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LE CITTÀ DEL FUTURO
di Giuseppe Badalucco
per Edicolaweb


Negli ultimi anni è andato crescendo l’interesse e il dibattito intorno a quello che sarà uno dei temi salienti dello sviluppo futuro dell’umanità: l’incremento demografico, fenomeno che si può senz’altro definire esplosivo, considerando l’andamento "esponenziale" che ha manifestato nel XX secolo.
 

La scienza demografica, con il suo notevole sviluppo negli ultimi due secoli, è riuscita a spiegare in modo sufficientemente esauriente, attraverso l’opportuna predisposizione di adeguati modelli matematici, che tengono conto di tutti i dati statistici raccolti da quando esistono rilevazioni attendibili, le modalità attraverso le quali si sviluppa il rapporto tra incremento della popolazione mondiale e risorse disponibili, giungendo così a dimostrare che tale fenomeno non è a crescita esponenziale ma piuttosto esprimibile con una curva logistica. Questo perché la crescita della popolazione mondiale non può avvenire in perpetuo in modo esponenziale ma è limitata dalle risorse disponibili; occorre così trovare un punto di equilibrio tra tale crescita e lo sviluppo delle risorse disponibili.
Il valore di equilibrio, detto soglia, è dato dall’asintoto orizzontale superiore della funzione logistica y(t)=L e la formula che meglio esprime la crescita futura della popolazione mondiale (non valida dunque per il passato) è data da:


ove P indica la popolazione mondiale in miliardi di individui e t indica il tempo espresso in anni.
Dall’elaborazione effettuata dai demografi della migliore funzione interpolante che esprime la crescita della popolazione mondiale si ottiene, impostando i parametri, che la popolazione mondiale non supererà mai i 10,5 miliardi di individui (rappresentato dall’asintoto orizzontale superiore della funzione) ma si attesterà a valori di poco inferiori a tale limite superiore, mentre il fenomeno di crescita della popolazione mondiale ha subito un rallentamento della sua crescita a partire dal 2000, quando si è giunti alla soglia di 6 miliardi di persone. A partire dall’anno 2150 la popolazione mondiale si attesterà intorno ai 10,4 miliardi, con una media di 2,1 figli per donna.


Ciò che preme mettere in luce in questa breve trattazione è che soltanto con il passare del tempo, dopo aver raccolto per anni dati statistici sull’incremento della popolazione mondiale, si è giunti alla conclusione che le previsioni appaiono ottimistiche e lasciano aperta la porta alla speranza di un futuro più roseo per l’Umanità.
Infatti, quando l’argomento relativo all’esplosione demografica divenne uno dei campanelli d’allarme dei grandi cambiamenti epocali, il dibattito culturale circa lo sviluppo urbanistico futuro delle grandi megalopoli spinse i grandi architetti (già all’inizio del XX secolo) a elaborare veri e propri modelli architettonici delle città del futuro. L'architettura poté sbizzarrirsi, coniugando la fantasia creativa con le esigenze di ridurre il più possibile lo spazio occupato dal suolo urbano. Furono così elaborati decine di modelli in cui prevalevano la costruzione in altezza, a cui se ne affiancarono altri che ora andiamo brevemente ad analizzare.
Occorre precisare che il grande sviluppo delle scienze nella seconda metà dell’800 e all’inizio del ‘900 diede un impulso notevole ad una nuova visione del mondo da parte degli studiosi di architettura, per cui quei modelli urbanistici che prima erano stati considerati come avveniristici cominciarono ad essere presi seriamente in considerazione per risolvere il problema della sovrappopolazione dei perimetri urbani, nell’intento di coniugare l’esigenza dell’incremento demografico con quello dello spazio occupato da ogni singolo individuo.
Ciò che lascia perplessi in merito a molti dei modelli urbanistici è il fatto che ciò che veniva considerato come avanguardia dell’architettura moderna era fondato su progetti realizzati oltre 50 anni prima.
Su questo punto così si esprime Michel Ragon, nel suo breve saggio "I formicai umani": "Dinanzi a siffatto prevedibile avvenire, cosa fanno gli architetti, gli urbanisti, i poteri pubblici? Essi mettono in esecuzione i piani dei pionieri dell’architettura moderna, di cui si erano tanto beffati (…). Tutto ciò che appare a molti l’avanguardia dell’architettura, risale a quarant’anni fa e più (…). Sembrerebbe che il mondo da venti o trent’anni non fosse cambiato, e non si comprende che un’architettura e un’urbanistica concepiti nel 1925 non possono corrispondere ai bisogni degli uomini del 2000 mentre si è più vicini al 2000 che al 1925."

L’URBANISMO SPAZIALE
Una delle sfide culturali e tecniche del futuro riguarda quello che può essere definito come l’"urbanismo spaziale", cioè l’insieme di progetti architettonici urbani fondati sul concetto di città tridimensionale, che si estende non solo occupando il territorio ma anche sfruttando appieno la terza dimensione spaziale.
L’idea principale da cui parte l’urbanesimo spaziale è quella di non considerare più l’edificio urbano come un oggetto isolato ma di integrarlo insieme ad altri attraverso un sistema di collegamenti che crei una vera e propria infrastruttura urbana in cui vi sia una circolazione orizzontale e verticale. Grattacieli di questo tipo sono già stati progettati e questo rappresenta il primo passo verso l’urbanistica spaziale. In esempio è quello del Rond Point, di Bernard Zehrfuss, a Parigi, mentre Edouard Albert ha progettato una struttura spaziale di fronte al ponte dell’Alma formata da tubi di acciaio per costruire 25 alloggi separati da spazi verdi artificiali.
I progetti architettonici relativi all’urbanismo spaziale presentano generalmente quattro caratteristiche comuni, che devono essere ravvisabili in ogni progetto:

- la trasparenza della costruzione in altezza,
- la creazione di terreni artificiali,
- la presenza di vie di collegamento della struttura con altre strutture urbane di tipo orizzontale o verticale,
- l’autonomia degli alloggi abitabili nella struttura urbana.

I PROGETTI AVVENIRISTICI DELL’URBANISMO SPAZIALE
Sui temi dell’urbanistica spaziale così si esprime l’architetto Edouard Albert: "Uno sguardo ai grandi tracciati dell’urbanistica, ci rivela subito che le nostre civiltà occidentali e orientali, si tratti di quella di Versailles o quella di Pechino, non possono interessarci che sul piano sentimentale. Noi non possiamo modificare in una maniera qualsiasi questi 'tracciati a terra' e neppure ispirarci ad essi. Invero la città a tracciato tridimensionale è la sola che non sia pazzesca."
Albert ha fornito una definizione ancora oggi ritenuta la più idonea per descrivere la città spaziale intesa come "grandi ossature regolari fatte a paraventi tridimensionali": "Queste strutture saranno fatte in modo che vi si potranno collegare i piani dei diversi volumi utili alimentati da fasci di circolazioni lineari meccanizzati, che servono da strade di collegamento con piazze su piattaforme aeree, zone di parcheggio (…)".
Secondo Albert, queste strutture spaziali urbane saranno realizzate con il contributo fondamentale della spesa pubblica (grandi opere infrastrutturali) e i singoli cittadini e famiglie avranno il solo compito di realizzare il proprio spazio personale nell’abitazione-cellula che sarà realizzata nella grande struttura urbana.
Scopo fondamentale di progetti di città spaziale sarà quello di ridurre al minimo la percentuale di suolo impiegata per la costruzione della struttura urbana, al fine di ridurre al minimo i problemi di sviluppo architettonico delle grandi megalopoli di fronte al problema dell’incremento demografico e della sovrappopolazione delle città attuali. Scompariranno sobborghi marginali e quartieri periferici che creano grossi problemi anche a livello di disagio sociale.
Per fare un esempio, una gigantesca struttura spaziale realizzata nel suolo di Parigi permetterebbe di alloggiare lo stesso numero di abitanti della metropoli francese occupando uno spazio pari al 5% (un ventesimo) del suolo attuale. Da ciò deriverebbe il venir meno delle periferie e una drastica riduzione dei problemi legati al trasporto, alla congestione del traffico privato, all'inquinamento, con indubbi vantaggi sulla qualità della vita.
L’impressione che si ricava dalla visione dei progetti relativi a città spaziali è quella di strutture tridimensionali "porta-case" che appaiono traforate, areate, in modo tale da non conferire alla stessa la forma di un parallelepipedo - non di muraglia o scatola chiusa - quanto quella di una tela di ragno (una struttura più simile alla Torre Eiffel).
Alcuni progetti di città spaziali pongono l’accento sulla possibilità di recuperare terreno per le coltivazioni attraverso il posizionamento delle strutture urbane "aperte" al di sopra dei terreni coltivati, cosa che sarebbe possibile poiché le strutture permettono il passaggio dell’irraggiamento solare. Altri puntano l’attenzione sul recupero dell’acqua piovana che potrebbe divenire una risorsa fondamentale per combattere le esigenze idriche di molti paesi in difficoltà.

LA CITTÀ SPAZIALE DI YONA FRIEDMAN
Il progetto di "città spaziale" dell’architetto israeliano Yona Friedman, realizzato nei primi anni ’60, prevedeva di alloggiare cento abitanti per ettaro su quattro livelli. Il progetto spaziale di Friedman consiste in una struttura collocata su pilastri cavi contenenti gli ascensori e le scale distanti da 35 a 50 metri gli uni dagli altri. Questi pilastri collocherebbero il terreno artificiale ad una altezza compresa fra i 18 e i 25 metri. In tal modo Friedman riempirebbe solo il 50% della struttura spaziale così realizzata in modo da rendere modificabili gli spazi dei singoli alloggi a secondo delle esigenze dei cittadini. L’idea di fondo della città futuristica di Friedman consiste nel partire dalla struttura architettonica delle città attuali per iniziare un vero e proprio progetto di ricopertura delle strutture contemporanee con nuove strutture completamente sopraelevate sfruttando proprio il sistema di pilastri e ponteggi in modo tale da moltiplicare la superficie originale impiegando piani elevati. Questo sistema urbanistico permetterebbe di creare uno spazio unico che unirebbe la città alla campagna con la possibilità di coltivare i terreni sottostanti grazie al passaggio della radiazione solare, poiché le strutture dei vari livelli sarebbero costruite in modo tale da permettere il passaggio dei raggi solari. I vari livelli della città spaziale sarebbero composti da cellule base di 25 m2 in cui verrebbero installati dei moduli prefabbricati che formerebbero il vero e proprio alloggio modificabile a seconda delle esigenze individuali e familiari. Gli ascensori presenti nelle strutture cave dei pilastri strutturali permetterebbero il trasporto delle persone e delle merci a tutti i livelli della struttura spaziale. Lo stesso Friedman ha ripreso progetti più antichi elaborati da altri studiosi (come Perret) tra cui le città-ponti, cioè strutture spaziali in grado di oltrepassare stretti e bracci di mare in modo tale da unire in un unico "abbraccio" vie di comunicazioni e spazi pubblici di diverse città preesistenti. Ciò renderebbe possibile la progettazione di nuovi centri urbani anche in territori vergini come l’Africa in cui le acque fluviali sono ancora fondamentali vie di comunicazione.

LE CITTÀ CONICHE E L’INTRAPOLIS
Un altro importante progetto nell’ambito dell’urbanismo spaziale è quello fondato sulle strutture spaziali realizzate con cavi tesi; sono le cosiddette "città coniche" progettate dall’architetto Paul Maymont e da Otto Frei.
Nel progetto di Maymont vi è una colonna centrale vuota, del diametro di 20 metri, realizzata in cemento armato, che rappresenta l’albero centrale della città e permette la circolazione verticale. Collegati a questo albero centrale, sostenuti da cavi di acciaio, vi sono dei piani autoprecompressi sui quali vengono installati tutti gli elementi urbani (uffici, luoghi pubblici ecc.). Ogni città conica avrebbe un’altezza di 125 metri, comprenderebbe 45 piani e conterebbe 15-20 mila abitanti. Queste città coniche sarebbero collegate tra di loro da un’autostrada centrale situata al di sotto delle stesse.
Il vantaggio di questo tipo di città consisterebbe nel concentrare tutti i carichi in un solo punto, in modo da ottenere una notevole economia spaziale in termini di suolo libero.
A differenza di Maymont l’architetto svizzero Walter Jonas ha progettato una città conica con il vertice rivolto verso il basso, a forma di imbuto, a cui è stato dato l’appellativo di "Intrapolis".
Rispetto ad altri progetti che mettono in risalto le caratteristiche di trasparenza della città spaziale, l’intrapolis di Jonas parte da un principio di introversione. La struttura ad imbuto all’esterno presenta una superficie chiusa (poiché tutte le aperture degli alloggi sono sull’interno della città) con un diametro di circa 200 metri. In ogni città-imbuto potrebbero alloggiare oltre 2000 persone in circa 700 alloggi; ogni alloggio avrebbe una dimensione media di 10 metri di lunghezza, per 10 di larghezza e 3 di altezza.
Nella parte inferiore della città conica di Jonas verrebbero ricavati spazi per magazzini, negozi, uffici, locali pubblici, stazioni ferroviarie e metropolitane, tutti luoghi che non hanno bisogno di essere esposti alla luce esterna.
Ogni città imbuto si troverebbe ad una certa distanza dalle altre e sarebbero collegate per mezzo di ponti.
In una variante del progetto sarebbe possibile anche costruire un contro-cono sotterraneo in cui verrebbero ricavati spazi per riserve di acqua, di carburanti, oppure per costruire rifugi antiatomici. Inoltre vi sarebbero dei luoghi verdi costruiti appositamente per rendere migliore la vivibilità dello spazio urbano artificiale, attraverso l’apposita costruzione di giardini sospesi.
Il problema dell’approvvigionamento e del consumo di energia elettrica verrebbe superato con un adeguato sfruttamento dell’energia solare, attraverso l’impiego di specchi orientabili elettronicamente che permetterebbe di convogliare luce e calore verso una centrale appositamente costruita nel pilastro centrale.
Nel progetto di Jonas si calcola che cento imbuti, dell’altezza di cento metri e con un angolo di apertura di 90°, potrebbero essere dislocati in uno spazio di 4 kmq permettendo così di alloggiare 200 mila persone.
Con una superficie di 42 km2 (6x7 Km) si creerebbe lo spazio per un’intensa circolazione e si alloggerebbero 2 milioni di persone. La città presenterebbe inoltre delle rampe di accesso per gli autoveicoli, un po’ come oggi vi sono le rampe circolari dei parcheggi sopraelevati o sotterranei, e per garantire un adeguato ricambio dell’aria vi sarebbero potenti impianti di ventilazione.
Il progetto di Jonas prevede la combinazione di tre edifici oppure uno al centro e sei intorno, a formare un agglomerato di città coniche.

LE CITTÀ GALLEGGIANTI E SOTTOMARINE
Altri architetti e studiosi hanno progettato città da costruire sulla superficie degli oceani o dei mari. Architetti come Kenzo Tangé, Kitukake, Maymont, Katavolos hanno proposto città spaziali galleggianti da realizzare sui modelli visti più sopra. Ad esempio, le città coniche di Maymont possono essere concepiti anche come coni galleggianti sull’acqua, mentre Kitukaké progettò l’estensione di quartieri di Tokyo sul mare, attraverso la costruzione di cilindri di cemento armato galleggianti sull’acqua.
Altri progetti realizzati di città sottomarine avrebbero soprattutto una funzione prettamente economica e commerciale, legata allo sfruttamento delle risorse sottomarine e alla pesca.

L’URBANISTICA SOTTERRANEA
Un altro progetto è quello dell’architettura sotterranea, che risponde all’esigenza di costruire in profondità per decongestionare lo sviluppo demografico delle megalopoli moderne. Gli studiosi di architettura ritengono che, senza guardare troppo avanti nel tempo, già oggi sia possibile recuperare nelle città quello spazio per edifici che non hanno bisogno necessariamente di essere in superficie (come magazzini, uffici pubblici ecc.), poiché se i primi metri del sottosuolo sono attraversati dalle canalizzazioni dei servizi di utilità collettiva, scendendo in profondità, intorno ai cento metri, è possibile trovare il sottosuolo intatto.
Così come vengono costruite fabbriche industriali e magazzini sottoterra per proteggerli da attacchi militari e così come sono stati costruiti tunnel e gallerie nelle autostrade e nelle città, con lo stesso principio si possono costruire interi quartieri nel sottosuolo.
Secondo gli studi realizzati da Edouard Utudjian l’insieme di locali che si possono realizzare è disparato; si va dalle autorimesse ai parcheggi, dalle stazioni di servizio a quelle ferroviarie, così come reti di trasporti pubblici con le relative stazioni, edifici commerciali e amministrativi, sedi di società finanziarie e banche, musei, biblioteche, stazioni di polizia e pompieri, magazzini generali e frigoriferi, grandi magazzini, riserve di acqua e carburanti e così via.
Gran parte delle attività umane che non siano legate ad attività industriali pericolose verrebbero trasferite nel sottosuolo, escluso, in linea di principio, l’insediamento umano civile e le attività economiche legate all’agricoltura. Queste ultime resterebbero in superficie, così come le attività di svago che hanno un forte impatto psicologico di benessere sulle persone.
L’urbanistica sotterranea dovrebbe corrispondere a certi criteri architettonici che permettano di non incidere negativamente sulla psiche umana, in modo tale da non creare quella fastidiosa sensazione di schiacciamento che favorisce l’insorgere della claustrofobia.
Tra tutti gli orizzonti futuribili sembra quello, in linea di principio, più facilmente percorribile.

ALTRI PROGETTI DI CITTÀ AVVENIRISTICHE
Sono stati realizzati in passato anche altri importanti progetti di città avveniristiche per luoghi caratterizzati da climi incompatibili con l’insediamento umano di massa, come il circolo polare artico e antartico e i grandi deserti.
Si possono segnalare le città polari climatizzate sotto campane traslucide, sul modello dei coni geodesici di Buckminster-Fuller. Questi consistono di un tipo di alloggi per un totale di 5 mila abitanti situati su delle oasi artificiali costruite in un ambiente completamente climatizzato ad una temperatura costante di circa 20°, chiuso da una cupola traslucida che permette di creare l’ambiente climatizzato.
Stesso discorso vale per progetti spaziali riguardanti la costruzione di città lunari, vere e proprie basi spaziali che saranno utilizzate dai cosmonauti del futuro per vivere e lavorare sulla superficie del nostro satellite e di pianeti come Marte.
Le città verranno probabilmente realizzate con delle strutture architettoniche formate da tubi e fili che permetteranno di avere il massimo di rigidità e di elasticità, caratteristiche che risponderanno alle esigenze tecniche che incontreranno questi materiali nello spazio esterno, partendo dal presupposto che anziché subire pressioni esterne, queste costruzioni subiranno delle trazioni.
Le strutture urbane extraterrestri dovranno essere realizzate con delle tecniche modulari che già oggi vengono sperimentate nello spazio dagli astronauti che occupano la stazione orbitante internazionale ISS.

LA FREDDEZZA DELL’URBANISMO SPAZIALE
Alla luce delle considerazioni fatte è giusto chiedersi se l’urbanismo spaziale appaia come una sorta di visione fredda, quasi cinica, del futuro dell’Umanità.
Sicuramente occorre ammettere che la peggiore caratteristica che si può ascrivere all’urbanismo spaziale è quella di creare un unico modello architettonico "esterno" che verrà applicato per racchiudere la nuova megalopoli del futuro (per esempio il grande imbuto di cemento armato) che richiama l’idea di qualcosa come una muraglia che racchiude nel suo seno il tracciato urbano, mentre viene meno qualunque possibilità o libertà per l’essere umano di decidere il progetto architettonico della propria abitazione, a meno che non si vogliano creare degli spazi, all’interno di queste città, in cui vi siano dei quartieri in cui il singolo possa architettare la sua casa.
In questo modello di città del futuro, i singoli possono solo arredare la propria casa-cellula che fa parte delle unità-alloggio che si trovano nella città spaziale (un massimo di 100 metri quadri), ma nessuno si potrà costruire una casa di 300 metri quadrati o una villetta, pur avendone la possibilità.
Questo principio fa venire meno la libertà dell’individuo, tanto più che oggi, in linea di principio, siamo liberi di scegliere se acquistare o affittare un appartamento in un grattacielo al 100° piano oppure di acquistare un terreno edificabile di 700 metri quadrati e di costruirci sopra una casa.
Se verrà garantita questa possibilità anche nella civiltà della grande megalopoli futura, allora sì che saremo veramente liberi di scegliere, altrimenti ciò che ci viene prospettato è lo stesso modello dei film di fantascienza post-atomici in cui l’Umanità sembra essere schiava di un’oligarchia dominante che decide per noi.
Il problema si pone, per quanto possa sembrare assurdo a questi grandi architetti che hanno agito in buona fede, in termini di democrazia economica, legata alla libertà di scelta degli esseri umani.
Questi modelli futuristici partono dal presupposto che avremo una società in cui le esigenze collettive supereranno quelle individuali, ma occorre fare i conti con il fatto che le esigenze umane, anche di natura egoistica, non saranno così facilmente controllabili, così come non è facile già oggi risolvere il problema gravissimo dell’inquinamento automobilistico se non a prezzo di togliere ai cittadini il diritto di usare l’autoveicolo personale.
Il modello dell’urbanismo spaziale sembra quasi appartenere ad un modello di società "socialista" dove rimane poco spazio per le scelte personali, anche se presenta degli indubbi vantaggi per quanto riguarda la riduzione del suolo urbano in rapporto allo sviluppo delle grandi megalopoli con riferimento al grande sviluppo demografico ancora atteso nel XXI secolo.
Ciò che sorprende è che storicamente l’urbanismo spaziale - una volta verificato, da parte della Statistica demografica, che l’incremento della popolazione mondiale è un fenomeno asintotico - sembra quasi essere stato sorpassato da forme di urbanismi e architetture più moderne legate al soddisfacimento di esigenze nuove sorte nell’ambito della gestione ecocompatibile e ecosostenibile della vita moderna.
La nascita di nuove branche dell’Architettura come la Bioarchitettura, in cui si studiano progetti architettonici compatibili con la salute umana, ha di fatto spostato l’attenzione degli esperti del settore verso questi nuovi campi del sapere con tutte le conseguenze che vi sono in termini di sperimentazione di nuove soluzioni abitative.
Si ha quasi la sensazione che il futuro pensato 50 anni fa da questi grandi architetti abbia rappresentato una visione immaginaria di esigenze architettoniche e urbanistiche che ancora non si sono del tutto manifestate e che oggi vengono superate da tendenze neoecologiste ed ecocompatibili che evidentemente sono più avvertite da cittadini appartenenti alla civiltà occidentale ricca ed opulenta.

Riferimenti bibliografici
- M. Ragon, "I formicai umani, l'avventura umana", Enciclopedia delle Scienze umane Vol. II - Vallardi, 1967.

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