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IL CASO CAPONI »
UN TESTIMONE SOTTO PRESSIONE »
LA NOTTE DEL PRIMO INCONTRO »
UNA GARZA IMBRATTATA DI SANGUE »

La mattina dopo la sorella di Filiberto andò a controllare la garza, ma era sparita.
"Sarà stato un cane che ha sentito l'odore del sangue - dice Filiberto - comunque è stato allora che ho deciso di farmi prestare una macchina fotografica da mio cognato. L'ho messa proprio sul comodino. Per una settimana poi mi sono appostato lì (indica il posto) di notte pensando che forse l'essere sarebbe ripassato e l'avrei fotografato".
Passarono però 15 giorni senza che accadesse nulla e Caponi aveva deciso di scordare tutto, quando una sera...
"Erano circa le due di notte e sento di nuovo 'sto strillo. Mi alzo, prendo la macchinetta fotografica (una Polaroid 660) e apro la porta - racconta il ragazzo - mentre sentivo qualcosa che scalpicciava nel brecciolino. Lo vedo arrivare, abbastanza da lontano, ad andatura non veloce, quasi camminava. Scatto una prima foto, la Polaroid esce di sotto, la tiro fuori e la butto sullo scalino, pronto a farne un'altra. Alla luce del flash si è arrestato come avesse notato la luce, ma forse è... sordo, perché ho aperto la porta facendo rumore e lui continuava a venire verso di me. Si è fermato e voltato solo quando ho scattato la foto. Ho pensato 'ora faccio una corsa, scatto una foto e poi scappo via, è un'occasione unica' e così ho fatto, mi sono lanciato verso di lui di un paio di metri, l'ho fotografato di nuovo e sono fuggito gridando 'l'ho fotografato', senza nemmeno guardare dove andavo, tanto che sono finito contro un muro. Mio padre sì è svegliato e mi ha chiesto cosa fosse successo. Le foto si erano sviluppate sotto gli occhi dei miei parenti: nella prima si vedeva solo un'ombretta che sta arrivando, ma la seconda lo mostra benissimo di schiena, fasciato con qualcosa, la testa e le braccette penzoloni. I miei sgranano gli occhi... gli spiego che quando gli ho fitto la seconda foto ha voltato leggermente la testa verso di me, senza girarsi del tutto. A mio padre si sono drizzati i capelli sulla testa. Mia madre ha detto 'Santo Dio, ma che cos'è?' E allora io li ho calmati e gli ho detto 'tanto le foto ce le abbiamo, le mettiamo al sicuro, non le facciamo vedere a nessuno' e abbiamo deciso di metterle in una scatola di legno, per studiarle con calma l'indomani".
Ma il pomeriggio successivo Caponi:
"…Trovai il coperchio della cassetta curvo, annerito sotto, affumicato. Mi chiedo cosa possa essere successo - spiega agli intervistatori del CUN - poi apro la scatoletta e sento un odore di bruciato come quella della plastica incendiata. Le foto sono attaccate fra loro e nella prima la zona dell'immagine dove si trovava l'essere è gonfia e rovinata... stacco la seconda foto e anche questa ha l'immagine gonfiata ed aperta, solo in superficie, non era bucata".
Si tenta, a questo pulito dell'intervista, di dare una spiegazione tecnica alle foto rovinate: Lollino chiede a Caponi se la pellicola fosse stata già da tempo nella macchinetta fotografica e se per caso fosse scaduta. Ma l'ipotesi di un deterioramento dovuto alla scadenza del prodotto non si rivela valida, perché con la stessa pellicola sono state scattate altre foto che non si sono rovinate. Come unica possibile spiegazione rimane una interazione chimica tra le foto e una vecchia batteria scaduta conservata nella scatola di legno insieme alle immagini, come propone lo stesso Caponi.
Il problema è che tutto il materiale, compresa la scatola di legno, Caponi sarebbe stato poi obbligato a consegnarlo ai Carabinieri della stazione di Arquata del Tronto, successivamente alla pubblicazione sul periodico già menzionato. Inoltre c'è da sottolineare che Caponi aveva fatto circolare le foto (riproduzioni in diapositiva) presso giornali romani ed agenzie di stampa.
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