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ROBOT E AUTOMI DEL PASSATO

di Valentino Rocchi
per Edicolaweb

 

L’uomo antico ha realizzato un gran numero di macchine, molte delle quali assai simili a quelle che usiamo noi oggi.

Nell’antichità furono realizzate pompe per l’acqua, argani, montacarichi, catapulte, ruote ad acqua e persino giochi e divertimenti. Anche se può sembrare incredibile, esistevano distributori a monete, robot, e anche calcolatori, radio e televisori. Noi oggi abbiamo prove certe dell’esistenza di alcuni robot, mentre di altri ne siamo venuti a conoscenza solo tramite storie e leggende.

Nel suo libro "We Are Not the First" ("Non siamo i primi"), lo storico Andrew Tomas scrive:

«Secondo una leggenda greca, Efesto, il "fabbro dell’Olimpo" costruì due statue d’oro che rappresentavano due giovani donne in carne e ossa. Potevano muoversi di proprio arbitrio e si affrettavano a raggiungere il dio zoppo per aiutarlo ogni volta che questo si alzava per camminare. Non si può certo negare che il concetto di automazione fosse già noto nell’antica Grecia.
Gli ingegneri di Alessandria, già più di 2000 anni fa, possedevano oltre un centinaio di robot tutti differenti.
Il leggendario Dedalo, padre di Icaro, si dice abbia costruito delle statue antropomorfe che si muovevano autonomamente. Platone diceva che i suoi robot erano così attivi che era necessario controllarli perché non scappassero via di corsa! Qual era la fonte di energia che li faceva muovere?
Allo stesso modo, nei templi dell’antico Egitto, come anche a Tebe, si possono osservare raffigurazioni di dèi che gesticolano e parlano. E assai probabile che molti erano manovrati dai sacerdoti che vi si nascondevano all’interno, ma altri forse erano in grado di muoversi meccanicamente. Le luci intermittenti, come nel caso dei famosi occhi luminosi e sfavillanti della statua di Iside a Karnak, erano semplicemente una sorta di luci elettriche.
Le leggende greche, romane, persiane, indù e cinesi contengono tutte dei riferimenti a quelli che noi chiamiamo robot: macchine che somigliavano agli umani e come essi si muovevano. I Cinesi, ad esempio, amavano dei draghi di bronzo le cui code si dimenavano in modo automatico.
Nell’antica narrazione greca della ricerca del vello d’oro, Giasone e gli argonauti nel corso dei loro viaggi e avventure leggendari approdarono a Creta. Medea disse loro che Talo, l’ultimo uomo rimasto dell’antica razza di bronzo, si era stabilito lì. Apparve poi una creatura metallica che minacciava di distruggere la nave Argo con lanci di pietre se si fossero avvicinati ulteriormente. Era forse un robot?»

Tomas scrive ancora:

«Le conoscenze tecniche per la costruzione dei robot erano scritte sui libri di magia codificati e furono pertanto conservate per molti secoli. Si narra che il monaco Gerberto d’Aurillac (920-1003), che divenne in seguito papa Silvestro Il, avesse posseduto un robot di bronzo che sapeva rispondere alle domande che gli venivano poste. Era stato costruito dal papa stesso "sotto l’influenza di particolari aspetti stellari e allineamenti planetari". Questo primitivo calcolatore sapeva rispondere sì o no alle domande concernenti importanti questioni di politica e religione. Non è escluso che esistano ancora oggi, conservati nella Biblioteca Vaticana, dei documenti su questo "metodo di programmazione ed elaborazione". Dopo la morte del papa, la "testa magica" fu fatta sparire.
Alberto Magno (1206-1280), vescovo di Regensburg, era un uomo di grande cultura e autore prolifico nel campo della chimica, medicina, matematica e astronomia e impiegò vent’anni della sua vita per ultimare la costruzione del suo famoso androide. Nella sua biografia si legge che l’automa era costituito di "metalli e sostanze sconosciute, scelte in base alla disposizione delle stelle". L’uomo meccanico camminava, parlava ed era anche un ottimo domestico. Alberto e il suo discepolo Tommaso d’Aquino dividevano la stessa casa e l’automa si prendeva cura di loro. Secondo la storia, un giorno il robot aveva parlato e ciarlato tanto da far uscire di senno Tommaso d’Aquino il quale prese un martello e lo distrusse.
Questa storia non deve essere accantonata come semplice racconto fantasioso. Alberto Magno era un vero studioso e nel XIII secolo dimostrò che la Via Lattea era un conglomerato di stelle molto distanti. Alberto e Tommaso furono in seguito canonizzati dalla Chiesa cattolica.
La parola androide è stata anche utilizzata dalla scienza nel significato di robot o automa.
Esistevano delle sfere celesti metalliche dotate di parti che meccanicamente si muovevano. La Terra si trovava al centro e rimaneva al suo posto mentre il firmamento girava tutt’intorno ad essa. La sfera veniva fatta girare da uno strumento meccanico e si muoveva in perfetta sintonia con il reale movimento della volta celeste.
Secondo Cicerone (I secolo a.C.), Marco Marcello possedeva una sfera che gli era stata portata in dono da Siracusa: la sfera mostrava il movimento del Sole, della Luna e dei pianeti. Cicerone assicura che la macchina era un’invenzione molto antica e che un modello astronomico simile era esposto nel tempio della Virtù a Roma. Talete di Mileto (vi secolo a.C.) e Archimede (III secolo a.C.) erano considerati i costruttori di questi strumenti meccanici.
Il ricordo dei planetari è rimasto vivo per molti secoli: lo storico Cedreno scrive che all’imperatore di Bisanzio Eraclito, quando entrò nella città di Bazalum, fu mostrata una macchina immensa che rappresentava il cielo notturno con i pianeti e le loro orbite che era stata fabbricata per il re Corsoe di Persia (VII secolo d.C.).»


									

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