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CERCANDO IL GRAAL...

 
REINCARNAZIONE, COSCIENZA, EVOLUZIONE

di Antonio Bruno
per Edicolaweb

 

"L'anima dopodiché in questo corpo è stata per la fanciullezza, la gioventù, la vecchiaia, allora appunto realizza l'assunzione di un altro corpo. L'uomo, fermo di spirito, non trae da ciò motivo di smarrimento" (Bg. II.13).

"Assumere un altro corpo", principio che si evince da questo passo della Bhagavad Gita, è un'espressione che serve unicamente per l'immediata comprensione di un processo che, in realtà, è molto più complesso. Chi crede, come me, nella Reincarnazione, sa, innanzitutto, che "assumere un altro corpo" significa rivestire il proprio "io luminoso" di esperienza consapevole. Sono davvero molti i termini con cui strutture di pensiero, di fede, soprattutto orientali e vie conoscienziali iniziatiche occidentali - prima fra tutte, almeno in tempi recenti, la Teosofia - definiscono questo "io luminoso" e, consequenzialmente, le varie "strutture energetiche" che si costruiscono attorno ad esso nel corso delle successive incarnazioni.
Personalmente, preferisco ricorrere ad essi solo quando è strettamente necessario, poiché sono convinto che, spesso, i termini generino confusione e credo molto di più nella trasmissione delle idee.
Nonostante questo, però, qualche termine, almeno fra i più noti, devo usarlo per non rendere il discorso eccessivamente vago o sfuggente, stante che tutte queste disquisizioni, comunque, suoneranno ben poco "utili" a spiriti che non hanno ancora raggiunto un livello di consapevolezza sufficiente per uscire dall'illusione della vita materiale e apparentemente tangibile.
Per chi, invece, fosse interessato a proseguire questa dissertazione, diciamo che il principio che ho chiamato "io luminoso", la maggior parte di noi potrebbe comprenderlo meglio se lo definissi "spirito".
Che cos'è, per me, lo "spirito"? È l'essenza infinita e primaria dell'amore e la luce che si propaga su tutti i piani dell'esistenza; l'anima, alla ricerca di una definizione migliore, è spirito individualizzato.

Un medico scollega un apparecchio che consente ad un paziente comatoso di terminare la sua vita di "vegetale" privo, in apparenza, di coscienza. Il cuore smette di battere; la linea dell'encefalogramma è assolutamente piatta. Dove va, ora, il suo spirito? Dov'era stato, fino a quel momento?
Non ci sono risposte precise. Io penso, però, che attaccato all'apparecchio, vi era ormai solo un involucro allo stato potenziale, un insieme di materia ed energia inutilizzabile per malfunzionamento di quel complesso sofisticatissimo di neuroni, nervi, sangue e carne che, di norma, confondiamo con il nostro reale "noi stessi". Residui, insomma, stand-by di funzioni energetiche che animavano un corpo e che, molto probabilmente, sono state già riassorbite per la maggior parte, dai complessi "meccanismi universali di distribuzione energetica". Lo spirito, però, forse, dormiva.
Attendeva. Ma i casi sono tanti e sarebbe necessario soggettivizzare più di quanto richiederebbe un intero libro che si proponesse di trattare esaurientemente l'argomento. Più interessante, forse, cercare di capire dove era e dove se n'è andata, ora, dopo che l'apparecchio è stato scollegato, la "coscienza" del neo-defunto, ma ci si rende conto che, come in una scatola cinese, un interrogativo ne apre altri dieci, poiché, anche qui, dovremmo porci la questione di cosa sia la coscienza e di dove, ordinariamente, risieda. Se l'apparecchio staccato genera il freddo ed ineluttabile appiattimento dell'encefalogramma, e se, da esso, il materialista desume che l'individuo che fino a qualche istante prima respirava, ora, semplicemente "non esiste più", noi crediamo che già da prima si stava assistendo semplicemente ad un inganno, o, se vogliamo essere più clementi, ad una manifesta parzialità.

Pensiero e coscienza non risiedono nel cervello più di quanto il mio essere risiede in questo computer su cui sto digitando. Chi mi legge ora non potrebbe conoscere esattamente ciò che penso, se non ci fosse la mediazione di questo straordinario mezzo tecnologico. Ma, questa consapevolezza non genera certo in me la venerazione del computer, né tanto meno la convinzione che esso sia la sede di ogni mio pensiero. Qui, dunque, mi trovo di fronte ad un bivio: o scelgo di non esistere se non in funzione della tecnologia che mi rende possibile questa comunicazione, oppure identifico la mia pre e post esistenza, al di là del computer. È questo ciò che succede per la maggior parte di coloro che si pongono tali problemi. Con l'aggravante che, nella cosiddetta "vita reale", noi siamo "dentro" il computer e non ci è possibile spegnerlo dall'esterno guardando il monitor annerirsi. Almeno, non ordinariamente.

Io, però, insieme a miliardi di altri "spiriti coscienti" di tutti i tempi, sono certo che l'uomo, in definitiva, è un essere spirituale che non potrebbe acquisire l'autocoscienza (poter dire "Io") se non si rivestisse di un insieme di involucri di cui il più grossolano viene definito corpo fisico. È una questione di energia ed è una questione di logica. Di quella logica, però, che non possiamo trovare nei laboratori, poiché si genera essa stessa solo a determinati livelli di consapevolezza. Al, il grande computer di "2001, Odissea nello Spazio", giunge a pensare autonomamente fino al punto di ribellarsi al suo costruttore, l'uomo. Ma, fino a che punto, Al, aveva paura? Fino a che punto "provava emozioni"?... Probabilmente, le emozioni, se c'erano, o si erano autogenerate per un'imprevedibilità dei sofisticatissimi sistemi che lo costituivano o, semplicemente, non esistevano. Nessuno scienziato, in effetti, potrà mai dotare un cervello artificiale della coscienza che deriva allo spirito umano dopo la maturazione conseguita nei cicli esistenziali. La coscienza creata in un ipotetico laboratorio di un ipotetico futuro, pertanto, potrà essere al massimo simulazione, qualcosa di molto simile ad un sofisticato videogioco.
Ma nulla di più.

Chi ha creato l'Universo, qualunque cosa fosse, sapeva che, ad un certo punto, si sarebbe messo in moto il principio della "ricerca", che nasce dall'autocoscienza del sé. Sapeva, in quanto ragione prima ed ultima di un enorme principio di autoconoscenza (Dio guarda sé stesso attraverso gli universi), che il pensiero, una volta generatosi e rivestitosi della coscienza, avrebbe, prima o poi, generato la "ricomposizione". E, nel Piano Divino, tutto ciò ci è fondamentalmente incomprensibile, oscuro, inafferrabile, nella sua essenza. Ciò che ci è concesso comprendere, almeno per quanto ne sappia io, è che siamo in cammino e che la vita materiale che tanto ci occupa e preoccupa, ne è uno dei tanti passaggi.
Consolazioni? Forse.
Volteggi disperati del pensiero umano che non si arrende al nulla, che combatte incessantemente la sola idea della morte? Probabile. Ma non certo. Anzi, personalmente ringrazio il mio Dio di avermi condotto, attraverso chissà quali percorsi, a "sapere" che queste sono le spiegazioni più apparenti, più facili e, quindi, le meno verosimili...
Gli amici Teosofi mi dicono che il corpo fisico è compenetrato dal doppio eterico (energia vitale); da quello astrale (sede delle passioni, emozioni e desideri); dal mentale (sede del pensiero). E mi dicono anche che esistono altri corpi di materia ancor più sottile attraverso i quali si espleta la nostra condizione di "esseri coscienti". Li ringrazio: questi loro enunciati li trovo convincenti e, molto probabilmente, veri. Ma sono, in definitiva, solo "termini", come dicevo all'inizio. Ed io vorrei innalzarmi al di sopra delle parole.

C'è una sensazione sola, chiara, precisa che mi si comunica insistentemente ogni volta che mi soffermo a chiedermi il perché delle cose. Questa sensazione è quella dell'"evoluzione". Che siamo in quest'universo come scintille pensanti individuali o come parte di immense anime di gruppo che si frazionano temporaneamente m'interessa fino ad un certo punto. L'idea di base, quella che sento fluire chiaramente in me ogni qualvolta cerco, con i miei modesti mezzi spirituali di leggere nel pensiero di Dio, è un'idea di "movimento ascendente", di evoluzione, appunto, che trascina con sé, come in una sorta di buco nero esistenziale, piani di manifestazione ed energie. Le pareti del "buco nero" sono costituite dalla Legge del Karma, almeno per noi e, per quanto ci sia possibile opporci al vortice ascendente con il nostro "libero arbitrio", prima o poi, l'evoluzione ci coinvolgerà.
Nulla è statico e questo lo vediamo bene in ogni manifestazione del piano fisico. L'intima natura della materia si rivela agli occhi degli scienziati come energia tutt'altro che stazionaria. Ed è dalla materia stessa che impariamo una prima, basilare lezione, a guardare bene: nulla avviene a caso e nulla avviene per incidente. Anche gli avvenimenti apparentemente più illogici, ad uno studio più approfondito, si rivelano far parte di un "programma" finalizzato ad un dato effetto. E se, anche, dovessimo ipotizzare infiniti effetti, essi non sarebbero altro che il risultato di infiniti programmi.
La nostra nascita sarebbe stata un non senso, dunque, se non avesse in sé programmate non solo la morte, ma anche un numero indefinito di ulteriori nascite.


									

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