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BARABBA IN PROSPETTIVA STORICA
di Lawrence Sudbury per Edicolaweb
"Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: 'Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?'" (1)

Chi non ha mai letto o sentito questo celeberrimo versetto di Matteo?
Barabba è uno dei "cattivi" evangelici per antonomasia: il "malfattore" che, nonostante la sua colpevolezza conclamata, viene preferito a Gesù quando Pilato pone al popolo l'alternativa della liberazione in occasione della Pasqua, di uno dei due condannati sottoposti al suo giudizio.
Ma cosa sappiamo dal punto di vista storico su tutto questo episodio e sui suoi due principali protagonisti oltre a Gesù?
Rileggendo il Vangelo, tutta questa parte, se analizzata un po' più a fondo e alla luce delle nostre conoscenze storiche, risulta davvero strana, a tratti quasi incomprensibile.
Partiamo da Pilato e dalla sua famosa domanda rivolta ai giudei.

Lungo tutta la narrazione, Pilato ci viene presentato come in balia di una folla che, in un processo di tale specie, non sarebbe neppure potuta essere presente (2). Anche ammettendo una eccezione, di fatto il Pontius Pilatus storico, prefetto di Giudea, così come presentatoci da Flavio Giuseppe (3), Tacito (4) e Filone Alessandrino non sembra proprio essere stato un personaggio così arrendevole.
In Filone abbiamo la descrizione che ne fece il re Agrippa I, dipingendolo come venale, violento, angariatore e tirannico nel suo governo; egli lo biasima innanzitutto per il suo carattere inflessibile, ostinato e crudele, ma ancor di più per le "le innumerevoli e continue uccisioni".
Secondo Giuseppe, uno dei suoi primi atti di governo fu l'ordine impartito ai soldati che da Cesarea si recavano a Gerusalemme di entrarvi portando seco, per la prima volta, le insegne con l'effigie dell'imperatore; lo fece nottetempo, per mettere i Giudei davanti al fatto compiuto. Il giorno appresso, costernati da tanta profanazione, molti Giudei corsero a Cesarea per implorare la rimozione delle insegne, "prostrati per cinque giorni e cinque notti". Pilato, irritato da tale insistenza, li fece circondare dai soldati con le spade sguainate. Ma essi, "come se fossero già d'accordo, si gettarono giù in massa, e inchinato il collo si gridarono pronti a farsi ammazzare piuttosto che trasgredire la Legge. Straordinariamente impressionato da così potente religiosità, Pilato comandò di portar subito via le insegne da Gerusalemme".
Più tardi, il governatore si permise di attingere al tesoro del Tempio per finanziare la costruzione di un acquedotto, cosa che provocò diverse manifestazioni della folla; allora Pilato, travestiti alcuni soldati da Giudei e, sparpagliatili tra la gente, fece prendere a randellate i manifestanti.
Un'altra volta, racconta Filone, il governatore espose certi scudi dorati con il nome dell'imperatore al palazzo di Erode a Gerusalemme; ma questa volta, i nobili protestarono direttamente con l'imperatore, il quale ingiunse a Pilato di rimuovere gli scudi e farli appendere nel tempio di Augusto a Cesarea.
Alla fine, Pilato stesso fu la vittima del suo modo di governare; nel 35 uno pseudoprofeta samaritano promise ai suoi seguaci che avrebbe mostrato loro gli arredi del Tempio di Mosè, che si credevano nascosti nel monte Garizim. Il governatore, raggiunta la sommità del monte, fece trucidare un gran numero di presenti e in seguito mise a morte i più ragguardevoli tra quelli che aveva arrestato. La comunità samaritana, allora, presentò formale protesta al legato di Siria, Vitellio, diretto superiore di Pilato; egli l'accolse con premura, perché i Samaritani erano noti per la loro fedeltà a Roma, destituì Pilato e lo mandò a Roma a discolparsi (5).
Insomma, un uomo di questo genere non sembra proprio il tipo da farsi ricordare il bene di Roma da un gruppo di giudei, condannare un imputato che ritiene innocente solo per non contrariare la folla e "lavarsene la mani" (gesto purificatorio post-iudicium, per altro, tipicamente mediorientale e assolutamente non proprio della tradizione romana).

All'interno di tutto questo racconto, già dunque chiaramente problematico, un punto, comunque, spicca particolarmente per stranezza: la presunta usanza, mai altrove accreditata, di liberare un prigioniero per Pasqua e la conseguente scelta del popolo (quello stesso popolo che, pochi giorni prima, aveva osannato l'ingresso di Gesù a Gerusalemme con rami di palma e ulivo...) contro Gesù e in favore di Barabba.

Cosa significa questo passaggio? E, soprattutto, chi era Barabba?
Barabba è un personaggio a prima vista quantomeno enigmatico all'interno della trattazione neo-testamentario.
Ciò che sappiamo di lui deriva unicamente da cinque versetti:
- due in Luca, "Ma essi si misero a gridare tutti insieme: 'A morte costui! Dacci libero Barabba!'. Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio." (6)
- uno in Matteo, "Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba." (7)
- uno in Marco, "Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio." (8)
- uno in Giovanni, "Allora essi gridarono di nuovo: 'Non costui, ma Barabba!'. Barabba era un brigante." (9)
Sommando il tutto, ne deriverebbe il quadro di un brigante famoso, in carcere per sommossa ed omicidio.
Ma, naturalmente, come spesso allorché si tenta di analizzare i Vangeli dal punto di vista storico, le cose non sono così semplici.

Un primo livello di analisi linguistica già ci rivela delle anomalie e delle inesattezze nella traduzione.
Innanzitutto, quel "brigante" di Giovanni è, in realtà, nella versione greca originaria, "lestés", che sarebbe più correttamente traducibile non come semplice "malfattore di strada" ma come "zelota" o, comunque "ribelle" (10).
In secondo luogo, come molto giustamente indica Donnini (11), nella versione italiana di Matteo viene eliso un lungo brano presente in numerose varianti del "Novum Testamentum Graece et Latine" (12), la cui traduzione risulta essere: "il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio" e che conferma la versione marciana, evidentemente mal interpretata dal posteriore Luca. Quel "in occasione di una sommossa e di un omicidio", infatti, non significa minimamente né che questo Barabba fosse stato parte attiva della sommossa, né, tantomeno, che si fosse macchiato di un omicidio, ma unicamente una concomitanza del suo arresto con l'evento di tale sommossa.

Già a questo punto il quadro cambia e Barabba diventa un capo (altrimenti non si spiegherebbe il "famoso") zelota, catturato nello stesso momento in cui era avvenuto un evento bellicoso (di cui poteva o meno essere stato parte attiva) che aveva portato ad un omicidio.
Ma le sorprese riguardo al "brigante" scelto dalla folla al posto del Cristo sono appena incominciate.
Una delle varianti più importanti e comuni riguardo al versetto greco di marco trascritto riporta:
"Un tale chiamato Gesù Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio", il che significherebbe che la "scelta" proposta da Pilato agli ebrei sarebbe stata tra Gesù il Nazareno e Gesù Barabba.
Di per sé, potrebbe non essere nulla di speciale: il nome Yeshua (Gesù) era, per quanto non comunissimo, comunque abbastanza diffuso nel mondo ebraico e, stante la non enorme varietà di nomi propri di tale mondo, era usanza accompagnare il nome ad un soprannome o ad un patronimico.
Qui, però, risiede il punto cruciale. Barabba in ebraico non significa, come appellativo, assolutamente nulla e, soprattutto, non è attestato in nessun altro documento.
Il nome assume senso solo se lo si scinde nelle sue componenti costitutive che, evidentemente, hanno dato origine ad un normale fenomeno di crasi.
Il problema è, a questo punto, riconoscere tali componenti sostitutive. Le possibilità sono tre:
- che questo Gesù Barabba fosse figlio di qualche famoso Rabbi e dunque, con un classico patronimico fosse "Bar Rabbi". Vi è chi (13), preferendo questa possibilità, parla di questo Rabbi come di Giuda di Gamala, famosissimo capo rivoluzionario anti-romano;
- che questo Gesù Barabba fosse figlio di Gesù stesso e dunque che la frase di Pilato riportata da Matteo "Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?" fosse da interpretare come "Chi volete che vi rilasci: Gesù il figlio del Rabbi o Gesù chiamato il Messia?. Di per sé, la possibilità che Gesù potesse avere un figlio adolescente o preadolescente è, sulla base dell'età matrimoniale del periodo, razionalmente possibile, così come lo è la possibilità che un suo eventuale figlio potesse essere arrestato con lui e, magari, fosse quel ragazzino che non abbandona Gesù quando questi viene arrestato e che viene menzionato da Marco (14). A dire il vero, però, questa ipotesi, avanzata unicamente da Laurence Gardner (15), appare piuttosto cervellotica e anche le date indicate dallo studioso per una possibile nascita di un figlio di Gesù non sembrano ben collimanti con le ipotesi che ne derivano;
- che Barabba stia per "Bar Abbà", cioè "figlio del Padre". Il senso di questo appellativo si comprende se si pensa al tabù ebraico di nominare Dio, il cui termine, Jahweh, veniva comunemente sostituito da "Signore" (Adonai) o, appunto, "Padre". Conseguentemente, "Bar Abbà" significherebbe semplicemente "figlio di Dio".
Se questa ipotesi è, in termine di economicità (criterio filologico interpretativo principe), la più probabile, essa genera una forte contraddizione: in questi termini, infatti, dovremmo pensare che Pilato abbia posto una scelta assurda: "Volete Gesù il Messia o Gesù il Figlio di Dio", riferendosi così, comunque, alla stessa persona.
Eppure, tenendo conto del quadro complessivo, molte cose sembrano tornare.
In primo luogo, diventa plausibile che il "tumulto" in cui Gesù "Barabba" viene arrestato possa essere quello al Monte degli Ulivi, un tumulto in cui, probabilmente, un uomo, il servo del Gran Sacerdote, era stato effettivamente ucciso (un colpo di spada gli "taglia un orecchio") da Cefa/Pietro (che, poi, inseguito per il suo crimine, arriva addirittura a negare la propria identità) .
In secondo luogo, il termine "Barabba", sebbene in una sua versione "mistificatoria", con l'aggiunta di una S, ricompare almeno due volte nei Vangeli e. più precisamente, negli Atti:

"Ne furono proposti due, Giuseppe detto BarSabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia." (16) e "Allora gli apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato BarSabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli." (17)

Tenendo conto che Sabba non significa assolutamente nulla e non è neppure lontanamente un nome ebraico, appare di tutta evidenza che Barsabba sia, in realtà, una storpiatura proprio di Barabba.
Se, poi, riprendiamo per un attimo Marco, nel versetto in cui parla della "fratellanza" di Gesù:

"Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? E si scandalizzavano di lui" (18),

ci troviamo di fronte alla strana "coincidenza" che i "BarSabba - Barabba" sono entrambi assimilabili a quelli che, in Matteo, fratelli del Cristo: Ioses (Giuseppe) (detto Giusto come l'altro fratello Giacomo...) e Giuda sono entrambi "Figli di Dio", vuoi che questo fosse, come sostiene Tranfo (19), una sorta di eponimo familiare, vuoi, più probabilmente, per estensione del "soprannome" del loro più illustre Fratello.
Rimane, però, il problema della strana domanda di Pilato sul voler libero "Gesù o Gesù".
Le possibili interpretazioni sono almeno due.
Donnini scrive:

"Dal rebus di Gesù e Barabba scaturisce una ennesima conferma del fatto che i redattori dei vangeli neocristiani erano non ebrei, che scrivevano per un pubblico non ebreo, e che erano interessati a degiudaizzare l'aspirante messia degli ebrei, scorporando dalla sua figura tutto ciò che apparteneva ad una personalità messianica, ovverosia ad un ribelle esseno-zelotico che aveva commesso gravi reati di sedizione contro l'autorità romana.
La dinamica dell'arresto, del processo, della condanna e della esecuzione, così come queste fasi sono descritte nelle narrazioni evangeliche, le quali mostrano fra loro grandi contraddizioni, è tale da rivelare una precisa intenzione di mascherare chi fosse realmente l'uomo che venne crocifisso, perché fu arrestato, da chi fu arrestato, perché fu giustiziato, facendo credere, alla fin fine, la tesi storicamente insostenibile che i romani siano stati vittime di un raggiro e che la volontà e la regia della condanna di Gesù siano del tutto ebraiche." (20)

È una teoria senza dubbio valida, che ci sentiamo di sostenere completamente (anche alla luce della totale falsità dell'usanza romana di liberare un prigioniero a Pasqua, mai riportata in alcuna altra fonte).
Vi è, però, una seconda possibilità, strettamente legata proprio alla duplice valenza della figura di Gesù.
Se riprendiamo il testo ricavato dalla nuova interpretazione della domanda pilatesca: "Volete Gesù il Messia o Gesù il Figlio di Dio", non possiamo non vedere come la contrapposizione proposta sia proprio tra una figura messianica in senso stretto e una figura "divino-salvifica" in senso più strettamente spirituale.
Perché non pensare, allora, ad una costruzione, di stampo forse pre-paolino, in cui si volesse dimostrare, in ottica anti-ebraica, la preferenza del popolo per un Messia più che per una guida spirituale e, conseguentemente, il loro rifiuto per il nuovo messaggio di unione tra le due matrici?
Ovviamente, una tale dicotomia non avrebbe fatto in alcun modo gioco alla scuola paolina, che tendeva alla cassazione completa della figura messianica, quasi in una "damnatio memoriae" assoluta e, conseguentemente, la scelta (probabilmente già di per sé parabolistica), da simbolica diventa "reale", con l'escamotage dello sdoppiamento (per altro piuttosto comune in ambito neotestamentario) di un solo carattere in due caratteri distinti.
Si tratta, comunque, solo di una ipotesi, non suffragata da elementi concreti. Ciò che rimane è, comunque, la certezza pressoché assoluta che un "brigante di nome Barabba" non sia mai esistito e che, ancora una volta, come in molti altri passi evangelici, ci troviamo davanti ad infingimenti e stratificazioni tendenti ad avvalorare le tesi "eterodosse" di una corrente di pensiero (legata a Paolo) filo-romana o, quantomeno, impegnata in una operazione "missionaria" nell'impero, rispetto ad una possibile ortodossia strettamente ebraico-israelitica, rappresentata da una corrente più "primitiva" (e successivamente totalmente elisa dai testi neotestamentari), legata alla figura del primo capo della Chiesa di Gerusalemme, quel Giacomo il Minore indicato in tutti i Testi Sacri come fratello di Gesù.

Note:
1. Mt. 27:17.
2. I procedimenti extra-ordinem, come quello di Gesù, si svolgevano a porte chiuse, ad esclusione del verdetto pubblico.
3. Flavio Giuseppe, "Antichità Giudaiche", XVIII.
4. Cornelio Tacito, "Annales", II.
5. "Christinismus" - christianismus.it.
6. Lc. 23:18-19.
7. Mt. 27:16.
8. Mc. 15:7.
9. Gv. 18:40.
10. D. Donnini, "Nuove ipotesi su Gesù", Milano, Macro, 1993, passim.
11. D. Donnini, citato.
12. A. Merk (a cura di), "Novum Testamentum Graece et Latine", Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933, pag. 101.
13. Giancarlo Tranfo, "Yeshua" - yeshua.it.
14. Mc.14:52. Tuttavia, nella maggior parte delle interpretazioni, si tende a ritenere che Marco si riferisca a se stesso.
15. Cfr. Laurence Gardner, "La linea di sangue del Santo Graal", Roma, Newton-Compton, 2005, passim.
16. Atti 1:23.
17. Atti 15:22.
18. Mc. 6:3.
19. D. Donnini, citato.
20. D. Donnini, citato.

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