parti precedenti:

INTRODUZIONE ALL'ATLANTIDE »
TRA STORIA E MITO: VERSO UNA STORIA DI ATLANTIDE »
TORNANDO ALL'ANTICO »
PAUL SCHLIEMANN »
DA FETONTE AD ANTILLA ED AL MESSICO
Effetti della scomparsa di Atlantide
Calcoli alla mano, in genere la scomparsa di Atlantide viene fatta risalire, più o meno, al 9.500 a.C..
Sembra legittimo ipotizzare, quindi che, all'inabissamento o al disastro, avessero assistito dei testimoni, sia in veste di superstiti che di "Buoni samaritani" che offrirono assistenza ed accoglienza ai probabili superstiti.
L'accoglimento di questa tesi ci riporta inevitabilmente ad ipotizzare una certa continuità tra Atlantide ed Egitto (in altri termini torniamo a Platone ed al sacerdote di Sais).
Tuttavia una serena valutazione di svariati eventi storici mi inducono a pensare che il principio di continuità funzioni anche e meglio nei confronti della Sumeria.
E ciò, probabilmente in virtù del fatto che i Sumeri furono il primo popolo a mettere a fuoco il mito (Ni-Duk-Ki o, se si preferisce, la storia del Diluvio, il primo grande disastro della storia dell'uomo).
Una simile ipotesi sembra sottoscritta proprio dal sacerdote di Sais del testo platonico, il quale ci parla di una sistematica ciclicità di simili cataclismi:

«Ma non appena presso di voi e presso altri popoli viene inventato l'uso della scrittura e di tutto ciò che serve per la città, ecco che di nuovo, nel solito spazio di anni, come una malattia giunge il terribile diluvio dal cielo...»

Queste parole ci riportano alla mente tutti i racconti di tipo catastrofico, riportati in miti e testi sacri dove la rivalutazione di fatti perduti nel tempo e presenti solo nella memoria aveva lo scopo di avvertire gli uomini del possibile ripetersi di un fatto catastrofico perso nelle pieghe del tempo.
Infatti il sacerdote egizio ricorda che i Greci dell'età di Solone "...sono troppo giovani per ricordare più di un solo diluvio":

«... mentre in precedenza ve ne sono stati molti.»

Ovviamente, quando si parla di "diluvio", non dobbiamo fermarci al significato letterale dell'espressione ma intenderla come sinonimo di evento catastrofico (81), indipendentemente dalla causa che l'avesse generato. Sarebbero stati questi eventi ad impedire un continuo progredire nel cammino della civiltà. Secondo questa posizione questo sarebbe il motivo per il quale la storia dell'umanità non ha seguito una linea evolutiva costante ed ininterrotta.
Come afferma il sacerdote di Sais, i disastri:

«...di voi lascia coloro che sono inesperti di lettere e di arti, sicché cominciate di nuovo dal principio come giovani, non sapendo nulla né di ciò che accadde qui, né di ciò che accadde presso di voi, e che avvenne in tempi antichi.»

E, nel Crizia, i sopravvissuti:

«Trovandosi, essi... sprovvisti dei beni di necessità, rivolgendo la mente a ciò di cui mancavano, e a questo dedicando inoltre i loro discorsi, non si curavano dei fatti avvenuti nei tempi precedenti e anticamente. Il racconto e la ricerca degli avvenimenti antichi infatti entrano nelle città insieme con il tempo libero, quando si comincia a vedere qualcuno già rifornito dei beni necessari per vivere, prima no.»

Atlantide e l'età dell'oro (la caduta di Fetonte)
Indipendentemente da dove si collocasse l'Atlantide, pensiamo per un momento all'ipotesi di scomparsa dell'Atlantide come effetto dell'impatto della terra con un asteroide (o con una cometa: un "deep impact").
Ebbene la possibilità che questo sia stato una realtà, mi fa immediatamente tornare alla mente l'episodio mitologico del carro di Elios impazzito sotto l'inesperta guida di Fetonte.
E, fuori dall'episodio mitologico, ci sarà sufficiente pensare alla tremenda forza liberata dall'impatto che dovette provocare modifiche del complessivo assetto della Terra sul piano gravitazionale. Le oscillazioni assiali e le implicazioni climatico-astronomiche probabilmente durano ancora oggi (e ci sarà di ausilio pensare alla "precessione degli equinozi" per rendercene conto).
Ebbene, la possibilità che un evento del genere possa essersi realmente verificato non mi sembra affatto remota tra le varie alternative di disastri.
Infatti, a ben pensare, ci rendiamo conto che - sul piano geofisico - le conseguenze potrebbero essere state più di una e tutte di notevole entità: dallo slittamento delle masse polari allo scivolamento delle piattaforme continentali, senza escludere la perdurante oscillazione con la connessa modifica dell'inclinazione dell'asse terrestre.
Come è noto, all'assetto dell'asse di rotazione sul piano dell'eclittica è collegato il ciclo delle stagioni che potremmo non aver mai conosciuto o conosciuto in maniera completamente diversa.
Ad esempio, un asse di rotazione perpendicolare al piano dell'eclittica (o comunque anche leggerissimamente meno inclinato) potrebbe ben aver giustificato l'espressione di Età dell'Oro riferita ad una Terra il cui clima fosse condizionato unicamente dalla latitudine.
In queste condizioni di eterna primavera ben si giustificherebbe anche, la presenza di un elemento umano che, senza il peso del procacciamento del vitto quotidiano, potesse dedicarsi quasi esclusivamente allo sviluppo intellettuale ed alle arti liberali come afferma Platone per l'Atlantide.
La caduta di Fetonte (vale a dire lo scontro con la nostra ipotetica cometa), dovrebbe - al contrario aver prodotto un'umanità post-diluviale decimata, preoccupata esclusivamente della quotidiana sopravvivenza: in altre parole, la fine dell'Età dell'oro.

Tuttavia, cos'è che ci fa esitare di fronte ad una simile ipotesi? Probabilmente solo il fatto che essa sposta i termini del problema, provocando la successiva domanda: a sostegno del pro, oltre al mito, esiste una prova di siffatta alterazione climatica intorno al 9.500 a.C.?
Di fatto siamo costretti a mantenerci nel dilemma. Perché alcuni elementi (ma solo alcuni) sembrerebbero a favore della tesi affermativa. Penso all'improvvisa estinzione di certi animali come le tigri dai denti a sciabola ed i mammuth.
I resti delle une e degli altri sono stati trovati "surgelati" mentre avevano appena mangiato.
E non è un caso che ho parlato di surgelamento, vale a dire di un congelamento pressoché istantaneo, quasi mentre stavano ingoiando il loro ultimo boccone.
Per giunta: le carcasse ibernate non sono state trovate isolate, ma in grosse mandrie in luoghi che avrebbero dovuto costituire il loro habitat naturale mentre oggi non avrebbero nessuna possibilità di sopravvivere.
E ci chiediamo: perché mai dovevano migrare in massa verso zone per loro inospitali e, quindi, proibite? Sole per morire?
O non è più sensato pensare all'ipotesi che lì fossero stati colti e congelati all'istante, senza possibilità di scampo?
In altre parole diviene impossibile capire cosa sia successo senza includere una improvvisa ed istantanea variazione climatica in una equazione che non ammette diversa soluzione.

Ma esiste un altro problema che mi assilla. Come spiegare l'ossessione maniacale degli uomini antichi verso la misurazione del tempo?
Non esiste alcune spiegazione logica mediante la quale possiamo comprendere come quegli uomini, per altri versi "primitivi" ed "incolti", sapessero calcolare con assoluta precisione il movimento di precessione degli equinozi e gli infinitesimali spostamenti della stella polare.
Una spiegazione logica potrebbe risiedere nel fatto che il mondo post-Diluviale avesse un'epoca senza stagioni dove l'uomo non aveva avuto altro riferimento temporale al di fuori dello spostamento della volta celeste.

L'effetto termico e la dislocazione di Atlantide ai poli
La valutazione di un elemento climatico ha comunque finito col dare vita a due teorie contrapposte sulla ubicazione di Atlantide. Alcuni l'hanno portata al polo nord ed altri al polo sud.
La prima teoria prende la mosse da un serie di cataclismi che avrebbero funestato l'area dello Stretto di Behring tra i 10.000 ed i 15.000 anni fa.
Secondo i sostenitori di questa tesi Atlantide, sarebbe sprofondata nel mare dei Ciukci, dopo che aveva unito l'Alaska all'Asia e ad esse è stato attribuito nome di Beringia.
Però mi piace pensare che la teoria di Atlantide-Beringia trovi una giustificazione nei miti degli Iperborei ed in quello dell'ultima Thule.
Affermano i sostenitori di questa tesi che i Beringi sopravvissuti alla catastrofe si sarebbero diffusi sulla Terra in direzione opposta a quella che gli americanisti ritengono: vale a dire che si sarebbero mossi da est ad ovest per andare a dare vita alle cosiddette civiltà dell'Indo (Mohenjo Daro ed Harappa sarebbero gli esempi più noti).

L'ipotesi di un'Atlantide in Beringia non convince tuttavia l'italiano Flavio Barbiero il quale, all'opposto, va a collocare l'Atlantide nell'Antartide.
Sembra oggi accertato che, in un passato molto remoto, il clima antartico fosse temperato: un insediamento (se non proprio una civiltà) vi si sarebbe potuta sviluppare; l'oscillazione dell'asse terrestre e le consequenziali glaciazioni l'avrebbero letteralmente annichilita.
Ma ne riparlerò.

Atlantide ed Antilia
Uno studioso di mitologia comparata, lo scozzese Lewis Spence (82), ha sostenuto l'esistenza di due Atlantidi: quella di Platone ed Antilia (presso le isole Antille), nell'attuale Mar dei Sargassi.
Questa ipotesi serve al suo autore per concludere che Atlantide non sarebbe scomparsa in un solo evento catastrofico ma, piuttosto, in una serie di catastrofi e sommersioni parziali.
Anche la teoria di Spence ha la pretesa di essere ancorata a dati di fatto.
Sembra accertato che, nella preistoria, almeno in tre fasi, influenze culturali "esterne" avrebbero raggiunsero l'Europa intorno al 25.000, al 14.000 ed al 10.000 a.C..
L'ultimo di questi eventi corrisponderebbe alla scomparsa dell'Atlantide ed i suoi influssi sarebbero stati massimi proprio nei luoghi nei quali fiorì la cultura dell'uomo di Crô-Magnon e di Aurignac (cultura Magdaleniana).
La paleoantropologia, di fatto, ci dice che la cultura dell'uomo di Crô-Magnon, fiorì tra la Catena dei Pirenei ed il Golfo di Biscaglia intorno a 25.000 anni prima di Cristo. Irradiandosi da qui la cultura dei Crô-Magnon, si sarebbe spostata verso l'Europa sud occidentale, verso l'Africa e verso il Mediterraneo orientale.
La cultura Magdaleniana sarebbe seguita intorno al 16.000 a.C. e sarebbe stata - secondo Spence - una seconda ondata di migrazione atlantidea.
Una terza ondata sarebbe stata quella detta del "Mas d'Azil" e risale circa al 10.000 a.C.. Essa si diffuse in Francia, Spagna e nella zona nordafricana dell'Atlante (83).
Spence sostiene che non a caso Platone, nel Crizia, faccia dire al Protagonista del dialogo:

«Al di là di quello stretto di mare chiamato Le Colonne d'Ercole, si trovava allora un'isola più grande della Libia e dell'Asia messe insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole, e da queste isole alla terraferma di fronte [...]. In quell'isola chiamata Atlantide v'era un regno che dominava non solo tutta l'isola, ma anche molte altre isole nonché alcune regioni del continente al di là: il suo potere si spingeva, inoltre, al di qua delle Colonne d'Ercole; includendo la Libia, l'Egitto e altre regioni dell'Europa fino alla Tirrenia.» (84)

Ebbene il "Timeo" ed il "Crizia" furono scritti da Platone attorno al 340 a.C. e, nei due dialoghi, il filosofo parla dell'isola facendola descrivere dalle parole del sacerdote di Sais, che inizia col dire:

«Dal mare, verso il mezzo dell'intera isola, c'era una pianura; la più bella e la più fertile di tutte le pianure, e rispetto al centro sorgeva una montagna non molto alta...»

Ovviamente la descrizione, ben più lunga, è interrotta spesso da commenti sulla genealogia Atlantidea. Dalle parole del sacerdote emerge un vero e proprio identikit di un territorio enorme circondato su tre lati da montagne, protetto quindi dai venti freddi, e aperto in direzione del mare.
Questa pianura è irrigata artificialmente da un complesso sistema di canali perpendicolari tra loro, che la dividono in quadrati di terra (chiamati "klerossu") con floridi insediamenti agricoli.
Sulla costa meridionale è la città principale, circolare, Atlantide, circondata da una lunga cerchia di mura; qui si alternano cerchi di acqua e di terra.

La teoria di Spence ha un difetto fondamentale: Antilia (detta anche Antillia), è sempre rimasta un'isola che non è mai uscita dalla leggenda, ma ha una autonoma storia.
Antilia compare, per la prima volta, nel 1424, in una carta nautica di Zuane Pizzicano, e poi nel 1435 in una carta di Battista Becario (85).

Ma, cerchiamo di comprendere cosa fu effettivamente Antilia, l'alternativa all'Atlantide.
In linea di massima potremmo dire che per "Antilia" si intese, tra i cartografi dei secoli XV e XVI un gruppo di isole disegnate in corrispondenza all'isola Corvo, nelle Azzorre.
Infatti nei secoli precedenti (e lo abbiamo visto), si era persa la tradizione del continente perduto (quello che Platone aveva chiamato Atlantide).
Con il tempo nel ricordo "Atlantide" era divenuta "Antilia".
Antilia era l'anti-isola dell'anti-isola intravista, come in un'illusione ottica di tipo ossessivo, dagli abitanti di Madera e delle Canarie i quali, in determinate condizioni atmosferiche, asserivano di vedere, al loro orizzonte occidentale, una terra.
Questa era, appunto, un'anti-isola, in portoghese Anti-ihla, Antilia.
La fantasia dei Maderani finì col sostanziarsi comparendo sulle carte nautiche (come l'isola di S. Brendano, altrettanto fantastica).
Per la prima volta Antilia, finisce col comparire in una carta del 1424; poi nella carta di Battista Becario del 1435; e, ancora nelle carte di Andrea Bianco del 1436, di Bartolomeo Pareto del 1455, di Grazioso Benincasa del 1482 e così via.
Nelle loro mappe Antilia è identificata come l'"isola delle Sette Città". In quest'isola infatti, stando ad una leggenda, alla quale si credeva nella penisola iberica, si sarebbero rifugiati sette vescovi fuggiti dalla Spagna a causa dell'invasione araba.
Per i portoghesi i sette vescovi sarebbero stati capeggiati dall' Arcivescovo di Oporto che fuggiva dopo la sconfitta che Re Roderico subì dai Visigoti a Guadalete (711) e dopo che gli arabi ebbero presa Merida (712).
Peraltro lo storico Galvao, nel 1862, affermò che nel 1447 un vascello portoghese, dirottato da una tempesta, sarebbe davvero arrivato sull'isola dove gli abitanti avrebbero ancora parlato il portoghese.
E nelle Historie di Fernando Colombo si narra di altri viaggi verso questa isola al tempo del Principe Enrico.
Naturalmente tutti questi viaggi sono puramente immaginari e, se effettuati, non hanno portato a nessuna scoperta effettiva.
Di sicuro c'è che i navigatori Fernão Telles, nel 1475, e Fernão Dulmo, nel 1486, vennero autorizzati a navigare alla ricerca dell'isola immaginaria.
Antilia veniva in genere rappresentata come un'isola enorme, dalla forma quadrangolare, ed assomigliava al Cipangu (Giappone) della mappa di Behaim.
L'Antilia di questa mappa comprende due isole, ed assomigliano alle "ciertas islas" della carta di Colombo.

Ho accennato alla probabile derivazione del nome di questa isola fantastica da "anti isola", ossia "isola opposta al Portogallo" ovvero "isola posta simmetricamente al di là delle Colonne d'Ercole".
Ad Antilia toccò il merito di richiamare alla memoria l'Atlantide perduta due volte. Non è escluso che i due miti si fossero parzialmente sovrapposti, o che Antilia fosse una versione ridotta di Atlantide richiamata alla memoria dalla leggenda dei sette vescovi fuggiti in Antilia (86).
Nel corso dei secoli Antilia divenne oggetto di numerose ricerche, sia immaginarie (e fortunate) che reali (e fallite).
Una leggenda vuole che nel 1447 vi sarebbe arrivato un vascello portoghese, trovandovi una popolazione che ancora parlava il portoghese. Meno fortunate furono le spedizioni reali, dei due Fernão, Telles e Dulmo, che nel 1475 e nel 1486 la cercarono invano.

Atlantide ed Atene
Ho più volte accennato ad una "politica estera" di Atlantide e ad una specie di imperialismo atlantideo. Cosa avrebbe fermato i potenti Atlantidi, nella loro marcia ad occidente?
Nel 9.600 a.C. (la dea) Minerva avrebbe fondato Atene e questa si sarebbe ben presto organizzata con i principi che Platone avrebbe esposto ne "La Repubblica" (87).
Ma dice Platone che, dopo molti anni di guerra, un grande terremoto e un'inondazione avrebbero devastato Atene, ma anche inghiottito l'esercito di Atlantide: nella medesima circostanza l'isola sarebbe sprofondata nelle acque dell'oceano.
Questa sarebbe stata una punizione per gli Atlantidi che, con il trascorrere dei secoli, si erano corrotti sicché:

«Quando l'elemento divino, mescolato con la natura mortale, si estinse in loro, il carattere umano prevalse, allora degenerarono, e mentre a quelli che erano in grado di vedere apparvero turpi, agli occhi di quelli che sono inetti a scorgere qual genere di vita conferisca davvero la felicità, apparvero bellissimi, gonfi come erano di avidità e potenza. E Zeus, il dio degli dei, intuito che questa stirpe degenerava miserabilmente, volle impartire loro un castigo affinché diventassero più saggi. Convocò gli dei tutti, e disse...»

Questo Platone dice nel Crizia che, purtroppo, si ferma qui per cui non conosceremo mai le parole di Giove, che tuttavia non sono un mistero perché il vecchio sacerdote di Sais l'ha detto già prima, quando ci ha informato del fatto che:

«Più tardi, avvenuti dei terremoti e dei cataclismi straordinari, tutta la vostra stirpe guerriera (cioè gli Ateniesi) sprofondò sotto terra e similmente l'isola di Atlantide s'inabissò in mare e scomparve.»

E poi afferma che l'Egitto è l'unico Paese a possedere una vasta documentazione scritta, perché, contrariamente a quanto accadde nelle terre vicine, non venne coinvolto dalla catastrofe.
Per quanto riguarda i nomi il sacerdote dichiara che gli egiziani avevano traslitterato i nomi Atlantidei in egiziano; Solone li avrebbe poi ritradotti in greco e così li aveva riferiti a Crizia:

«Quando... udrete dei nomi simili a quelli nostri, non meravigliatevene, giacché ne conoscete il motivo.»

Probabilmente Platone non immaginava che la sua narrazione avrebbe finito col fare scorrere molto più inchiostro del suo intero corpus filosofico.
Aristotele non dette molta importanza alla narrazione del Maestro sicché la mancata menzione ebbe un peso determinante nel Medio Evo cristiano (88).
Orbene uno dei capisaldi sia di Aristotele che della Chiesa romana era la visione geocentrica dell'universo.
Ma, per quello che ci riguarda più da vicino, c'era un altro punto che non quadrava con i dati ufficiali: un continente distrutto, affondato novemila anni prima e, per giunta, ignorato da Aristotele.
Come poteva essere considerato esistito un continente scomparso alcune migliaia di anni prima che la Terra fosse stata creata (89)?
Ma l'aristotelismo doveva, tra la fine del XV ed il XVII secolo, subire fieri attacchi che avrebbero messo giustamente in serio dubbio diverse certezza.
Ricorderò che il primo attacco all'aristotelismo venne sferrato, nel 1492, da Cristoforo Colombo al quale toccò il merito di aver scoperto che c'era una terra di là dell'Atlantico (90).
In conseguenza di questo primo attacco dovettero modificarsi molte opinioni sicché, tra il XVI e XVII secolo, autori come G. Postel, J. Dee, Sanson, e la maggior parte dei cartografi della nuova generazione cominciarono ad indicare le Americhe con il nome di Atlantide.
Per giunta: dopo che gli epigoni di Colombo ebbero completato la Conquista, si scoprì che in Messico circolava tra i nativi un'antica leggenda (91), dove si dichiarava che la denominazione "Aztechi" equivaleva ad "abitanti di Aztlan".
Ebbene Aztlan sarebbe stata un'isola dell'Atlantico, che le antiche tribù avevano lasciato perché stava sprofondando nell'oceano (92).

Dai conquistadores a Brasseur de Boubourg
Sul finire del XV secolo (1492) Colombo scoprì l'America e nel XVI secolo i Conquistadores invasero il Messico portando con sé la loro sete di oro, le lotte per il potere, l'intolleranza religiosa e... la sifilide.
Ma portarono anche, spesso senza volerlo, la cultura occidentale.
Mentre crollavano i miti che avevano costellato il mondo del XIV e del XV secolo, altri miti più vecchi riprendevano vigore.
Qualche ecclesiastico - cioè un rappresentante della cultura occidentale - probabilmente ebbe modo di constatare che nella cultura autoctona esistevano strane analogie tra la civiltà dell'antico Egitto e quelle del Centro-America: la tipologia delle costruzioni piramidali, l'imbalsamazione dei cadaveri, il calendario con l'anno di 365 giorni; ma anche leggende, e strane affinità semantiche.
Come se in un lontano passato ci fossero stati contatti tra le due sponde dell'oceano. Tuttavia i tempi richiesti, per percorrere la distanza tra le due sponde, non erano compatibili con una frequenza tale da giustificare la modifica di usi, costumi e linguaggi.
La vecchia, dimenticata Atlantide divenne così la soluzione ideale: il ponte naturale tra mondo occidentale e mesoarmerica, esteso - come doveva essere stato - tra le Azzorre-Africa e le Bahamas.
Ci dovette pensare anche J. Smith nel suo "libro di Mormon" che, tuttavia, non parla mai direttamente di Atlantide, ma descrive una distruzione, avvenuta subito dopo la Crocifissione di Cristo, che ha tutte le caratteristiche della zona dell'Atlantide (93).
Poi, dopo circa tre decenni da J. Smith, l'abate Charles-Etienne Brasseur de Boubourg, asserì di aver trovato la prova "definitiva" del presunto collegamento tra Mediterraneo e Centro America per il tramite dell'Atlantide. Ma le opere di Brasseur de Boubourg, se ebbero qualche seguito a livello di feuilletons, vennero successivamente screditate da una critica più accorta (94).

Note:
81. Come, ad esempio i frequenti passaggi da climi temperati a climi glaciali cui sarebbero seguite disastrose alluvioni.
82. James Lewis Thomas Chalmbers Spence (25 novembre 1874 - 3 marzo 1955) è stato un giornalista scozzese, folklorist, poeta e studioso di occultismo. Scrittore prolifico, Spence è specializzato nello studio di folclore e mitologia scozzese. Dopo una rapida carriera in Scozia come giornalista, nel 1906 ha cominciato ad interessarsi di folclore nella mitologia. Dal 1908, ha cominciato ad interessarsi di Maya Quiché pubblicando una traduzione del Popul Vuh, loro Libro Sacro.
83. In epoca romana gli italici chiamavano ancora Atlantidi gli iberici che consideravano figli di Posidone la cui conoscenza avrebbero trasmesso agli altri popoli.
84. Crizia è un parente del filosofo Platone, il quale racconta che un secolo prima, vale a dire nel 590 a.C., il legislatore Solone si era fermato nella capitale amministrativa dell'Egitto, Sais. Qui aveva cercato di impressionare i Sacerdoti di Iside illustrando le antiche tradizioni greche, ma uno di loro aveva sorriso, affermando che quello greco era un popolo fanciullo nei confronti di un altro su cui gli Egizi possedevano molta documentazione scritta. Secondo il sacerdote egiziano, una civiltà evoluta era esistita per secoli su "un'isola più grande della Libia e dell'Asia messe insieme" l'isola era stata distrutta 9.000 anni prima da un immane cataclisma insieme a tutti i suoi abitanti.
85. Cartografi e storici di tutto il mondo conoscono perfettamente il cosiddetto "Planisfero di Alberto Cantino" (in effetti una mappa), conservato nella Biblioteca Estense e nel Comune di Modena.
Si ritiene che la mappa sia stata disegnata da un anonimo autore, ma oggi sappiamo che l'autore è stato un cartografo di Lisbona e risale al 1502.
In effetti Alberto Cantino fu uno spione italiano a Lisbona tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo. Astuto ed efficiente divenne uno dei segretari privati di re Manuel I. Di lui sono note due lettere che egli ha scritto al duca d'Este di Ferrara, dove descrive tutti i dettagli del viaggio compiuto da Gaspar Corte Real a Terranova nel 1501. Su queste due lettere è Cantino stesso, che attesta di aver sentito tutto, perché presente quando Gaspar Corte Real ha fatto il suo rapporto al Monarca portoghese.
Sappiamo da un'altra lettera del 19 novembre 1502, firmata da Cantino, con la quale inviò questa mappa al duca di Ferrara, che conclude con queste parole: "Questa mappa è di alta qualità e spero che Vostra Eccellenza sarà molto contento".
La Mappa di Cantino del 1502 è considerata un capolavoro della cartografia portoghese ed uno dei più importanti del mondo. Essa presenta una delle più vaste aree del mondo comprendente Europa, America settentrionale, centrale e meridionale; tutta l'Africa fino all'estremo oriente. È completa di dettagli e di toponomastica.
Ma la parte che più ci interessa è la regione occidentale delle Azzorre, e le Terre Americane.
In questa parte della mappa è riportata la Linea del Trattato di Tordesillas del 2 luglio 1494 - che divideva il mondo tra Portogallo e Spagna.
Questa linea immaginaria è stato segnata circa 370 miglia ad ovest della più occidentale dell'arcipelago del Capo Verde, secondo i desideri di Re Giovanni II del Portogallo, (il quale occasionalmente aveva prevalso sugli interessi spagnoli comunque tutelati da Papa Alessandro VI cercò di conciliare anche gli interessi dei sovrani spagnoli Don Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia).
Come possiamo osservare sulla mappa di Cantino Terranova e il Brasile sono inclusi nell'emisfero orientale, che era sfera di interesse del Portogallo. Oggi sappiamo che Re Giovanni II ingannò gli spagnoli i quali non conoscevano ancora l'esistenza né di Terranova, né del Brasile.
Ma passiamo ad analizzare la Mappa di Cantino relativamente alle terre nordamericane. In questa parte della mappa possiamo vedere l'Isola di Hispañola (oggi Haiti), S. Domingo, Cuba, la penisola della Florida (sebbene Ponce de Leon la scoprirà nel 1513 (vale a dire 11 anni più tardi) mentre era alla ricerca della Fontana della Giovinezza. Si vedono, inoltre, le isole di Gal Antilhas, (si noti la grafia tipicamente portoghese con la H mentre in Spagnolo si scrive Antillas). Ebbene proprio ad Antilhas è contenuta la più grande menzogna della mappa: infatti le isole indicate con questo nome non sono le Antille ma corrispondono alle isole "Cristoforo Colombo". Quella che il cartografo ha chiamato Antilhas, corrispondono, in effetti, all'isola di Terranova (Nuova Scozia e Isola del Principe Edoardo, in Canada) e si trovano circa duemila chilometri più a Nord!
Il disegnatore del Planisfero di Cantino del 1502, ha di fatto imbrogliato l'umanità per oltre cinque secoli!
Di fatto quelle che noi abbiamo conosciuto come seconda Atlantide compare in una mappa del 22 agosto 1424 ad occidente del Portogallo. E sembra essere un arcipelago formato dalle isole di Saya, Satanazes, Antilha e Ymana: e tale mappa è custodita nella Biblioteca della Minnesota Uiversity ed è attribuita a Zuanne Pizzigano, cartografo veneziano che l'avrebbe compilata appunto il 22 agosto 1424.
Su questo disegno si può vedere più chiaramente i nomi delle quattro isole e anche i nomi dei laghi all'interno delle isole di Satanazes e Antilia. Venne anche riprodotta da Armando Cortesão, specialista Cartografo che, però non fu in grado fare un corretto riscontro con le vere Antille.
86. Mentre parallelamente, in Portogallo si raccontava che, dopo la sconfitta subita da Re Roderico ad opera degli arabi, l'arcivescovo di Oporto e sei dei suoi vescovi sarebbero fuggiti in un'isola detta Ilha, o delle sette città, identificata poi con Antilia.
87. Ma qui Platone si pone in contrasto col mito del "Minotauro": Atene sarebbe divenuta colonia di Atlantide o di Creta? Si veda l'articolo "I misteri del Labirinto".
88. Infatti nell'età di mezzo Aristotele era considerato un'autorità indiscussa ed indiscutibile in tutte le questioni che, in modo o nell'altro, avessero a che fare con la fede al punto che tutti i dubbi venivano risolti con l'immancabile "ipse dixit!" (l'ha detto lui!).
89. La lettura corrente all'epoca del Genesi, corrente nel Medioevo, datava la creazione al 3.760 a.C..
90. E il filosofo inglese Francis Bacon si affrettò a suggerire che avrebbe potuto trattarsi del continente descritto nel Crizia.
91. Riportata nel "Codice Aubin".
92. Per curiosità debbo far rilevare che al giorno d'oggi, in Messico questa teoria non è relegata nei volumi fantastici: viene insegnata a scuola un po' come da noi la storia di Romolo e Remo; al Museo di Antropologia di Città del Messico sono esposti molti antichi disegni che descrivono la migrazione.
93. "Nel trentaquattresimo anno, nel primo mese, nel quarto giorno, sorse un grande uragano, tal che non se ne era mai visto uno simile sulla terra; e vi fu pure una grande e orribile tempesta, e un orribile tuono che scosse la terra intera come se stesse per fendersi [...]. E molte città grandi e importanti si inabissarono, altre furono in preda alle fiamme, parecchie furono scosse finché gli edifici crollarono, e gli abitanti furono uccisi e i luoghi ridotti in desolazione [...] Così la superficie di tutta la terra fu deformata, e scese una fitta oscurità su tutto il paese, e per l'oscurità non poterono accendere alcuna luce, né candele né fiaccole…" citato da J. Smith. I superstiti di tale distruzione, il popolo di Nefi (?), si erano rifugiati "nel paese di Abbondanza", dove avevano costruito templi e città, tra cui quelle successivamente identificate con Palenque e con Machu Picchu.
94. Un'opera veramente popolare sull'argomento: "Atlantis, the Antediluvian World" ("Atlantide, il mondo antidiluviano") dell'americano Ignatius Donnelly (1882). Secondo Donnelly, Atlantide era il biblico Paradiso Terrestre, e là si erano sviluppate le prime civiltà. I suoi abitanti si erano sparpagliati in America, Europa e Asia; i suoi re e le sue regine erano divenuti gli Dèi delle antiche religioni. Poi, circa 13.000 anni fa, l'intero continente era stato sommerso da un cataclisma di origine vulcanica. A sostegno della sua tesi, Donnelly adduceva le analogie culturali descritte sopra e qualche prova geologica a dire il vero non troppo convincente. Dall'altra parte dell'oceano Augustus Le Plongeon, medico francese contemporaneo di Donnelly, che per primo aveva scavato tra le rovine Maya nello Yucatan, riprese indipendentemente la tematica di "Misteri sacri dei Maya e dei Quiché 11500 anni fa; loro relazione con i Misteri Sacri degli Egizi, dei Greci, dei Caldei e degli Indiani").