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ATLANTE SEGRETO...

ATLANTIDE PERDUTA E RITROVATA
di Giuseppe Badalucco per Edicolaweb
parti precedenti:

ATLANTIDE PERDUTA E RITROVATA »
LA LOCALIZZAZIONE DELL’ISOLA »
L’ATLANTIDE MINOICA »
ATLANTIDE O ANTARTIDE? »
LA DESCRIZIONE DI ATLANTIDE »
LE EVIDENZE ARCHEOLOGICHE
Nel corso del tempo gli studiosi non si sono più accontentati di leggere il resoconto leggendario di Platone ma si sono sforzati di rendere reale il mito atlantideo cercando di portare alla luce i resti di questa antica civiltà.
Innanzitutto occorre dire che la scoperta dell’America diede avvio, anche in campo culturale, ad un dibattito sulla possibilità di ritrovare la civiltà perduta, anche considerando il ruolo delle civiltà dell’America centrale e latina che erano improvvisamente entrate in contatto con l’Europa.
Ciò che turbava gli studiosi europei era il fatto di considerare degli esseri inferiori i popoli indigeni delle Americhe e la scoperta che essi vivevano ed erano a pieno titolo possessori di tesori archeologici che ancora oggi possiamo ammirare in quei lontani luoghi.
Come potevano quei popoli essere gli autori di quei sontuosi templi, palazzi e piramidi che riempivano quelle terre e come avevano fatto a costruire opere megalitiche di quella portata?
A quel tempo non esisteva l’archeologia in senso moderno, ma gli studiosi di storia antica si limitavano a catalogare testi antichi oppure a studiare le caratteristiche dei reperti archeologici, senza effettuare studi sistematici su varie ipotesi in campo.
Inoltre molti studiosi di matrice cattolica, o addirittura esponenti del mondo ecclesiastico fecero scempio di molto materiale che andò distrutto e che avrebbe potuto chiarire molti misteri delle civiltà precolombiane.
Il problema delle origini delle civiltà precolombiane fu semplicemente rimosso con grande imbarazzo ed è stato ripreso solo in epoca moderna, anche da studiosi che hanno messo in luce come le tradizioni di alcuni popoli precolombiani e i loro miti di fondazione facciano riferimento a uomini o dei che provenivano da oriente e che fondarono la loro civiltà dopo che vi era stato un cataclisma che aveva cancellato il mondo antidiluviano (per gli aztechi essi erano gli uomini che provenivano dalla terra di Aztlan).
La storia della ricerca archeologica di Atlantide inizia, per quanto riguarda l’interesse del mondo accademico, alla fine dell’800, quando i lavori per la posa di cavi telegrafici sul fondo dell’oceano atlantico portarono alla luce dei campioni di roccia magmatica che attirarono l’attenzione degli studiosi. Infatti l’allora Direttore dell’Istituto di geologia di Parigi, Paul Tremier, dopo attente analisi dimostrò che si trattava di una roccia che poteva risalire a circa 15.000 anni fa e si era solidificata all’aria aperta.
Possiamo immaginare lo scalpore di tali affermazioni che misero in subbuglio il mondo accademico in quell’epoca; infatti questa poteva essere una prima prova della veridicità, in linea di principio, del racconto platonico, in cui l’affermazione per cui un’isola come quella di Atlantide possa essersi inabissata sul fondo dell’oceano poteva essere reale. Tale ipotesi avrebbe potuto spiegare anche una serie di conseguenze, come una modifica della struttura idrodinamica delle correnti oceaniche che avrebbe permesso di modificare il clima sulla terra e determinare la fine dell’era glaciale con lo scioglimento dei ghiacciai sull’emisfero boreale, oppure alcune abitudini di specie acquatiche, come le anguille che periodicamente migravano verso il mar dei Sargassi dove un tempo avrebbe potuto esserci l’estuario di un fiume.
Il dibattito che si aprì in quell’epoca fu accesissimo e continuò per molto tempo anche se i geologi stroncarono ipotesi come queste in quanto cercarono di dimostrare che un’isola grande come un continente non può inabissarsi nel giro di una notte.
Nel frattempo furono introdotte nuove ipotesi come quella di Immanuel Velikovsky che si spinse ad affermare che la caduta di un enorme asteroide nell’oceano atlantico potrebbe aver spezzato la dorsale atlantica e determinato l’inabissamento dell’isola. Anche questa ipotesi fu stroncata in epoca moderna ma ottenne anche l’appoggio di eminenti accademici, come il Prof. R. Bass che verificò attentamente tale ipotesi e affermò che non poteva essere esclusa a priori.
Il dibattito su Atlantide da allora è sempre acceso, perché il contributo delle scienze moderne ha permesso di introdurre via via nuove ipotesi che sono state valutate dagli studiosi; ma il compito principale spetta all’archeologia che potrà svelare, con un colpo di piccone o una spedizione subacquea, quei misteri che ancora avvolgono il continente perduto.
È proprio l’archeologia subacquea che ha dato uno dei contributi più importanti alla ricerca dei resti della civiltà perduta; protagonisti di questa spettacolare avventura l’archeologo Manson Valentine insieme al suo staff. Nel 1968 Valentine scoprì poco al largo di Bimini, un piccolo gruppo di isolette vicino alle Bahamas, un allineamento di pietre rettangolari che formavano un percorso di oltre 100 metri, che divenne famoso come "Bimini road" o "Bimini wall", cioè strada o muro di Bimin, il tutto situato ad alcuni metri di profondità nelle acque caraibiche.
Questa sensazionale scoperta ha determinato la riapertura di un nuovo dibattito sulla possibile esistenza di resti di una civiltà antidiluviana sommersa da una catastrofe migliaia di anni fa.
La scienza ufficiale si è subito divisa fra coloro che asseriscono che si tratta di formazioni naturali provocate dall’erosione marina e coloro che invece sospettano che si tratti di ciò che resta di manufatti umani molto antichi.
In particolare il sito di Bimini è formato da un primo allineamento retto di pietre rettangolari lungo diverse centinaia di metri, a cui si affianca un secondo gruppo di pietre che curva ad angolo retto verso la costa. È poi presente una terza struttura più piccola di forma regolare ed infine una quarta struttura costituita da pietre rettangolari distanziate sistematicamente in linea retta per 2400 metri che taglia in diagonale l’antica linea costiera.
Gli studiosi, a partire dallo stesso Valentine, hanno formulato diverse ipotesi su queste formazioni situate nell’oceano atlantico. Prima di tutto si è pensato ad una strada lastricata, che formava un percorso di una città antica, ma si è ipotizzato anche che possa trattarsi di una muraglia sommersa, oppure del basamento di un edificio od anche di un antico molo. Ciò che sorprende e che lascia spiazzati gli studiosi accademici è la regolarità di questi blocchi rettangolari che difficilmente possono trovarsi in natura nelle acque oceaniche per effetto dell’azione erosiva dell’acqua marina; tutto fa pensare alla mano dell’Uomo.
È stato fatto notare che è molto insolito trovare in natura delle formazioni di blocchi di pietre che curvano ad angolo retto.
Sempre nella zona circostante fu poi ritrovata una grossa formazione rettangolare che sembra la pianta di un edificio rettangolare, forse un tempio, che fu denominato "tempio di Atlantide".
Le scoperte di Manson Valentine hanno rappresentato un evento storico, in parte sottovalutato dalla scienza ufficiale, arroccata su posizioni di totale scetticismo, in quanto hanno messo in luce le vestigia di quella che potrebbe essere realmente la civiltà perduta di Atlantide. La sua localizzazione al largo delle coste caraibiche, in piene acque oceaniche può dar ragione al racconto di Platone sull’esistenza della civiltà perduta oltre le colonne d’Ercole, anche se non vi sono gli elementi per poter giudicare i dati forniti da Platone nel Timeo e Crizia.
Certo bisogna ammettere che le ricerche di Valentine hanno risvegliato l’interesse dell’archeologia verso la mitica civiltà sommersa, tant’è vero che da circa 30 anni a questa parte l’archeologia ha assunto due tendenze fondamentali nei confronti del mito Atlantideo.
Da un lato vi sono quegli studiosi che hanno puntato l’attenzione sul ruolo delle civiltà precolombiane e sui presunti collegamenti con gli eredi di Atlantide, per cui molte spedizioni sono partite alla volta dell’America Latina nella speranza di ritrovare gli elementi utili per ricostruire la storia di Atlantide. Dall’altro lato è scesa in campo l’archeologia subacquea nel tentativo di ritrovare, in diversi punti del globo, le tracce della civiltà perduta, che ha creato negli studiosi la convinzione che si trattasse di una civiltà planetaria, in grado cioè di lasciare ovunque tracce di sé.
La discesa in campo dell’archeologia subacquea ha dato frutti insperati, poiché si è giunti in epoca recente a risultati sorprendenti.
In particolare nel maggio del 2001 una spedizione internazionale guidata dall’Ingegnere Paulina Zelitzki, ha scoperto al largo delle coste di Cuba, a circa 660 metri di profondità i resti di strutture architettoniche che hanno caratteristiche tipiche dei manufatti umani.
Si tratterebbe di edifici geometrici, di piramidi e palazzi, contornati da strade di collegamento.
Come possibile che possano trovarsi resti di siffatta portata a oltre 600 metri di profondità?
Anche ipotizzando che il livello degli oceani sia cresciuto di un metro ogni secolo, quanto antichi potrebbero essere questi resti archeologici, oltre 60.000 anni?
Allo stesso tempo, recentemente, un altro staff di studiosi ha individuato quello che probabilmente potrebbe essere il grande canale circolare che circondava la città di Atlantide, sempre al largo delle isole caraibiche, a dimostrazione che l’intero complesso archeologico può rappresentare ciò che resta del nucleo centrale di Atlantide.
Notizie di siffatta portata dovrebbero far cadere i giornalisti dalle sedie ma per diversi motivi, compreso il boicottaggio della scienza ufficiale che spesso lavora per una verità di parte, sovente passano inosservate e occorrono molti anni prima che una scoperta venga ufficializzata o entri nell’area di interesse dei mass media.
Tutto questo dimostra comunque come ancora notevoli sorprese possano giungerci dai fondali marini che nascondono ciò che resta di questa antica civiltà.
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