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ALTRA DIMENSIONE...

 
LA PARAPSICOLOGIA PUÒ DIVENTARE IL VARCO
INCONSAPEVOLE DELLA POSSESSIONE DIABOLICA?

di Francesco Lamendola
per Edicolaweb


La parapsicologia è quella scienza, o presunta tale, che in anni recenti ha cercato di fare materia di studio oggettivo e sperimentale i fenomeni insoliti e inspiegabili della psiche, nei loro riflessi con la dimensione fisica: dalla telepatia alla precognizione, dalla chiaroveggenza alla telecinesi, dal viaggio astrale alla bilocazione, e così via.

Il parapsicologo, dunque, è colui che ritiene di poter studiare, misurare, verificare, l'insorgenza di fenomeni psicofisici anomali e di darne una spiegazione esaustiva di tipo scientifico; in altre parole, di gettare un fascio di luce sul mistero della relazione esistente tra gli stati alterati di coscienza e determinate manifestazioni di ordine fisico.
Sorge, però, una questione preliminare, la cui mancata soluzione rischia di porre tutta l'indagine parapsicologica su di un binario morto o, peggio, su di un binario pericolosissimo, dagli esiti assolutamente imprevedibili: psiche e anima sono la stessa cosa?
Secondo la scienza materialista del XIX e XX secolo, sì; in particolare, per la psicologia e per la psicanalisi d'indirizzo freudiano, non vi è dubbio che "anima" è soltanto una nozione antiquata, che veniva adoperata allorché non si era compresa la vera natura della realtà umana: un insieme di cellule, di neuroni, di sostanze chimiche in continuo movimento, tutti riconducibili a ben precisi fenomeni di ordine puramente chimico e biologico.
Tale equivalenza fra il concetto di "psiche" e il concetto di "anima", escludendo qualunque dimensione trascendente e qualunque finalità nel mondo della natura, di cui l'essere umano è parte (ma in cui non è provato che si esaurisca), fa sì che la parapsicologia ritenga di poter dare una spiegazione soddisfacente ai fenomeni che fa oggetto del proprio studio, più o meno con lo stesso approccio e con la medesima prospettiva della chimica, della fisica o della biologia, senza residui (la "metafisica", già eliminata dal criticismo kantiano e relegata in soffitta da quasi tutta la cultura moderna, a partire dall'Illuminismo).
Il problema, però, è che, se si va a caccia di elefanti con la rete per le farfalle, difficilmente si avrà successo; così pure, è improbabile, per non dire pericoloso, accostarsi al mondo degli spiriti, ad esempio in una seduta spiritica, armati semplicemente di razionalismo, di un registratore o magari di una cinepresa.
Abbiamo fatto il caso della seduta spiritica, ma potevano fare cento altri esempi; ad ogni modo la domanda fondamentale resta sempre la stessa: chi ci assicura che i fenomeni che si verificano nel corso di una seduta spiritica siano possano essere correttamente compresi e studiati, se ci si accosta ad essi con una mentalità puramente razionalista e materialista? Chi ci assicura, in particolare, che gli spiriti siano ciò che dicono di essere, ossia anime disincarnate di defunti, che, magari, si fanno riconoscere dai presenti rivelando particolari che nessun altro individuo vivente avrebbe potuto conoscere?
Una curiosa contraddizione del razionalismo è, infatti, questa: che i suoi seguaci, ben decisi a non credere a niente che non sia verificato secondo i criteri più rigorosi della scienza moderna, finiscono per credere a tutto, cioè per prendere per buona qualunque spiegazione dei fenomeni che non collida con il loro pregiudizio fondamentale; non viene in mente, a quei signori, che forse stanno scherzando col fuoco e che morirebbero di paura se sapessero chi sono realmente le entità da essi evocate con tanta leggerezza e alle cui affermazioni mostrano di credere così volentieri, senza darsi la pena di prendere in esame altre ipotesi.
Un discorso analogo si può fare per i cosiddetti viaggi astrali, per le pratiche di "channeling", per l'evocazione dei sedicenti spiriti-guida, per le sedute di ipnosi e auto-ipnosi volte a riscoprire identità personali di vite anteriori: una volta che la coscienza di sé si offra spalancata, indifesa, all'ingresso di forze estranee, come si può sapere se gli ospiti invocati saranno proprio quelli che si immaginava e non altri, di ben diversa e più subdola natura?
Un caso particolarmente interessante, in proposito, è quello riferito dallo scrittore ex gesuita Malachi Martin nel suo libro "Il diavolo nel corpo" (1) e relativo ad un noto psicologo e parapsicologo americano, il professor Carl V., che, dotato di personali facoltà medianiche non indifferenti, aveva costituito un agguerrito team di studenti e ricercatori, con il quale stava studiando non solo alcune sue vite anteriori, ma anche alcuni aspetti del cristianesimo primitivo che, a suo dire, la Chiesa ufficiale aveva adulterato.
Convinto di essere la reincarnazione di un certo Petrus, egli nell'estate del 1973 si recò ad Aquileia per celebrare, nel giorno festivo del dio Nettuno (il 23 luglio), un rito magico sul pavimento musivo della basilica, là dove la Tartaruga combatte contro il Gallo. Secondo l'interpretazione corrente, il Gallo è il simbolo del Bene, della Grazia, del Cristo, mentre la Tartaruga è il simbolo del Male, del Peccato, del Diavolo; secondo quella del professor Carl V., al contrario, la Tartaruga era il simbolo della Vita che stava combattendo vittoriosamente contro il Gallo, rappresentate le forze oscure che ad essa si oppongono.
Nel corso della cerimonia, egli si sentì male, ebbe un collasso e venne riportato negli Stati Uniti dai suoi assistenti; dopo di che chiese ed ottenne di essere esorcizzato da un sacerdote cattolico di Newark, padre Hartney F., di origine gallese, che riuscì a liberarlo dalla possessione diabolica durante un rito particolarmente difficile e faticoso.
In questo caso, il Demonio, che rivelò all'esorcista di chiamarsi Tartaruga, si era insinuato nell'anima del professore sfruttando da un lato le sue indubbie facoltà medianiche, dall'altro il suo smisurato orgoglio intellettuale, mediante il quale egli aveva preteso di poter spiegare il mistero dell'anima umana, e addirittura ristabilire una supposta verità originaria del cristianesimo, servendosi di esse, ossia per una via puramente immanentista.
Contrariamente alle apparenze, l'approccio di Carl V. e dei suoi discepoli era stato esasperatamente razionalistico: tutte le "sedute" in stato di autoipnosi erano scrupolosamente controllate, registrate, annotate; tutti i più piccoli fenomeni, sino a quelli più spettacolari e impressionanti, come la levitazione corporea, venivano debitamente osservati, catalogati, discussi, sviscerati.
Pare che, nel corso degli anni, Carl V. avesse finito per porsi nei confronti dei suoi discepoli, nella cui mente vedeva con estrema chiarezza grazie alla telepatia, non solo come un brillante studioso impegnato in spregiudicate ricerche d'avanguardia, ma come una vera e propria guida spirituale, con l'intima convinzione di portarli verso la "verità" e, in particolare, verso una interpretazione gnostica del cristianesimo, che rifiutava quasi tutto ciò che insegna la tradizione cattolica.
Pare anche che, nel corso del tempo, il professore si fosse reso conto della reale natura della "presenza" che entrava nella sua psiche, ma che egli vi avesse acconsentito, in una sorta di patto faustiano: l'anima in cambio del sapere. Egli, però, come tutti i parapsicologi, non parlava mai di "anima", poiché la identificava senz'altro con la "psiche"; e questo, appunto, fu il varco attraverso il quale poté realizzarsi la possessione demoniaca: la negazione del soprannaturale, la banalizzazione del male, la riduzione di tutta la realtà a materia e psiche.
A ciò si aggiunga la campagna concertata di discredito contro il cristianesimo che è in atto da molto tempo nel mondo moderno, specialmente negli ambienti accademici e istituzionali, e che alcuni indizi fanno pensare sia ispirata da forze non solamente umane, le quali astutamente si servono di "utili idioti" convinti di portare avanti, in nome dei lumi della Ragione, una vera e propria battaglia di civiltà contro i residui dell'ignoranza, della superstizione e dell'oscurantismo.
Tali forze sono interessate a vedere abolita, nella società moderna, la distinzione fra il bene e il male e a vanificare qualunque sforzo volto a ristabilirla, solitamente ridicolizzando l'idea stessa che esista un Male con la "m" maiuscola, un male assoluto capace di agire sugli uomini, pervertendone la volontà e aizzando le fiamme del loro orgoglio intellettuale.
"Il Diavolo - diceva Charles Baudelaire - non è mai stato così soddisfatto degli uomini come ora, che essi ridono della sua esistenza."
Osserva, a un certo punto, Malachi Martin (2):

«L'effetto più sicuro della possessione in un individuo - il più ovvio e impressionante effetto comune a tutte le persone possedute, osservato durante l'esorcismo o fuori di esso - è la grande perdita di qualità umane, di UMANITÀ.
Curiosamente, la difficoltà di parlare oggi della possessione e di descrivere i suoi progressi e i suoi effetti in coloro che sono attaccati, non proviene dagli strani, bizzarri o "inimmaginabili" avvenimenti che possono accompagnarla.
La difficoltà viene, invece, dall'insistenza con cui i creatori delle ultime opinioni sostengono che la concezione religiosa del bene e del male è superata; che la personalità di ogni uomo, donna o fanciullo, esiste solo come un incrociarsi di singoli tratti o attribuiti rivelati nel modo migliore dai punteggi che facciamo negli esami psicologici; che i più veri e i più puri modelli del nostro comportamento provengono dagli "animali inferiori" e dall'"uomo naturale": invenzione mitica che non è mai esistita e che noi non possiamo neppure immaginare.
La difficoltà è aumentata da altri fattori. Si sostiene sempre più che la regione, ogni forma di culto, ogni ideale fornato esplicitamente sulla morale cristiana dovrebbero essere banditi dalle pubbliche istituzioni sostenute dai pubblici tributi, e che questo è "oggettivo" e "democratico". Nei nostri trattenimenti comuni - cinematografo, televisione, narrativa, teatro - non ci sono figure eroiche né concetti di giusto e di ingiusto, di bene e di male. La vita umana ci è mostrata come un alternarsi di tetra disperazione e di disperata lotta con forze banali contro le quali i nostri soli alleati siano noi stesi e le nostre risorse.»

Bisognerebbe fare molta attenzione allorché ci si avvicina ai fenomeni parapsicologici con un pregiudizio materialista, perché ciò rende esposti all'influsso di forze malefiche che sono tanto più pericolose, quanto più esse vengono negate o ridicolizzate.
Quando la mente si apre all'ingresso di energie estranee, è necessario ricordare che tali energie non sono sempre di natura benefica e che non sono sempre quel che dicono di essere o quel che vogliono far credere di essere; e che, pertanto, è necessaria la massima prudenza quando ci si espone al loro influsso.
Se l'apprendista stregone è colui che scatena delle forze che crede di conoscere e di poter dominare e usare a suo piacere, mentre finisce poi per esserne travolto, allorché esse sfuggono al suo controllo e si rivoltano contro la sua ingenua presunzione; allora la società moderna sembra essere piena di apprendisti stregoni, anzi, sembra essere essa stessa caratterizzata da questo atteggiamento fondamentale, che è stato giustamente definito "faustiano".
Vi sono stanze che non dovrebbero essere aperte e vi sono pagine che non dovrebbero essere sfogliate, specialmente se si pretende di farlo con arroganza intellettuale, cioè negando la propria condizione creaturale e facendosi Dio di se stessi; ma l'uomo moderno sembra appunto aver smarrito, oltre al senso del mistero, anche il senso del limite, il che lo porta a spingersi sempre più in là, in un atteggiamento di sfida perenne alla propria finitezza.
Siamo sul filo del rasoio. "Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza", dice l'Ulisse dantesco ai suoi compagni, dopo che, superate le Colonne d'Ercole, essi si accingono a intraprendere il "folle volo" nell'immensità inesplorata del mondo "sanza gente".
Tale desiderio di conoscenza e di superamento del limite non è, di per sé, condannabile, anzi, è degno di rispetto e di ammirazione; ma tutto dipende dall'intenzione che lo anima: se inebriato dall'orgoglio umano, dalla volontà di autoaffermazione che non riconosce alcuna legge morale sopra di sé, oppure se consapevole del proprio limite, della propria fragilità e della necessità di essere ispirato da una Virtù più alta.

Note:
1. Malachi Martin, "Il diavolo nel corpo", titolo originale: "Hostage to the Devil", 1987; traduzione italiana di Mario Monti, Armenia Editore, Milano, 1988, pp. 307-89.
2. Op. cit., p. 390.

francescolamendola@yahoo.it


									

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