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PRIMI INSEDIAMENTI UMANI IN SARDEGNA

di Valentino Rocchi
per Edicolaweb

 

[Tempio a terrazze - 40K .jpg] [Statue "menhir" - 33K .jpg] [Dolmen come sepoltura - 34K .jpg] [Principali insediamenti - 34K .jpg] [Costruzioni fortificate - 39K .jpg] [Tomba dei giganti - 24K .jpg] [Costruzioni destinate a scopi diversi - 32K .jpg] [Pozzi e fonti sacre - 34K .jpg] [Templi a pozzo - 29K .jpg]
 

I primi uomini della Sardegna giunsero dalla vicina Africa, dalla penisola italiana e da quella iberica.

Le tracce lasciate dall’uomo nell’isola sono costituite da strumenti di pietra scheggiata ritrovati a Perfugas (Sassari) risalenti al Paleolitico inferiore (500.000-100.000 a.C.) e da quelle ritrovate a Oliena (Sassari) risalenti al paleolitico superiore (35.000-10.000 a.C.).
Nei primi due millenni del neolitico (6000-2700 a.C.) l’isola iniziò ad essere abitata stabilmente. I sardi di allora vivevano in grotte e ripari, si nutrivano di molluschi e piccoli animali, adoperavano vasi di ceramica; dovevano già avere sviluppato una profonda religiosità, testimoniata da statuette femminili di basalto raffiguranti il culto della Dea Madre.
Nel neolitico medio (4000-3500 a.C.) fiorisce la cultura di Bonu Inghinu. Gli uomini di questa cultura sapevano coltivare il grano, e addomesticare gli animali. I defunti iniziavano ad essere sepolti nelle grotte artificiali, tanto frequenti in Sardegna, chiamate "Domus de janas" o "case delle fate".
Il culto della Dea Madre è ancora l’elemento centrale della loro religiosità.
Le vicende culturali dell’Eneolitico antico (2700-2500 a.C.) non sono del tutto definite.
Due culture però si sviluppano e lasciano un segno evidente nella Sardegna di quel periodo: la cultura di "Filigosa", dal nome di una località presso Osilo, e la cultura di "Abealzu" dal nome di una località presso Macomer. Nel contesto di queste due culture gli archeologi inseriscono un importante monumento, di architettura megalitica, unico nel mondo occidentale: il tempio a terrazze di Monte d’Accoddi, nei dintorni di Sassari.
È una collina artificiale a pianta quadrangolare alta circa dieci metri, simile alle ziggurat mesopotamiche: era probabilmente un tempio dedicato ad una civiltà celeste, forse al Sole. I riti sacri si svolgevano alla sommità della costruzione alla quale si accedeva mediante una rampa. Di fianco alla rampa stava un grande altare sacrificale di pietra calcarea, visibile ancora oggi.
Un’altra spettacolare espressione delle culture eneolitiche sono le statue "menhir" di Laconi (Nuoro). Non sono semplici "menhir": sulla pietra furono scolpite spade, corna taurine, occhi e non rappresentano divinità, ma più probabilmente eroi, guerrieri mitici.
Al 2500 a.C. risalgono i primi reperti che testimoniano la nascita di un’altra civiltà preistorica sarda, la cultura di Monte Claro, dal nome di un colle della città di Cagliari. In questo periodo vengono innalzate per la prima volta muraglie megalitiche ancora oggi visibili.
Verso il 2000 a.C. la Sardegna viene interessata dalla corrente culturale campaniforme che ebbe ampia diffusione in tutta l’Europa centro-occidentale. I protosardi continuano in questa fase ad utilizzare le necropoli a "Domus de janas" per le loro sepolture. In linea con il megalitismo dell’Europa occidentale, sono il centinaio di dolmen usati come sepoltura tra il terzo ed il secondo millennio a.C..
Nel bronzo antico (1800-1600 a.C.) nasce e si diffonde la cultura di Bonnannaro, precursore dei nuragici.
I primi veri nuraghi sono costruiti attorno al 1500 a.C..
La parola nuraghe deriva dall’antica radice pre-indoeuropea "nur" che significa mucchio cavo. I nuraghi sono torri troncoconiche di pietra a base circolare costruite sovrapponendo grandi massi fra loro. L’interno ha una struttura a "tholos": la "tholos", o falsa cupola, veniva edificata sovrapponendo file circolari di massi le une sulle altre, con i massi di una fila sporgenti leggermente verso l’interno rispetto a quelli della fila sottostante.
I nuraghi stanno in piedi, alcuni da 3500 anni, grazie ad una ben calibrata distribuzione di pesi, senza che vi traccia di materiale cementanto. Tra i circa 7000 nuraghi esistenti in Sardegna, la maggior parte sono semplici, formati soltanto da una torre con un ingresso alla base, un unico grande vano interno, alcune nicchie scavate nell’intercapedine e una scala, anch’essa nell’intercapedine, che porta alla sommità della torre.
Ci sono poi nuraghi più complessi formate da più torri raccordate ad una torre centrale; hanno molte stanze, possono avere più di un piano e poi corridoi, scale e camminamenti coperti.
Sono fortezze nuragiche di arcaica bellezza e maestosa complessità.
Praticamente tutti i nuraghi sono collocati sulla cima di una collina ai margini di un altopiano, comunque in una posizione di dominio rispetto al territorio circostante. Questo elemento, insieme al carattere di fortezza, viene considerato determinante dagli archeologi per ritenere che i nuraghi fossero costruzioni fortificate a scopo di difesa.
La Sardegna è un’isola abbastanza distante dalle terre continentali e dalle altre isola del Mediterraneo; da chi dovevano difendersi dunque i nuragici e perché costruirono così tanti nuraghi?
È difficile pensare che avessero principalmente una funzione militare. Chiunque li abbia visitati comprende come rifugiarvisi all’interno, in caso di attacco, poteva significare solo fare una fine miseranda.
C’è di più. I nuraghi hanno generalmente una sola apertura di accesso e questa, come risulta da studi effettuati su 107 nuraghi, hanno un orientamento non casuale. In molti casi le aperture erano orientate in direzione dei punti in cui sorgevano le stelle di Sirio e Alpha Centauri nelle epoche corrispondenti all’anno 2000 e all’anno 1000 a.C..
Non manca molto, giunti a questo punto, per collegare i nuraghi a culti astrali e solari. Questa convinzione è rafforzata dalla considerazione degli orientamenti dei diversi altari vicini alle torri megalitiche, alcuni dei quali appaiono chiaramente orientati verso il punto di alzata del Sole al solstizio d’estate.
I nuraghi non esauriscono comunque la serie di costruzioni megalitiche della Sardegna dell’età del bronzo.
Il culto dei morti era essenzialmente fondato sulla coppia Dea Madre - Dio Toro, e a questo sentire il popolo dei nuraghi diede forma nelle arcaiche e solenni architetture delle tombe monumentali dette "tombe dei giganti".
Questo è il nome che hanno in Sardegna i sepolcri collettivi monumentali del periodo nuragico e nasce dalla credenza che tombe tanto grandi servissero solo a tumulare uomini giganteschi. La "tomba dei giganti" ha una facciata semicircolare a forma di corna taurine costituita da lastroni di pietra affiancati e confitti verticalmente nel terreno, oppure da un muro di grossi massi. Al centro della facciata semicircolare c’è una grande stele monolitica che reca, in basso, una porticina di accesso alla tomba. Lungo il semicerchio, all’esterno ci sono alcuni sedili di pietra sui quali dormivano i parenti dei sepolti per comunicare con i loro cari attraverso i sogni: era questa la pratica dell’incubazione (dal latino incubo = dormo).
Spesso di fronte alla facciata della tomba dei giganti è presente un piccolo "menhir" chiamato in sardo "betile".
I "betili", simboli fallici di fertilità, sono simili a piccoli coni di pietra sui quali talvolta sono scolpite piccoli seni, oppure due occhi: i "betili" con i seni, rappresentano la copulazione della divinità maschile e di quella femminile per riaccendere la vita ormai spenta del defunto; quelli con gli occhi rappresentano una divinità a guardia del defunto.
I santuari realizzati tra il 1300 a.C. e il 900 a.C. sono complessi comprendenti costruzioni diverse destinate a scopi diversi: templi sacri, grandi rotonde per assemblee, ampli spazi recintati per affari e contrattazioni.
La costruzione più importante del santuario era il "tempio a pozzo" dove si svolgevano le cerimonie legate al culto delle acque.
I nuragici avevano infatti una religiosità di tipo naturalistico fondata sull’adorazione degli elementi della natura, considerati contenenti lo spirito divino; erano oggetti di culto le pietre, gli alberi e particolarmente radicato era il culto dell’acqua, piovana o sorgiva, considerata preziosa in una terra arida come la Sardegna.
I templi a pozzo hanno una struttura composta di tre parti essenziali : il vano di ingresso, al livello del suolo, la scala che scende nel terreno e il vano interrato, con la volta a falsa cupola. Sul fondo del vano interrato, ai piedi della scala c’è la fonte sacra. In superficie un recinto delimita l’area sacra. Si contano 40 circa di questi pozzi in tutta l’isola. Osservandoli, è palese la loro valenza di osservatori astronomici.
Un altro tipo di culto era quello della grotta, dover una stalagmite fungeva da altare e poco lontano c’era il focolare sacrificale; probabilmente si venerava una località sotterranea.
Il Dio Toro e la Dea Madre, simboli di fecondità, rappresentavano per i nuragici l’essenza del divenire del loro universo, le due forze che unendosi generano la vita.
La civiltà nuragica nacque dall’incontro di genti mediterranee di culture diverse, sul suolo del piccolo continente sardo. Nacque in Sardegna e non in altro luogo e fu la Sardegna a dare forma così inconfondibile alla fusione di quelle civiltà. Ciononostante edifici del tutto simili ai nuraghi sono stati ritrovati in luoghi apparentemente privi di collegamenti e certo lontanissimi, come l'Isola di Pasqua.


									

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