
ATLANTE SEGRETO...

L’OCEANO COSMICO DI MOBY DICK
di Giuseppe Badalucco per Edicolaweb

La fantasia e la creatività degli uomini, forse veramente di ispirazione divina, sono in grado di darci capolavori che entrano nella storia dell’Umanità generando quell’aura di mistero che spinge a chiederci come siano stati capaci di tali opere.

Così vale per le grandi opere architettoniche di tutti i tempi, per le arti, la pittura, la scultura e quindi anche per le opere letterarie che da secoli e millenni accompagnano il cammino dell’Uomo. Tra queste non si può non annoverare il grande romanzo di avventure sui mari che è il Moby Dick di Herman Melville, che generazioni di giovani hanno letto o visto nelle rappresentazioni cinematografiche che ne sono state fatte e di cui, per chi lo legge con passione, rimane un ricordo indelebile.
Parlare di Herman Melville e del suo capolavoro letterario significa innanzitutto sbaragliare il campo da interpretazioni riduttive che sono state fatte in passato da un critica letteraria astrusa e insensata, volta a minimizzare i contenuti del grande romanzo dello scrittore americano.
In passato ci si è limitati a dire che "Moby Dick" è un bel romanzo di avventure sui mari adatto ai ragazzi, dandone quindi una interpretazione che si ferma all’apparenza del testo letterale. La critica letteraria contemporanea, accecata di modernità, ha letteralmente dimenticato il lato oscuro delle cose, che è ciò che crea la storia nascosta del genere umano e che è la causa prima di ogni spinta culturale che determina la generazione di capolavori in ogni campo delle arti umane. Anzi, direi di più, non solo la critica letteraria ha dimenticato i prolegomeni del pensiero antico rintracciabili nella letteratura ma, nel caso in specie, non è proprio riuscita ad individuare un’interpretazione alternativa del grande romanzo di Melville, nel senso che non è riuscita a cogliere il profondo substrato esoterico e cosmologico insito nelle pieghe del testo di Moby Dick.
Questa grande opera letteraria non ha, infatti, una sola interpretazione "letterale", cioè il racconto della caccia alla mostruosa balena bianca da parte del Capitano Achab insieme al suo fedele equipaggio a bordo del "Pequod" nei mari oceanici. Il testo presenta anche e soprattutto una interpretazione esoterica e cosmogonica che è sfuggita ai critici, incapaci di individuarla, e che è rintracciabile nelle splendide e ardite allegorie che questo grande scrittore - la cui mente secondo me è andata oltre le porte del tempo - inserì nel testo. I risultato: una speciale miscela, che si può individuare anche nei grandi poemi dell’antichità, in cui le allegorie del testo richiamano il rapporto tra ciò che sta in basso e ciò che sta in alto, per fare del tutto una sola cosa (questo richiamo alla filosofia della tavola smeraldina è il senso più alto di una filosofia cosmica che ha permeato il pensiero umano per millenni e che apparentemente è andato perduto, ma sopravvive nel pensiero di chi, a stento, cerca di recuperarlo con grande difficoltà proprio perché "nascosto" alla cultura ufficiale).
Si può dire così che la critica letteraria si è fermata alla prima interpretazione letterale, senza addentrarsi in quella allegorica, - che richiede la comprensione dello specifico substrato culturale di cui l’autore è portatore - più prettamente esoterica, che l’autore ha inserito nel testo, nascondendola ai profani, ma in modo tale da renderla visibile a chi abbia intuito quale sia la più profonda chiave di lettura.

IL LUNGO VIAGGIO DI HERMAN MELVILLE
Prima di analizzare nello specifico il capolavoro di Melville diamo qualche cenno biografico dello stesso.
Nato a New York nel 1819, dopo alterne e dolorose vicende familiari, dovette abbandonare gli studi facendo diversi mestieri, finché nel 1841si imbarcò su una baleniera diretta nei mari del sud. In questo periodo, in cui conobbe la vita da marinaio, dovette quasi sicuramente venire a contatto con molte tradizioni marinare di diversi paesi, nei quali abbondano le storie di mostri marini che attaccavano navi e uccidevano marinai. Imparò il gergo tecnico dei marinai e, sicuramente, le tecniche di navigazione in uso nella sua epoca.
Rientrato in patria ebbe la fortuna di pubblicare alcuni romanzi dove parlava delle proprie avventure in giro per il mondo; i primi sono Typee (1846), Omoo (1847), Mardi (1849), ancora Redburn (1849) e Giacchetta bianca (1850); finalmente nel 1851 uscì il suo capolavoro: "Moby Dick o la Balena Bianca" che gli diede la fama di grande romanziere.
Compose successivamente Pierre (1852), una raccolta di racconti Piazza Tales (1856), L’uomo di fiducia (1857) e Billy Budd, pubblicato postumo nel 1924; scrisse anche delle liriche, Clarel (1876) e Timoleon (1891). Negli ultimi anni della sua vita si chiuse in un totale silenzio e morì nel 1891, dimenticato dai contemporanei.
L’interesse intorno alla sua figura di grande romanziere tornò quando fu celebrato il centenario della sua nascita.

LA TRAMA DI MOBY DICK
Moby Dick è un’enorme balena dalla "testa bianca, dalla fronte rugosa e dalla mandibola storta", che vive nei Mari del Sud. Tutti i cacciatori di balene ne temono la malvagità e la malizia. Tra le sue vittime vi è il capitano Achab, coraggioso uomo di mare, al quale il mostro marino aveva, qualche anno prima, maciullato una gamba e inferto dolorose ferite.
Il capitano Achab, che nel corso degli anni, ha acquisito un odio viscerale per la balena, nella quale vede il simbolo del male e delle cieche e brutali forze della natura, decide di darle la caccia per ucciderla. Assolda così un gruppo di uomini, tra cui vi sono gli ufficiali Starbuck, Stubb e Flask, i ramponieri Quiqueg, Tashtego e Deggu, e salpa dall’isola di Nantucket, nel Massachussets, a bordo della baleniera Pequod.
I vari momenti del romanzo vengono raccontati da un giovane marinaio americano che si era imbarcato per desiderio di avventura, Ismaele.
La baleniera naviga attraverso l’Oceano Atlantico, con la prua rivolta sempre verso sud, finché giunge nei pressi del Capo di Buona Speranza, nella punta estrema dell’Africa, dove vengono avvistati spruzzi argentei che fanno pensare alla presenza della mostruosa balena.
La nave prosegue il viaggio attraverso l’Oceano Indiano per giungere nella zona dell’Oceano Pacifico, in cui qualche anno prima il mostro aveva inferto la mutilazione al coraggioso capitano, ed ecco che agli occhi increduli dell’equipaggio compare l’enorme mole della balena bianca.
Inizia così la caccia al mostro marino, caccia che dura per tre lunghi giorni. Moby Dick accetta "la sfida" lanciatale dal capitano Achab e dopo aver distrutto le scialuppe, distrugge lo scafo della nave mandandola a picco, trascinando il coraggioso capitano negli abissi oceanici.

LA CRITICA LETTERARIA SU MOBY DICK
Secondo la critica letteraria il valore dell’opera di Melville è nella descrizione della figura del capitano Achab, la cui grandezza sta proprio nella sua decisione incrollabile di combattere la balena, che è il simbolo del male, contro cui l’Uomo deve continuare a combattere fino all’ultimo respiro.
Per questo ideale Achab aveva abbandonato la propria casa e la propria patria, allo scopo di assolvere al suo compito, ignorando qualunque avvertimento venisse dagli uomini del suo equipaggio. Così il capitano assurge alla figura dell’eroe solitario che combatte il Male, pur sapendo che non riuscirà a sconfiggerlo con le proprie forze, ma nonostante tutto convinto che questa è l’unica strada possibile per la salvezza dell’Uomo.
In questa decisa presa di posizione dell’uomo Achab c’è il riscatto di una vita apparentemente inutile, c’è l’acquisizione di un valore superiore alla dimensione terrena, che è quello della conquista dell’eternità.
La morte di Achab esalta il sacrificio di tutti coloro che a qualunque livello e in qualunque epoca hanno combattuto contro il Male in tutte le sue forme.
Sotto questo aspetto, dunque, la critica letteraria conferma che il testo di Melville, oltre ad essere un meraviglioso romanzo di avventure sui mari che ha sicuramente rappresentato un punto di riferimento per generazioni di scrittori vissuti dopo di lui, è un’opera di altissimo valore morale e di profonda ispirazione religiosa.
Qui si ferma la critica letteraria contemporanea, che ammette il valore dell’opera di Melville.
A quanto detto più sopra v’è da aggiungere che recentemente il Moby Dick è stato oggetto di studi condotti da matematici che hanno rintracciato nel testo di Melville delle sequenze di lettere equidistanti che avevano per oggetto avvenimenti storici dell’epoca moderna, così come si ritiene siano presenti nel testo biblico (si veda in proposito l’articolo "L’ultimo segreto della Bibbia: il codice ELS"), il che tenderebbe a dimostrare la fortissima valenza esoterica del romanzo, anche se forte è la tentazione di considerare alcune di queste scoperte come strumentali ad alcuni obiettivi che si prefiggono gli autori di questi studi.
Sul fatto che il Moby Dick di Melville abbia una connotazione esoterica non c’è alcun dubbio, peculiarità che è sfuggita alla critica letteraria. Piuttosto, v’è da chiedersi se sia possibile trasporre quanto detto su un piano superiore, che è quello dell’interpretazione allegorica del testo.
Cosa volle dire veramente Melville, in questo conflitto tra Achab e Moby Dick, conflitto che assume i toni di una battaglia cosmica in cui anche il cielo sembra spaccarsi ed essere coinvolto in questa guerra eterna?

L’INTERPRETAZIONE NASCOSTA DEL MOBY DICK (IL CONFLITTO COSMICO)
Non è facile individuare fra le pieghe del testo quell’interpretazione allegorica che l’autore volle inserire nel romanzo, ma con una analisi attenta si ottengono dei risultati interessanti.
La prima cosa da dire è che nella tecnica di scrittura adottata da Melville vi sono delle allegorie incredibilmente ardite che non provengono necessariamente dal linguaggio tecnico dei marinai ma che si accompagnano a quelle più prettamente tecniche di cui condì abbondantemente lo scritto.
La tecnica di narrazione permette all’autore di spaziare oltre il significato letterale del testo e gli permette di far cadere l’attenzione del lettore attento sul significato allegorico della similitudine impiegata nel testo.
Così, ad esempio, nel cap. CXXXV, pag. 687-694, quando descrive l’inizio del terzo ed ultimo giorno della caccia alla balena, Melville scrive:

- Voga! - gridò Achab ai rematori, e le lance scattarono innanzi, all’attacco; ma esasperato dai ramponi del giorno prima che gli rodevano dentro, Moby Dick parve posseduto, in una volta, da tutti gli angeli precipitati dal cielo [..].
In questa allegoria Melville ci fa capire che Moby Dick è il simbolo del male che pervade il cosmo e che iniziò con la caduta dell’Uomo e la ribellione degli esseri celesti. Questa allegoria, che passa inosservata agli occhi dei più, concentra in poche righe il significato cosmico del conflitto in atto.
Questo, ovviamente, spinge a chiedersi se questo conflitto fra l’Uomo e la Balena sia un conflitto realmente terreno o se l’oceano in cui ci porta a navigare Melville non sia piuttosto posto nei cieli di cui il mare di Moby Dick è una splendida allegoria.
Su questo tema, spesso ricorrente nella letteratura antica, così si espresse Giorgio de Santillana (autore di "Processo a Galileo" e de "Il Mulino di Amleto"), docente di storia della scienza al Massachussets Institute of technology:

"(...) là dove si racconta di una tavola che si rovescia, o di un albero che viene abbattuto o di un nodo che viene reciso non cerchiamo più il luogo di quegli eventi su un atlante ma alziamo gli occhi verso la fascia dell’eclittica, la vera terra dove si verificano gli avvenimenti mitici, il luogo dove si compiono i grandi peccati e le imprese eroiche, il luogo dove si è compiuto il dissesto originario, fonte di tutte le storie, che fu appunto lo stabilirsi dell’obliquità dell’eclittica. Da quell’evento consegue il fenomeno delle stagioni, archetipo della differenza e del ritorno dell’uguale."

Secondo Santillana, quindi, uno dei temi ricorrenti della letteratura cosmologica antica è il riferimento, attraverso il linguaggio arcaico del mito, agli eventi che si verificano nella sfera celeste e in particolare nella fascia dello zodiaco.
La fascia dell’eclittica è quella zona della volta celeste nella quale si compie il moto apparente del sole durante l’anno. Essa appare inclinata rispetto al piano e all’equatore celeste, per effetto dell’obliquità dell’asse terrestre che non è perpendicolare al piano ma inclinato di circa 23 gradi e mezzo, obliquità che varia, secondo i calcoli effettuati dagli scienziati da un minimo di 22,5 a un massimo di 24,5 gradi.
È importante ricordare che l’asse terrestre compie una lenta rotazione inversa rispetto al moto di rotazione del pianeta (moto precessionale), che si compie in poco meno di 26.000 anni, come se fosse l’asse di una trottola che si muove descrivendo un doppio cono con vertice al centro della terra. Questo movimento perpetuo ricorda la forma di un cono in rotazione che assomiglia a quella di un vortice d’acqua che si può creare facendo roteare la mano dentro un recipiente pieno d’acqua.
L’effetto apparente del moto precessionale del pianeta è quello di una lenta ma inesorabile modifica delle coordinate astrali delle stelle fisse che cambiano nel corso dei secoli (un grado ogni 72 anni) con effetti notevoli nella composizione del polo nord celeste (cambia la stella che indica il nord nel giro di alcuni millenni); mentre un altro effetto è l’apparente scivolamento retrogrado del sole lungo il punto equinoziale, dando origine al fenomeno delle ere cosmiche.
Il sole staziona, all’alba del giorno dell’equinozio di primavera in una determinata costellazione dello zodiaco, ma trascorsi circa 2160 anni, per effetto della variazione delle coordinate astrali la fascia dell’eclittica ruota lentamente e il sole si sposta nella costellazione che immediatamente precede nella fascia stessa, con moto retrogrado (per esempio Toro-Ariete-Pesci-Acquario ecc.).
Queste nozioni e concetti, evidentemente ben presenti nella mente degli Antichi, perché individuabili nel giro di poche generazioni di osservatori e sacerdoti astronomi, influirono notevolmente sulla formazione dei miti di fondazione e sulle cosmologie antiche. Fu avvertirto questo effetto visivo e cinetico come l’espressione di un conflitto cosmico che derivava dalla contaminazione originaria del Cosmo, perché nell’evolversi della struttura del Cosmo e del tempo - che era ciclica - vi era l’espressione dell’ineluttabile destino dell’Uomo.
Questo concetto formalizzato per lo più nella filosofia neoplatonica insisteva sul fatto che la configurazione del cielo mutava nel corso di migliaia di anni (il Grande anno platonico, di fatto equivalente al ciclo precessionale), per poi ritornare alla configurazione iniziale, al compimento della quale si verificava una palingenesi del Cosmo.
Questi semplici concetti di astronomia elementare che abbiamo visto più sopra, accompagnati dal commento che abbiamo fatto del pensiero cosmologico antico, devono essere ben fissati nella mente del lettore per comprendere gli elementi del conflitto cosmico che ora andiamo ad analizzare nel racconto di Moby Dick.
Così abbiamo detto che:

- la terra ha un asse di rotazione che è obliquo rispetto al piano;
- il moto precessionale della terra si compie nella misura di 1 grado ogni 72 anni;
- il moto precessionale comporta quindi una lenta oscillazione della terra intorno al suo asse, accompagnata da una variazione dell’obliquità;
- il moto precessionale ricorda quello di una trottola o anche l’immagine di un vortice in rotazione (che è quella di un cono con vertice verso il basso).

Vediamo allora quali sono gli elementi allegorici della narrazione che fanno supporre la presenza di un’interpretazione "ermetica" del conflitto cosmico, nella versione italiana del romanzo tradotta dal grande scrittore Cesare Pavese.
In diversi brani del romanzo viene descritto il ricordo che il capitano Achab ha di Moby Dick, ma in particolare nel cap. CXXXIII, quando la lunga caccia alla balena giunge alle battute finali, viene descritto il corpo di Moby Dick che sale dagli abissi oceanici:
"(...) ma d’improvviso, scrutando giù negli abissi, vide al fondo un punto bianco vivente (...) che veniva su con rapidità prodigiosa e ingrandiva salendo, finché si volse e si videro allora, ben chiare, due file storte di denti bianchi, scintillanti, sorgenti dall’abisso imperscrutabile. Era la bocca aperta e la mandibola ricurva di Moby Dick (...) dando un colpo obliquo col remo da governo, Achab scostò il legno dall’apparizione terribile (...) Ora, a motivo di quest’opportuna giravolta della lancia sul proprio asse, la prua venne in anticipo portata a fronteggiare la testa della balena ancor sommersa. Ma, come accorgendosi dello stratagemma, Moby Dick (...) si spostò fiancheggiando (...) e cacciò per il lungo il capo rugoso sotto la lancia. Tutta la lancia, ogni tavola e ogni costa, tremò per un istante, mentre la balena, distesa obliquamente sulla schiena come un pescecane che morda, prese lentamente e a tastoni la prora nella bocca in modo che la lunga e stretta mandibola ricurva si levò alto nell’aria (...) In questa posa, la Balena Bianca, scuoteva ora il cedro leggero (...) Moby Dick stette ora a una breve distanza, inalberando verticalmente il capo bianco oblungo, su e giù in mezzo ai flutti, e nello stesso tempo girando lentamente tutto il corpo affusato (...) ma riprendendo presto la posizione orizzontale, Moby Dick si mise a nuotare velocemente tutt’intorno all’equipaggio naufrago (...) come se si stimolasse a sferzate per un altro e più mortale assalto. Intanto Achab, mezzo affogato (...) e troppo storpio per nuotare (...) in mezzo a un vortice simile (...) l’equipaggio, aggrappato all’altra estremità galleggiante, non poteva prestargli soccorso (...) Poiché tanto turbinosamente terrificante era l’aspetto della Balena Bianca e a una tal velocità siderale (cioè propria delle stelle, n.d.a.) andavano i suoi circoli sempre più stretti, che pareva piombasse loro addosso difilato. E benché le altre lance, incolumi, fossero tutte lì vicino, pure non osavano spingersi nel mulinello (...) Aguzzando gli occhi, quindi, rimasero sull’orlo esterno della zona spaventevole (il vortice provocato da Moby Dick, n.d.r.), il cui centro era adesso la testa del vecchio. (...) La prora del 'Pequod' venne puntata, e rompendo il cerchio incantato, la nave divise davvero la Balena Bianca dalla sua vittima".

Così pure nel cap. CXXXV viene descritto l’ultimo assalto alla Balena Bianca:
"Di botto, l’acqua intorno si gonfiò lenta in larghi circoli (...) un basso suono di terremoto si fece udire, un rombo sotterraneo (...) una grande forma balzava per il lungo, ma obliquamente, sul mare (...) Finalmente, mentre il legno buttato da una parte correva parallelo sul fianco della Balena Bianca (...), tanto vicino gli era giunto, quando, col corpo piegato all’indietro e le due braccia levate diritte a dar l’equilibrio, scagliò il rampone feroce e la più feroce maledizione nell’animale odiato. Mentre acciaio e maledizione affondavano fino al manico, come succhiati in un pantano, Moby Dick si contorse da una parte, spasmodicamente rollò (cioè fece oscillare, n.d.a.) il fianco contro la prora e, senza produrvi una sola falla, abbatté così di botto la lancia (...) il rampone venne scagliato; la balena colpita filò innanzi, e con velocità da far faville la lenza scorse nella scanalatura: s’imbrogliò. Achab si piegò a disimpegnarla, la disimpegnò; ma la volta volante lo prese intorno al collo e, senza una parola, venne strappato dalla lancia prima che l’equipaggio si accorgesse che non c’era più (...) Per un momento l’equipaggio incantato della lancia stette immobile, poi si volse. - La nave? Gran Dio, dov’è la nave? - Presto, attraverso un mezzo fosco e confuso, ne videro il fantasma inclinato che svaniva; (...) E allora cerchi concentrici afferrarono anche la lancia solitaria e tutto l’equipaggio e ogni remo fluttuante e ogni palo e, facendo girare le cose vive e quelle inanimate, tutto intorno in un vortice, trascinarono anche il più piccolo avanzo del 'Pequod' fuori vista."

I brani citati a mio modesto parere sono fra i più solenni e drammatici che siano mai stati elaborati da uno scrittore moderno, e dimostrano l’amore e la passione che Melville aveva per il mare e per i suoi imperscrutabili misteri.
Che cosa possiamo notare dalla lettura di questi versi?
La Balena bianca viene descritta come un enorme mostro marino dalla testa oblunga e dalla mandibola storta e in questi versi è vista principalmente nell’atto di muoversi e di distendersi obliquamente sul mare.
In alcuni versi Moby Dick si inalbera verticalmente roteando su se stessa prima di dare l’assalto finale.
In uno degli ultimi assalti riesce a far cadere in mare Achab che rimane chiuso all’interno di un vortice creato dalla rotazione della Balena stessa.
Allo stesso tempo anche la descrizione che Melville fornisce dei movimenti della nave e delle lance deve far riflettere.
Quando inizia il terzo e ultimo giorno della caccia alla Balena Achab dà l’ordine di adottare certi accorgimenti per riuscire ad avvicinarsi alla Balena.
A motivo di queste improvvise giravolte della lancia intorno al proprio asse, la prua della stessa fu portata a fronteggiare in anticipo la testa della Balena.
Che cosa significa tutto questo?
Cosa l’autore ci ha voluto trasmettere attraverso queste ardite e terrificanti allegorie?
Se noi consideriamo Moby Dick, che ha la mandibola obliqua e si muove obliquamente sul mare, come un simbolo cosmografico della struttura portante del Cosmo, che è quella dell’eclittica, appunto obliqua, perché formante un angolo rispetto al piano di circa 23,5° e connessa alla struttura dell’asse terrestre, allora comprendiamo che i versi descrivono in chiave allegorica la rotazione precessionale e oscillatoria dell’asse terrestre che descrive il doppio cono, cioè il vortice di Moby Dick in rotazione che ricorda la figura di un cono, il cui mulinello non può che macinare nell’ambito della narrazione di riferimento dolore e vittime nell’ambito umano, perché l’Uomo è vittima della degenerazione iniziale del meccanismo cosmico.

In molti esempi della letteratura medievale e antica il tema "vagante" del vortice, dell’asse di un mulino che viene scardinato o di un albero o palo che viene abbattuto provocando dolore e turbamento nell’equilibrio cosmico si ripetono assiduamente, provenienti da un passato ancora più remoto e che pian piano stiamo cercando di far riemergere. Così come in questo caso il capitano rimane vittima del vortice del mostro marino, ma non solo lui; anche la sua nave, dopo la sua morte, che galleggia ancora inclinata sul mare, nave che simboleggia la terra stessa, viene afferrata da cerchi concentrici insieme ad ogni palo abbattuto e ad ogni cosa viva o inanimata e tutti questi vengono fatti roteare velocemente nel vortice fino a essere inghiottiti dall’abisso; vengono letteralmente frullati dal vortice cosmico.
Questo vortice marino, che miete vittime nella tragica sequenza finale, non può che essere la proiezione del vortice cosmico della rotazione precessionale dell’asse terrestre e rientra nella più grande tradizione mitica che è possibile ritrovare nella letteratura antica.
Herman Melville condivise la struttura del pensiero antico in modo maestoso e con grande merito insieme ad altri grandi scrittori di cui parleremo prossimamente.
Quali sono le prove di tutto questo, prove che la critica letteraria moderna non è neanche in grado di considerare?
La struttura narrativa del romanzo stesso e del linguaggio figurato adottato, che fa esplicito riferimento a tradizioni mitiche più antiche e che rientrano nella letteratura cosmologica, che non riducono la forza della creatività di Melville, ma al contrario la esaltano - perché volutamente inserite dall’autore in un corpus cosmologico che fa da filo conduttore - come in una cornice letteraria che si ripete ossessivamente e perpetuamente nel tempo, come un canto infinito che collega gli Uomini da un capo all’altro del Tempo, dal passato fino ai giorni nostri.
Pochi vocaboli, piccoli incisi, che richiamano alla mente il meccanismo cosmico da cui ha tratto origine il capolavoro dello scrittore americano.
Citando il testo mi chiedo come possa essere l’aspetto della Balena "tanto turbinosamente terrificante" e muoversi i suoi cerchi "a una tal velocità siderale", cioè uguale a quella delle stelle?
Così pure mi chiedo come sia possibile che quando Moby Dick è vicina per l’ultima volta al Pequod, per svincolarsi dall’attacco del Capitano Achab, "spasmodicamente rollò", cioè fece oscillare il fianco contro la prora?
Mi chiedo come possano questi versi essere passati inosservati ad una critica arida e cieca...
I movimenti circolari della Balena Bianca, il cui aspetto è come quello di un turbine, come dice il testo stesso, sono come quelli apparenti delle stelle nella volta celeste.
Il ritmo di questa apparente velocità di spostamento delle stelle fisse rispetto allo sfondo è dettato dalla rotazione terrestre e dal moto precessionale che modifica le coordinate celesti degli astri nel corso del tempo, nella misura di 1 grado ogni 72 anni circa. E proprio nella tragica trama di Moby Dick si fa riferimento al fatto che la caccia alla Balena dura per tre lunghi giorni, cioè 72 ore, un chiaro riferimento numerico al codice precessionale; non solo, ma la rotazione precessionale e assiale della terra genera il vorticoso cono descritto dalla Terra nello spazio che fa roteare la volta celeste intorno al polo dell’eclittica e di cui il vortice di Moby Dick è la raffigurazione proiettiva.
Così pure la Balena rolla (cioè fa oscillare lentamente) il suo fianco contro la prora della nave, abbattendo la lancia, così come l’asse terrestre ruota e oscilla lentamente, determinando l’abbattimento della stella polare (cioè il suo spostamento fino a uscire dal polo dell’eclittica) come raffigurato in alcune tradizioni antiche.

Questi versi sono la chiave di volta del romanzo, ma sono anche qualcosa di più specifico, un gergo tecnico, antico e raffinato, nella forma di similitudini che richiamano alla mente lo specifico meccanismo cosmico, della genesi dell’obliquità dell’eclittica e delle Ere cosmiche precessionali, che diede l’avvio al tragico destino di morte e di sofferenza dell’Uomo secondo alcune delle più importanti cosmologie antiche, generato dalla contaminazione e dal Caos in cui l’Universo cadde dopo che era esistita un’Età dell’oro e questa era stata spazzata via dal malvagio di turno (con lo scivolamento del sole lungo le costellazioni della fascia dello zodiaco, per effetto dell’anticipo degli equinozi, dovuto alla precessione, un’Era cosmica viene spazzata via per subentrarne un’altra che reggerà il sole all’alba equinoziale), espressione del male a cui l’Uomo può liberamente accedere.
Ciò che resta difficile da stabilire è quale sia il destino finale dell’Uomo, ma sicuramente Melville, sulla cui fede in qualcosa che va oltre non si può dubitare, ci fa capire che l’unica cosa che può fare l’Uomo è lottare per il bene fino alla fine, anche se il meccanismo contro cui dobbiamo lottare è la stessa infernale macchina cosmica.
In questa nuova dimensione interpretativa, il romanzo assurge ad una più ampia e nobile funzione che è quella di illuminare gli Uomini del proprio tempo e del futuro su quelli che sono i rischi che questa macchina cosmica può arrecare al genere umano, a dimostrazione che l’Uomo può lottare contro la Natura ma non piegarla del tutto, perché questa risponde a delle leggi che sfuggono al controllo dell’Uomo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
- H. Melville - "Moby Dick o la Balena Bianca", ed. Adelphi Milano, trad. di Cesare Pavese
- G. de Santillana, H. Von Dechend - "Il Mulino di Amleto", ed. Adelphi 1983


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