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COSMOLOGIA E MITO DELL'ANTICO EGITTO
di Mara Parea per Edicolaweb
La vita di tutti i giorni dell’Uomo Egizio è scandita dal rispetto delle regole tramandate dai Miti delle cosmogonie. L’uomo vive secondo canoni precisi ripresi dagli esempi di vita condotta dagli dei nell’aldilà.

Il Mito serve per comunicare la conoscenza. I Miti Egizi, che ci vengono tramandati dai testi delle Piramidi, ci trasmettono infatti anche la storia sociale di un antichissimo e coltissimo popolo.
Una testimonianza viene fornita dalla "Pietra di Palermo": un frammento di una lastra di pietra nera, che reca la lista dei re d’Egitto a partire da Menes, primo sovrano della I dinastia, fino almeno a Neferirkara, terzo re della V dinastia. Purtroppo il documento è incompleto e la sua origine è ignota.
Fu acquisito dal Museo di Palermo in seguito ad un lascito nel 1877 e, negli anni successivi, nel commercio dell’antiquariato, comparvero sei nuovi frammenti, ora conservati al Museo del Cairo e all’University College di Londra.
In particolare, i frammenti del Cairo elencano i re che recano sul capo alternativamente la corona dell’Alto e del Basso Egitto.
Nel III secolo a.C. il sacerdote e storico egizio Manetone, che su richiesta di Tolomeo I ha scritto in greco la storia dell’Egitto ed il "Canone di Torino", un papiro del tempo di Ramses, presentano entrambi una formulazione cosmologica delle origini dell’Egitto, secondo la quale l’integrazione del Mito con la storia viene fatta ricorrendo all’esistenza di un’Età dell’Oro durante la quale gli dèi regnavano sulla terra.
Ra, con altri otto dei, faceva parte della "Grande Enneade di Eliopoli", personificazione di ogni bellezza, magia e potere cui fece presto seguito la "Piccola Enneade" che comprendeva Horus, Thoth, Anubi, Maat. Nonostante ci fossero nove dei nella "Grande Enneade", ognuno era solo e sempre il vero Uno, ciascuno rappresentava un aspetto del grande dio creatore, Atum.

"O tu, Grande Enneade che sei a On [Eliopoli] (e cioè) Atum, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti; o voi figli di Atum estendete la sua benevolenza ai suoi figli."

I Nove, ora con un nome ora con un’altro, regnarono per molti secoli, finché il mondo Egiziano, influenzato dai greci e dai romani prima e dal cristianesimo poi, cambiò definitivamente con l’avvento dell’uomo-dio sacrificale, Yeshua (Gesù). Ma anche allora si continuò a credere che i nove si erano semplicemente ritirati in un regno celeste o in un’altra dimensione; l’Enneade era andata via, forse per tornare un giorno gloriosamente.

Eliopoli era la sede della più antica "teologia". La cosmogonia eliopolitana è testimoniata da lunghi testi parietali trovati all’interno delle Piramidi, nella necropoli di Saqqara, ad ovest dell’Antica Menfi.
Il Dio primordiale della cosmogonia è dunque Atum, il dio Sole.
È il vero dio dell'Egitto, il Sole, oggetto di adorazione ovunque, anche se denominato con vari attributi e nomi. È Ra, il più grande di tutti gli dei d'Egitto, il Dio-Sole di On (Eliopoli, il più antico e prospero centro commerciale del Basso Egitto). È il Sole stesso, raffigurato di solito con la testa di falcone che sorregge il disco solare tra due ali o tra due serpenti. Suo simbolo è l'obelisco.

Ra è raffigurato con il corpo di uomo e la testa di falco. Generalmente era considerato il creatore e reggitore dell'universo; i suoi simboli principali erano il disco solare e l'obelisco. Il culto di Ra fu inizialmente locale, ma durante l'Antico Regno si diffuse in tutto l'Egitto. Il tempio principale del dio si trovava nella città di Eliopoli, che divenne un importante centro quando il culto fu adottato come religione di stato. In seguito Ra fu associato ad altre divinità importanti, in particolare Ammone e Horus.
Ci sono giunti due Miti che riguardano entrambi la sua vecchiaia.
Il primo è comunemente chiamato "II Mito della distruzione degli uomini":

«Ra, da millenni sovrano-dio dell'Egitto, viveva a Eliopoli in uno splendido palazzo e ogni giorno, a bordo della sua sontuosa barca, portava la sua luce e i suoi raggi benefici in tutto il paese; la notte si recava a illuminare il regno delle tenebre (Duat).
Ma, col passar degli anni, diventò decrepito; "le sue ossa erano d'argento, le sue carni d'oro, i capelli lapislazzuli". E il rispetto al sovrano, da parte dei sudditi, venne meno. Il grande Ra, indignato, decise di punire l'umanità per questo oltraggio alla propria maestà e convocò il concilio degli dei. Nun, il decano, propose che si giudicassero soltanto i colpevoli; ma Ra osservò che essi, avvertito il pericolo, si sarebbero rifugiati nel deserto. Fu deciso perciò di agire indiscriminatamente e, non appena l'occhio terribile di Ra si rivolse "contro i suoi bestemmiatori", questi fuggirono, come previsto, nel deserto. Ra chiamò a sé la dea Hathor e la trasformò in Sekhmet feroce dea della guerra dalla testa leonina, che fece un’orribile strage. Ma Ra voleva soltanto dare un esempio, non distruggere l'umanità intera; accortosi che Sekhmet, assetata di sangue, sfuggiva al suo controllo, mandò dei messi a Elefantina con l'ordine di raccogliere quanti più "didi" potessero, mentre alle sue ancelle comandò di preparare gran quantità di birra. Mescolatovi il succo delle bacche, ne inondò i campi "con settemila brocche". Sekhmet, credendola sangue, ne bevve a sazietà, si ubriacò "e non riconobbe più gli uomini". L'umanità fu salva, ma Ra perse la voglia di regnare ("II mio cuore è stanco d'esser con loro") e decise di salire in cielo. Nun chiamò allora la dea Nut, la trasformò in vacca e Ra le sali in groppa. Essa si alzò ritta sulle zampe, altissima: ma guardando in basso "tremò per l'altezza". Allora Ra chiamò il dio dell'aria Shu ordinandogli di sostenerla. Da quel momento il cielo è formato dalla Vacca Celeste sotto il cui ventre splendono le stelle e attraverso il quale la barca di Ra compie ogni giorno il suo percorso.»
Gheb, Sciu e Nut: Gheb e Nut, al momento della creazione, stavano coricati l’uno sull’altra. Per ordine di Ra, li separò Sciu; e Nut, puntando mani e piedi, si sollevò alta nel ciclo formando la volta celeste che, in queste caso, è il ventre d’una dea.
Anche in Egitto, dunque, esisteva il Mito della ribellione degli uomini contro il loro creatore, il quale allora decide di vendicarsi. Così venne sancita la separazione tra dei e uomini ed ogni categoria ricevette il proprio posto nell’universo, il quale conobbe, per questo, lo spazio ed il tempo.
Il secondo Mito riguarda il nome segreto di Ra, sebbene la protagonista sia Iside, qui rappresentata come ancella di Ra, ma in realtà astutissima dea che per acquistare la massima potenza doveva svelare ancora un unico segreto, "il nome sacro e nascosto di Ra":

«Per potersi impadronire del nome segreto di Ra, Iside prese del fango, ne formò un velenosissimo serpentello, ci sputò sopra e lo acquattò sulla strada che il vecchio Ra percorreva solitamente. Un giorno, passando di là, il dio fu morso dalla serpe. Le sue urla si levarono altissime, mentre il veleno invadeva la sua carne come il Nilo invade l'Egitto. Appena poté proferire parola disse: "Nessuno ha mai sofferto un simile dolore; non è fuoco, eppure il mio cuore brucia, non è acqua, eppure il mio corpo è madido di sudore e percorso da brividi". Accorse Iside che gli rivelò la causa del suo atroce soffrire e si disse pronta a usare tutte le possibili formule magiche contro il veleno; ma, aggiunse, per dar loro efficacia occorreva che vi fosse inserito il nome segreto di Ra (Colui del quale si pronuncia il nome, vivrà).
Ra snocciolò tutti i propri interminabili titoli protocollari come sovrano, poi tutti i suoi infiniti attributi come dio-Sole e tutti quelli di dio degli dei e degli uomini. Non servi a nulla. Alla fine con la bava alla bocca, divorato dal veleno, straziato da insopportabili sofferenze, cedette. Il suo nome segreto era rinchiuso in lui e per conoscerlo Iside dovette aprirgli il petto ed estrarlo dal suo cuore.
Pronunciato quel nome, d'incanto il dolore cessò.»

Per comprendere il significato del Mito del nome sacro di Ra si deve sottolineare la singolare importanza che gli Egizi davano al nome delle cose; infatti, tutto aveva un suo nome proprio, le piramidi i palazzi, gli scettri dei re, le statue. Queste ultime, poi, portavano inciso profondamente nella pietra il nome di colui che rappresentavano in modo che non venissero usurpate dai successori.
Eliopoli ispirò e motivò la costruzione dei grandi monumenti di Giza. Per la gente di quel tempo e di quel luogo, la teologia rappresentava l’apice di ogni conoscenza. Tutto ciò che esisteva era dio e tutto era una sua manifestazione.
I Testi delle Piramidi sono una delle maggiori fonti di conoscenza dell’antico Egitto e dalla loro lettura è possibile conoscere i principali protagonisti della religione eliopolitana.
La piramide di Unas diventò la prima piramide parlante; risale al 2350 a.C., circa anche se molti Egittologi sono del parere che i Testi delle Piramidi siano molto più antichi delle prime iscrizioni sopravvissute e che siano gli scritti religiosi più antichi del mondo che ci siano pervenuti. Lo scalpello del tagliapietre incise i primi segni dei Testi delle Piramidi.

Il faraone non se ne è andato da morto,
se ne è andato da vivo.
Il tema centrale di questi Testi è il viaggio nell’aldilà in cui il re identificato con Osiride ascende al cielo, ma in essi troviamo anche il bellissimo racconto della Creazione, che è il primo Mito Egiziano:

«Prima dell’atto creativo di Atum, l’universo era un vuoto d’acqua informe chiamato Nun. Da questo vuoto emerse una collina, il sacro Monte di Atum.»

Nonostante il suo carattere metaforico, si credeva anche che questo elemento fosse un luogo fisico, il luogo concreto dell’inizio di tutte le cose. Il tempio di Atum a Eliopoli era probabilmente costruito su questa collina. Anche se alcuni Egittologi di recente hanno sostenuto che in realtà si trattava del terreno rialzato della piana di Giza.
Secondo altri le piramidi volevano rappresentare il Monte Primordiale:

«Il dio eiaculò l’universo con un orgasmo esplosivo provocato masturbandosi. Questa emissione di energia capace di dare vita fecondò il vuoto di Nun. respingendone i confini per dare spazio all’espansione della creazione della materia.»
Nella versione originale Atum è presentato come un essere androgino: il fallo rappresentava il principio maschile e la mano quello femminile. Questo definisce uno dei cardini del sistema eliopolitano e tutto pensiero Egizio, l’idea dell’eterno equilibrio eterno maschile e femminile, la polarità yin-yang senza la quale governerebbe il caos:

«Dal getto dello sperma di Atum cominciò a svolgersi l’universo, arrivando gradatamente a manifestarsi nel mondo fisico e materiale in cui viviamo, ma solo dopo aver attraverso numerose altre fasi. Dall’atto creativo emersero due esseri, Shu e Tefnut. (l’elemento secco e l’elemento umido).»

La parola Shu significa anche "sollevare": il dio Shu separa Nut da Geb "sollevando" la cupola del cielo dalla terra. Il suo nome si scrive con la sagoma di una piuma (che il dio infatti reca sul capo). Le "ossa di Shu" servono al faraone per salire in cielo.

Dio dell'aria e della luce solare che in essa si rende visibile, Shu significa: "il fiato di Atum". Shu è maschio e rappresenta la potenza creativa, mentre Tefnut è femmina e incarna un principio d’ordine che limita, controlla e modella la potenza di Shu. Tefnut è rappresentata anche come la dea Maat, che presiede all’eterna giustizia. Insieme, Shu e Tefnut sono talvolta denominati congiuntamente il Ruti, raffigurato sotto forma di una coppia di leoni, o meglio, un leone e una leonessa.

Dea dell'umidore (umidità atmosferica), Tefnut significa: "la saliva di Atum". Donna, talvolta con la testa di leonessa, che porta sul capo un disco solare e un serpente "uraeus".
Tefnut, come rugiada mattutina, dà il benvenuto al dio solare e proprio per questo viene anche chiamata "occhio di Ra". Il suo nome significa "sputo" e si scrive con la sagoma di una bocca da cui esce un fiotto d'acqua.
«Dall’unione di Shu e Tefnut nacquero Geb (il dio della terra) e Nut (la dea del cielo), a rappresentare gli elementi del cosmo visibile, ulteriori forme manifeste dei loro "genitori".»

Dea del cielo, Nut significa: "il cielo stellato". Donna con le ali aperte o avvolte attorno al corpo, oppure donna con il corpo allungato, chinata, di modo che le sue mani toccano il suolo.

«Geb e Nut a loro volta generarono due coppie di gemelli maschi e femmine: il famoso quartetto composto da Iside e Osiride e da Nefti e Seth.»

Osiride Dio supremo del culto funerario giudice e reggitore dei morti.
Uomo barbuto, mummiforme, con la corona "atef"; le mani sporgono dal suo abito aderente e reggono gli scettri a bastone da pastore e la frusta . La sua pelle è spesso di colore verde o nero.

Iside Dea e maga. Donna raffigurata spesso nelle statuette nell'atto di allattare Horus bambino, che le siede in grembo. Talvolta identificata con Hathor, porta allora il disco solare e le corna bovine di quest'ultima. Prototipo della fedeltà e della sposa fedele.
Essi esprimono il principio di dualità: maschile-femminile, positivo-negativo, luce-tenebra. Nefti è la "sorella oscura" della benefica Iside, mentre Seth è la forza distruttrice che ostacola, che si oppone alla natura civilizzatrice e creativa di Osiride.

Seth Dio del tuono e della tempesta.
Uomo con la testa di animale di specie incerta, piuttosto simile ad un cane, con il muso lungo, lunghe orecchie dritte e coda eretta. Questa creatura deve essere forse identificata con un porco.

Nefti assiste Iside nel servizio a suo fratello Osiride.

Una lettura obiettiva dei Testi delle Piramidi comporta molto più che il semplice simbolismo poetico. Per esempio, il loro sistema cosmologico ha notevoli parallelismi con la concezione della fisica moderna della creazione e dell’evoluzione dell’universo. Descrive letteralmente il "Big Bang", in cui tutta la materia esplode da un punto di centralità e poi si espande e si dispiega, diventando più complessa via via che le forze fondamentali entrano in essere e interagiscono, raggiungendo il livello della materia elementare.
Il sistema cosmologico prosegue e la Grande Enneade conduce a un’altra serie di dei, "l’Enneade Minore". Il legame o "tramite" è Horus, il figlio magico di Iside e Osiride. È considerato il dio del mondo materiale, con un ruolo che richiama quello di Atum nell’universo.

Horus rappresentato come un falco o uomo dalla testa di falco, non distinguibile da Ra, diventa allora Ra-Herakhty. Forma del sole quando sorge e quando tramonta.
Questi tre dei, che costituiscono la prima Triade o Trinità erano in certo modo gli dei nazionali, venerati in tutto il paese, le loro vicende si possono considerare il poema nazionale degli Egizi; poema, tuttavia, che non fu mai scritto, sebbene Plutarco ce ne tramandò per sommi capi il bellissimo Mito.

La Triade:
«Osiride era un Mitico re-dio degli abitatori del Nilo; sovrano benefico insegnò ai suoi selvaggi sudditi a vivere in pace, ad abbandonare l’avventurosa vita nomade ed a questo fine insegnò loro a lavorare la terra, a coltivare la vite per ottenerne il vino, e l’orzo da cui trarre la birra, mostrò loro come forgiare i metalli e le armi per difendersi dalle belve, li invogliò a vivere in comunità, a fondare città.
Iside, la sorella-sposa, per parte sua, guariva le loro malattie, scacciava gli spiriti maligni con arti magiche; fondò la famiglia, insegnò agli uomini a fare il pane e alle donne tutte le arti muliebri, la tessitura ed il ricamo; insomma, inventarono la civiltà.
L’Egitto si trovò cosi nell’Età dell’Oro. Compagno ed amico di Osiride era Thot, dio delle scienze, cui spettò il compito di insegnare agli Egizi a leggere e scrivere.
Non contento di ciò, Osiride volle portare la sua benefica missione anche nel resto del mondo e, durante la sua assenza, lasciò la reggenza del trono a Iside.
Ma ecco che il fratello Seth, escluso dal trono in quanto figlio cadetto, cominciò a tramare per usurparglielo, ma la vigile Iside riuscì a stroncare ogni manovra.
Osiride tornò dal viaggio, felicemente concluso, in compagnia di Thot e di Anubi (dio dei morti).
Il perfido Seth, l’esatto opposto di Osiride, ordì un orribile inganno ed organizzò una grande festa in onore del fratello; durante il banchetto mostrò agli invitati un magnifico scrigno finemente istoriato e tempestato di gemme e. scherzando, proclamò che ne avrebbe fatto dono a chi, entrandovi, lo avesse occupato esattamente con il proprio corpo (l’aveva fatto costruire su misura per Osiride, che aveva una statura gigantesca).
Ognuno dei commensali, ammirato per la preziosità dell’opera e desideroso d’averla, provò ad entrarvi, ma risultava sempre troppo piccolo.
Alla fine fu la volta del re, la cui statura si adattò a pennello. Seth, fulmineo, con i suoi complici rinserrò il coperchio, lo sigillò con piombo fuso e gettò lo scrigno nel Nilo.
Gli dei atterriti presero forme di animali per sfuggire a una simile sorte. Iside, disperata, si strappò le vesti e con l’aiuto di Thot riuscì a fuggire e partì alla ricerca della salma dello sposo per dargli almeno degna sepoltura.
Era scortata da una terribile guardia del corpo, sette velenosissimi scorpioni; giunse esausta nella città di Pa-sin, ma lacera e sfinita com’era, non trovò ospitalità forse anche a causa del poco raccomandabile seguito.
Una donna, di nome Usa, le chiuse ostentatamente la porta in faccia così i sette scorpioni si consultarono tra loro sul modo di vendicare l’affronto fatto alla dea, e ad uno ad uno avvicinandosi al loro capo Tefen iniettarono nella sua coda tutto il proprio veleno.
Tefen, introdottosi nella casa della poco cortese donna, trovato il suo bambino lo punse; la potenza del veleno era tale che la casa prese fuoco.
Frattanto una misericordiosa e umile contadina, Taha, impietosita da quel volto scavato nel dolore, accolse Iside spontaneamente; Usa non trovò una sola goccia d’acqua per spegnere l’incendio e disperata, col bambino morente fra le braccia, vagava in cerca di aiuto ma nessuno le rispondeva. Iside ebbe pietà di lei ed impartì al veleno l’ordine di non agire così il bimbo guarì subito, mentre una pioggia miracolosa spegneva l’incendio; l’ira del cielo s’era placata e Usa, pentita, capi di trovarsi di fronte ad un essere soprannaturale così offrì doni a Iside implorandone il perdono.
Iside riprese il suo peregrinare tra le infinite difficoltà che gli spiriti maligni, servi di Seth, le mettevano sul percorso; giunta presso Tanis seppe da alcuni bimbi che la cassa, trasportata della corrente del Nilo, aveva raggiunto il mare aperto. Iside, disperata continuò a camminare e giunse a Biblo, dove era approdata la bara fermandosi tra i rami di un cespuglio che, al contatto col corpo divino, s’era trasformato in una acacia così splendida che un giorno il re di Biblo, vedendo lo stupendo albero, ordinò di tagliarlo per farne una colonna del suo palazzo.
Iside, appreso questo fatto, tutte le notti si trasformava in rondine e volteggiava intorno alla colonna, lanciando strida strazianti, ma nessuno le faceva caso; alla fine decise di agire, si sedette presso la fonte, e quando le ancelle della regina vennero ad attingere acqua prese a conversare, a pettinarle ed a offrire divini profumi, tanto che anche la regina volle conoscere la straniera che, in brevissimo tempo, entrò nelle sue grazie e fu nominata governante del principino; ma ogni notte, preso il suo aspetto di rondine, non cessava di piangere.
La regina, una sera, volendo sincerarsi che il bambino dormisse, entrò nella sua camera e vide con raccapriccio la culla del figlioletto circondata da alte fiamme e, ai piedi del letto, sette minacciosi scorpioni che facevano la guardia. Urlò atterrita; accorsero le guardie, il re e la stessa Iside, al cui cenno le fiamme si spensero d’incanto. A questo punto la dea svelò la propria identità; spiegò alla regina che per riconoscenza per l’ospitalità aveva deciso di rendere il principe immortale e così ogni notte lo immergeva nelle fiamme purificatrici, ma purtroppo ora l’incanto era rotto. La regina ne fu profondamente rattristata e il re, onorato d’aver dato ospitalità ad una dea, le offrì tutto ciò che lei desiderava. Iside, naturalmente, chiese la grande colonna e lei stessa recuperò lo scrigno, riempiendo poi il tronco di profumi e avvolgendolo in bende e lo lasciò al re e al suo popolo come suo ricordo e preziosa reliquia.
Ripresa la via del ritorno scortata da due figli del re, non seppe resistere a lungo a lungo senza aprire la cassa; all’apparire del volto del marito le sue urla di dolore riempirono l’aria di un tale spavento che uno dei figli del re uscì di senno. Peggior sorte toccò all’altro che cadde fulminato dallo sguardo che Iside gli lanciò quando si accorse di essere osservata mentre piangeva sul caro viso.
Rimasta sola, Iside tentò di tutto. Usò invano tutte le possibili formule magiche per richiamare in vita lo sposo; trasformatasi in falco, e agitando su di lui le ali per cercar di ridargli il soffio della vita, miracolosamente rimase fecondata.
Giunta in Egitto, nascose la bara presso Buto, tra le inestricabili paludi del Delta che la proteggevano dai pericoli, ma per caso Seth, andando una notte a caccia al chiaro di luna, la trovò, la aprì e, vista la salma del fratello, in preda al più scatenato furore, la tagliò in quattordici parti che sparpagliò per tutto l’Egitto.
L’infelice Iside, al nuovo scempio, ricominciò la pietosa ricerca dei macabri resti e dopo immense fatiche riuscì a ricomporli (tranne il membro virile divorato da un ossirinco, una specie di storione del Nilo).
Sui luoghi ove i resti furono ritrovati, sorsero cappelle e poi templi nei quali si compivano pellegrinaggi chiamati "della ricerca di Osiride".
Ricomposto il corpo, Iside chiamò a sé la diletta sorella Neftis (innocente sposa del malvagio Seth), Thot e Anubi e con la scienza ereditata da Osiride, tutti insieme si prodigarono per rendere a Osiride la vita.
Anubi imbalsamò il corpo e confezionò cosi la prima mummia, che fu fasciata e ricoperta di talismani. Sui muri del sepolcro, ad Abido, furono incise le formule magiche di rito. Accanto al sarcofago fu posta una statua del tutto somigliante al defunto.
Osiride cosi resuscitò, ma non poté regnare più su questa terra e divenne re del "Sito che è oltre l’Orizzonte occidentale" e lo trasformò da luogo cupo e triste in una terra fertile e ricca di messi.
Compiuto il rito della sepoltura, Iside tornò a nascondersi nelle paludi per proteggere se stessa e soprattutto il nascituro dalla vendetta di Seth. Quando Horus nacque, la madre lo protesse con tutto l’amore, invocò su di lui l’aiuto di tutti gli dei, gli insegnò la scienza, l’educò nel culto del padre. Horus crebbe "come il sole nascente, il suo occhio destro era il sole, quello sinistro la luna" ed egli stesso era un grande luminoso falco che solcava i cieli. E quando fu abbastanza grande, Osiride tornò una volta sulla terra per farne un soldato.
Allora Horus, radunati tutti i fedeli del re tradito, partì alla ricerca di Seth per vendicare il padre.
La tremenda battaglia durò tre giorni e tre notti; Seth e i suoi si trasformarono nei più terribili e imprendibili animali per cercare di sfuggire alla sconfitta; Horus mutilò Seth, ma questi si trasformò in un enorme maiale nero e ingoiò l’occhio sinistro di Horus, la luna cessò cosi di splendere. Alla fine Seth stava per soccombere, quando Iside cominciò ad intromettersi, a supplicare il figlio perché il massacro avesse termine; dopo tutto Seth era suo fratello e marito della diletta sorella Neftis. Horus, in uno scatto d’ira, tagliò la testa alla madre. Thot la guarì subito ponendole, al posto della sua, una testa di mucca. La battaglia riprese e durò all’infinito senza vincitori né vinti finché Thot non si intromise autoritariamente, guarì Seth ma gli impose di restituire l’occhio a Horus . La luna tornò a risplendere. Intervennero allora anche gli dei e posero la questione al giudizio di Thot. Fu un processo-fiume che durò ottanta anni. Seth accusò Horus di non esser figlio di Osiride, essendo nato troppo tempo dopo la morte del padre. Horus controbatté tacciando Seth di malafede e alla fine il Divino Tribunale sentenziò che Horus avesse il regno del Basso Egitto e Seth quello dell’Alto Egitto.»
Il tutto, secondo Manetone, sarebbe avvenuto 13.500 anni prima di Menes.

Osiride e Ra sono gli dei più noti. Ra luce divina, e Osiride, signore del processo di resurrezione, non sono opposti ma complementari.
L’epopea, come il Ciclo Troiano o quello della Tavola Rotonda, potrebbe espandersi a volontà con l’innesto di altri episodi e di nuovi personaggi ma per comprenderne l’intimo significato dobbiamo sfrondare il racconto di tutte le vicende marginali.
Allora restano in piedi la morte di Osiride, l’affannosa ricerca del suo corpo da parte di Iside, che termina col ritrovamento nel cespuglio, poi il concepimento di Horus e l’imbalsamazione di Osiride. A questo punto ci si rende conto che nel racconto Osiride è il primo uomo che muore, ucciso da un altro uomo, e questo era un fatto inaudito, innaturale, che doveva restare assolutamente unico, soltanto un tragico incidente.
Gli antichi Egizi amavano tanto la vita che il concetto di morte, almeno come l’intendiamo noi, veniva ostinatamente rifiutato insieme alle parole tristi che l’accompagnano. La morte è "la Vita Perpetua", il sepolcro "la Dimora Perpetua", l’oltretomba "il Luogo soggetto al dio (Osiride)" o "i Campi dell’Aldilà" ove la parola Aldilà non significa Paradiso o Inferno o il Nulla, ma semplicemente un bellissimo luogo che sta ad occidente e che il Sole (Ra) illumina dal tramonto all’alba, quando da noi fa buio. Per questo i morti si chiamano semplicemente "gli occidentali".
L’uomo è immortale, non può morire. Pertanto la buona Iside riuscì ad opporsi alla catastrofe e a ristabilire le leggi della natura con tre mezzi fondamentali: la magia, la mummificazione e il miracoloso concepimento.
Iside è il simbolo dell’amor materno, dell’amore fraterno, della dedizione coniugale, fu sempre carissima al popolo e veniva rappresentata su statuine, con il figlio in braccio, come le immagini della Madonna col Bambino. Il suo culto durò molto sia in Grecia che a Roma; una testimonianza è l’incisione dell’immagine di Iside che fece eseguire Giuliano l’Apostata (IV secolo d.C.) sulle sue monete.
Inoltre Iside è la Grande Maga che tenta di assicurarsi il potere su Ra svelando il segreto dell’energia vitale che lo anima, ossia il nome celato dei suoi ka. Iside la Grande Madre che riuscì a trovare le membra sparse del corpo di Osiride e a resuscitarlo per far nascere Horus.
Spesso Iside è rappresentata con il simbolo del trono che è indicativo di come la dea sia la personificazione e la sintesi stessa del trono d’Egitto. L’assistenza e la protezione che ella offre al figlio Horus nell’assumere il ruolo di sovrano a cui ha diritto fa sì che ella diventi la dispensatrice del diritto divino al trono ai faraoni dell’antico Egitto. Nella posizione di madre di Horus, Iside era anche la madre simbolica dei faraoni. Si diceva che il sovrano d’Egitto succhiasse il latte dal seno della madre Iside: è immagine comune, infatti, quella della dea seduta sul trono con il piccolo Horus sul grembo, attaccato al suo seno.
La triade Iside, Osiride ed Horus rappresenta la continuità della vita, la vittoria sulla morte, la vita oltre la morte ed Osiride si reincarna in Horus, nato dall'unione con Iside dopo la resurrezione.

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