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ATLANTE SEGRETO...

L’OCEANO COSMICO DI MOBY DICK
di Giuseppe Badalucco per Edicolaweb
La fantasia e la creatività degli uomini, forse veramente di ispirazione divina, sono in grado di darci capolavori che entrano nella storia dell’Umanità generando quell’aura di mistero che spinge a chiederci come siano stati capaci di tali opere.

Così vale per le grandi opere architettoniche di tutti i tempi, per le arti, la pittura, la scultura e quindi anche per le opere letterarie che da secoli e millenni accompagnano il cammino dell’Uomo. Tra queste non si può non annoverare il grande romanzo di avventure sui mari che è il Moby Dick di Herman Melville, che generazioni di giovani hanno letto o visto nelle rappresentazioni cinematografiche che ne sono state fatte e di cui, per chi lo legge con passione, rimane un ricordo indelebile.
Parlare di Herman Melville e del suo capolavoro letterario significa innanzitutto sbaragliare il campo da interpretazioni riduttive che sono state fatte in passato da un critica letteraria astrusa e insensata, volta a minimizzare i contenuti del grande romanzo dello scrittore americano.
In passato ci si è limitati a dire che "Moby Dick" è un bel romanzo di avventure sui mari adatto ai ragazzi, dandone quindi una interpretazione che si ferma all’apparenza del testo letterale. La critica letteraria contemporanea, accecata di modernità, ha letteralmente dimenticato il lato oscuro delle cose, che è ciò che crea la storia nascosta del genere umano e che è la causa prima di ogni spinta culturale che determina la generazione di capolavori in ogni campo delle arti umane. Anzi, direi di più, non solo la critica letteraria ha dimenticato i prolegomeni del pensiero antico rintracciabili nella letteratura ma, nel caso in specie, non è proprio riuscita ad individuare un’interpretazione alternativa del grande romanzo di Melville, nel senso che non è riuscita a cogliere il profondo substrato esoterico e cosmologico insito nelle pieghe del testo di Moby Dick.
Questa grande opera letteraria non ha, infatti, una sola interpretazione "letterale", cioè il racconto della caccia alla mostruosa balena bianca da parte del Capitano Achab insieme al suo fedele equipaggio a bordo del "Pequod" nei mari oceanici. Il testo presenta anche e soprattutto una interpretazione esoterica e cosmogonica che è sfuggita ai critici, incapaci di individuarla, e che è rintracciabile nelle splendide e ardite allegorie che questo grande scrittore - la cui mente secondo me è andata oltre le porte del tempo - inserì nel testo. I risultato: una speciale miscela, che si può individuare anche nei grandi poemi dell’antichità, in cui le allegorie del testo richiamano il rapporto tra ciò che sta in basso e ciò che sta in alto, per fare del tutto una sola cosa (questo richiamo alla filosofia della tavola smeraldina è il senso più alto di una filosofia cosmica che ha permeato il pensiero umano per millenni e che apparentemente è andato perduto, ma sopravvive nel pensiero di chi, a stento, cerca di recuperarlo con grande difficoltà proprio perché "nascosto" alla cultura ufficiale).
Si può dire così che la critica letteraria si è fermata alla prima interpretazione letterale, senza addentrarsi in quella allegorica, - che richiede la comprensione dello specifico substrato culturale di cui l’autore è portatore - più prettamente esoterica, che l’autore ha inserito nel testo, nascondendola ai profani, ma in modo tale da renderla visibile a chi abbia intuito quale sia la più profonda chiave di lettura.
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