
GLI ARTICOLI DEI LETTORI...

IL CREPUSCOLO DELL'IMPERO
di Gabriella Cetorelli Schivo per Edicolaweb

Una pagina di sorprendente attualità dal tardo antico, tra ansia di vivere, paura, degrado e volontà di potere.

"Poco a poco, il crepuscolo dell'impero romano finì con l'apparire, quasi, una pagina di storia contemporanea. Il richiamo frequentissimo alle vicende del nostro tempo rimane un sottinteso da cui ancora oggi riusciamo difficilmente a liberarci. Ciò non può meravigliare: l'idea di decadenza ha avuto spesso, più o meno, un riferimento attuale." (S. Mazzarino)

Sono sempre rimasta affascinata, fin dai tempi dell'università, dalle osservazioni del Prof. Bianchi Bandinelli sulla condizione di dolorosa esistenza che caratterizzò gli anni di fine impero.
Una condizione di tramonto epocale talmente lontana da essere, ancora oggi, straordinariamente viva.
E mi tornano in mente le parole del vescovo di Cartagine, Cipriano, che in una sua lettera (1) del 251 d.C. scriveva:

"Dalle montagne ormai esplorate e scavate non si estrae più con la stessa abbondanza, le miniere sono esauste e i loro filoni vanno ormai scomparendo.
Si diradano anche i contadini nelle campagne, nel mare i naviganti, nell'esercito i soldati.

Al tempo stesso scompare l'integrità nel Foro, la giustizia nei giudizi, la concordia tra gli amici, l'abilità nelle arti, la disciplina nei costumi... Puoi tu pensare che possa mantenersi più oltre una tale molteplicità di cose invecchiate?"

"Un popolo triste, povero e vecchio, il cui passato glorioso appare ora come una prigione", non sono le parole di un recente articolo del Times, ma la sensazione che, agli occhi degli storici di allora, la compagine disomogenea e multiforme dell'impero romano trasmetteva.
Un popolo a cui venivano inflitte pesanti e gravose tasse: l'imposta di famiglia ("tributum capitis"), che mortificava l'istituzione sociale di base dello Stato, la tassa sugli affari ("venalium") che soffocava la piccola e media impresa, la tassa di successione, che venne aumentata nel 212 d.C. dal 5% al 10% dell'"imponibile", la tassa sull'esercito ("annona militaris") per le missioni militari, la "lustralis collatio", contribuzione "una tantum" richiesta ai commercianti... e così via, fino a quando "honestiores" ed "humiliores" (media e piccola borghesia) finirono per convergere nel medesimo triste stato di indigenza.

È questo il periodo per eccellenza della malinconia, che vela i volti dei ritratti dell'epoca.

"Melancolia": quella inquieta condizione dell'uomo che Ippocrate (2) aveva indicato come una singolare miscela di paura ("phobos") e tristezza ("dysthymia") insieme.

Una angoscia del vivere, in quegli anni, che può essere definita, insieme a Freud, "reale" (Real Angst), poiché individuata come percezione di una minaccia concreta proveniente dal mondo esterno (le invasioni barbariche), "pulsionale" (Trieb Angst), poiché dettata dalla intuizione personale di un pericolo incombente (la pericolosità della vita quotidiana), "morale" (Gewissen Angst) poiché legata allo smarrimento dell'individuo dovuto alla successione di pensieri e progetti irrealizzati (il progressivo depauperamento dell'iniziativa socio-culturale).
"Paura, tanta paura"... Non sono i testi di una moderna canzone di successo, ma la condizione dell'uomo di fine impero, collocato in un sempre maggiore estraniamento dalla realtà, alla disperata ricerca dell'irrazionale, del mistico, del magico, presso cui rifugiarsi.
E al tempo stesso si diffonde una volontà di potere che non esita ad utilizzare qualsiasi mezzo per imporsi.

Congiure di palazzo, intrighi politici, ma soprattutto un progressivo allontanamento da quelli che erano i reali bisogni della società: tutto questo emerge nei ritratti degli imperatori del tardo antico, pervasi da un vago senso di inquietudine o di spietata energia, "uomini rozzi e avidi che si succedono al potere dello Stato come avventurieri" (Bianchi Bandinellli).

Uomini bramosi di potere, sempre più distanti dal quotidiano, proiettati in una dimensione divenuta inavvicinabile ed irreale, nel tentativo di confondere, con evidenti manifestazioni di distacco, la reale percezione di un mondo ormai irrimediabilmente avviato al declino, a cui la ritrattistica aulica fa riferimento nella rappresentazione dello sguardo progressivamente più lontano e vuoto delle ieratiche fisionomie imperiali.

Lo stato di ansia della società romana di questi anni si esprime anche attraverso l'esaltazione, se non addirittura nel fanatismo, per i giochi dell'arena, per le corse dei cavalli, per le fazioni del circo, per le manifestazioni spettacolari e cruente dei combattimenti gladiatorii nell'anfiteatro, che dilagano nella vita quotidiana specie dal III secolo d.C. in poi.

"L'adescamento del piacere per queste esibizioni è tanto forte, che riesce a vincere e a trascinare chi è ignorante"... Ammoniva, proprio all'inizio del III secolo d.C., Tertulliano (3).

Il tutto in un progressivo inasprimento degli episodi di arroganza e di sopraffazione, tra la totale indifferenza del "centro del potere", che centrale non è più intento solo a favorire il disfacimento culturale ed economico di una società in cui l'individuo non trova certezza alcuna del diritto e può solo limitarsi, consciamente o inconsciamente, a reagire rabbiosamente ad un crescente, inarrestabile senso di alienazione e di disagio.

"Dilaga anche, incontenibile, l'ardore e la cupidigia del denaro: c'è chi desidera onori e dignità, chi si lascia trasportare dal desiderio sfrenato della gola, chi s'abbandona a languidezze e licenziosità, chi è abbagliato dal fulgore della gloria"... (4)

Paolo Orosio, apologeta cristiano, in una lettera ad Agostino, vescovo di Ippona e suo maestro, degli inizi del V secolo d.C. sintetizza così, con poche, drammatiche parole, la travagliata essenza del suo tempo:

"Ai tuoi comandi ho obbedito, beatissimo Padre. Mi avevi comandato di mostrare quanto negli annali della nostra storia avessi potuto trovare di grave per le guerre, di corrotto per le malattie, di triste per la fame, di terribile per i terremoti, di insolito per le inondazioni, di tremendo per le eruzioni vulcaniche, di miserabile per i parricidi e le scellerataggini del mondo"...

Storie da un lontano passato, insomma.
Così difficili per noi - uomini del terzo millennio - da interpretare e comprendere?

Note:
1. Cipriano, "Ad Demetrianum, III".
2. Ippocrate, "La natura dell'uomo", IV, 1-9.
3. Tertulliano, "De Spect", I.
4. Tertulliano, op.cit., XIV.

Gabriella Cetorelli Schivo è archeologo direttore presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Ufficio del Segretario Generale - Area II BCP - Servizio Tecnico - Via di San Michele 22 - Roma).
Specializzata in archeologia medievale ha curato pubblicazioni sulla pedagogia del patrimonio, sulla didattica museale, su aspetti di vita romana antica, su scavi e restauri condotti nella Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio, presso cui è stata per anni funzionario archeologo responsabile del servizio delle esposizioni, del settore comunicazione ed eventi e dei servizi educativi, come pure responsabile della tutela del territorio.


|