
NESSUNO È INVULNERABILE
di Alessio Della Casa

È possibile che tra i principali progetti militari USA figuri un ordigno i cui effetti ricadano solo su invasori extraterrestri? Ipotesi e dati su una futura Biological Warfare anti-EBE.

Se il colonnello Corso avesse deciso di non divulgare la sua testimonianza e non fosse salito alla ribalta della comunità ufologica mondiale, tutti noi avremmo perso un’occasione unica. Fortunatamente così non è stato. Ora Philip J. Corso non è più tra noi, ma il libro che ha scritto e che raccoglie i suoi ricordi, "The Day After Roswell (Il giorno dopo Roswell)" ha segnato un momento prezioso nella storia dell’ufologia. Il memoriale dell’Alto Ufficiale del Pentagono offre moltissimi spunti per la riflessione e la ricerca e speriamo che non rimanga un caso isolato.
Qualunque individuo della specie "Homo Sapiens" presenta lo stesso complesso di sistemi e di organi, sia che ci troviamo di fronte a un europeo o a un indigeno della foresta amazzonica. Tuttavia l’aspetto esteriore di un essere umano può variare in luoghi diversi del pianeta: capelli, statura, colore. Queste differenze formano i gruppi etnici, costituiti nel corso dell’evoluzione della specie. È verosimile che anche altri gruppi etnici presentino caratteristiche peculiari: è nota per esempio l’incapacità dell’apparato digerente di alcuni gruppi di adattarsi al cibo di altri. I risultati di eventuali ricerche scientifiche, soprattutto ematologiche, potrebbero condurci verso conclusioni spaventose, anche se auspicabili dai militari: lo sviluppo e la costruzione di un’arma totale che mortifichi, magari sullo stesso campo di battaglia, soltanto le truppe nemiche. Un’arma che lasci incolume la popolazione di uno Stato occupato, agendo solo sulla biologia dell’invasore. Un’arma chimica etnica. Non è fantascienza.

DECONTAMINATION OF WATER CONTAINING CHEMICAL WARFARE AGENT
Nel 1975, una pubblicazione ufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti ha presentato un articolo dedicato alla difesa del Paese nello scenario di una guerra chimico-biologica. Il bollettino, intitolato "Decontamination of water containing chemical warfare agent, è stato edito a Fort Belvoir, in Virginia. Dal tono del resoconto si intravede la possibilità che le conoscenze scientifico-tecnologiche per un’arma etnica debbano già essere abbastanza avanzate: si ritiene "teoricamente possibile sviluppare la cosiddetta arma chimica etnica, disegnata in modo tale da sfruttare la differente vulnerabilità naturale in gruppi etnici differenti. Un’arma tale potrebbe rendere inoffensiva o uccidere una popolazione locale selezionata, lasciando indenne le forze amiche". Si tratta certo solo di un probabile scenario di guerra per la quale si programmano le misure necessarie da adottare. Ma è anche una reale eventualità. Due sono i vantaggi che una bomba etnica, come altre armi chimico-biologiche, comporterebbe rispetto a un arsenale nucleare convenzionale:

1. colpisce il nemico senza distruggere il territorio, le città, le industrie, le comunicazioni;
2. in termini economici il suo costo potrebbe essere limitato.

Gli svantaggi consistono in fattori di natura climatica che possono interferire con il successo dell’operazione: forti venti o particolari formazioni nuvolose che potrebbero diluire o impoverire il prodotto chimico usato. I Paesi che più si sono adoperati in questi ultimi cinquanta anni nelle ricerche nella guerra chimico-biologica sono gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l’ex Unione Sovietica. Ai nostri giorni, purtroppo, il problema della proliferazione incontrollata di armi chimiche è esploso in tutta la sua gravità. Occorrono solamente un piccolo laboratorio e pochi milligrammi di qualche sostanza per causare una strage e organizzazioni terroristiche con ramificazioni internazionali hanno già compreso la terribile potenzialità di queste armi.
Alla luce della testimonianza del colonnello Philip Corso, Fort Belvoir si dimostra di grande interesse. Stiamo parlando della base militare più importante dell’intero Distretto Militare di Washington, situata ad appena mezz’ora di macchina dal Pentagono, in cui l’attività di addestramento ufficiali e la sperimentazione sugli armamenti rappresentavano una copertura perfetta, almeno negli anni Sessanta, per lo sviluppo di progetti classificati. Sempre secondo Corso, Fort Belvoir era l’installazione in cui l’esercito americano svolgeva le più rilevanti ricerche top secret sulla tecnologia UFO e all’interno della base operava un reparto speciale dell’U.S. Air Force specializzato nel recupero di UFO abbattuti, pronto ad intervenire in qualsiasi momento.

RIDURRE IL GAP TECNOLOGICO
Molti ricercatori ritengono che il Governo statunitense abbia imposto un costante cover-up sugli oggetti volanti non identificati a causa delle intenzioni non proprio pacifiche, per non dire ostili, ma sicuramente ambigue, dei loro occupanti. Non mancava occasione che dimostrassero la loro superiorità nel volo aereo, nella regolare elusione dei nostri strumenti radar e di intercettazione, nell’osservazione dei nostri satelliti orbitali. La priorità che i militari americani avevano collocato in cima alle proprie intenzioni era ridurre questo incredibile gap tecnologico. Se fossero riusciti in quest’impresa forse avrebbero potuto evitare un eventuale attacco alieno su larga scala. Ogni contatto con gli extraterrestri doveva essere studiato nei minimi dettagli per cercare di carpire quante più informazioni possibili. Naturalmente questa situazione imponeva il rispetto del più assoluto silenzio: l’assenza di un nemico pubblico non avrebbe comportato alcuna responsabilità militare. Nel frattempo venivano spesi milioni di dollari, in nero o sotto un’opportuna copertura, per la realizzazione di nuove armi che potessero recare offesa ai visitatori. Nessuno può toglierci dalla testa che sia molto più semplice costruire un’arma chimica destinata a colpire una specie diversa dall’uomo piuttosto che una popolazione umana selezionata. Del resto, al giorno d’oggi non si capisce come sia possibile la costruzione di un’arma etnica quando i confini nazionali non contano più niente e i flussi migratori hanno miscelato le popolazioni in ogni parte del mondo. Evidentemente gli scopi che perseguivano i finanziatori di queste ricerche sono molto diversi. Se questi ritenevano, già nel 1975, che la costruzione di un’arma etnica fosse qualcosa di fattibile, c’è da chiedersi contro quale tipologia di essere umano stessero cercando di indirizzare le loro ricerche, anche in considerazione della variegata distribuzione di forze e genti alleate nei diversi scacchieri continentali.

L'ULTIMA POSSIBILE DIFESA
Quello che stiamo cercando di ipotizzare è che la famigerata bomba etnica potrebbe essere rientrata nella strategia americana di resistenza verso un altro obiettivo nemico: quello extraterrestre.
Non potrebbe essere la bomba etnica il corrispondente bellico intra-atmosferico dell’SDI, l’"Iniziativa di Difesa Strategica" meglio conosciuta col nome di "Guerre Stellari"?
Poniamo il caso che un nuovo nemico si profili all’orizzonte dell’umanità: la possibilità che una delle civiltà extraterrestri che operano nel nostro ambito planetario abbia intenzioni ostili. Questo scenario di guerra, che si sia verificato o meno, sarà stato preso in seria considerazione presso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale USA. Sembra che negli anni Ottanta i leader dei due blocchi, Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev, abbiano ripreso più volte questo tema in diversi "summit", suggellando a parole la solidarietà dei vari Paesi del mondo in caso di minaccia aliena. Philip Corso ha confermato che presso l’ospedale militare di Walter Reed furono effettuate delle analisi autoptiche sugli occupanti dei velivoli recuperati. Notevoli similitudini furono riscontrate tra la struttura corporea delle creature e quella umana, anche se sussistevano marcate diversità per quanto concerneva l’aspetto organico. Indubbiamente l’arma etnica sarebbe un buon deterrente contro interferenze indesiderate. Di fronte ad un’invasione massiccia e palese, l’impiego di un’arma tale potrebbe rivelarsi essenziale quale ultima possibilità di difesa prima della capitolazione. Un’idea del genere deve aver colpito anche gli sceneggiatori della Warner Bros nel 1985, quando diedero vita alla fortunata serie televisiva "Visitors". Del resto a un finale di questo genere aveva già pensato molti anni prima Welles con la sua "Guerra dei mondi", anche se in quel caso l’agente biologico offensivo aveva un’origine virale puramente naturale. Se è vero che a Fort Belvoir operava un reparto USAF specializzato nel recupero di UFO, studiare la biologia del nemico sarebbe una delle prime mosse da mettere in pratica. A quel punto l’arma potrebbe essere pronta: un ordigno etnico anti-EBE. Science fiction? Può anche darsi che ci siamo spinti troppo oltre nelle speculazioni, ma questo è ciò che bisogna fare nei "wargames", ipotizzare, ricordandoci che, in fondo, nessuno è invulnerabile.


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