie del papato.
Nel 1601, l’esploratore Barco Centenera, descriveva la città di Gran Moxo nel Mato Grosso (Brasile), presso le sorgenti del Rio Paraguay, zona dei sette laghi, 14°35' latitudine est, 57°30' latitudine ovest, vicino all'attuale Diamantino.
All'entrata della Casa del Signore due grandissime torri separate da una scala, a destra, legati, ad una colonna, con degli anelli dorati, due giaguari vivi. Sulla sommità di tale colonna, ad un'altezza di m. 7,75, stava una grossa luna che illuminava tutto il lago, disperdendo l'oscurità e le ombre.
Nel 1681 presso Grenoble un mercenario svizzero, noto col nome di Du Praz, trovò una strana lampada che brillava in una tomba, detta lampada fu portata in un monastero dove continuò a bruciare per molti mesi, finché un giorno un vecchio monaco la spense.
Un dispaccio dell'United Press del 1963 parlava di un villaggio a sud dei Monti Maoke, illuminato da lune, brillanti di luce intensa, sospese in aria o poste su colonne. Si descrivevano globi rotondi di tre metri che emanavano una luce simile al neon e iniziavano a brillare al tramonto. Globi simili furono visti da esploratori in più villaggi della Nuova Guinea, nel territorio dei Papua, vicino al Monte Wilhelmina, anche detto Wilhelm.
Negli anni sessanta nel villaggio di Trikora Gunung, nell'Iran occidentale, si usava un sistema d'illuminazione basato sulla luce emessa da enormi palle di pietra montate su alti pilastri, somiglianti a lune sospese a mezz'aria. L'esploratore Fawcett Percy Harrison menzionò proprio queste luci fredde viste in alcune città del Mato Grosso, situate tra i fiumi Xingù e Araguaya, zone in parte inesplorate, e le considerò come una parte del sapere che possedevano gli antenati di quel popolo.
I Mandanas, indiani bianchi d'America, ricordano un'epoca in cui i loro antenati vivevano aldilà dell'oceano in case dalle luci inestinguibili. È un riferimento ad Atlantide?
Padre Regis Evariste Luc (1813-1860) asserì di aver esaminato una di queste "lampade magiche sempre accese" in un villaggio sotterraneo dei Nagas che vivevano su l'Himalaia.
L’esploratore Harold T. Wilkins trovò a sud di Arequipa in Perù una scritta fosforescente, indecifrabile, sempre secondo l'archeologo, la sommità del monte Ylo irradiava una strana luce di origine sconosciuta. Nelle isole della Melanesia, Micronesia, Polinesia sono numerose le leggende relative a globi luminosi che tramutavano la notte in giorno.
L'australiano Idriess scrisse che i capi tribù delle popolazioni della foresta vergine, zona Strada di Torres, usavano levare al cielo una pietra rotonda infilata in un'intelaiatura di bambù chiamata Booya, dalla quale scaturivano lampi di luce azzurrognola; davano l'impressione di essere immersi in una luce magica.
Gli appartenenti alla setta segreta giapponese affiliata allo Shen Toist, On Take Jinsa, alla fine del secolo scorso celebravano ancora le cerimonie del fuoco e custodivano il segreto del "fuoco che non brucia". Numerosi giapponesi affermano di aver conosciuto maghi che erano capaci di creare questo fuoco.
Nel Popol Vuh, libro sacro dei Quichè, viene descritto un attrezzo usato per illuminare il mondo sotterraneo di Ximbala. Viene descritto simile ad un osso con la punta acuminata che emana una luce verde. Ricorda molto il bastoncino di ciallume usato dagli speleologi.
L'Agastya Samhita è un manoscritto bramano conservato nella Biblioteca di Ujjain nel Madhya Pradesh, in India a Nord di Indore, contenente istruzioni per la produzione di energia elettrica. Compilato e ricopiato da un importante Rishi di nome Agastya, da cui il nome del manoscritto, vi si legge: "Disponi un piatto, o piastra, di rame ben pulito in un vaso di ceramica; coprilo con uno strato di solfato di rame e riempi il resto con segatura bagnata. Metti un foglio di zinco coperto di amalgama di mercurio sulla segatura. Se avrai cura di lasciare sporgere dal vaso una striscia di rame unita alla placca, tra la striscia e il foglio di zinco si produrrà uno stato di energia di nome Mitra-Varuna con la quale si può dividere l'acqua in Pranavayu e Udanavayu ( Idrogeno e Ossigeno). Bada che la striscia di rame non tocchi il foglio di zinco, in questo caso l'effetto sparirebbe. Se disporrai di una catena di questi vasi uno dopo l'altro, otterrai una grande energia."
L'Agastya è conosciuto come Kumbhayoni, parola derivata da Kumbha che significa "brocca", in pratica quelle usate per costruire le batterie.
Nel 1938 Konig Wilhelm, archeologo e direttore del Museo Iracheno di Baghdad, scopri nel magazzino una cassa di reperti rinvenuti durante gli scavi a Khujut Rabaua a sud est di Baghdad e imputabili al 250 a.C. Si trattava di vasi di argilla ricoperti di asfalto e contenenti sbarre di ferro incastrate in cilindri di rame.
Ogni vaso era alto 15 centimetri e i cilindri di 10 centimetri; le pareti laterali dei cilindri sembravano saldate con una lega di piombo e stagno (60/40), l'estremità dei cilindri ricoperte con dischetti di rame sigillate con bitume e asfalto e le bacchette di ferro sospese nei cilindri presentavano segni di corrosione.
Dopo la seconda guerra mondiale l'esperto in scienze Willard Gray del "General Electric High Voltage Laboratory" di Pittsfield, in Massachusetts, realizzò un identico duplicato dei vasi ottenendo una pila di circa 1,5 volt.
Al Museo di Berlino sono conservati grandi vasi contenenti cilindri di rame, tondini di metallo e tappi di bitume, rinvenuti nelle rovine di Ctesifonte, antica capitale dei Parti.
Secondo il produttore televisivo e scrittore Landsburg gli antichi stimolavano l'ipofisi con lo scopo di migliorare le capacità intellettive, utilizzando piccole scariche elettriche; questo secondo lo scrittore giustificherebbe il ritrovamento di moltissime pile da 1,5 volt in territorio Iracheno.
Eliphas Levi il cui vero nome era Alphonse Louis Costant, nella sua "Histoire de la Magie" racconta che un certo Jechiele mostrò a Luigi IX (XIII secolo), una lampada che si auto illuminava irradiando luce intorno. Il suo segreto non fu mai svelato. Riferiva inoltre delle straordinarie capacità dei sacerdoti egizi in grado di "circonfondere di nuvole" i loro templi, oppure a loro piacere, di farli risplendere di "lucentezza soprannaturale"; di modo che, di giorno erano avvolte nel buio più fitto e, di notte, erano illuminate a giorno. Incutevano timore e terrore nei fedeli con lampade che miracolosamente si accendevano da sole, statue sacre circonfuse da una luce improvvisa e abbagliante e, un lontano cupo brontolio.
Per dovere di cronaca con il nome Elipas Levi si ricorda anche un misterioso personaggio dell'Amazzonia; un grande mago venuto dal cielo per curare gli ammalati operando "stregonerie di acqua e di fuoco". Un giorno gli stregoni del luogo si ribellarono, quindi Elipas ordinò al suo serpente di vomitare fuoco. In tal modo incenerì le foreste e fece ribollire le acque; poi, in un vortice di fuoco, volò in cielo salendo sul dorso del serpente.
I ritrovamenti archeologici certificano che in Mesopotamia le donne si ornavano di gioielli placcati d'oro. L'esploratore Marcel Homet, parlando di Chan Chan, racconta che durante gli scavi sulla pianura costiera vennero rinvenuti manufatti di rame placcati d'oro e d'argento, procedimento impossibile da attuare senza ricorrere all'elettrolisi.
La più antica miniera (Ngwenya) da cui si estraeva il ferro, 43.000 anni fa, era destinata a procurare l'ematite per i cosmetici.
Il generale cinese Show Chu (265-316 d.C.), aveva nella sua tomba, indicata da molti a Chou Chou, un ornamento metallico che una volta esaminato, è risultato composto da: 5% di magnesio, 10% di rame, di 85% alluminio. L'alluminio, che fonde a 2300°, viene ricavato dalla bauxite, una roccia sedimentaria costituita da ossidi di alluminio idrati, con un difficile procedimento tecnico elettrolitico, trovato nel 1808, dopo aver disciolto l'allumina nella criolite fusa.
Quindi i cinesi nel quarto secolo conoscevano l'elettricità e, forse, i raggi "X".
Si racconta che l'imperatore Tsin Shi (259-210 a.C.), avesse uno specchio, largo m.1,22 alto m.1,76, brillante nella parte anteriore e in quella posteriore. Quando una persona vi si poneva davanti tutti i suoi organi interni e le ossa del corpo divenivano visibili.
J.Alden Mason, curatore del Museo dell'antichità Americane dell'Università della Pensilvenia, rese la notizia del ritrovamento, sull'altopiano Peruviano di Mont Alban, di monili di platino fuso. Assicurò inoltre che la più antica civiltà del Perù usava la saldatura dei metalli a base di resina e sali metallici fusi. Una tecnologia alla base dell'elettrochimica.
Il platino fonde ad una temperatura di circa 1800° e si trova in natura associato ad altri metalli del suo gruppo. Per dirla in due parole, si estrae per attacco con acqua regia, si procede con la trasformazione in cloroplatinati e successiva calcinazione. Usato in oreficeria, per recipienti inattaccabili, elettrodi, ottimo catalizzatore nei processi industriali.
In seguito alle esplorazioni effettuate dal 1991 al 1993 in territorio russo, fra i fiumi Narada, Kozhim, Balbanyu, Utvisty e Lapkhevozh, sono stati rinvenuti, fra i tre e i dodici metri di profondità, alcuni oggetti a forma di spirale composti da svariati metalli (vedi foto: Nanotecnologie nei fiumi della Russia ). La maggior parte di rame, altri piccolissimi, di tungsteno e molibdeno. Il tungsteno, con un punto di fusione di 3410°C., è usato per la tempra di acciai speciali e, allo stato puro, utilizzato per i filamenti delle lampadine. Il molibdeno, che fonde a 2650°C., è usato per temprare gli acciai e renderli resistenti alla corrosione in modo da essere adoperati per la fabbricazione di parti di armi sottoposte a sforzi enormi, oltre che per la costruzione di veicoli corazzati.
L'Accademia delle Scienze Russa di Syktyvka, capitale del Kumi, l’Accademia di Mosca, quella di San Pietroburgo, e altri istituti di Helsinki, hanno stabilito che questi oggetti sono il prodotto di una tecnologia altamente avanzata. Richiamano per la rimarchevole somiglianza i congegni microminiaturizzati e le microsonde usate in medicina, specificatamente negli impianti.
I test effettuati per fornire una datazione indicano una data che oscilla fra un minimo di ventimila e un massimo di 318 mila anni, a seconda della profondità del rinvenimento e le condizioni del sito.
Anche fossero antichi di solo ventimila anni, quale popolo era capace di creare oggetti di microfiligrana finissima che la nostra tecnologia è in grado di eseguire solo adesso?
L'ornamento inciso sul pettorale d'oro del dio della Morte Mixteco, ritrovato durante gli scavi condotti su Monte Alban, conservato nel museo Regional di Oaxaca, in Messico, ricorda un moderno circuito elettronico integrato.
Uno spesso strato di lamine di "mica" fu rinvenuto fra i due livelli superiori della Piramide del Sole a Teotihuacan. La mica fu rimossa e venduta, dato il suo alto valore commerciale, in seguito all'ordine impartito dal signor Bartres, preposto alla salvaguardia del patrimonio Archeologico Messicano, degno continuatore dell'opera di Cortes.
Altra mica fu trovata nell'omonimo tempio, ma fortunatamente si trova ancora al suo posto; nessuno evidenzia comunque la scoperta.
Le due lamine poste una sopra all'altra, nel tempio, sono di 27 centimetri quadrati.
La mica è un miscuglio di potassio, alluminio, ferro, magnesio, litio, manganese e titanio; adatto per la costruzione di condensatori. Viene usata come isolante termico e elettrico, e come moderatore nelle reazioni nucleari. Il tipo ritrovato a Teotihuacan è originario del Brasile, a 3200 chilometri di distanza, quindi si deduce che i costruttori del tempio volevano esattamente quel tipo di mica e non quella locale.
Va aggiunto che era nascosta sotto un pavimento decisamente con una funzione ben precisa; il taglio e la lavorazione denotano esperienza nel trattare il materiale; nessun altro monumento ne possiede.
Il principio dei condensatori elettrici, due conduttori separati da un isolante, lo possiamo notare nell'arca dell'alleanza, costruita, con legno di acacia e rivestita d'oro, in modo analogo ad altre casse rivestite d’oro rinvenute in Egitto. Veniva posta in una zona secca dove il campo magnetico naturale raggiunge in genere 500 o 600 Volt per metro verticale, in modo da caricarla attraverso la ghirlanda d'oro che la circondava; in pratica l’arca si comportava come una bottiglia di Leyda, un condensatore.
Il condensatore si caricava senza pericolo per i portatori, dalla ghirlanda al suolo la conduzione avveniva per presa di terra naturale. La custodia era affidata ai Leviti i soli che potevano toccarla. Per il trasporto venivano usate due stanghe con anelli rivestiti d'oro. L’arca "ardeva di luce e fuoco", si aureolava di raggi, levitava e faceva levitare persone e cose, poteva abbattere montagne (episodio di Gerico), deviare fiumi (passaggio del Giordano), devastare eserciti; le folgori distrussero decine di armate nemiche e se un imprudente la toccava distribuiva scosse mortali.
Nel primo libro di Samuele è scritto: "Rimandate l'arca del Dio d'Israele (...) il terrore aveva invaso Accaron (...) Gli abitanti risparmiati dalla morte venivano colpiti da bubboni (...)."
E ancora: "Gli abitanti di Bet Semes erano allora intenti a mietere il grano nella valle, quand'ecco videro l'arca e le andarono incontro con gioia (...) I leviti posero l'arca sulla grande pietra (...) Ma il Signore colpì gli abitanti di Bet Semes che avevano guardato dentro l'arca, perciò il Signore colpì di morte settanta uomini."
Mosè aveva ricevuto dai sacerdoti Egizi avanzate nozioni di chimica e fisica che poteva aver messo in pratica.
L'Arca non era solo una fonte di energia, ma anche uno strumento radio ricetrasmittente; Mosè parlava col Signore ponendo il viso vicino alle ali dei Cherubini che stavano sopra il coperchio, il Propiziatorio.
Analizzando il Vecchio Testamento a qualcuno è venuto il sospetto che dietro Mosè si celassero viaggiatori extraterrestri e la Cabala fornirebbe chiari indizi in merito.
Si parla di Metatron capo degli Yorde Merkabah (vedi Merkabah, carro trono di Dio, Rotolo Qumram 4Q SI 40), descritti come viaggiatori celesti che ogni tanto sarebbero scesi sulla terra con i loro carri volanti e che conoscevano tutti i segreti del cielo stellato.
Dal Rabbino Simon Ben Jachai sappiamo che i redattori della Cabala si aspettavano da sempre l'arrivo di esseri superiori dal cosmo, senza impegnarsi a indicare una data precisa.
Per obiettività è giusto aprire una parentesi e riportare quanto riferiscono noti ricercatori riguardo all’identità di Mosé.
Freud lo identifica con Akhenaton; Laurence Gardner, priore della "Celtic Church’s Sacred Kindred" di St. Columbia, noto genealogista internazionale, lo indica in Aminadab figlio di Tiye, abbandonato al Nilo, allevato dal fratellastro della principessa, educato dai sacerdoti egizi di Ra. A Tebe introdusse il concetto di un Dio onnipotente senza volto col nome di Aten, equivalente all’ebraico "Adonai", che in fenicio significava Signore, e cambiò il suo nome egizio, Aminadab, (in lingua ebraica Amenofi) in Akhenaton, "servo di Aten". Quando venne bandito dall’Egitto e si rifugiò nel Sinai, per i suoi sostenitori rimase l’erede al trono e considerato il loro "Mosè", o "Mosis" (erede nato da). Gardner afferma che documenti egiziani indicano che "Mosè-Akhenaton" condusse il suo popolo da Pi-Ramses al lago Timash attraverso il Sinai; fra i suoi seguaci le famiglie di Giacobbe.
Tornando all’argomento trattato registriamo che durante l’esodo che viene costruito il famoso Tabernacolo, la Tenda del Convegno dove veniva custodita l’arca. Per accedere al suo interno vi erano regole precise (Levitico 6 1,4) allo scopo di proteggere le vite umane: "non entrare in qualunque tempo nel santuario, al di là della cortina, davanti al propiziatorio che è sull'Arca, altrimenti potresti morire, perché io apparirò entro una nube, sul propiziatorio. Vesti la sacra tunica di lino, metti sulla carne i calzoni di lino, cingi i fianchi di una cintura di lino, e copri la tua testa con una tiara di lino...lava prima la tua carne con l'acqua e poi vestiti."
Dall'Esodo si apprende come deve essere fatta la tiara: "Farai una lamina d'oro puro e su quella, come si incide sopra un sigillo, inciderai sacro al Signore. La fisserai ad un nastro violaceo, in modo che rimanga in alto sul davanti della tiara. Starà sulla fronte di Aronne per rendere gli Israeliti graditi davanti al Signore."
Le vesti li coprivano da capo ai piedi non lasciando scoperta alcuna parte del corpo. La testa e le braccia, come parti sensibili, dovevano essere unte con olio protettivo: "Prendi dei migliori aromi cinquecento sicli (unità ebraica) di mirra vergine, duecentocinquanta sicli di cinnamono odoroso, duecentocinquanta di canna aromatica, cinquecento di cassia, secondo la misura del siclo del santuario e un him di olio. Ne farai olio per la sacra unzione (...) ungi la tenda di convegno e l'Arca, la tavola e i suoi arredi, il candelabro, l'altare del profumo degli olocausti (...) ungerai pure Aronne e i suoi figli perché officino come sacerdoti."
Chiunque abbia avuto occasione di visitare una moderna centrale atomica ricorderà le tute protettive indossate da tutti coloro che vi hanno accesso, come da regolamento. Ulcerazioni della pelle simili a bubboni, accompagnate da vomito, di cui la Bibbia parla in un altro passaggio, sono sintomi tipici di ustioni da radiazioni: "Farai il manto tutto violaceo. Avrà in mezzo un apertura per passarvi il capo, orlata intorno e intessuta a guisa di un apertura di corazza, affinché non si strappi. Tutt'intorno all'orlo inferiore del manto farai delle melagrane, di violaceo e di scarlatto; e fra una melagrana e l'altra dei sonagli d'oro, un sonaglio d'oro e una melagrana, un sonaglio e una melagrana. E quando entrerà nel luogo santo e ne uscirà, si oda il suono: così egli non morrà."
I sonagli fungevano da segnale ai leviti che si trovavano fuori della tenda. Se non avessero suonato per un periodo più lungo del previsto chi si trovava fuori del Tabernacolo avrebbe saputo che qualcosa di terribile era accaduto all'interno.
Studi approfonditi della Cabala effettuati da Sassoon e Rodney ne danno conferma.
Stando al Zohar 3,67 chi entrava nella tenda aveva una catena d'oro legata alla caviglia. Nel caso qualcosa fosse andato storto e qualcuno fosse rimasto ucciso o ferito, gli altri sacerdoti potevano recuperarne il corpo. La circostanza ci è narrata da mistici, di cui si dice, trovassero la morte mentre erano in estasi religiosa; esisteva quindi un pericolo reale, tangibile, quello cui caddero vittime i figli di Aronne.
Queste le notizie che dal passato ci testimoniano le conoscenze tecnologiche in possesso degli antichi.
I bassorilievi di Dendera svelano il mistero di come sia stato possibile per gli artisti del mondo antico lavorare senza luce solare, lampade ad olio o torce, nelle tombe e nei sotterranei, situati a volte ad una profondità di cento metri.
La luce riflessa dagli specchi d’argento non era certo sufficiente ad illuminare al meglio tali ambienti.
Non sono stati trovati residui di grasso e segni di combustione sui muri e sopra gli impiantiti, tipiche tracce lasciate dall’uso di lampade ad olio o torce.
Citando lo scrittore dell'insolito Charles Fort, stiamo trattando fatti "dannati" che oggi l’uomo deve considerare perché in ogni modo si tratta di "fatti", non coincidenze, che possono dare adito a diverse interpretazioni.
Se c’è stato un evento che ha sconvolto l’ordine delle cose; che ha costretto l’umanità a retrocedere nel suo sviluppo evolutivo nel campo delle conoscenze, obbligando coloro che detenevano il potere ha operare una scelta nell’intento di rimettere ordine, di ricostruire un sistema, è tempo di rivelare l’evento; di riconoscere di aver voluto sopprimere alcune verità, in piena buona fede nessuno lo mette in dubbio; ma è giunto il momento di ammettere che qualcuno ha rivolto le cose a proprio vantaggio profittando di alcune situazioni particolari verificatesi nel corso del tempo; che alcune di queste scelte si sono dimostrate errate.
Siamo pienamente d’accordo; l’umanità è rimasta quella di sempre, da millenni; con i suoi egoismi, pregiudizi, timori, tabù, presa dagli interessi personali, intenta a tramare congiure e intrighi; ma non è il caso di chiedersi quale umanità avrebbe popolato oggi il mondo, se invece di nascondere la verità la si fosse divulgata? Non lamentiamoci di come va il mondo se è nostra usanza tacere, occultare, travisare i fatti.
È tempo che qualcuno reciti il "mea culpa".


									

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