
GLI ARTICOLI DEI LETTORI...

IL BAPHOMET DEI TEMPLARI... A FIRENZE?
di Roberto Volterri e Alessandro Piana per Edicolaweb

In tutte le province essi possedevano idoli, teste con tre facce, con una sola o anche crani umani... Nelle loro assemblee e soprattutto nei Grandi Capitoli essi adoravano l’idolo come un Dio, come il loro Salvatore, affermavano che questa testa poteva salvarli, che concedeva all’Ordine tutte le sue ricchezze e che faceva fiorire gli alberi e germinare le piante della terra.

Chi erano mai questi personaggi dediti all’adorazione di una misteriosa testa?
Immaginiamo che gli appassionati di Mistero l’avranno già capito, si tratta dei Cavalieri Templari, l’ordine monastico cavalleresco che, più di ogni altro, ha fatto versare i tradizionali fiumi d’inchiostro riguardo le loro misteriose ed enigmatiche vicende.
Argomento a proposito del quale abbiamo anche noi aggiunto la nostra "parte di inchiostro" pubblicando il nuovissimo lavoro "Baphomet: sulle tracce del misterioso idolo dei Templari".
Riteniamo necessaria una premessa: non è stata nostra intenzione, durante la stesura del libro, ripetere l’intera storia dell’arresto, degli interrogatori, delle torture e delle condanne dei Templari che caratterizzarono la Francia di quei lontani anni compresi tra il 1307 e il 1314. Il prologo di quella che potremmo definire una tragica farsa, una farsa che coinvolse un re di Francia, un papa e tutta una serie di personaggi che dal crollo dell’impero templare avevano molto, moltissimo da guadagnare.
Per tutto questo rimandiamo al nostro libro e, per i particolari di carattere storico, rimandiamo i lettori più interessati all’ampia messe di libri sull’argomento.
In questo nuovo lavoro abbiamo analizzato le vicende relative a quello che si ritiene essere l’idolo adorato dai Templari durante le loro cerimonie segrete, il "Baphomet". Ripercorrendo le diverse ipotesi formulate riguardo la sua natura, ci siamo soffermati sulla possibilità che ancora oggi si possano trovare tracce dell’idolo sulle terre in cui operarono i Poveri Cavalieri del Tempio di Salomone, compreso il nostro Bel Paese.
In queste brevi note visiteremo, in particolare, una località italiana: Firenze.
Prima di arrivare nella splendida cittadina toscana facciamo un breve salto indietro nel tempo...

SULLE TRACCE DEL BAPHOMET
Le testimonianze, raccolte durante il processo, fanno supporre che in ogni Casa templare esistesse uno, o più, di questi idoli nelle sue diverse forme. In realtà durante le perquisizioni effettuate dagli uomini di Filippo il Bello, non si trovò alcun esemplare dell’idolo misterioso. Tranne che in un caso...
L’11 maggio del 1311 al fine di far luce sulla natura dell’idolo, la commissione pontificia chiede a Guillaume Pidoye, l’amministratore dei beni sequestrati all’Ordine del Tempio, se avesse trovato qualcosa di particolare durante il sequestro. Guillaume racconta di quanto ritrovato nel Tempio di Parigi:

"Una testa grande e bella, d’argento dorato, che rappresentava un volto femminile e racchiudeva le ossa di un cranio, avvolte in un panno bianco coperto da una stoffa rossastra."

Non c’era altro nella casa del Tempio oltre che questa testa recante l’enigmatica iscrizione "Caput LVIII m", secondo gli storici un semplice numero d’inventario.
Probabilmente Guillaume si trova di fronte ad un semplice reliquiario forgiato a busto di donna, usato per conservare le ossa di qualche santa recuperate dai Templari durante la loro permanenza nella terra dove il Cristo predicò, dove la Maddalena visse e soffrì insieme a lui...
Da quanto emerge dalle deposizioni estorte con la tortura, infatti, si crea confusione tra l’idolo misterioso, il "Baphomet", e il contenitore in cui questo veniva conservato al punto che spesso l’uno era scambiato con l’altro.
Di chi potevano essere quelle reliquie così preziose al punto di venire conservate nella casa madre del Tempio, in quel di Parigi? E quell’iscrizione "Caput LVIII m" rappresenta molto semplicemente un numero d’inventario?
Forse no, forse il numero 58 seguito da una "m" potrebbe avere una valenza esoterica particolare, forse la "m" potrebbe ricondurci al simbolo astrologico della Vergine...
Interessante è il fatto che il simbolo astrologico della Vergine, nel linguaggio iconografico medievale, rappresenta Notre-Dame. In questo caso sarebbe stato un riferimento diretto alla Vergine Madre alla quale i Cavalieri del Tempio erano profondamente devoti.
Indipendentemente da questi legittimi dubbi il "Caput LVIII m" risulta essere l’unico idolo, l’unico "Baphomet", ritrovato.
Dove si trovano gli altri?
Giunti a questo punto della trattazione la nostra ricerca, come di consueto, si stacca dalle affascinanti pagine della storia, abbandona momentaneamente gli antichi e polverosi volumi per passare alla fase decisamente più avvincente, quella della ricerca sul campo. Questa è la fase in cui occorre staccarsi dai Dogmi o, perché no, dai pregiudizi e osservare con obiettività ciò che ci troviamo di fronte, solo in questo modo è possibile analizzare i fatti nei loro molteplici aspetti al fine di creare un quadro della situazione quanto meno attendibile.
Anche in questa indagine sul mistero che avvolge l’idolo dei Templari ci siamo armati della proverbiale pazienza e abbiamo intrapreso un viaggio sulle tracce dell’idolo, visitando tutte quelle località in cui le leggende, le tradizioni locali e i dati storici indicano la presenza dell’obiettivo della nostra ricerca, il "Baphomet".
Il nostro viaggio ci ha portato a seguire un itinerario nel Vecchio Continente partendo dalla Francia, la terra che ha cullato la nascita e lo sviluppo dei Templari, passando per le atmosfere gotiche della vecchia Inghilterra, percorrendo le polverose strade di due terre ricche di elementi interessanti come la Spagna e l’Austria, per concludere il nostro viaggio in Italia dove abbiamo constatato come i segni e i simboli talvolta siano più vicini a noi di quanto solitamente si pensi.
Iniziamo quindi il nostro viaggio ricco di spunti curiosi e interessanti sorprese...

PALAZZO VECCHIO, FIRENZE
Nel panorama italiano una notevole importanza era rivestita dagli insediamenti templari presenti in Toscana.
Nella città di Firenze si trova ancora oggi la chiesa di San Jacopo in Campo Carbolini, situata in pieno centro cittadino, che nel medioevo era destinata ad accogliere i pellegrini che arrivavano, attraverso i valichi appenninici, sia dalla Liguria che da un po’ tutto il nord Italia.
Non è però questa la meta della nostra prima tappa italiana. Rimaniamo sempre nel centro della città e dirigiamoci verso un luogo frequentatissimo dai turisti in cerca di bellezze artistiche, Palazzo Vecchio.
Qui l’avventuroso cercatore del "Baphomet" templare può ammirare un antico affresco del XIV secolo in cui compare una curiosa testa barbuta da qualche studioso ritenuta essere appunto il misterioso idolo che i Templari avrebbero adorato. O almeno così, più o meno volentieri affermarono durante i processi seguiti alla loro cattura.
Un grazioso libro di Giulio Cesare Lensi Orlandi Cardini, intitolato "Il Bafometto dei Templari a Firenze", ci introduce nei processi contro i Templari tenutisi in Italia. Papa Clemente V incarica i vescovi di Cremona e Firenze e gli arcivescovi di Pisa e Ravenna di istruire i processi nei confronti dei membri dell’Ordine del Tempio presenti in Italia. Essi si avvalgono della collaborazione di Pietro Giudici, giudice romano, al fine di ottenere le confessioni attraverso la tortura. Il 30 settembre del 1311 Antonio degli Orsi, vescovo di Firenze, l’arcivescovo di Pisa e Pietro Giudici iniziano i loro interrogatori.
Nelle deposizioni dei cavalieri emerge, come già avvenuto in Francia, l’adorazione di una testa "pallida dalla chioma nera" che era chiamata "Maginat", l’immagine.
E di questa immagine, del "Maginat", esiste, sempre secondo il Lensi Orlandi Cardini, una rappresentazione a Palazzo Vecchio.
Nella "Salotta del Quartiere di Leonora" si trova un affresco trecentesco strappato dall’ottocentesco Teatro Verdi, costruito dove per secoli vi erano le Carceri delle Stinche.
Ma l’affresco, prima di approdare nell’attuale sua sede definitiva, ebbe vita burrascosa. Nel 1834 l’affresco non era lì: "esisteva un Tabernacolo, con una dipintura - scrisse nel 1834 lo studioso Fraticelli a proposito di un palazzo ottocentesco dove per secoli avevano avuta sede le carceri dette delle Stinche - che si dice essere della scuola di Giotto, rappresentante Santa Reparata in atto di benedire le insegne delle Milizie della Repubblica fiorentina, che vanno ad espugnare vari paesi; e questa conservasi tuttavia, perché giudicata degna di essere conservata". Successivamente, il Comune di Firenze, attribuendo all’affresco il titolo "La cacciata del Duca d’Atene" - forse erroneamente - lo trasferì dove oggi è, grazie anche al munifico intervento del donatore, l’avvocato Riccardo Castellani.
Questo affresco, noto per riportare la più antica rappresentazione conosciuta di Palazzo Vecchio ricorderebbe la cacciata di Gualtieri conte di Brienne e duca d’Atene, che resse la signoria della città per undici mesi a partire dal mese di settembre del 1342, ad opera delle milizie popolari avvenuta il 26 luglio 1343, festa di Sant’Anna.
Ma il Lensi Orlandi Cardini non ci sta e chiedendosi:

"Per i fiorentini del Trecento la partenza del Duca francese, che avevan chiamato in aiuto, fu uno dei tanti avvenimenti quotidiani che non meritavan particolare ricordo iconografico. [...] E poi, perché un affresco per celebrare la riacquistata libertà cittadina sarebbe stato dipinto nelle Carceri delle Stinche che con la riacquistata libertà non hanno nulla a che fare, invece che su una parete d’una sala del Palagio della Signoria?"

...ci fornisce la sua interessante e personale interpretazione.
L’affresco la cui realizzazione è ufficialmente attribuita ad Andrea di Cione, detto l’Orcagna è di forma circolare con un diametro di circa tre metri. La scena rappresentata ritrae, al centro, il Palazzo della Signoria com’era all’inizio del Trecento, alla sua sinistra vi è una figura femminile assisa in trono che appare coperto da una sorta di tappeto sollevato in alto da due angeli intenti a vegliare la donna.
Questa figura femminile è impegnata a consegnare i tre gonfaloni di Firenze, del Popolo e del Comune ad altrettanti cavalieri in armi genuflessi.
A destra del Palazzo della Signoria vi è un uomo con barba e baffi, incappucciato ed elegantemente vestito, con: "la guarnacca stretta in su cintoli e le punte de’ manicottoli infino in terra foderati di vaio o di ermellino", come scrive nella sua aulica prosa il Vasari. L’uomo sembra allontanarsi, con aria preoccupata, tenendo in braccio una barbuta testa mostruosa, mentre si volge all’indietro per osservare un angelo che sembra avventarsi contro di lui, tenendo in mano una colonnina di pietra e uno staffile. Ai piedi dell’uomo possiamo notare una spada spezzata, una lancia spezzata, una bilancia, un libro chiuso e uno scudo deformato, oggetti con una probabile valenza simbolica.
In tempi andati l’affresco era circondato dai dodici segni zodiacali, ma oggi è sopravvissuta solo la "Costellazione del Leone". Sono scomparse - oltre alla vivacità dei colori - anche alcune scritte che avrebbero certamente contribuito a far meglio comprendere il significato dell’opera. L’affresco, d’altra parte, fu realizzato quasi sette secoli or sono, tra il 1323 - anno in cui ebbe inizio la costruzione dell’Arengario - e il 1349.
Ma perché parlarne in questo articolo, e nel nostro libro, dedicato alla ricerca delle evanescenti tracce del "Baphomet"?
Il Lensi Orlandi Cardini trova in questa rappresentazione un elemento interessante che permetterebbe di negare l’ipotesi che in questo affresco sia stato rappresentato l’episodio della cacciata del duca d’Atene: "in ogni caso l’arme dipinta al centro dello scudo non è quella di Gualtieri di Brienne".
Lo studioso afferma, ostentando sicurezza:

"L’affresco dipinto [...] si riferisce alla distruzione dell’Ordine dei Templari ammirato e venerato da Dante e dai Fedeli d’Amore e allude alle condanne degli ultimi cavalieri fiorentini rinchiusi nelle Stinche e dei quali la storia non parla. La figura del gentilòmo che s’allontana [...] rappresenta l’Ordine del Tempio cacciato dalla storia e dalla vita che si ritira nella sede invisibile sul Montsalvat. Dietro al gentilòmo resta vòto e incustodito il Trono marmoreo e trionfale della Tradizione e del Gran Maestro, Jacques de Molay. La scena è centrata con la rappresentazione del Palagio della Signoria che non significa lo stato fiorentino, la sua modesta repubblica, ma la società umana civilmente organizzata e fortificata a difesa delle minacce e dei sovvertimenti, quel Palagio, come la Montagna, la Caverna, la Rocca o il Tempio, è il simbolo del Centro Supremo dai molteplici nomi misteriosi, Tule, Luz, Salem, Agata, del quale i Templari furono gli eroici custodi."

Secondo questa rappresentazione quindi è rappresentato un Cavaliere dell’Ordine del Tempio che, cacciato dalla storia e dalla quotidianità, si ritira a Montsalvat, laddove è custodito il Santo Graal; lo fa proteggendo con molta cura una testa barbuta.
La natura di questa testa ce la svela l’autore:

"Cosa si limita a portar via con sé il Cavaliere vestito da principe? Porta via il Bafometto che accoglie tra le braccia come un bambino perché non soffra e che ci fissa con gli occhi impassibili come per ipnotizzarci."

La descrizione del "Bafometto" prosegue più avanti:

"È un animale alato con la testa d’un òmo barbuto e calvo che fissa severo l’osservatore, sotto la mano destra del gentilòmo, che con grazia lo sorregge, appaion le zampe posteriori d’un leone. Il Bafometto fiorentino con la testa umana, il corpo d’aquila e le zampe di leone riassume in sé i varilori assoluti della Tradizione regale e solare. Il terrificante Bafometto, come tutti i mostruosi enigmi della sapienza antica, non fu che un simbolo in cui gl’iniziati del Tempio fissaron gli elementi fondamentali della Tradizione."

Eccolo quindi svelato il significato dell’affresco conservato a Palazzo Vecchio, l’Ordine del Tempio ormai distrutto si allontana dalla Storia per nascondersi nella sua Sede Invisibile portando con se i suoi simboli come il "Maginat", l’immagine, il Bafometto che viene portato in salvo per salvare, con esso, la Tradizione esoterica che avrebbe animato una ristretta cerchia dei Poveri Cavalieri di Cristo.
Preferiamo fermarci qui, invitando il lettore ad indagare più a fondo - de visu - sull’affresco fiorentino: chissà che non ne scaturiscano altre acute osservazioni che possono senza dubbio contribuire ad avere una visione più ampia, più veritiera del nostro imprendibile idolo...

FIRENZE: UNA TAPPA ITALIANA DELLA SINDONE?
Nel nostro libro abbiamo ipotizzato, supportati da alcune deposizioni dei cavalieri, come il "Baphomet" avrebbe potuto essere la Sacra Sindone opportunamente ripiegata in modo da mostrarne unicamente il volto barbuto.
Partendo da questa supposizione, unita all’affresco dell’Orcagna appena analizzato, è nostro desiderio fornire ai lettori lo spunto per un’ulteriore riflessione.
Dopo quasi centocinquant’anni di oblio la Sindone ricompare in terra di Francia, nel 1356, nelle mani di Geoffroi de Charny I, signore delle terre di Lirey.
Allo stesso modo abbiamo ricordato come da più parti - e a queste abbiamo aggiunto anche delle nostre personali ipotesi nel libro - si ritiene che la Sindone sia arrivata nelle mani di Geoffroi I attraverso quel Geoffroi de Charny, Precettore di Normandia, bruciato sul rogo acceso sull’isolotto di "Pont Neuf" al tramonto del 18 marzo 1314, quando tra le fiamme si spegnevano gli ultimi palpiti dell’Ordine del Tempio.
Ora è il caso di fare un po’ di chiarezza sulla figura di Geoffroi de Charny I.
Egli inizia ad essere menzionato nei registri degli archivi francesi a partire dal 1336. Di lui sappiamo che ebbe una vita avventurosa in nome degli ideali cavallereschi al punto che nel 1355 il re di Francia lo nomina "Porte Oriflamme". Geoffroi I diviene quindi l’incaricato a portare lo stendardo di battaglia del re, l’Orifiamma, un drappo di tessuto rosso simbolo dell’onore e del potere del re di Francia. Questo onorevole compito viene svolto dal prode cavaliere fino alla morte avvenuta eroicamente nella battaglia di Poitiers, il 19 settembre del 1356, combattuta contro gli inglesi.
Insieme al nobile di Lirey nella stessa battaglia perde la vita anche un altro suo illustre compagno d’armi, Gualtieri VI conte di Brienne e duca d’Atene...
Comincia a farsi strada un dubbio...
Gualtieri VI conte di Brienne e duca d’Atene? Proprio colui che resse la signoria della città di Firenze per undici mesi dal settembre del 1342, fino al momento della sua cacciata, in seguito alla rivolta delle milizie popolari, avvenuta il 26 luglio del 1343!
Ma per quale motivo Gualtieri VI conte di Brienne detiene anche il titolo di duca di Atene?
Il motivo è piuttosto semplice. Egli altro non era che il pronipote di Otto de la Roche, già feudatario della Franca Contea, che nel 1205 in seguito all’assedio di Costantinopoli riesce a farsi investire del nobile titolo di duce d’Atene.
Stiamo parlando di quel Otto de la Roche, o di Brienne, che viene riconosciuto essere in possesso della Sacra Sindone - ma non solo... - nel periodo successivo all’assedio di Costantinopoli del 1204.
Della Sacra Sindone ma non solo, appunto!
Già, poiché come abbiamo detto, prima di morire, Otto invia al padre Ponce la preziosa reliquia che passerà alla storia come il Sudario di Besançon, e che non è quello che comparirà molti anni dopo sempre in Francia, nella regione della Champagne.
Che ne fu quindi della Sindone?
Abbiamo ipotizzato che quella inviata in Francia da Otto de la Roche era, come è legittimo pensare visti i rischi a cui potevano andare incontro le reliquie in quel tempo, solo una semplice riproduzione del Sacro Lenzuolo, mentre il Sacro Telo si trovava ancora nelle sue mani.
Possiamo ipotizzare che la Sacra Sindone sia passata, attraverso le generazioni, nella mani dei duchi di Atene fino a quando Gautier VI, suo pronipote, non abbia deciso di consegnarla nelle mani di Geoffroi de Charny I compagno d’armi e d’ideali, e anch’egli nobile feudatario della Champagne.
Ma il motivo del possesso di Geoffroi I potrebbe anche essere un altro, di carattere familiare.
Vediamo...
La Sindone, infatti, avrebbe potuto essere un bene di famiglia portato in dote a Geoffroi I dalla moglie Jeanne de Vergy, anch’essa pronipote del primo duca d’Atene, Otto de la Roche.
Può essere questo il motivo per il quale la famiglia di Charny non rivelò mai la provenienza del Sacro Lenzuolo?
La Sacra Sindone, quindi, potrebbe essere transitata da Firenze, nelle mani di Gualtieri VI conte di Brienne e duca d’Atene, in quanto bene di proprietà della famiglia prima di ricomparire molti anni più tardi a Lirey?
È solo una ipotesi.


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