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Il secondo contatto avvenne il 7 Gennaio 1996. José aveva intuito che poteva essere il giorno fatidico, così, chiese a sua moglie di prepararsi. Poco dopo le cinque del pomeriggio raggiunsero il luogo dove stazionava l’astronave, ma più grande della precedente. "Era a forma di piatto - dichiarò José - con una specie di torretta in alto e qualcosa di simile ad un rettangolo in basso, da cui fuoriuscivano due strutture di appoggio. Con la luce dei fari del furgoncino potei notare i particolari. C’era un’atmosfera di pace e di amore. Erano lì, accanto all’astronave. Ci salutarono e ci invitarono a salire. All’interno non vidi finestre o sporgenze verso l’esterno. Ma tanti schermi. A lato della porta, delle luci si muovevano quando parlavamo, reagivano al suono delle nostre voci. Poi gli esseri dissero a mia moglie di avvicinarsi. Dalla parete calò una barella". Dell’intervento Graciela ricorda solo che le apposero una sorta di elettrodi sulle tempie e sul petto. "Uno di loro mi disse di levarmi i vestiti. Non sentii nulla e mi addormentai". Ecco il racconto di José: "Il più piccolo, quello che definirei il pilota, aprì un armadio e ne tirò fuori un tubicino azzurro trasparente. Il medico lo mise in una specie di coppa e iniziò l’intervento. Introdusse un tubo nella vagina di Graciela. Io gli chiesi: ‘Come ti chiami?’ e lui mi rispose ‘Lictin’, chiedendomi di non fargli più domande. Durante tutto il tempo, circa un quarto d’ora, da uno schermo potei seguire l’operazione. Quando terminò, ci invitarono a scendere". Fin qui, i fatti del secondo contatto. Tuttavia ci fu anche una terza parte: il riconoscimento del feto impiantato. Solo che in questa occasione furono prelevati senza preavviso. Era il 17 Marzo. "Stavamo tornando da una lunga passeggiata e all’improvviso vedemmo l’astronave, la stessa del secondo incontro". "Siamo venuti per l’incarico", dissero gli ET agli attoniti coniugi, con un sorriso. Li invitarono a salire sulla nave, senza forzarli. Una volta su, tutto divenne calmo. "Quello con la mascherina premette una specie di pulsante e abbassò la barella. Mia moglie si avvicinò ed ebbe inizio un’operazione simile alla precedente, ma che serviva a prelevare il feto, ormai cresciuto. L’essere più piccolo aprì una specie di porta, al lato di uno schermo. Misero il feto in un contenitore (il termine esatto usato da José fu flacone o ampolla, ndr.), lo chiusero e lo riposero altrove. Ci invitarono a scendere. La nave si sollevò ad un’altezza di circa quattro metri e poi sparì a tutta velocità". José e Graciela sperano che un giorno i loro "amici" ritornino per fargli rivedere l’essere che hanno contribuito a far nascere, cosa avvenuta in casi precedenti. Se lo augura anche Jaime Rodriguez, il quale indagando il caso di una donna cui sembrava fosse stato impiantato un feto, aveva organizzato attorno alla famiglia in questione un complesso sistema di vigilanza. Ma tutti si erano addormentati inspiegabilmente, dalle cinque di pomeriggio alle nove di mattina. Un fenomeno, questo, riscontrato da David Jacobs che consiglia alle sue pazienti di munirsi di videocamere per riprendere quanto accade. Ma inevitabilmente gli apparecchi cessano di funzionare, o sono le stesse donne, anche stato ipnotico, a spegnerli. Le abductions hanno luogo pochi istanti dopo.
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