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ARCANI ENIGMI...

I MISTERI DI ATLANTIDE
di Stelio Calabresi per Edicolaweb
parti precedenti:

INTRODUZIONE ALL'ATLANTIDE »
TRA STORIA E MITO: VERSO UNA STORIA DI ATLANTIDE »
TORNANDO ALL'ANTICO »
PAUL SCHLIEMANN »
DA FETONTE AD ANTILLA ED AL MESSICO »
LE DISLOCAZIONI DI ATLANTIDE »
ATLANTIDE NELL'EGEO »
L'ATLANTIDE ESOTERICA »
LA FINE DI ATLANTIDE E LE SUE CAUSE »
ATLANTIDE NEL MEDITERRANEO »
ATLANTIDE IN AFRICA »
ATLANTIDE AL POLO »
ATLANTIDE NEI CARAIBI »
CONCLUSIONI E... PROSPETTIVE
Conclusioni
Le ipotesi passate in rassegna non esauriscono, ovviamente, l'argomento dell'ubicazione o della fine di Atlantide, ma ne costituiscono un significativo campione: infatti è un minimo panorama delle possibilità proposte dai teorici del mondo scomparso che serve ad evidenziare l'interesse che l'argomento è stato in grado di suscitare e susciti ancora.
Naturalmente ho passato in rassegna alcune delle tesi dei "possibilisti"; Nulla ho potuto riferire circa coloro che, puramente e semplicemente, si limitano a riferirsi all'Atlantide come ad una leggenda, negando la sua esistenza reale. Costoro attribuiscono il continente perduto all'ansia religiosa dell'uomo che vaga alla ricerca delle origini, di una età mitica così diversa dalla dura realtà che egli vive.
Ma, e questa è solo un'opinione personale, per fortuna sono molti coloro i quali ritengono invece che Atlantide sia una realtà storica, e che, finché non esisteranno prove contrarie, né dogmi né scetticismo debbano fermare o ridicolizzare la ricerca.
Un Antico brocardo asseriva "onus probandi incumbit ei qui dicit non ei qui negat". Ed i possibilisti, da Platone in poi, hanno perlomeno tentato di farlo.
Se poi il loro risultato sia stato un successo ancora da dimostrare: non mi sembra che sia stato possibile pervenire ad una conclusione univoca né quanto all'esistenza del continente perduto, né quanto alla collocazione nello spazio.
Sul primo problema, tuttavia, c'è una circostanza che appare abbastanza inusuale: il fatto che l'uomo, normalmente, tende a dimenticare il passato.
E, allora, come giudicare la persistenza di questo mito, la cui permanenza va ben al di là del credibile, alla pari di quello del diluvio?
L'indistruttibilità del ricordo deve ben significare qualcosa e, a mio avviso, significa che l'evento (o gli eventi) sul quale poggia il ricordo ebbe una eccezionalità ed una grandiosità tale da risultare inattaccabili dalla normale usura del tempo.
Purtroppo, come risulta da questo excursus, tutto sommato abbastanza lungo, tutti gli analisti ed i teorici di Atlantide (me compreso) hanno commesso un errore: quello di focalizzare l'attenzione su un singolo fatto e su una miriade di teorie e controteorie nel tentativo di costruire un'accettabile tesi pro-Atlantide.
Eppure, proprio la diffusione di tali teorie, fra tanti popoli, alla fine dimostra una sola cosa: la difficoltà che l'uomo ha incontrato per creare una civiltà, per passare da uomo raccoglitore-cacciatore a uomo agricolo, stanziale. La difficoltà nell'acquisire e nell'affinare tutte le conoscenze che gli erano necessarie a tale scopo.
Orbene nulla sembra escludere, in assoluto, che questo processo possa essersi ripetuto più volte, in vari parti del globo.
Purtroppo l'avventura è spesso finita in catastrofe (alluvione, terremoto o altro). E nulla può escludere che la distruzione abbia avuto luogo sul nascere.
Nulla - in conclusione - ci impedisce di pensare che l'uomo abbia dovuto ricominciare ogni volta da zero.
Checché se ne dica il progresso non è lineare come i libri di storia vorrebbero: ma, se la natura non fa salti, il progresso li fa (eccome!).
Se pensiamo che l'eliocentrismo si affermò per il fatto di aver distrutto il geocentrismo, come ha osservato Lévy-Lleblond (183), ci rendiamo conto che l'uomo ha dovuto fare più volte le stesse scoperte prima di poterle considerare definitivamente acquisite.
Il fatto che l'uomo abbia la tendenza a dimenticare è un fatto indubitabile ma credo logico dedurre che questo fatto gli ha giovato e, se questo deve ritenersi vero oggi è certo che in una civiltà primitiva sia accaduto più spesso ed in proporzioni più vistose per la mancanza di mezzi di registrazione.
E allora - mi domando - se la tendenza al ricordo e quella alla dimenticanza sono conciliabili e come?
E, in definitiva, come va giudicata l'Atlantide?
Per rispondere a queste tre domande ho dapprima pensato che, probabilmente, il persistere della memoria rimase collegato al fatto che qualcuno (ad esempio Platone), ha pensato periodicamente a rinfrescare la memoria!
Ma, a ben pensarci, mi sono dovuto ricredere. Il ricordo è un processo psicologico ed è inevitabile dover ammettere che su tale processo agisca anche un'altra tendenza (manco a dirlo, ce lo insegna proprio Platone): l'uomo tende a mitizzare il passato.
Platone, in effetti è il nonno che ricorda con nostalgia un passato che ritiene migliore del presente, dimenticando anche fame e privazioni che lo hanno caratterizzato.
Morale della favola: ad un certo punto della storia, si è creato un embrione di civiltà, o una cultura avanzata. Questa, per un motivo qualsiasi, si è spenta lasciando dietro di sé pochi superstiti.
È assolutamente logico che questi sopravvissuti, a furia di rimuginare sul loro passato, abbiano creato il mito dell'età dell'oro.
Se, per avventura, questo processo si è ripetuto più volte, magari in luoghi diversi, il processo mentale è logicamente stato identico ed appare perfino ovvio riscontrare l'esistenza di un mito analogo in tutte le civiltà del passato.
E la constatazione di questa tendenza è in grado di spiegare l'altra ipotesi (di scuola) dell'unico grembo dal quale sia fiorita la civiltà.
Orbene, io sono convinto che Atlantide sia stato il banco di prova sul quale si sono esercitati la tendenza al ricordo e la tendenza alla mitizzazione. E non mi sembra affatto un caso che in tutte le parti del mondo esistono leggende su mitici civilizzatori (Viracocha e Quetzalcoatl, Osiride e Cadmo, tanto per citare un piccolo campione).
Sono appunto i fatti che hanno generato questi miti che hanno generato il ricordo di una età dell'oro.
La mancanza di linearità nei meccanismi di trasmissione del ricordo è un terzo principio che funziona sul meccanismo del "ricordo".
Cerchiamo di capire come esso funziona.
Supponiamo che un ominide stia per fare un importante scoperta sulla fabbricazione delle ceramica e che, per un motivo qualsiasi, abbia voglia, interesse, convenienza, o possibilità di divulgarlo.
Può conseguentemente capitare che si abbia più di una "scoperta" o "invenzione" identica reiterata prima di essere divulgata a livello generale (184).
Tale constatazione non vuole contestare un assunto implicito nel "mito" di Atlantide: che quel mito di una civiltà che ha preceduto la nostra abbia fondamenti reali.
Lo stesso vale anche per il mito delle catastrofi ricorrenti.
Ne consegue che potrebbe benissimo capitare che esista una "Atlantide" planetaria, e più "Atlantidi locali": la cosiddetta legge di "Murphy" potrebbe anche volere la verità di entrambe le ipotesi.
Al lettore l'ardua sentenza!

Al termine di questa lunga dissertazione, al problema di fondo (se sia mai esistita Atlantide) ritengo di poter rispondere con un "Probabilmente sì". Ed il probabilmente è d'obbligo visto che non siamo riusciti ancora a trovare una prova convincente sia in senso positivo che in senso negativo: ma abbiamo accumulato una serie di prove indiziarie pressoché sufficienti a a formare un convincimento.
Più difficile è concludere sulla seconda domanda che mi sono posto all'inizio: che fine ha fatto Atlantide?
Sulla base di un certo numero di teorie, dovremmo concludere che è rimasta dov'è sempre stata per i semplice fatto che non si è mai mossa, non è sprofondata in nessun abisso oceanico, non è stata sommersa dai ghiacci artici o antartici.
Altrimenti dovremo ritenere che la distruzione di Atlantide può apparire collegata alla fine del periodo di edificazione dei complessi megalitici.
Lo stop potrebbe essere stato imposto dalla fine di un polo di riferimento cui guardare?
Oppure derivò dalla sostituzione di un'economia parzialmente bronzea con un'incipiente economia del ferro?
Eppure nessuna di queste risposte è soddisfacente.
Personalmente penso che l'unica cosa seria che possiamo fare è di costruire una mappa di tutti i siti sui quali si è puntata l'attenzione - in coerenza e non con i dialoghi di Platone - e sperare che un futuro ci possa fornire la chiave per svelare l'arcano.

E... prospettive
Alcuni esperti coordinati da professor Jacques Collina-Girard (storico) e supportato dai due uomini che si sono occupati della ricerca del Titanic hanno ritenuto di essere prossimi a svelare il mistero di Atlantide e ritengono di poterlo fare con una spedizione nell'oceano ad occidente di Gibilterra, su una secca, denominata "Spartel Island".
"L'area sembra proprio quella descritta da Platone", sostiene Collina-Girard.
Infatti, aggiungeva Platone, che l'isola "era la via per altre isole, e da queste si sarebbe potuto raggiungere il continente opposto".
Di fatto il ricercatore stava investigando circa i percorsi delle migrazioni umane dall'Europa al Nord Africa intorno ai 19.000 anni fa, durante l'ultima Era Glaciale. Nella ricerca acquisì convinzione che, a quell'epoca, una lingua di terra avesse collegato l'Europa all'Africa.
Passò alla redazione di una mappa dei fondali oceanici, quali presumibilmente dovevano essere a quell'epoca.
Il fatto che il livello del mare fosse molto più basso agevolò la scoperta di un arcipelago del tipo descritto da Platone proprio dinanzi allo stretto di Gibilterra.
Poi, circa 11.000 anni fa si verificò un rapido innalzamento del livello oceanico. Quell'arcipelago ne fu sommerso anche se non in un giorno, ma in modo comunque molto rapido, tenendo conto dei tempi geologici normali: la sommersione procedette pressappoco alla velocità di circa 2 metri al secolo.
Ebbene, come ho più volte ripetuto, Platone scriveva il Timeo ed il Crizia circa 2000 anni fa e descriveva un evento che si sarebbe verificato 9.000 anni prima.
I tempi potrebbero coincidere.
Ma c'è di più. La "Spartel Island" è una secca sabbiosa che si trova alla profondità massima di 100 metri e che, una volta, fu un'isola.
È stata progettata una ricognizione sul fondo, da parte di un minisommergibile che dovrebbe esplorare quelle aree, che potrebbero essere state abitate.
Tra queste aree dovrebbe essercene una corrispondente ad un porto.
Ovviamente la speranza di Jacques Collina-Girard è quella di riuscire a trovare evidenze di tipo archeologico (come strumenti, armi, mura, ma anche grotte) associabili ad Atlantide.
Staremo a vedere!

Note:
183. Sylvie Coyuaud in "Una scienza a prova di cultura", "Il Sole24ore" del 7/2/1999.
184. È un'ipotesi più concreta di quanto si possa ritenere: si pensi alla scoperta dello zero fatta dagli indiani da cui, tramite gli arabi è arrivato in occidente, e dai Maya. Le due civiltà non erano in comunicazione e quindi non hanno potuto approfittare delle reciproche conoscenze, che avrebbe permesso ad una civiltà di impiegare le risorse per scoprire lo zero per altre cose, facendo crescere il livello delle conoscenze delle due società ad un livello superiore per ambedue.

stelical2003@yahoo.it
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