
HONG KONG E HOLLYWOOD

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Il cinema avrebbe potuto fare certamente di più, per sconfiggere lo stereotipo di arti marziali quali "ginnastica da combattimento" tesa solo allo scontro fisico tra due persone. Infatti, se da un lato Hong Kong ha avuto il merito di divulgare al grande pubblico le pellicole di arti marziali, soprattutto nei primi anni Settanta con Bruce Lee, "il piccolo drago" assurto ad Hollywood a numero uno di tale filmografia, il cinema, orientale ed occidentale, ne ha però sostanzialmente distorto la natura intrinseca. Certe pellicole sui generis "educative", come "Karate Kid", forse hanno avuto il merito di avvicinare migliaia di ragazzini alle palestre, ai cosiddetti "dojo", ma è stata poca cosa. Meritevoli, in parte, i film che hanno visto la partecipazione del grande maestro di NinJuTsu (l’arte dell’invisibilità), Sho Kosugi, fra i pochissimi a mostrarne i risvolti esoterici e "segreti". Nelle intenzioni di Bruce Lee, un film in particolare avrebbe dovuto rappresentare la mistica via del guerriero, "Messaggi da forze sconosciute" (Silent Flute, 1978), ma venne interpretata da David Carradine (serie TV "Kung Fu") e non dallo stesso Bruce Lee e lasciò solo interdetti. Ecco poi Jean Claude VanDamme, Chuck Norris, Steven Seagal e Don "The Dragon" Wilson conquistare platee dalla bocca buona, affamata di stupori purtroppo quasi esclusivamente legati alla fisicità. Unico a distaccarsene, recuperando in parte il senso "tradizionale" del Kung Fu, è stato Jackie Chan, misconosciuto in Italia, ma definito spesso erede di Bruce Lee e indicato dal Guinness dei Primati come il più grande "stuntman" esistente. E veramente unico esempio di sci-fi+arti marziali resta, a nostro avviso, "Matrix".
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