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ARCANI ENIGMI...

 
I MISTERI DI ATLANTIDE

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb

 

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INTRODUZIONE ALL'ATLANTIDE »

TRA STORIA E MITO: VERSO UNA STORIA DI ATLANTIDE
Tra l'era neolitica e quella del bronzo: i Pelasgi
Anche il capitolo relativo a ciò che sia successo tra la fine del neolitico e l'inizio dell'età del bronzo è fuori dalla storia ed oggetto di congetture.
Ma non è un campo del tutto inesplorato. Ed un autore (Alberto Arecchi, in questa rivista) è convinto che l'Atlantide di Platone, sia stata - appunto - il "trait d'union" tra la cultura neolitica e la civiltà del bronzo nel Mediterraneo e, più in generale, nell'Europa antica: questa fase di transizione sarebbe compiuta tra il 3000 ed il 1200 a.C. (23).
Sarebbe stato proprio in quel lasso di tempo che i diretti antenati di coloro che sarebbero andati a costituire i popoli civile (tra i quali i futuri Greci e gli ateniesi), si sarebbero formati attraverso un incrocio di genti.
Molte di queste avrebbero mantenuto i propri misteri che la storia non è stata in grado di svelare. Tra questi emergono i Pelasgi, precursori degli Achei e dei Dori. Ma né dei pelasgi, né degli Achei, né dei Dori si può dire, con certezza, chi fossero o da dove venissero.
Ora il Solone che figura nel Crizia, dovrebbe aver compiuto il suo viaggio in Egitto intorno al 570 a.C.. E sembra lecito chiedersi come vadano lette le date suggerite dal Sacerdote di Sais rispetto alla data del viaggio di Solone.
Date ed avvenimenti dovevano necessariamente essere affidate alla memoria e non certo risultare da qualche documento più antico che probabilmente non poteva esistere.
Questo problema era saltato all'occhio di Eudosso di Cnido, di Manetone e di Diodoro Siculo: tutti, in un modo o nell'altro, sono costretti a rifarsi alla memoria ancestrale che custodiva la memoria di un antico continente (pre-diluviano) scomparso nell'Atlantico a causa di un cataclisma. Si pensi, in particolare, alla descrizione dell'isola atlantica (apparentemente una sorta di Canaria, di Madera o del Capo Verde) che, a dire di Diodoro Siculo, sarebbe stata colonizzata dai Fenici e collegata al mistero di Gadeira (Cadice?) e di Tartesso (24).
Gli autori cui ho accennato proponevano di superare il problema dell'estrema antichità e della incommensurabilità temporale, fissando le date secondo il calendario lunare che comprendeva 12 "mesi lunari" (cioè 12 rivoluzioni lunari), mentre "l'anno solare" comprende 12 mesi lunari e 11/12 di giorno (basterà pensare al vigente calendario musulmano per rendersi conto del divario che alla lunga si produce tra le serie di datazioni).
Proviamo a ragionare su questo: Platone dice che i fatti narrati a Sais si sarebbero verificati 9.000 anni prima.
Ebbene se i 9.000 anni ci cui parla Platone sono, di fatto, 9.000 mesi lunari, ne deriverebbe che l'inabissamento di Atlantide sarebbe avvenuto più di 725 anni solari prima di Solone.
E ciò equivarrebbe a dire che l'espansione di Atlantide e la sua guerra con gli antenati degli Ateniesi, avrebbe avuto luogo tra il 1295 ed il 1296 a.C..
In altre parole la catastrofe che aveva determinato la distruzione di Atlantide si sarebbe verificata intorno al 1215 a.C..
Tuttavia Arecchi ritiene che tanto non sia sufficiente e fa la prova del nove sulla base dell'anno egizio (costituito, come è noto, da 12 mesi di 30 giorni ciascuno): i novemila mesi del sacerdote saitico si ridurrebbero, in questo caso a 750 anni (con uno scarto medio di soli 25 anni rispetto al computo lunare).
La verifica con l'anno egiziano comporterebbe che la guerra di espansione di Atlantide avrebbe avuto luogo nel 1337 a.C.; e che l'inabissamento sarebbe avvenuto tra il 1240 ed il 1210 a.C. (con uno scarto di soli 5 anni rispetto al computo lunare).
Si dirà che queste ipotesi non sono molto precise né suffragate da fatti.
Al contrario debbo dire che non è la precisione che mi interessa, in un computo che parte da una base di millenni.
E, di fatto, la revisione temporale non mi serve per ricostruire una "storia impossibile" quanto per una verifica di compatibilità del racconto platonico con i dati dell'esperienza storica.
Mi sembra che, bene o male, fuori dalle ipotesi dell'intervento dei soliti extraterrestri, nel mistero di Atlantide i tasselli del racconto di Platone (come l'uso dei metalli, dei carri trainati da cavalli...) tendono ad andare al loro posto e reggono abbastanza e possono trovare perfino una collocazione anche nel sapere accademico.

L'Atlantide dell'era moderna e contemporanea
Tutti sono convinti che la mitografia di Atlantide cominci con Platone. Diciamo subito che è un'opinione sbagliata: in effetti Platone, con i suoi "Timeo" e "Crizia", fu probabilmente il principale divulgatore del mito nel durante il V secolo a.C..
Storicamente è anzi vero che Platone fu uno degli ultimi ad occuparsi di Atlantide.
Verso la fine del IV secolo a.C. la cultura greca entra nel periodo alessandrino-ellenistico. L'Atlantide era stata dimenticata e rimase nel dimenticatoio per più di oltre 20 secoli.
Tuttavia nel Medioevo europeo sentì la necessità di imputare alla civiltà di un continente perduto tutta una serie di conquiste sociali di nuovo conio.
Si cominciò così a parlare di Antilia come patria naturale del nuovo. Per molti anni Antilia sostituì Atlantide nell'immaginario collettivo (25).
A partire dal XV secolo, il binomio Atlantide-Antilia non ha più conosciuto pace; ché anzi il continente perduto è stato sballottato a dritta ed a manca, dal Sahara ai ghiacci polari!
La storia di Atlantide, ammesso che di storia si tratti, è stata accompagnate da un destino mai molto lineare (26). Ad esempio, un archeologo-astronomo spagnolo del XVII secolo, tale Don Carlos Seguentia, arrivato sulle rovine di Teotihuacàn si sentì autorizzato a dichiarare:

  • che in Messico aveva trovato i discendenti di una civiltà, che derivava da un gruppo sociale organizzato paragonabile alla sola civiltà Egizia (27);
  • che la civiltà madre era, appunto, l'Atlantide: una sorta di terra di "Mezzo", o di "collegamento" tra la Civiltà Azteca e quella Egizia;
  • che la scomparsa di Atlantide era da imputare al Diluvio Universale (28).
Ma i miti sono duri a morire. E il principio di equivalenza Giza-Tehotihuacàn innescato da Carlos Seguentia doveva colpire ancora, nell'Inghilterra Elisabettiana, con lo scritto "New Atlantis" di Francis Bacon.
Non vorrei dimenticare anche il romanziere Jules Verne, che ebbe modo di far scoprire Atlantide ("Una Pompei Antica seppellita sotto le Acque") nel suo "Ventimila leghe sotto i Mari".
Naturalmente l'avventura letteraria di Atlantide non era conclusa. Infatti, sulla scia di Verne, lo scrittore statunitense, Ignatius Donnelly, nel 1880, scrisse il suo best seller: "Atlantide: Il Mondo prima del Diluvio", più o meno nella stesso periodo in cui Schliemann scopriva le rovine di Troia (proprio come Donnely che ambiva ottenere una analogo successo con Platone).
Ma erano anche gli anni di Bimini, del chiaroveggente Cayce.
Con l'inizio del XX secolo Atlantide schizza nel Mar Egeo per identificarsi con Creta e Santorini.
In sostanza, Atlantide sembra aver superato la fase di "continente perduto" per diventare un continente senza pace.

La storia del mondo secondo Platone
Cerchiamo di comprendere ora come era stata possibile questa metamorfosi iniziata sulla base del racconto Platonico.
Il filosofo, pur non essendo stato il primo, aveva divulgato il mito di Atlantide. E, tramite il sacerdote di Sais, ci ha resi edotti degli innumerevoli cataclismi che sconvolsero la Terra quando su Atlantide viveva la stirpe da cui tutti saremmo discesi.

«Prima del grande diluvio vi era una città famosa per la perfezione delle sue istituzioni. Venne fondata mille anni prima della nostra stirpe, la cui costituzione, come risulta dai sacri libri, risale a ottomila anni fa. Fu la vostra città a stroncare una potenza che aggrediva con violenza l'Europa e l'Asia e che proveniva dall'oceano Atlantico. In quel tempo facile da attraversare perché vi era un'isola di fronte allo stretto che voi chiamate delle Colonne d'Ercole, più grande della Libia e dell'Asia riunite; da quella si procedeva verso altre isole che formavano una sorta di strada verso l'opposto continente, intorno a quello che è veramente un mare aperto. Poiché il mare che sta entro lo stretto è solo un porto dall'entrata angusta, ma al di là vi è un immenso mare, un vero mare, che circonda quello che senza dubbio si può chiamare un continente.
Nell'isola di Atlantide si formò uno splendido impero che aveva predominio sulla Libia sino all'Egitto e sull'Europa fino a Tirrenia. Si preparò a sottomettere la vostra patria e la nostra e fu allora che la tua città con la sua forza e il suo valore, brillò sull'umanità e da sola trionfò sopra gli invasori salvando tutti i popoli dalla schiavitù. Passarono molti secoli, da allora, e ci furono terribili terremoti e alluvioni e da un giorno all'altro, in modo orrendo, l'eroica stirpe guerriera sprofondò mentre l'Atlantide spariva inghiottita dai flutti.»

E, ancora da Crizia:

«Novemila anni orsono scoppiò un conflitto tra i popoli viventi fuori dalle colonne d'Ercole e quelli viventi all'interno di esse.
Da una parte Atene e dall'altra i re di Atlantide, allora più estesa della Libia e dell'Asia insieme.
In questo periodo di novemila anni avvennero innumerevoli e violenti cataclismi e la vostra terra greca si sgretolava dall'alto dei monti verso il basso.
Il terriccio scompariva in mare e rispetto a quello che esisteva un tempo, oggi rimangono solo isolette.»

Nel Crizia si delinea ora una cosmogonia unica nel suo genere: quella degli dei che si spartiscono la terra. A Poseidone toccò l'Atlantide e questi la elesse a sua dimora. Ed a lui, Clito, una mortale che viveva sui moli di Atlantide, generò numerosi figli.
Si sarebbe dovuta a Poseidone la trasformazione in di quella terra in una fortezza, alternando zone di mare e di terra in cerchi concentrici, concepiti in maniera che nessun uomo vi potesse entrarvi senza essere notato.

«Fece scaturire dalla terra due sorgenti di acqua, una fredda e l'altra calda; e rese la terra ricca di ogni alimento. Generò dieci figli maschi e divise l'isola tra di loro. Chiamo il figlio maggiore Atlante; da lui derivò il nome dell'isola maggiore, e lo rese re di tutti gli altri.
Agli altri figli dette il governo delle isole del mare aperto, che costituivano un arcipelago molto vasto.
Sull'isola maggiore era prodotto anche il mitico Oricalco.»

Stando a questa descrizione Atlantide equivale all'altrettanto mitico Eden.
Il palazzo del re...

«...era situato su di un'isola di cinque stadi recintata da una muraglia in pietra larga un peltro. Le pietre erano di tre colori: bianche, nere e rosse. Al centro dell'isola un tempio consacrato a Clito e Poseidone, il cui ingresso era impedito da un muro d'oro. Vi era un tempio in onore a Poseidone interamente rivestito d'argento all'esterno con pinnacoli d'oro. Un soffitto d'avorio con ornamenti d'oro, argento e oricalco. Con statue d'oro. Il Dio nel suo cocchio con sei destrieri alati era talmente alto che toccava il soffitto col capo, intorno cento nereidi su delfini.
La capitale era circondata da una pianura uguale, levigata, cinta da una catena circolare di monti, fino al mare, riparata dai venti di tramontana. Aveva la forma di un quadrilatero allungato ad angoli retti in quanto si era provveduto a regolarla con un canale che la circondava tutta.»

La descrizione di questo palazzo colossale fa sorgere il sospetto che potrebbe essere sopravvissuta qualcosa e che questo qualcosa potrebbe essere stato trovato ad esempio nelle rovine sommerse al largo di Bimini. Esse presentano un canale di oltre mezzo chilometro e monoliti lunghi cinque metri, pesanti circa venticinque tonnellate. Gli archeologi subacquei che hanno esplorato il sito li fanno risalire a circa l'8.000 a.C..
Quello che maggiormente ci attira è che le opere di Bimini sembrano corrispondere alle parole di Platone:

«Le opere costruite sembrano opera di semidei, non dell'uomo. Il canale scavato alla profondità di cento piedi e largo uno stadio uniformemente, era lungo diecimila stadi e vi affluivano dai monti tutte le acque che fluivano in mare dopo aver irrigato la pianura. Altri canali navigabili e diretti verso la capitale erano stati costruiti ad una distanza di cento stadi l'uno dall'altro.»

Ma Platone va oltre e ci parla della potenza militare di Atlantide che:

«...possedeva circa un milione di soldati, duecentocinquanta mila cavalli, diecimila carri da combattimento, milleduecento navi. Un impero governato da dieci re che si riunivano periodicamente per concordare politica e comportamenti.
Fino a che la natura divina si perpetuò in loro, gli Atlantidi rimasero fedeli alle leggi degli Dei, da cui si dice fossero generati.»

Orbene, questi aspetti si ritrovano, puntualmente, nei miti e nelle leggende di diversi popoli della Terra (29). Però un triste destino aspettava gli atlantidi, perché:

«Quando la parte divina s'indebolì in loro per le numerose unioni con i mortali, la parte umana prese il sopravvento e furono corrotti dal desiderio di potere e di ricchezza. Zeus che vide tutto questo decise di punirli. Radunò tutti gli Dei nella stupenda dimora posta al centro del cosmo per poter guardare dall'alto in ogni direzione e disse loro...»

Cosa disse il sommo Giove non ci è dato saperlo perché qui si arresta il "Crizia".
Tuttavia il destino di Atlantide si compie nel "Timeo" quando, da un giorno all'altro Atlantide scompare durante catastrofici terremoti e maremoti.

Le guerre tra gli atlantidi e gli ateniesi
Ma, se andiamo a frugare nelle pieghe ci quanto sarebbe successo prima della fine, ci rendiamo conto che i resti di Bimini potrebbero non essere gli unici riscontri sul piano storico.
Il sacerdote di Sais insiste su una guerra di conquista che Atlantide avrebbe condotto, tra l'altro, in danno degli ateniesi.
Possibile che un fatto di questa portata possa essere sfuggito agli storici greci? È proprio vero che non esiste traccia di qualsiasi tipo delle guerre tra gli Atlantidi e gli ateniesi?
Indubbiamente non possiamo fare gran che conto sui testi ufficiali di storia greca. Tuttavia a noi può interessare anche la più labile traccia di qualsiasi tipo.
Io sono convinto che una traccia esista, proprio nei miti delle origini. Penso che il mito del Minotauro faccia riferimento a questa realtà.
Ricordate l'altrimenti inspiegabile guerra che gli ateniesi conducono contro Minosse?
Ricordate che per effetto di questa sono costretti a mandare a Creta ogni anno sette fanciulli e sette fanciulle?
E, per concludere, non vi sembra che, "mutatis mutandis", stiamo parlando degli effetti di una guerra condotta contro gli Atlantidi?
Un minimo di ripensamento sulle "guerre mitologiche" degli ateniesi, può spiegarci certe incongruenze che abbiamo l'abitudine di nascondere i fatti dietro il mito.
Ma fu veramente mitologia l'antefatto del Minotauro o, piuttosto, dobbiamo accorgerci che gli "eroi" di queste guerre sarebbero stati proprio i re cui Platone attribuisce le vittorie di Atene sugli Atlantidi: i vari Cecrope, Eretteo, Erittonio: tutti personaggi semi mitici, anteriori a Teseo (30).
Del resto la scuola di pensiero "Italiana" non avrebbe a mio modo di vedere solo lo scopo di spostare i riferimenti tradizionali del mito Atlantideo, quanto quello di convalidare una tesi che, a quanto pare, neppure gli antichi disdegnavano (31).
Una delle due colonne di Ercole potrebbe essere stata infissa da Melkhart-Erakles non a guardia del Mediterraneo, bensì a Malta (32).
Per restare nell'ambito del mito ricorderò che Platone parla di un miracolo della inventiva atlantidea, il cosiddetto "oricalco". Come ho avuto modo di accennare probabilmente si è trattato di un errore di traslitterazione di Platone.
In realtà l'oricalco non è affatto un mistero: si tratta di rame nativo ed era un prodotto di base della civiltà del bronzo (orei - calkos) che entrava in lega con lo stagno.
È appunto sul bronzo che gli Atlantidi fondarono i propri rapporti con tutto il Mediterraneo: il bronzo (e quindi l'oricalco) dovette assumere un vero e proprio valore strategico, dal momento che l'area mediterranea e quella africana non possiedono minerali di stagno (33).
I fenici, storicamente, furono epigoni di una "politica economica" di origine atlantidea: per secoli furono gli unici in grado di rifornire l'industria del bronzo cretese, mediante gli apporti di stagno dalla Bretagna la cui rotta era mantenuta rigidamente segreta.
Eppure i misteri del rapporto con Atlantide non sono esauriti. Non a caso Platone fa dire al sacerdote di Sais che grandi e complessi fenomeni (come siccità, grandi incendi, fulmini e terremoti) avevano preceduto l'inabissamento di Atlantide.
In realtà credo che qui non ci sia ombra di misteri: si trattava di nient'altro che fenomeni sintomatici dei cambiamenti climativi che sarebbero seguiti all scomparsa di Atlantide.
Il problema che si pone al critico è quello dell'esistenza di prove di tali cambiamenti climatici intorno all'epoca della scomparsa?
Ebbene, mi sembra che esistono sufficienti indizi per rispondere affermativamente.
Ce lo confermano alcune iscrizioni egizie del Ramesseum (il tempio funebre di Ramses III (34), a Medinet Habu): Ma anche la narrazione delle piaghe d'Egitto che precedettero e seguirono l'Esodo biblico (la caduta della manna, l'acqua cambiata in sangue, la pioggia di rane, Mosè che separa le acque ecc.).
Mi sembra che i racconti riportati in queste due serie di documenti coincidono, e portino alla conclusione che un mondo potrebbe essere scomparso in breve spazio di tempo (anche se non proprio nello spazio di ventiquattro ore), in un momento compreso tra il 1235 e il 1220 a.C..
Indubbiamente ci troviamo in presenza di prove indiziarie, anche se, purtroppo non serve a chiarire il mistero del "dove".
C'è comunque (ed è stato registrato nei testi religiosi e nella memoria dei posteri e dei sopravvissuti) il ricordo di quegli eventi che potrebbe anche essere confuso col diluvio, col mito di Deucalione e Pirra, col mito di Ercole e degli Argonauti. Probabilmente i luoghi da cui erano nati quali miti di spostarono per la legge della "dislocazione".

Introduzione: Atlantide e le Colonne d'Ercole
Non mi sembra che ci siano dubbi: il racconto Platonico localizza l'Atlantide oltre le colonne d'Ercole (oltre l'attuale stretto di Gibilterra): in pieno oceano Atlantico, al largo delle isole Azzorre.
Isola o continente che fosse, quello che caratterizza l'Atlantide è l'improvvisa e repentina scomparsa.
E, per gli antichi, era opinione corrente che il braccio di mare al largo delle coste del Portogallo e dell'Africa fosse impraticabile a causa del basso fondale (che probabilmente si era creato dopo la sommersione).
All'epoca di Platone non era neppure ipotizzabile una esplorazione sistematica del fondale oceanico. Ne conseguì l'avvio di moltissime ipotesi sulla vera o presunta localizzazione dell'Atlantide, sulle cause di un disastro immane, sulle modalità di concretizzazione.
Nel corso degli anni (e dei secoli), la ricerca umana ha finito con lo spostare Atlantide in varie altre località in tutto il mondo senza trascurare nessun continente, nessuna nazione e nessun oceano.
L'Atlantide era passato nel mondo del mito.
Ne dobbiamo trarre una prima conclusione: che lo scopo di questo studio non è (e non può essere) l'accertamento della verità e neppure quella della plausibilità di questa idea.
Ci dobbiamo contentare del tentativo di fare il punto su una "dottrina atlantidea" sommariamente attraverso libri ed articoli, indizi, comparazioni e deduzioni.

Ma vi è da fare una premessa.
È stato da taluni sottolineato (e da altri contestato) che tra la civiltà dell'antico Egitto e quelle dell'antico Messico esistono sconcertanti somiglianze che possono far pensare ad una radice comune: costruzioni piramidali, imbalsamazione, anno di 365 giorni, affinità semantiche e leggende comuni.
I miti Toltechi, Aztechi e Maya sono concordi nel far risalire le proprie origini ad un'isola del mare orientale denominata Aztlàn o Atlàn (l'assonanza con Atlantide è notevole).
Diego de Landa (35) noto vescovo di Yucatàn, si era convinto che questa leggenda avesse una origine non indigena rispetto alla civiltà Maya. E, quasi a conferma, la tradizione orale dei Maya Quichè ripete che i Maya originari avessero attraversato il mare seguendo una rotta che essi conoscevano perfettamente.
E il "Popol Vuh" aggiunge che:

«I tre figli di Quichè andarono a visitare la terra posta ad est, quella dalla quale provennero i nostri antenati.»

Ma non basta.
Gli indiani dei grandi Laghi, i Lebìni, i Lenapi del Delaware, gli Iowa e gli Hopi consideravano se stessi i superstiti di un disastro che implicava l'inabissamento del mondo.
E la stessa leggenda appartiene anche ai preincaici popoli dei Chimù ed ai Chan nell'America del Sud.
Purtroppo il confine tra storia e preistoria - come quello tra storia e mito - è spesso legato al fortuito ritrovamento di reperti e documenti senza dei quali un evento, pur se conosciuto, rimane inesorabilmente confinato nella preistoria o nel mito (36).

Il mondo dell'Atlantide platonica
Le parole di Platone (cui si aggiungono quelle di Manzi, di Dévigne, di Moreux, di Muck e di D'Amato) delineano una civiltà atlantidea di prim'ordine, senz'altro più avanzata di quella tipica dell'uomo di Neanderthal cui appartenevano gli abitanti del resto d'Europa.
Sulla scorta delle opinioni di quegli studiosi, sembra lecito concludere che l'uomo di Atlantide era un uomo di Crô-magnon in anticipo sui tempi perché apparteneva allo stadio del Bronzo.
Per questa appartenenza culturale gli atlantidi attingevano intensivamente alle loro miniere di rame mentre importavano lo stagno dall'America (ad ovest) e della Bretagna (ad oriente) (37).
E Platone c'informa che gli atlantidi conoscevano un altro metallo, l'oricalco (del quale ho già parlato) che gli atlantidi avrebbero impiegato anche nei loro edifici.
Ne consegue che gli Atlantidi sarebbero stati grandi metallurghi ed esportatori di bronzo verso le loro colonie in Europa ferme all'età neolitica o, al massimo, a quella della pietra levigata.
È partendo da questa considerazione che qualche studioso ha potuto sostenere che i popoli dell'Europa fossero passati dall'età della pietra a quella del bronzo senza passare per l'età del rame.
L'esistenza di Atlantide ci fornirebbe la chiave per la soluzione di questo mistero perché nell'America settentrionale l'età del rame ci sarebbe stata (38).
L'impiego del bronzo, e una tecnologia del bronzo, in altri termini, sarebbe stato oggetto di esportazione rimanendo appannaggio degli "europei" quando Atlantide scomparve.
In altri termini a quell'epoca il bronzo era passato ai Dattili, ai Kabiri, agli Etruschi, ai Carii (nella direzione dell'Europa) come agli Yucatechi (nella direzione dell'America centrale).
E questo metterebbe in "non cale" la tesi che vorrebbe separare con un taglio netto lo sviluppo della civiltà europea rispetto a quella americana.
Ma v'è di più perché si tradurrebbe anche in una totale inversione nell'opinione che vorrebbe l'età del bronzo arrivata dalla Mesopotamia, dall'Egitto e dalle isole dell'Egeo. Sarebbe arrivata dal lato opposto del mondo, dall'Atlantide.
Nell'Europa antidiluviana sarebbe esistita quindi una vera e propria "grande strada del bronzo". Partita dall'Africa, avrebbe attraversato Spagna e Gallia, penetrata in Germania, in Svizzera, in Inghilterra, in Scandinavia.
Una vera e propria rivoluzione "culturale"!
Chiaramente questa visione innovativa (addirittura rivoluzionaria) ci mette di fronte al solito problema delle prove.
In genere, si afferma che lungo quel percorso non è stato trovato alcun oggetto o manufatto egiziano o mesopotamico. Mentre in Egitto ed in Mesopotamia è stata trovata l'ambra del Baltico.
Possiamo rispondere con un'altra domanda.
Chi poteva essere tanto avanti nel progresso da esportare manufatti di bronzo verso l'Egitto e la Mesopotamia riportando indietro manufatti di ambra?
Si risponde a questo quesito che vi avrebbero provveduto i Fenici, commercianti per definizione. Ma questo è perfettamente logico in epoca storica. E prima?
I ricercatori "ufficiali" hanno dovuto ammettere che una razza di uomini appartenenti ad una civiltà industrializzata molto avanzata dovette necessariamente stabilirsi a Rodi, intessendo strettissimi rapporti con Creta, con Cipro e col Peloponneso. Sarebbero stata questa civiltà ad insegnare come estrarre i metalli, come fonderli e come fabbricare il bronzo.
Gli antichi li chiamarono "Telchini" o "Cabiri", dalle origini misteriose, detti anche "popoli dei vulcani", maghi e fonditori ben noti agli Etruschi.

Solo prove indiziarie?
Sembra si debba acquisire un dato di fatto: i sopravvissuti di Atlantide dovrebbero aver diffuso la civiltà nel mondo dopo l'inabissamento: cioè a partire dal 10.500 a.C..
Non intendo affrontare qui il problema delle cause - vere o presunte - della catastrofe. Per quello che in questo momento interessa credo legittimo supporre che parte degli Atlantidi vivesse sulle coste dell'isola (o del loro continente che dir si voglia) e che fossero degli ottimi marinai.
Lo stato di raggiunta civiltà consentì loro, una volta allontanatisi dall'isola inabissata, di portare nel resto del mondo, scienze come l'astronomia, la medicina, e l'agricoltura insieme alla loro abilità nautica.
Perché, come assicura Platone, gli abitanti dell'isola "oltre le colonne d'Ercole" (gli Atlantidi) erano grandi marinai (in possesso di mappe molto precise antesignane dei nostri Atlanti).
E, così, essi avrebbero diffusa la cultura del mare.
Se tutto ciò corrisponde al vero, significa che dovrebbero essere rivisti tanti momenti topici della successiva storia dell'umanità.
Ad esempio, la storia ufficiale ci dice che la prima traversata dell'Atlantico venne realizzata da Cristoforo Colombo nel 1492.
Orbene, se Platone dice il vero, quell'impresa sarebbe stata preceduta da quella degli Atlantidi i quali, tra l'altro, avrebbero depositato in Egitto le loro conoscenze scientifiche e nautiche tra cui la la conoscenza del continente americano.
Difatti, manco a farlo apposta, Platone scrive che:

«...davanti alla foce chiamata colonne d'Ercole, c'era un isola che offriva un passaggio alle altre isole e dalle isole al tutto il continente che sta dalla parte opposta di quello che è veramente il mare.»

Quelle isole sarebbero state quindi le Antille e quelle dei Caraibi.
Dovrebbe allora appartenere al novero delle mappe atlantidee anche la più famosa delle "mappe impossibili": quella di Piri re'ìs disegnata, presumibilmente, nel 1513.
Piri Re'ìs ibn Hajji Mehmet, fu un ammiraglio della flotta ottomana di Istanbul, nipote del corsaro Kemal Re'ìs; visse per molti anni ad Alessandria d'Egitto dove si dice avesse avuto modo di visionare certe carte scampate alla distruzione della Biblioteca.
Senza entrare nel merito dell'incendio della biblioteca, sta di fatto che la mappa di cui intendo occuparmi è un documento dipinto su pelle di gazzella. In essa sono riportati il contorno delle americhe ed il polo australe.
Tra il XIX ed il XX secolo, gli studiosi hanno a lungo dissertato sulla attendibilità di quella Mappa affermando che era caratterizzata da talune anomalie.
Così, mentre sarebbero state disegnate con grande perizia le coste del Sudamerica, sarebbero state disegnate piuttosto male quelle dell'Antartide che compare libera dai ghiacci al punto (che se ne possono vedere i rilievi montuosi) e, per giunta, unita all'America Meridionale.
Di fatto, altre imprecisioni a parte, sappiamo che l'Antartide venne scoperta solo nel XIX secolo.
La circostanza di un continente libero dai ghiacci, rispecchierebbe una condizione che sarebbe stata possibile solo 10.500 anni prima di Cristo!
Si è detto che l'attaccatura tra il continente sudamericano e l'Antartide sarebbe stato frutto di un errore.
Eppure le più recenti scoperte geologiche hanno dimostrato che prima dello scioglimento dei ghiacci dopo l'ultima glaciazione (ovvero prima del 10.500 a.C.), l'Antartide e il sudamerica erano effettivamente unite all'Antartide circa 1000 km più a nord.
Ma i miracoli delle "Mappe impossibili" non finiscono con la mappa di Piri re'ìs.
Un'altra mappa molto strana, è quella di Hadji Ahmed, che era stata prima bollata come falsa e poi attentamente studiata. Essa ci rivela quale fosse la forma del continente nordamericano nell'11.600 a.C.! E si potrebbe pensare che Erik il Rosso ne fosse in possesso quando condusse i vichinghi in America, alcuni secoli prima di Colombo.
Chi le aveva elaborate? Sembra lecito supporre che le avessero ereditate dai Romani o da Fenici, e che a loro volta le avessero ricevute da Atlantide.
Mi donando se queste debbano essere considerate solo delle prove indiziarie.
Difatti, la storia ci ha insegnato che i fenici fossero dei maestri insuperabili in fatto di navigazione.
Ebbene, storicamente il popolo dei fenici appartiene all'età del bronzo. Ma essi avevano problemi di approvvigionamento sia del rame che dello stagno.
Il primo problema lo risolsero rifornendosi a Cipro mentre diversa soluzione dovettero adottare per lo stagno che acquisivano nella isole britanniche.
Ma: come avrebbero fatto i fenici o atri popoli mediterranei, a scoprire il bronzo senza la disponibilità di una componente indispensabile?
In ogni caso dovettero abituarsi ad oltrepassare quello che oggi chiamiamo "stretto di Gibilterra" (evitando di essere seguiti per non rivelare le rotte seguite) (39).
È possibile, che i Fenici fossero tra i primi "scopritori" dell'America? O ereditarono l'invenzione già fatta da Atlantide?
E i romani, che nel 147 a.C. subentrarono ai cartaginesi, entrarono forse in possesso di carte nautiche cartaginesi già prima della distruzione di Cartagine (40)?
Se gli Atlantidi erano arrivati nel Mediterraneo intorno al 10.500 a.C., a rigor di logica, avrebbero dovuto pensare gli Egiziani ad assimilare la cultura fenicia, non i Fenici, non i Romani (41).
Peraltro, strane mappe - tutte del XVI secolo - mostravano (insieme al Continente Sudamericano) un'Antartide priva di ghiacci. È ancora inevitabile la domanda: da dove venivano?
Un esempio è l'incredibile mappamondo del 1506 del cartografo fiorentino Francesco Rosselli che mostra le scoperte geografiche post-colombiane. Da notare la disposizione dell'Antartide, in realtà scoperta nel 1818 e posizionata più a nord del previsto (Charles Hapgood ne da una spiegazione con la teoria dello spostamento dei Poli). Ma come faceva Rosselli a sapere della sua esistenza?
Va da sé che le "mappe impossibili" vanno accettate per quello che sono, senza avere la pretesa di volerne dare una spiegazione. Da esse non bisogna pretendere di derivare la prova di nient'altro che della loro esistenza.

Dai dialoghi di Platone al Messico
Come abbiamo visto, sebbene la paternità dell'Atlantide nell'emisfero occidentale, non spetti a Platone, è necessario valutare la circostanza che né i Sumeri (che ne parlarono per primi con la loro Ni-Duk-Ki) né Platone (con la sua Atlantide), avevano un'esclusiva su Atlantide (42).
In un altro emisfero, e forse in un'altra epoca, in America centrale, gli Aztechi del tempo della "conquista" ricordavano Azatlàn (a Aztlàn) (43) come loro patria di origine.
Quetzalcoatl, inventore della scrittura e delle arti, saggio bianco barbuto, proveniva, secondo la leggenda, dalla "terra rossa e nera" (e - guarda caso - Platone parla proprio di perle di pietra rossa e nera a proposito dell'Atlantide).
In Messico le mitologie mesoamericane hanno al centro Quetzalcoatl (44) (con la variante del Gùcumatz dei "Maya" guatemaltechi e del "Kukulkàn" dei Maya Quichè), la divinità saggia e buona, barbuto e dalla pelle bianca (45).
Ebbene, Quetzalcoatl proveniva da Tula (detta anche, a seconda dei diversi vari linguaggi centroamericani, Tollàn, Huc Huc, e Tlapallàn), ma - gurda caso - aveva gli attributi propri dell'egizio dio Thoth.
Ebbene questa circostanza, collegata al fatto che Tula si trova nella parte orientale del Messico hanno fatto ritenere ad alcuni (ad esempio a Charles Berltitz, a Peter Kolosimo ma anche a Sabatino Moscati) che il personaggio reale, da cui si era originato il mito (46), provenisse da Atlantide, o - a seconda delle leggende - dalla Creta minoica, dalla Fenicia, o addirittura da Roma o dalla Norvegia vikinga.
E si aggiunga che gli irlandesi hanno assimilato Quetzalcoatl a S. Brendano.
San Brendano, avrebbe attraversato l'Atlantico nel 484 d.C., e per molti irlandesi, il nome "Kukulkàn" sarebbe stata una traslitterazione errata del capo irlandese Cuchulain (47).
Stando alla descrizione che possediamo della divinità centroamericana, Kukulkàn - Quetzalcoatl sarebbe stato di colorito pallido, con una folta barba bianca (e questo attributo gli valse, probabilmente, il soprannome di "serpente piumato") (48).
Queste caratteristiche fisiche della divinità centro-americana, hanno fatto pensare ad una migrazione di popolazioni nordiche in epoca antichissima (49).
Anche Diego de Landa, il famoso vescovo del Chapas, nel 1691, fu affascinato dalle possibilità che offriva una tale lettura.
Egli aveva raccolto informazioni di "prima mano" sulle leggende dei maestri civilizzatori bianchi e dette una sua chiave di lettura a Quetzacoatl. Secondo De Landa:

«Il racconto (di Quetzalcoatl) riguardava un gruppo di colonizzatori dalle lunghe vesti giunti nelle terre dei Maya in un periodo che il vescovo calcolò... dovesse risalire a circa il 1000 a.C.. Erano capeggiati da un semidio chiamato Votan, a cui si faceva riferimento talvolta come al nipote di Quetzalcoatl; questo semidio... avrebbe fondato la città di Palenque.»

La teoria di G. Michanovsky
Il ricercatore George Michanovsky prende invece le mosse da una leggenda (presumibilmente di origine indoeuropea) comune ai paesi del Mediterraneo ed a quelli del mare del Nord.
Secondo questa leggenda una stella (Vela X) si sarebbe mossa oltre l'estremità dell'orizzonte meridionale, divenendo visibile nell'emisfero boreale e da questa posizione avrebbe dominato l'intero cielo: essa era detta la "Stella di Atlantide" o "Croce del Sud". E di essa parla anche Amerigo Vespucci come un grande desiderio da soddisfare: l'iconografia ufficiale del navigatore lo mostra nell'atto di rimirare un cielo stellato nel quale campeggia la Croce del Sud.
E G. Michanovsky ci ricorda che il navigatore aveva esplorato la foce del Rio della Amazzoni attribuendogli il nome di "fiume del fuoco nascosto".
A sua volta Sabatino Moscati ci fa riflettere che:

«Se il racconto platonico, così come è formulato e nel suo insieme, deve considerarsi una leggenda, ciò non toglie che la leggenda possa avere concreti fondamenti storici e cioè che alla sua creazione abbia concorso il ricordo di fatti realmente accaduti, anche se tali fatti possono essere stati molteplici, difformi nel tempo e nello spazio elaborati dalla fantasia.»

Note:
23. Cioè, più o meno nella fase di dissoluzione della Talassocrazia Cretese.
24. Rispettivamente in "Commentario sul Timeo", I, 102,25: "Storia universale dell'Egitto, Frammenti", e "Bibliotheca Historica", I, 26. "Ma da che abbiamo menzionato gli Atlantidi, crediamo sia giusto riferire qui ciò che i loro miti dicono della genesi degli Dei... Dopo la morte di lperione, narra il mito, il regno fu diviso fra i figli di Urano, i più famosi dei quali erano Atlante e Crono. Di costoro, Atlante, ricevette come sua parte le regioni sulla costa (africana) dell'Oceano, e non solo diede il nome di Atlanti(di) ai suoi popoli, ma chiamò anche Atlante la montagna più grande di quella terra. Dicono inoltre che egli perfezionò la scienza dell'astrologia e fu il primo a far conoscere all'umanità la dottrina della sfera; e fu per questa ragione che si credette che tutto il cielo venisse sorretto sulle spalle da Atlante...".
25. Anche Cristoforo Colombo tentò di organizzare una spedizione per trovare Antilia.
26. Ad esempio gli aztechi ritenevano di essere, proprio loro, debitori verso Atlantide della propria esistenza. Essi ritenevano, infatti, di essere i superstiti del diluvio approdati sulle coste dell'America centrale per costituire quella che oggi chiamiamo Civiltà Azteca.
27. Si riferiva alla somiglianza tra le Piramide della piana di Giza con quelle di Teotihuacàn.
28. Purtroppo per lui, nel 1691, durante una delle ricorrenti rivolte, a Città del Messico, vennero bruciati numerosi palazzi, tra cui la Biblioteca. Qui si diceva che fossero conservati importanti documenti riferiti al passato degli Aztechi, e probabilmente, ala loro derivazione dagli Atlantidi.
Comunque sappiamo che l'apogeo di Teotihuacàn ebbe luogo intorno al 650 d.C., quando gli atzechi erano di là da venire e, comunque, si tratta di un tempo assolutamente non rapportabile al tempo del racconto Platonico. Queste considerazione non impedirono ad alcuni sedicenti studiosi si affermare che le Piramidi centroamericane erano state costruite come Tombe Funebri per le famiglie nobili che regnavano all'epoca. In sostanza le notazioni di tipo storico servirono a stabilire l'equazione dell'equivalenza delle funzioni con le piramidi egiziane. Purtroppo per il Seguentia l'archeologia non è stata in grado di confermare l'assunto.
29. Tra l'altro nella Bibbia, nell'epopea di Gilgamesh, in Dzyan, nelle storie degli Hopi e molti altri.
30. E sono citati nel, "Crizia", al cap. 110 a, b.
31. Storicamente solo dopo il VI secolo a.C. l'espressione "colonne d'Eracle" fu adottata per indicare lo stretto di Gibilterra. Secondo alcuni, le colonne d'Eracle sarebbero state le "colonne del cielo", confidategli da Atlante. Apollodoro precisa tuttavia che le colonne affidate da Atlante ad Eracle non si trovavano ad occidente, bensì a nord della Grecia, nel paese degli Iperborei.
In seguito, Tacito scrisse: "Queste colonne si sono conservate sino ai giorni nostri" e afferma che Druso Germanico cercò di ritrovarle, "ma ne fu impedito dall'oceano".
Seneca afferma: "Quelle colonne sono il perno di ogni cosa" e si trovano "nel mare di fango... all'estremità del mondo... alle frontiere dell'oscurità... in mezzo alle sacre acque... là dove gli dèi hanno il loro ritiro".
È ovvio che il culto romano di Ercole non sia mai stato collegato all'isola di Malta e neppure alla regione della Piccola Sirte. L'estremo limite occidentale del mondo romano fu subito identificato con lo stretto di Gibilterra, ma erano ormai trascorsi 1000 anni dalla fine della discendenza da Melkhart delle stirpi regali del Mediterraneo.
32. A differenza dall'Ercole dei Romani, il semidio che andava in giro a compiere prodezze, era un capostipite mitico-eroico che riflette nel nome di Melkhart l'origine: "Malik".
33. Per lo stesso motivo i Faraoni sostennero una lunga guerra contro gli Hittiti per conquistare il controllo delle miniere dell'Anatolia. Ma gli Atlantidi, a quanto pare, non ne erano a conoscenza.
34. Proprio quello dei "Popoli del mare"!
35.  Diego de Landa Calderón (17 marzo 1524 - 1579), è stato vescovo di Yucatán. Ha lasciato le generazioni future con un misto eredità nei suoi scritti, che contengono molto preziose informazioni sulla precolombiana civiltà Maya. Fu una figura importante nella cosiddetta "leggenda nera". Nato a Cifientes, Guadalaja, in Spagna, divenne frate francescano nel 1541 e venne mandato, ben presto, come uno dei primi francescani, nello Yucatán. Landa venne incaricato di portare la fede cattolica ai popoli Maya dopo la conquista spagnola. Fu autore della "Relación de las Cosas de Yucatán, in cui egli affrontò problemi delle lingua, della religione, della cultura e della scrittura Maya. Questo manoscritto venne redatto intorno al 1566 al suo ritorno in Spagna; ma le copie originali sono state perse.
36. È il caso di Babilonia, di Spina e delle città sumere che sono rimaste in tale limbo per lunghissimo tempo. Per non parlare di Mu (Isola leggendaria, sulla cui dislocazione sono state formulate moltissime teorie alla pari del Gondwana).
37. Qualche autore sostiene che avessero scoperto anche l'acciaio!
38. Bisogna ricordare che a Palenque furono ritrovati dei coni di rame per la monetazione, della stessa fattura di quelli ritrovati in Irlanda ed in Scandinavia dell'età preistorica.
39. Non deve quindi meravigliare la scoperta del 1972, quando al largo della Honduras, inoltre sono stati ritrovati tumuli di pietra dell'età del bronzo, recanti iscrizioni in lingua fenicia.
40. Infatti nella baia di Guanabara, al largo della costa brasiliana sono state ritrovate delle anfore romane, ma le autorità si rifiutano di autorizzare una ricerca più approfondita. Allo stesso modo su una spiaggia di Beverly, nel Massachusetts, sono state ritrovate delle monete romane risalenti al 375 d.C.; ma le autorità sostengono che le monete siano di un collezionista molto distratto!
41. Lo dimostra il fatto che le imbarcazioni egizie erano costruite con una prua piatta, adatte alla navigazione fluviale. Ma nel 1947 è stata riportata alla luce un'imbarcazione in ottimo stato di conservazione, nei pressi della grande piramide; gli studiosi hanno detto che si trattava di una barca funeraria che aveva il compito di portare il faraone nell'aldilà. Ma la caratteristica fondamentale di questa barca è che non ha la prua piatta, ma alzata, adatta a sfidare le onde del mare. E così nel 1970 si è provato a costruire una barca fatta di papiro simile a quella ritrovata nel 1947 e il norvegese Thor Heyerdhal riuscì, partendo dalle costa occidentale dell'Africa, a raggiungere le Barbados in 57 giorni, coprendo una distanza di 6.000 km!
C'è da credere che il cosiddetto "mosaico del Nilo" del museo archeologico della Palestrina, possa essere, più che l'inondazione del fiume egizio, la rappresentazione della fine di Atlantide.
42. Gennaro d'Amato ci ricorda che Proclo, nei suoi commenti al Timeo (Aethiopica) ha affermato che Crantore, Erodoto e Marcello (storico etiopico), avrebbero parlato di Atlantide ancor prima di Platone.
43. Il cui nome ATL, in quechua, significava "acqua" (da cui Aytlàn, Quicatlàn, Acatlàn, Mazatlàn).
44. Il nome Quetzalcoatl deriva da "Quetzal", uccello raro che vive nell'America centrale, dalle piume verde smeraldo (Von Hagen) e da "coatl" che in lingua Nahuatl significa "serpente d'acqua"; la sua simbologia si riallaccia quindi al mitico dio-serpente che nuota nelle acque primordiali.
45. Simbolo di vita e di movimento associato alla luce e, in origine, anche all'acqua. Come le altre divinità azteche risente della sua duplice origine di divinità di popoli nomadi (eroe divinizzato) sovrapposta alle divinità dei popoli conquistati.
46. Secondo la leggenda si tratterebbe di un personaggio storico vissuto circa 2000 anni fa, nato dalla dea lunare Coatlicue: uomo saggio e barbuto (!) che aborriva i sacrifici umani e che per questo motivo sarebbe stato avversato dai sacerdoti che drogatolo, lo fecero partecipare ad un'orgia sicché il popolo, disgustato, lo abbandonò. Venne così sostituito dal suo avversario Tezcalipoca. Quetzalcoatl si immolò perciò su una pira salendo al cielo come divinità e con la promessa di tornare. Per i suoi attributi fisici Cortèz venne scambiato per il Dio.
47. D'altra parte in una leggenda irlandese si parla di una terra occidentale conosciuta col nome di I Brzl o Hy Brazil = isola del ferro.
48. Del resto "figure barbute, dai lineamenti chiaramente non indios, e dalle caratteristiche somatiche semitiche, talvolta in gruppi... si incontrano spesso nelle sculture delle rovine Maya a Chichen Itza nello Yucatàn e a Tres Zapotes e a La Venta nei pressi di Vera Cruz, così come in numerose piccole statuette di argilla o di pietra che vengono dissotterrate in Messico e nell'america centrale".
49. Con quella ondata migratoria Quetzalcoatl sarebbe arrivato in Messico passando da Tula - Tollàn (detta anche "Hue Hue Tlapallàn", "vecchia vecchia Talapallàn") e sarebbe venuto da un insieme di isole che la leggenda colloca ad est sull'oceano.
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