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ATLANTE SEGRETO...

 
ATLANTIDE PERDUTA E RITROVATA

di Giuseppe Badalucco
per Edicolaweb

 

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L’ATLANTIDE MINOICA »
ATLANTIDE O ANTARTIDE? »
LA DESCRIZIONE DI ATLANTIDE »
LE EVIDENZE ARCHEOLOGICHE »

RECENTI SCOPERTE DI CIVILTÀ SOMMERSE
Importanti scoperte hanno riacceso il dibattito su Atlantide negli ultimi anni. Tra queste senza dubbio quella che ha lasciato interdetti gli studiosi di tutto il mondo è quella della piramide sommersa di Yonagumi, al largo delle coste del Giappone.
Scoperta nel 1987 da un sub, Kihachiro Aratake, per alcuni anni passò inosservata fin quando il Prof. Kimura dell’Università di Okinawa fece ricadere l’attenzione dei colleghi e degli archeologi su quell’importante struttura a gradoni che si trova ad una profondità di circa 27 metri sotto la superficie del mare e che si erge fino a 5 metri sotto il livello del mare.
Questo incredibile monumento è formato da una serie di gradoni che ricordano le ziggurat babilonesi a cui si sovrappone una piattaforma e in cui è possibile individuare diverse scanalature e canali che attraversano la struttura.
In particolare la piattaforma rettangolare che si trova ad una profondità di 12 metri sembra formata da pietre tagliate manualmente con motivi triangolari e romboidali; più sotto si trova un intricato sistema di gradini e terrazze che sembrano condurre a livelli superiori e inferiori. Nella parte orientale della piattaforma si trova un canale largo 75 centimetri che corre per otto metri dentro la struttura. Vi sono poi, al centro, quattro terrazze scavate nella roccia che puntano in direzioni diverse e una di queste termina in un fossato aperto che scende fino al fondale, con un orientamento est-ovest.
La comunità internazionale si è divisa e alcuni studiosi hanno sentenziato che si tratta di una struttura naturale che ha subito nel corso di milioni di anni l’erosione del vento e poi dell’acqua marina. Ma il Prof. Kimura ha messo in gioco la propria reputazione per dimostrare che si tratta di un manufatto umano antichissimo che fa sorgere il sospetto che il Giappone possa essere una delle terre in cui la civiltà perduta abbia albergato.
Essendo Kimura il massimo conoscitore di quest’opera dopo aver studiato le caratteristiche geologiche della struttura e la sua topografia, dopo aver considerato le caratteristiche delle altre strutture che si trovano in zona e dopo aver studiato l’idrodinamica delle correnti marine, dell’azione erosiva dell’acqua, è giunto ad una serie di conclusioni molto importanti che hanno convinto molti colleghi.
Innanzitutto occorre dire che alcuni blocchi tagliati per la sua presunta costruzione sono stati trovati in punti diversi rispetto a quelli che ci sarebbe aspettati, come se fossero stati deliberatamente posati in un certo punto del fondale. Inoltre alcune aree del monumento presentano caratteristiche topografiche contrastanti fra di loro, come ad esempio un punto in cui compare un bordo sollevato, oppure due buchi circolari profondi 90 cm, o ancora un fossato che scende a strettoia.
Se queste aree fossero state oggetto di erosione dell’acqua ci si aspetterebbe che la forza erosiva avesse agito uniformemente sugli stessi punti della struttura, mentre queste forti differenze dimostrano che la struttura ha caratteristiche che ricordano la manipolazione umana e non di forze naturali.
Ancora Kimura ha fatto notare che nella parte più alta della superficie della struttura vi sono dei fossati che presentano una direzione verso sud che hanno caratteristiche a livello di erosione che non potrebbero essere state determinate da alcun processo naturale, quanto piuttosto da un processo di scavo manuale.
Così pure è stato fatto notare che la serie di gradoni che sale dal punto più basso della struttura a 27 metri di profondità fino a circa 6 metri dalla superficie dell’oceano non può essere il risultato di un processo di erosione, essendo essi a intervalli regolari.
Inoltre è stato individuato un muro o recinto che racchiude il lato occidentale della struttura, formato da grossi blocchi di pietra calcarea che non è originaria della zona. Questa viene considerata la prova definitiva che si tratta di una struttura artificiale.
Sono state fatte diverse ipotesi su questa struttura tra cui quella che si tratta solo di un monumento artificiale, mentre l’altra ipotesi è che sia un misto tra una struttura megalitica innestata su una struttura naturale, o comunque scavata nella roccia originaria che formava il blocco rettangolare.
Entrambe le ipotesi sono valide, in quanto dimostrano l’antichità del monumento, ma in particolare la seconda fa pensare al fatto che tale monumento possa avere caratteristiche simili alla Sfinge, nel senso che anche la Sfinge fu scavata da una roccia naturale.
Ciò che è importante sottolineare è la notevole antichità del monumento, forse risalente a oltre 6000 anni fa, e il fatto che esso è ciò che resta, forse insieme ad altri non ancora individuati, delle vestigia di un’antichissima civiltà, diffusa in tutto il pianeta, di cui il tratto comune in nostro possesso è la costruzione di monumenti megalitici (questo è lungo 200 metri).
Ciò che bisogna capire è che nel momento in cui è possibile individuare monumenti megalitici con caratteristiche simili alle piramidi a gradoni o a facce lisce, sparse per il mondo, e alcune sotto la superficie del mare, occorre mettere da parte qualunque remora e prendere la lezione di studiosi come Leo Frobenius e farla nostra.
Non è possibile che tutto questo sia casuale, ma è l’indice di una affinità culturale e tecnica che accomuna queste antiche culture anche se separate dal tempo.
Quello che abbiamo davanti ai nostri occhi è l’espressione di un antico retaggio che si trasmise dalla civiltà perduta, tramite i suoi sopravvissuti, alle civiltà sorte nei millenni a venire.
Questo è il buco nero della storia dell’Umanità, difficile da individuare, ma da cui ogni tanto sbucano fuori alcuni pezzi di questo passato ormai lontano.
Oltre a quanto detto più sopra occorre aggiungere che generalmente siamo abituati a pensare che una scoperta archeologica relativa ad una antica civiltà sconosciuta possa consistere nell’individuare un’antica città o una necropoli o altri reperti e che questi siano integri (come la scoperta di Troia, individuata nella sua interezza).
Un discorso di questo genere non può valere per la civiltà perduta, perché qui stiamo parlando di una civiltà che scomparve nel giro di poco tempo oltre 12.000 anni fa e i cui resti sarebbero stati inghiottiti dalle acque oceaniche, in cui vi sono profondità medie superiori ai 1000 metri.
Proviamo a pensare cosa significhi scandagliare il fondo dell’oceano nella sua infinita grandezza, palmo per palmo, a quelle profondità.
Possiamo immaginare quale fortuna abbia rappresentato la scoperta di Bimini da parte di Valentine in cui quello che è stato individuato potrebbe essere un pezzo di una muraglia; quindi proviamo a immaginare cosa possa esserci sotto a quei resti.
Se si riesce ad individuare anche un solo mattone utilizzato per costruire un tempio o palazzo, sarebbe già una fortuna, perché il disastro descritto dal mito è di proporzioni planetarie, tali da frantumare la struttura di grandi opere architettoniche e scioglierle in mezzo al mare.
Parliamo di diverse ipotesi in campo, come repentino cambiamento delle geometrie orbitali del pianeta che possono aver determinato lo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai con un aumento della piovosità su scala mondiale e onde oceaniche di centinaia di metri di altezza che sbattono contro le montagne; inversione del campo magnetico della terra con effetti sulla rotazione e sul clima, impatto di una cometa, tutti eventi in grado di polverizzare la vita sulla terra, o comunque portarla sull’orlo dell’estinzione.
Il diluvio descritto da Platone, voluto dagli dei per punire la potenza malefica acquisita da Atlantide, non si discosta molto dalle descrizione fornite dai miti di fondazione più antichi, come quello sumero-accadico o altri ancora, perché è accentuata la dimensione cosmica del disastro e la sua caratterizzazione temporale, che è repentina.
Tuttavia ciò che differisce è la finalità del racconto, di tipo cosmologico e cosmogonico, nel caso dei miti di fondazione, di tipo politico, nel caso di Platone, che vuole illustrare le virtù storiche della madrepatria greca le cui nobili origini erano state dimenticate.
Nonostante tutto questo il racconto si distaccò dal contesto in cui fu scritto e divenne il più antico e nobile mito di tutti i tempi.
Difficile dire se Platone si rese conto di quello che aveva fatto. Egli prese la matrice originaria di questo mito, di derivazione egizia, che avrebbe potuto rimanere nel chiuso della terra dei Faraoni, e la trasmise al mondo e ci parlò di questa mitica civiltà che un tempo estese il suo dominio in tutto il mondo allora conosciuto e che era ricca e potente e fertile come terra. Un Eden i cui abitanti di stirpe divina, tuttavia, si corruppero rispetto alle origini e cercarono di dominare il mondo, ma furono cancellati di colpo in una notte, dopo tremendi terremoti ed eruzioni vulcaniche.
Non abbiamo la possibilità di andare oltre, con il mito Atlantideo di Platone, perché Platone si ferma qui.
A dispetto di quanto detto più sopra occorre ricordare che altri scrittori e filosofi dell’epoca greca si occuparono, anche se in modo meno sistematico, del mito atlantideo; tra questi si possono annoverare il geografo Strabone e Erodoto nelle loro opere "Descrizione della terra" e "Istorie". Essi però avevano identificato Atlantide con l’Africa settentrionale, andando in direzione diversa da quella di Platone.
Ciò che lascia ancora oggi perplessi è la mancanza di un riferimento preciso negli archivi egiziani all’isola di Atlantide, stante il racconto dei sacerdoti egizi trasmesso oralmente ai padri greci. Questa, forse, è la chiave di volta del mistero di Atlantide.
Il ritrovamento di questi presunti archivi dovrebbe mettere fine alla leggenda atlantidea per farla divenire una splendida realtà, e da più parti si è invocato la presenza di questi archivi cartacei nei meandri dei grandi monumenti della piana di Giza.
Fino a quando questi non saranno ritrovati dovremo accontentarci di una serie di leggende anche di origine egizia in cui si parla di presunti contatti della civiltà del Nilo con popoli provenienti da terre lontanissime (la leggenda del drago d’oro del Medio Regno che risale almeno al 2000-1750 a.C.).
Quello che ci preme mettere in luce è la difficoltà che si riscontra nella ricerca archeologica, perché se si fosse trattato di una terra rasa al suolo da un terremoto si sarebbero trovati i resti, ma ciò che viene inghiottito dagli oceani è difficile da ritrovare.
Questa è la tragica conseguenza del mito atlantideo che rende scettici molti studiosi; eppure già molto è stato ritrovato, a cui si aggiunge il contributo dell’archeologia precolombiana che ha dato molti frutti, perché si è iniziato affermando che le civiltà precolombiane avevano avuto inizio intorno al 500 d.C., e poi gli studiosi hanno corretto il tiro andando sempre più indietro nel tempo.

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