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RISCOPRIRE ADRIANO
di Gabriella Cetorelli Schivo per Edicolaweb
Una inedita immagine dell'imperatore, crudele e sanguinario, emerge nella storia di santa Sinforosa, martire tiburtina, e dei suoi sette figli, attraverso le parole di un "cronista" cinquecentesco.

"Memorie" di Adriano
La storiografia moderna ha spesso esaltato la figura dell'imperatore Adriano, filelleno colto e raffinato, intellettuale poliedrico, sfortunato compagno del bellissimo Antinoo, ed ancora brillante architetto e lungimirante uomo politico.
Tuttavia questo personaggio, nelle pieghe della storia minore, quella narrata dal popolo e tramandata dalle cosiddette "passiones" tardo antiche, restituisce di sé l'immagine di un uomo violento e spietato, tenace nel perseguire i propri scopi, insensibile al grido di dolore di una madre e dei suoi sette figli, ferocemente massacrati, su suo esplicito ordine, per non aver voluto sacrificare agli dei, come viene presentato nella storia di Santa Sinforosa.
Così, poco lontano dal paesaggio di dolci armonie della natura e di superbe strutture monumentali della residenza tiburtina dell'imperatore, nella campagna romana riecheggia ancor oggi la vicenda umile e tragica di una martire, divenuta poi celebre nel territorio che la accolse in vita e in morte. Di lei, oltre il ricordo della vicissitudine umana, che la tradizione popolare ha velato di tratti immaginari, restano i lacerti di una "memoria" e di una basilichetta eretta "ad corpus", di volta in volta ingrandita e adornata, mano a mano che il suo culto cresceva nella devozione dei fedeli, fino a farne la imponente costruzione di cui parlano i viaggiatori settecenteschi del Grand Tour, che ancora ne colsero l'intatto splendore.
Entriamo quindi nella storia della martire Sinforosa attraverso il racconto che ne fa, con antiche parole, un celebre cronista alla fine del Cinquecento.

Cronaca cinquecentesca
«L'imperatore Adriano si era fatto fabbricare un palazzo (Villa Adriana n.d.r.) e voleva consacrarlo con i soliti nefandi riti pagani. Cominciò a chiedere con sacrifici i responsi agli idoli e ai demoni che in essi abitano e tale fu la risposta: "La vedova Sinforosa, con i suoi sette figli, ci strazia tutti i giorni invocando il suo Dio. Pertanto, se costei, con i suoi figli, sacrificherà secondo il nostro rito, vi promettiamo di concedervi tutto ciò che chiedete."
Adriano quindi la fece imprigionare con i figli e con fare insinuante cercava di esortarli a sacrificare agli dei. Ma Sinforosa gli disse: "I tuoi dei non possono accettarmi in sacrificio, ma se sarò immolata avrò almeno la potenza d'incenerire i tuoi demoni."
L'imperatore Adriano allora le fece condurre al tempio di Ercole e ve la fece appendere per i capelli. Vedendo tuttavia che in nessun modo e con nessuna minaccia riusciva a farla deviare dal suo proposito, le fece infine legare una pietra al collo e comandò che la affogassero nel fiume (Aniene n.d.r.). Il fratello Eugenio, che ricopriva una carica presso la curia di Tivoli, raccolse il suo corpo e lo fece seppellire alla periferia della città.
Il giorno seguente, l'imperatore Adriano fece chiamare alla sua presenza, contemporaneamente, tutti i sette figli di lei. Quando vide che in nessun modo, né con le lusinghe né con le minacce riusciva a indurli a sacrificare agli dei, fece piantare sette pali intorno al tempio di Ercole e, con l'aiuto di macchine, vi fece affiggere i giovani. Quindi li fece uccidere: Crescente, trafitto alla gola; Giuliano al petto; Nemesio al cuore; Primitivo all'ombelico; Giustino alle spalle; Stracteo al costato; Eugenio squarciato da capo a piedi.
L'imperatore Adriano, recatosi il giorno dopo al tempio di Ercole, fece portare via i loro corpi e li fece gettare in una profonda fossa, in una località che i pontefici chiamarono: "Ai sette giustiziati". Dopo ciò vi fu nella persecuzione una tregua di un anno e sei mesi: in quel tempo fu data onorata sepoltura ai corpi dei martiri e furono innalzate delle tombe a coloro i cui nomi sono scritti nel libro della vita.
Il giorno natalizio di Sinforosa e dei suoi sette figli è celebrato 15 giorni prima delle calende di agosto (17 luglio). I loro corpi riposano sulla via Tiburtina, a circa otto miglia dalla città di Roma (F. Cardulo, "Acta Symphorosae et sociorum", Roma, 1588).»

Dalla "Passio"...
La dolorosa vicenda di Sinforosa, così tramandata, trovò larga eco nel territorio tiburtino e generò ben presto una sincera devozione negli abitanti del luogo, come attestano rilevanti fonti letterarie, quali il Martirologio Geronimiano e la "Passio Sanctae Sympherosae", che ricordano il luogo di deposizione del corpo della martire e dei suoi figli al IX miglio della Tiburtina. Menzionata negli itinerari medievali "cum multis martyribus", le reliquie di Sinforosa vengono infatti indicate tra quelle da "visitare" nella città di Roma.

...alla "Basilica maior"
Questa venerazione, iniziata con la pace religiosa, come ha sottolineato il Testini (1), portò come "naturale" conseguenza la realizzazione di un importante complesso paleocristiano che venne edificato tramite la costruzione di due edifici di culto di datazione e forma diversa, simmetricamente disposti rispetto al punto di tangenza delle absidi (2). Di questi, il più antico, riferibile alla fine del III, inizi del IV sec. d.C., era costituito da una "memoria triabsidata", di modeste dimensioni, all'interno della quale dovevano essere deposte le onorate spoglie.
Ad esso, in un periodo posteriore che si può ascrivere tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, venne poi aggiunta una basilica di dimensioni maggiori, atta ad accogliere la moltitudine dei seguaci della Santa. Proprio per esigenze di carattere devozionale si sentì, in tale occasione, la necessità di creare un punto di collegamento tra la "basilica maior" e la "cella memoriae", che avvenne tramite la creazione, nelle absidi contrapposte, di una "fenestella confessionis", una piccola apertura atta a consentire ai fedeli la visione del luogo di deposizione dei martiri.

Intarsi marmorei, affreschi, suggestioni di luci ed ombre
La "basilica maior", preceduta da un nartece, era un vasto edificio di quaranta metri di lunghezza, diviso in tre navate scandite da una doppia fila di sei pilastri e terminante con un abside affiancata ai lati da due "secretiores aedes" (vani accessori). La struttura presentava, come evidenziarono gli scavi ottocenteschi, una robusta copertura a capriata, mentre l'interno era decorato da pregevoli affreschi di cui, al momento dei sondaggi, fu possibile individuare quello dell'abside, a motivo di "bande e festoni".
Lungo l'abside e nel presbiterio, inoltre, vennero rinvenuti i resti di piccoli fori che hanno fatto pensare ad intarsi marmorei posti fino a tre metri dal piano del pavimento, sormontati a loro volta da una cornice di marmo situata alla base degli affreschi, che dovevano ornare anche la volta. Abside e presbiterio, poi, erano separati da eleganti transenne ("plaustra") di cui sono state rinvenute anche le tracce di fondazione.
L'illuminazione interna era ottenuta da una serie di ampie finestre aperte lungo il muro della navata centrale, mentre aperture minori illuminavano le navatelle. L'area del presbiterio si presentava, invece, priva di finestre per creare un suggestivo contrasto di luci ed ombre nel progressivo avvicinarsi alle tombe venerate.

"Magnifica structura"
L'assedio longobardo del 756, che vide la devastazione della campagna romana e delle sue chiese, fu quasi certamente la causa per cui il Papa Stefano III, nel 757, fece traslare le reliquie della martire tiburtina e dei suoi figli "intra moenia", presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, come riporta una iscrizione di piombo scoperta nel 1562 in cui si ricorda che "hic requiescunt corpora sanctorum Symphorosae et viri sui Zotici et filiorum eius a Stephano Papa traslata".
A tale situazione può riconnettersi l'abbandono del complesso paleocristiano e la conseguente fase di spoliazione ad esso relativa. Abbiamo ancora notizie della basilica nel 944 in una bolla di Martino III ed in una del 991 di Papa Giovanni XV. Nel 1124 la chiesa di Santa Sinforosa è menzionata come appartenente al monastero di San Ciriaco di Roma.
Nel 1585 viene ricordata da Marco Antonio Nicodemi al nono miglio della Tiburtina e nel 1632 il Bosio (3) riporta di aver visto i resti della basilica di Santa Sinforosa e dei suoi figli di cui "rimangono tuttavia le parietine in un fondo de Maffei, il quale fondo oggidì ritiene ancora la denominazione da quelli Santi".
Nel 1660 la chiesa viene ricordata come "Anticaglia" in una vignetta della mappa 429/6 del Catasto Alessandrino.
Nel 1745 la basilica è ricordata dal Vulpio (4) come "magnifica structura" ed ancora, nel 1828, il Sebastiani (5) ne descrive le solenni vestigia.

L'imperatore: carnefice e "vittima"
Le fonti fin qui riportate attestano la lunga fase di frequentazione del sito, che va dal periodo romano a tutto il medioevo ed ancora fino al XVII secolo, evidenziando al contempo la grande importanza rivestita dagli edifici dedicati, nei pressi di Tivoli, alla vedova Sinforosa.
Il suo culto si configurò ben presto come ingenua espressione della "psicologia popolare" nei confronti della martire, elevata a simbolo della feroce persecuzione adrianea.
Negli eventi e negli ambiti così tragicamente rappresentati "in agro tiburtino" il celebrato imperatore divenne allora non solo il carnefice della Santa e dei suoi figli ma, ancor più, la inconsapevole "vittima" di se stesso...

La voce del silenzio
Ricercare i luoghi della vicenda di Sinforosa e dell'imperatore Adriano è oggi impresa difficile.
Immersi nella campagna romana in un fondo privato, ormai quasi interamente ricoperti da vegetazione infestante, gli esigui resti del grandioso complesso paleocristiano giacciono negletti ed obliati in un lento e inesorabile declinare di un trascorso splendore, offuscato ormai dal silenzio dei secoli di abbandono.
Chi scrive vi si è inoltrato sulle vie della storia.

Note:
1. Testini - "Catacombe", p. 179; Testini, Archeologia Cristiana, p. 136.
2. Mari - "Tibur" III, pp. 220-229.
3. Bosio - "Roma sotterranea", p. 401.
4. Vulpio - "Vetus Latium", X, pp. 567-568.
5. Sebastiani - "Viaggio a Tivoli", p. 17.

Bibliografia:
- "Acta Sanctorum quotquot toto Urbe coluntur", IV, "Parisiis et Romae" 1863, p.367.
- M. Armellini - "Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX", Roma, 1942, II, p. 1092.
- J.T. Ashby - "La campagna romana nell'età classica", Milano 1982.
- A. Bosio - "Roma sotterranea", Roma 1632, p. 401.
- G. Cascioli - "Bibliografia di Tivoli: codici, manoscritti, stampe. Studi e fonti per la storia della regione tiburtina", Tivoli, s.d., p. 128.
- G. Cascioli - "Memorie popolari dei SS. Sinforosa e figliuoli", Roma 1899.
"Corpus Inscriptionum Latinarum", XIV, 3915, Berlino 1863.
- G. De Angelis d'Ossat - "Antichi cimiteri della Via Tiburtina", in RAC XXV, 1949, p. 122.
- Z. Mari - "Tibur III", "Forma Italiae", I, XVII, Firenze 1983,pp. 220-229.
- E. Moscetti - "La basilica martiriale di Santa Sinforosa al nono miglio della via Tiburtina" in "Annali di Storia Tiburtina", 1998, pp. 41-62.
- F. A. Sebastiani - "Viaggio a Tivoli", Foligno 1828, p. 17.
- R. Stappleford - "The excavation of the early christian martyrs complex of Sinforosa near Rome", Ann Arbor 1976.
- E. Stevenson - "Scoperta della basilica di S. Sinforosa e dei suoi sette figli al nono miglio della Via Tiburtina", Studi in Italia, Roma 1878, pp. 1-92.
- P. Testini - "Le catacombe e gli antichi cimiteri cristiani in Roma", Bologna 1966, p. 179.
- P. Testini - "Archeologia Cristiana", Bari 1980, p. 136.
- R. Valentini - G. Zucchetti - "Codice topografico della città di Roma", Roma, 1940/53, II, pp. 69-70 - 80-82, 135-145.
- J. R. - "Vulpio, Vetus Latium Profanum", Roma 1745, X, pp. 567-568.

L'Autrice intende esprimere la propria sincera stima al prof. Zaccaria Mari, amico e collega, insigne "genius loci" del territorio tiburtino.
Un grazie particolare a Flavia Schivo per le puntuali traduzioni dalle fonti antiche.

Gabriella Cetorelli Schivo è archeologo direttore presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Ufficio del Segretario Generale - Area II BCP - Servizio Tecnico - Via di San Michele 22 - Roma).
Specializzata in archeologia medievale ha curato pubblicazioni sulla pedagogia del patrimonio, sulla didattica museale, su aspetti di vita romana antica, su scavi e restauri condotti nella Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio, presso cui è stata per anni funzionario archeologo responsabile del servizio delle esposizioni, del settore comunicazione ed eventi e dei servizi educativi, come pure responsabile della tutela del territorio.

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