
ARCHEOLOGANDO...

DAVIDOVITZ: UNA TEORIA PER MACHU PICCHU
di Mauro Paoletti per Edicolaweb

Nel luglio del 1911, Hiram Bingham, professore di storia all’Università di Yale, percorreva a rilento, immerso in un'esuberante vegetazione tropicale, i sentieri scavati sui fianchi delle montagne peruviane; stretti viottoli sull’orlo di profondi precipizi di granito multicolore, in fondo ai quali scorrevano le schiumose rapide del fiume.
Per meglio comprendere le difficoltà incontrate merita leggere quanto ebbe a scrivere:

"(...) i paurosi burroni di un verde cupo precipitavano sino alle bianche rapide dell’Urubamba. Proprio di fronte un gran picco di granito si levava verticale per quasi mille metri. A sinistra si scorgeva la vetta solitaria di Huayna Picchu. (...) All’improvviso mi trovai di fronte le mura di alcune case in rovina fra i migliori esempi di architettura incaica. (...) Ci arrampicammo per le terrazze e tra i macchioni. (...) D’un tratto ci trovammo di fronte alle rovine di due tra i più superbi e interessanti edifici dell’America precolombiana con blocchi dalle proporzioni ciclopiche. Uno spettacolo da lasciare a bocca aperta. (...) Esaminavo i blocchi più grandi della fila inferiore, stimandone il peso sulle dieci, quindici tonnellate, e mi chiedevo chi mai avrebbe creduto alla realtà di quella mia scoperta. Fortunatamente, in questa terra in cui la precisione delle descrizioni di ciò che uno ha visto non è una caratteristica peculiare dei viaggiatori, avevo con me una buona macchina fotografica e il sole splendeva alto nel cielo. Gli edifici, per eleganza di disegno e finezza di esecuzione, non hanno paragone tra i resti della civiltà incarica."

Bingham incaricò uno dei topografi della spedizione, tale Kenneth Heald, di esplorare anche l’Huayna Picchu.

"Gli avevo chiesto di andare a vedere cosa poteva esserci sulla vetta acuminata chiamata Huayna e chiarire la faccenda delle "stupende rovine" che avrebbero dovuto trovarsi là. Il picco si leva aguzzo a quasi mille metri sul fiume Urubamba che lo circonda da tre lati. Quello a sud si prolunga nella cresta che fa da base alle rovine di Machu Picchu. Sul fianco orientale vi è un precipizio, che viene diritto dalla vetta, a punta di spillo, alla riva del fiume. Sul lato nord, sotto gli strapiombi, vi sono declivi ora ricoperti dalla foresta, che recano ancora i segni della presenza di antiche terrazze ad uso agricolo. Queste avvalorano l’ipotesi dell’esistenza di importanti rovine sui fianchi dell'Huayna rimaste sconosciute a causa della densità della foresta. Costruito un ponte rustico partii alla conquista della vetta, cosa molto ardua a causa dei declivi talmente ripidi che spesso fu necessario scavarvi dei gradini."

Alla fine dell’esplorazione le rovine esistenti, anche se più inaccessibili, risultarono alquanto inferiori.

Le rovine di Machu Picchu sono situate in pratica su di una specie di ponte, teso dalla natura fra due spettacolari picchi di montagna, Machu Picchu e Huayna Picchu, talmente ben nascosto da eludere i conquistatori spagnoli fino alla sua scoperta avvenuta solo grazie a Hiram Bingham.
La sua costruzione viene attribuita agli Incas, ma sembra che siano evidenti due distinte fasi di costruzione. Una prima fase certamente pre incaica, lontana nel tempo, come si può dedurre dal metodo usato per il taglio della pietra, che risulta accurato e attuato impiegando una tecnologia altamente avanzata.
Per alcuni scienziati i segni sono chiari.
Solo la seconda fase, più recente, è attribuibile al popolo Inca.
Nel 1930 il Prof Rolf Muller dell’istituto di astronomia di Potsdam, in Germania, condusse un accurato studio astronomico del luogo, attratto da un’insolita pietra conosciuta come "Intihuatana", che significa "il posto del sole; il luogo dove veniva legato il sole".
Il pilastro veniva ricavato intagliando un masso nella parte superiore e lasciando nel centro questa colonna quadrata. Quella di Machu Picchu è la più alta del Perù, più di 50 centimetri delle altre. Abbiamo notizia di un’altra, a Ollantaytambo, uguale in altezza e distrutta, come del resto tutte le altre, dagli spagnoli; quindi la conferma che Machu non era mai stata trovata dai conquistadores. Gli strumenti trovati nel letto del fiume, ossia ciottoli di diorite, utilizzati per tale lavoro, fanno pensare che l’opera abbia richiesto molto tempo e un notevole sforzo.
Studiando il monumento è stato stabilito che gli allineamenti astronomici dell’Intihuatana e del Torreon, un’altra costruzione del luogo, sono conformi a un ventiquattresimo di grado dell’inclinazione nell’asse della Terra. Sembra che i monumenti possano essere datati intorno al 2300 a.C.
Le accurate misurazioni sono state effettuate dagli astronomi Dearborn e White. Gli studiosi hanno stabilito che il "Tempio delle tre finestre" era un osservatorio solare e che le nicchie ed i pioli di pietra del Torreon venivano usati come un calendario sia lunare sia solare. Inutile sottolineare l’importanza di tale calendario; vi è da chiedersi invece lo scopo di un tale osservatorio in un luogo remoto e inaccessibile.
Comprovato anche l’esatto allineamento Nord Sud fra l’Intihuatana, il monte di Machu Picchu e Salcantay; suggerendo che tale allineamento non sia una semplice coincidenza.
Se osserviamo l’Intihuatana e Huayna Picchu, uno di fronte all’altro, è facile accorgersi che la parte esposta al sole e quella in ombra risulta identica sia sulla montagna sia sull’Intihuatana.
Il fiume Urubamba gira intorno all’Huayna come un ferro di cavallo formando intorno alla montagna una gola conosciuta da sempre come "l’Entrata di Salcantay"; cosa che evidenzia il rapporto con questa montagna più lontana e considerata sacra dal tempo pre incaico che, con i suoi 20.600 piedi, risulta una delle più grandi montagne della regione.
Inoltre nel punto più alto di Huayna Picchu si trova una piattaforma artificiale e una scanalatura a forma di "V", tagliata nella pietra, che guarda a Sud, traversando in linea d’aria l’Intihuatana ed il Picco di Salcantay.
Appena sotto la pietra scanalata un’altra piattaforma triangolare con un angolo puntato esattamente verso Sud.
Quale potrebbe essere il significato di questo allineamento?
Questa è una posizione dalla quale si può misurare con precisione il movimento precessionale delle stelle. Nel caso specifico, i monti sull’orizzonte con i loro picchi aguzzi fungono da segnalatori per l’osservazione stellare.
Di conseguenza diviene ovvio considerare che Machu Picchu veniva usato proprio per questo.

L’antico popolo delle Ande adorava le stelle, interesse non insolito per gli Inca ed i loro predecessori Andini che osservavano formazioni alle quali assegnavano nomi di animali in un modo simile a quelli assegnati allo zodiaco.
Quindi, secondo gli studiosi, Machu Picchu funzionava come un orologio stellare. Veniva identificata la stella che appariva sulla verticale della vetta di Salcantay, si fissava un punto durante l’anno e si misurava di quanto si era spostata verso sinistra, come risultato della precessione. Il picco del monte confinante diveniva il punto ideale di riferimento per determinarne lo spostamento in gradi celesti e per verificare se questo movimento raggiungeva un grado ogni 72 anni.
Per rendere possibile questo calcolo, la velocità della precessione doveva essere espressa in una misura stabile; per questo fu usata una stecca lunga una yarda, misura necessaria da adottare nel caso di un calendario solare o lunare.

Perché fu così importante per qualcuno misurare il grado del cambio precessionale nel tempo antico? Anche in questo luogo si osservava e si era riprodotta in terra la forma di una costellazione, nella posizione esatta che aveva nel cielo sopra l’orizzonte nel 10500 a.C.?
Quale è tale costellazione?
Nel libro "Dèi del nuovo millennio", a detta dello scrittore, si trova l’evidenza secondo la quale antichi Dèi in carne ed ossa compirono numerosi viaggi per prendere dominio della Terra e spartirla secondo le 12 divisioni dei 26.000 anni della precessione.

Simone Waisbarg in un suo libro racconta un curioso aneddoto:

"Una sera a Machu Picchu, sulle alte cime che sovrastano la famosa città perduta degli Inca, vagava una specie di piccola luna di un brillante color arancione. Un vecchio Quechua, custode delle rovine, spiegò con naturalezza che si trattava di una Pahua Chasha; vale a dire, di una 'stella volante' e, non, si badi bene, di una 'stella cadente'. Era, secondo l’Indio, un evento ben noto e previsto dagli abitanti della Valle Sacra fin dagli antichi tempi in certe epoche dell’anno".

Egli aggiunse che conoscevano in anticipo il punto dove la stella sarebbe apparsa e la sua traiettoria nel cielo. Ecco un altro enigma!"

Sembra che Machu Picchu fosse stata costruita per determinare la posizione delle stelle della costellazione dell’Ariete, come si trovava all’inizio di questa Era. Cosa alquanto curiosa: fu così anche per Stonehenge e questo stabilisce una specie di connessione fra i due luoghi.

Manetone, un prete egizio che scrisse la storia dell’Egitto, dichiarò che i periodi dinastici prima dei faraoni furono quattro. Con un breve calcolo dalla data ufficiale del 3100 a.C., inizio del regno del primo faraone Menes, possiamo concludere che nell’8700 a.C. regnò un Dio Egizio chiamato Toth.
La storia di Manetone non è ufficialmente accettata, in ogni modo il regno di Toth coinciderebbe con l’era nella quale fu edificata la Sfinge.
Toth fu nominato nei testi delle Piramidi come "colui che enumerò i cieli, il contatore delle stelle e il misuratore della terra".
Il collegamento con Stonehenge sembra rafforzarsi poiché le analisi matematiche e al radiocarbonio effettuate dagli scienziati hanno stabilito che il sito Inglese ebbe un’improvvisa attività vitale nel 2965 a.C.. A tale periodo risale, infatti, lo scavo di una fossa circolare e l’erezione di quattro pietre dette "Stazioni" per segnalare i momenti principali dei 19 cicli annuali della Luna.
Furono completate anche le 56 cavità note come Aubrey Holes; ma da quel momento il luogo fu abbandonato per trecento anni.
Toth era conosciuto anche come dio Lunare e Stonehenge fu posizionata proprio per registrare i cicli lunari. Inoltre, da quanto scritto nei documenti egizi, emerge una storia fantastica che narra gli sviluppi di una lite sorta, a causa di un calendario, fra Ra e Toth. Nella storia si afferma che Thot partì per una terra molto lontana.
Qualcuno si domanderà cosa c’entra tutto questo.
Il calendario Andino ebbe inizio nel 2900 a.C. e gli archeologi hanno rinvenuto nel Tempio Principale a Machu Picchu 56 vasi contenenti un misterioso strato di fine sabbia bianca, sembra evidente la connessione fra Stonehenge e Machu Picchu e, cronologicamente, con la Sfinge e l’Egitto.
Dietro le pietre del Tempio Principale sono state rilevate numerose impronte di piedi. Esiste una camera segreta sotto l’Acropoli?
L’esistenza di una entrata fra le pietre della terrazza sotto le Tre Finestre sarebbe suggerita da una pietra del muro che potrebbe essere rimossa senza portare danno alle pietre adiacenti visto che sporge dal muro da ogni lato. In passato potrebbe essere stata tolta e non perfettamente reinserita.
Le risonanze rilevate nei recinti del Tempio Principale, ottenute utilizzando pioli e martelli, convinsero gli operai della presenza di vuoti e cavità segrete sotto il pavimento dell’antico tempio. Fra i massi di granito sotto il pavimento l’opera di scavo giunse fino una profondità di più di due metri. Non vi fu nulla da scoprire. Gli scavi all’esterno e sotto le finestre portarono alla scoperta di una quantità straordinaria di cocci decorati.

In Perù vi sono altri sotterranei a Cuzco. Una rete di gallerie si stende sotto la città unendo gli antichi centri sacri, sopra i quali sono state costruite le chiese. Forse sono proprio i tunnel usati per nascondere o portare lontano le ricchezze del regno Inca.
Sono gallerie che arrivano fino alla fortezza di Sacsayhuaman, alcune di forma perfettamente quadrata, a volte solcate da antichi canali di irrigazione e tutte con gli ingressi situati nelle chiese di Cuzco.
La possibilità di una camera segreta pre-incaica in Perù rappresenta un intrigante parallelo con la scoperta effettuata nel 1991 - e in seguito ufficialmente smentita - di una grande camera rettangolare sotterranea, nascosta sotto la zampa della Sfinge e di tutto il sistema di camere e gallerie che si estendono nel sottosuolo della piana di Giza.
Machu Picchu è una città costruita dagli Inca oppure è molto più antica?
Perché costruire una città fortificata e ben nascosta e per giunta in un luogo simile?
Le armi degli Inca non erano certo così offensive da rendere necessario erigere queste possenti mura, la costruzione delle quali pone molti interrogativi tecnici, considerando anche il fatto che sono state trasportate lassù ben 25.000 tonnellate di terra per edificare la città, dal momento che il luogo era totalmente roccioso. Le analisi del terreno hanno infatti dimostrato che si tratta di terra proveniente da un altro luogo situato molto più in basso.
Alcuni massi sono poligoni irregolari tenuti insieme senza l’uso del cemento. Vicino al luogo conosciuto come la Sacra Piazza, ai lati della quale sorgono i templi principali, vi è una casa, con muri di circa quattro metri e mezzo; entrando possiamo osservare, sulla sinistra, un unico gigantesco blocco tagliato in modo da formare la metà della facciata.
Le parti inferiori delle nicchie presenti nell’edificio, e parte dell’angolo della stanza, sono formati da questa unica pietra nella quale si contano ben trentadue angoli. Passa in secondo piano la pietra con i dodici angoli presente nel muro del palazzo del Governatore a Cuzco.
Nel "Tempio delle Tre Finestre" troviamo un’unica pietra di notevoli dimensioni scavata ad angolo, con un lavoro di incisione di difficoltà estrema. Anche nel Tempio della Sfinge si può osservare una pietra curva ad angolo, anche se in modo meno netto.
Siamo di fronte ad una medesima tecnica costruttiva?
Stupisce il fatto che non vi siano chiare fotografie di tali pietre nei libri di archeologia o di paleo astronautica, come si volesse volutamente nascondere questi particolari, o comunque porli in secondo piano rispetto alle gigantesche pietre riprodotte più frequentemente. Questa pietra curva non è la sola, visto che poggia su un'altra stretta e lunga che ripete lo stesso motivo.
Riguardo alla tecnica costruttiva per ottenere simili risultati, si racconta che l’ingegnere americano Davidovitz, massimo esperto al mondo in tecniche costruttive, trovò un capello inglobato nella pietra di un blocco della Grande Piramide.
L’ingegnere pensò che non si poteva trattare di granito naturale ma del prodotto di una tecnica costruttiva; una specie di calcestruzzo antico.
Iniziò quindi una ricerca fra vari documenti e scoprì che nel 1889 era stata rinvenuta e decifrata, nell’isola di Seel vicino all'Elefantina, in Egitto, una stele sulla quale vi era riportato che Imothep, il celebre architetto egizio, sognò il dio Knum che gli spiegò come ricavare questo tipo di calcestruzzo utilizzando ventisei ingredienti, fra argille, caolino, conchiglie fossili, fango del limo, sedimenti sabbiosi, sale marino, sodio carbonato e vari elementi naturali, presenti ovunque nel paese e nella stessa piana di Giza. Questi agglomerati legati insieme attraverso una reazione geochimica, causata da un'erba, una volta induriti divengono blocchi resistentissimi.
Molti egittologi la considerano un falso, ma sembra sia una copia di antichi testi risalenti circa al 3000 a.C..
L’ingegner Davidovitz ha ricomposto la formula e ne ha ricavato un ottimo e straordinario cemento che ha battezzato Geopolimero. Sono tre le società che commercializzano il prodotto, fra cui una italiana ed è singolare lo slogan adottato da una di loro: "fatevi una casa che duri quanto le piramidi".
Concludendo gli Egizi usavano questo calcestruzzo, lo trasportavano nelle gerle e lo gettavano in forme precedentemente preparate. In questo modo sarebbero stati ricavati i giganteschi blocchi di pietra calcarea per la costruzione delle piramidi e dei templi della piana di Giza, anziché utilizzare la pietra naturale estratta dalle cave, e si spiegherebbe anche come potessero essere lavorati, lisciati e posti in file con estrema precisione senza neanche "un'esile sbavatura agli angoli". Una prova sarebbe costituita dalle tracce delle venature del legno presenti su alcuni blocchi della Grande Piramide. Ne parleremo in modo approfondito in un prossimo articolo riguardante i sarcofagi del Serapeum.
In pratica Davidovitz smonta la teoria convenzionale che ipotizza, fra l'altro, migliaia di lavoratori impiegati nel gigantesco sforzo costruttivo. Per apprendere altre notizie sull'argomento rimandiamo al sito: www.geopolymer.org. Non è scontato però che tutti i popoli adottassero tale sistema. Ricordiamo, a proposito, che nel Perù era, ed è tuttora, conosciuta una pianta grassa, chiamata in vari modi, le cui foglie sono in grado di rendere malleabile la pietra ammorbidendola e di allineare le molecole in modo da formare superfici perfettamente levigate.
Questa può essere un’altra spiegazione ai complicati incastri fra ciclopiche pietre che presentano fra l’altro un numero elevato di angoli e la loro perfetta aderenza l’une alle altre.
Molti quelli che hanno menzionato tale pianta amazzonica. Sir Fawcett la scoprì, a suo dire, osservando alcuni uccelli mentre si costruivano il nido nella pietra ammorbidendola in precedenza strofinandovi sopra, col becco, alcune foglie della pianta. Ne ha parlato l’architetto genovese Marco Righetti, l’esploratrice e scrittrice Mirella Rostaing, un padre missionario e altri. Ne abbiamo parlato diffusamente nel nostro articolo: "Un misterioso miscuglio che scioglie le pietre".
È cosa nota ai peruviani anche se non sembra nessuno sappia dove trovarla.
Sono i segreti di quelle terre percorse da strani dottori, "uomini di medicina", che compaiono all’occorrenza con una borsa piena di erbe miracolose adatte ad ogni cura.
A nessuno trasmettono i loro segreti, ma noi occidentali siamo perfettamente a conoscenza che nella foresta Amazzonica esistono piante ed erbe con particolari e sconosciute proprietà.
Ogni tanto la scienza compie qualche passo avanti grazie alla scoperta di alcune di queste piante; proprio una di queste ha permesso alla dottoressa Levi Montalcini di concludere la sua ricerca e conseguire il Premio Nobel.

Nella regione i terremoti sono frequenti, ma i blocchi sono ancora lì e ognuno di essi si inserisce alla perfezione tra quelli vicini in modo da non permettere l’inserimento di uno spillo tra pietra e pietra. Da sottolineare che non sono stati usati né cemento né morsetti o chiavarde di metallo per tenerle unite, tutt’oggi formano un tutto unico.
Notevole l’insieme degli edifici chiamato da Hiram Bingham il "Gruppo del Re" che presenta architravi formati da blocchi di tre tonnellate, contrariamente alle altre costruzioni ove gli architravi sono costituiti da due pezzi. Le difficoltà tecniche per sistemare i monoliti sono immense anche per chi può usufruire di gru, argani, e tecnologie avanzate per eseguire tale lavoro, figuriamoci, quindi, per il popolo Inca. Eppure gli architravi sono ancora sopra i loro stipiti.
Chi e come sia riuscito nell’impresa rimane un mistero, qualsiasi conclusione possiamo trarre si riduce ad una semplice illazione.
Altro fatto curioso: la superficie dei massi di granito se sottoposta a forte calore si scheggia. La roccia del tempio circolare mostra di essere stata esposta a un calore veramente eccezionale e l’assenza di cenere e resti di carbone indica che ciò deve essere avvenuto in un tempo lontanissimo. Le schegge presenti non rendono facile stabilire se si trattava di un fuoco perenne per ardere le offerte.
Bingham, dopo la scoperta di Machu, continuò la ricerca della città perduta e fu negli anni sessanta che trovò altre vestigia antiche alla quali venne assegnato il nome di "Gran Pajaten".
Si parla forse del Grande Impero Paititi, con le sue città perdute circondate da fiumi che nelle carte vengono riportati senza nome, a 3000 metri di altezza, con edifici circolari costruiti con lastre strette e lunghe, collegate fra loro da una strada lastricata larga a tratti di quattro metri che attraversa l’intera la zona e si perde nella foresta.
È la strada che unisce province distanti fra loro per ben mille chilometri, da Vilcabamba a Chachapoyas, nota per le sue ricche di miniere d’oro.
Può darsi che siano stati gli spagnoli a costruire città fortificate dove nascondere l’oro depredato e dare origine alle "Città perdute".
Si racconta che alcuni anni fa i componenti di una tribù locale, i Pamcapuri, dichiararono di essere gli eredi degli Inca e di custodire l’ingresso di una città "perduta". Se corrisponde al vero e se un giorno riveleranno i loro segreti, forse, conosceremo la vera storia del popolo Inca e delle loro impossibili costruzioni.


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