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ARCANI ENIGMI...

I MISTERI DI ATLANTIDE
di Stelio Calabresi per Edicolaweb
INTRODUZIONE ALL'ATLANTIDE
C'era una volta l'Atlantide
Nell'immaginario collettivo il termine "Atlantide" individua un ipotetico continente (o un'ipotetica isola), sprofondato in mare (o comunque scomparso altrove), migliaia di anni fa.
Inutile dire che l'opinione più diffusa sostiene che Atlantide si sia inabissata nelle acque dell'attuale Oceano Atlantico che ne derivò il nome.
Nel XVII secolo, era ufficiale che l'Atlantide sarebbe esistita ad occidente di Gibilterra: gli arcipelaghi delle Canarie e delle Azzorre sarebbero state sopravvivenze del continente perduto.
Oggi le opinioni sono molto differenziate e molto più articolate. Al punto che possiamo tranquillamente sostenere che, dopo la Bibbia, dopo la saga Arturiana, Atlantide è indubbiamente l'argomento che ha fatto scorrere i letterari "fiumi di inchiostro".
È praticamente impossibile dire quanto libri, saggi, articoli siano stati scritti sull'argomento.
Dall'Epopea di Gilgamesh a Charles Berlitz ed a Peter Kolosimo, passando, naturalmente, per Platone; dal V secolo a.C. al 2000 d.C., sono trascorsi 6.000 anni ma l'inchiostro non ha mai smesso di scorrere in maniera inarrestabile.
Ad Atlantide appartiene probabilmente un primato: quello di essere la leggenda più antica... la formazione del suo mito è forse coeva al mito di Eden, anteriore alla stessa Bibbia.
Senza temere di tradire gli scopi di questo lavoro debbo anticipare che nel nostro "fiume di inchiostro" non esiste la minima prova né pro, né contro Atlantide. E allora?
Mi sono trovato a chiedermi: cosa c'è di vero? Quella storia è tutta immaginaria oppure l'Atlantide è veramente esistita? E, se sì, quando e dove?

Il problema vero che affligge chi se ne occupa è, tuttavia, quello di fissare i limiti del proprio lavoro. È ovvio che non sia neppure ipotizzabile di spaziare sull'interna bibliografia atlantidea. I bene informati parlano di un complesso ci oltre 150.000 volumi e non so quante centinaia di ipotesi e loro varianti.
Tuttavia non sarà possibile evitare di ripercorrere certe fasi di quella che, probabilmente, è la storia di un mito (?) o i capitoli di una storia scritti maledettamente a posteriori (?): senza documenti e senza testimonianze probanti, vale a dire in maniera del tutto a-scientifica in senso galileiano.
Cominciamo allora fissare un solido caposaldo.

La parola "Atlantide" evoca immediatamente un mito, ma anche un'età dell'oro poi definitivamente perduta. Perché, per distruggere quel luogo del mito sarebbero state sufficienti 24 ore.
E, allora, il "mito", in quanto tale, si oppone sempre e comunque alla realtà? Il mito è sempre e soltanto un racconto di fantasia? O, invece, può essere anche la chiave di lettura di una realtà che può soggiacervi?
Probabilmente l'unica cosa che possiamo dire, in breve, è che muoversi nel campo del mito equivale a muoversi in una sorta di campo minato dove è necessario farlo con grande circospezione. Unica certezza è che i miti non possono essere ignorati (come Einrich Schliemann con la sua Troia ci ha insegnato), ma neppure presi per oro colato (come, sempre Schliemann ci ha insegnato).
Ma il mistero di Atlantide è bello proprio per ciò che pensiamo sia o per ciò che riteniamo rappresenti.
Indubbiamente molti si affacciano sull'argomento "Atlantide" per l'approccio puramente leggendario. E questo è il regno dei mitografi.
Contemporaneamente, al contrario, tanti sono quelli che cercano una puntuale localizzazione del luogo misterioso. La speculazione su questo aspetto occupa la parte predominante del presente lavoro.
Infatti, nel corso dei secoli, Atlantide è stata individuata ovunque era possibile nel mondo: dalla Palestina, alla Penisola Scandinava; dal Marocco all'America e alla Nigeria; dalla Spagna al Sahara ed a Creta; dal Polo Artico al Polo Antartico.
Sono solo alcuni dei luoghi proposti (e tra questi figura anche l'Italia: gli Etruschi sono stati definiti discendenti degli Atlantidi).
Ma non dimentichiamo che il tema "Atlantide" è stato anche il banco di prova di esoterismo e di occultismo.
Analizzare tutte le ipotesi è impossibile ed inopportuno (solo l'elenco delle teorie - che ridurrò n una citazione di un solo paragrafo - richiederebbe un lunghissimo elenco di nomi e di date): ne consegue che mi occuperò solo di alcune di esse.

Un mito per Atlantide
Qualunque cosa possiamo pensare su Atlantide c'è qualcosa che non possiamo contestare: che esista un mito di Atlantide e che questo faccia direttamente parte del nostro D.N.A.
E ciò indipendentemente dal fatto di poter pensare che l'eco di questo mito sia, tutto sommato, abbastanza recente. Partendo da oggi, esso può contare su un'anzianità variabile tra un minimo di 4500 anni (se ci riferiamo alla narrazione platonica) ed un massimo di circa 7.000 anni (se teniamo contro del Ni-Duk-Ki del mito sumerico) senza dimenticarsi della data intermedia di circa 5.000 anni se pensiamo agli Ittiti di Suppiluliumas II o ai "Popoli del Mare" affrontati da Ramses III.
In termini di tempo reale, dovremmo pensare ad un minimo di 12.000 anni da oggi.
Anno più, anno meno... non è che la cosa faccia molta differenza!
Il mito dell'Atlantide è un po' come il personaggio di Proteo dell'Odissea che continuamente cambia e si rinnova.
Il nostro "multiforme" può continuare su una schiera di studiosi (o sedicenti tali), in continua metamorfosi di se stessi alla ricerca di nuovi bizantinismi su localizzazioni - più o meno improbabili - e su ipotesi catastrofiche (delle quali è letteralmente farcita la storia dell'uomo dal "Diluvio" in poi).
Esiste una domanda strana che sembra lecito porci: chi è stato il mitografo che ha codificato l'Atlantide?
La riposta più ovvia è, purtroppo, inesatta. Tutti sappiamo di Platone; filosofo del V secolo a.C., allievo di Socrate, che aveva inaugurato un modo davvero originale per scrivere di filosofia: quello dei "Dialoghi" su argomenti di gnoseologia, di etica, di estetica ma anche di politica (1).
E sono appunto due dialoghi siffatti il "Timeo" ed il "Crizia" con i quali Platone riesce nell'impresa di creare il più grande Ambaradàm della storia della cultura occidentale.
Io non ho utilizzato il termine "impresa" a caso: un mito non è mai la creazione di una sola persona (fosse anche un grande filosofo: e Platone lo era). Un mito è il frutto di una tradizione protratto nel tempo e che si consolida seguendo certe leggi (2). All'epoca di Platone quelle leggi erano già codificate e anche codificato era il mito di Atlantide.
Io sono convinto che Platone si sia limitato a dare una voce conclusiva ad un processo che era nato dal ricordo ancestrale di un evento (del tipo del diluviale) che doveva aver terrorizzato i nostri più lontani antenati al punto da stamparsi indelebilmente impresso nel genoma delle generazioni successive.
Platone non fu dunque il mitografo di Atlantide né fu il primo a parlarne (3).
Platone andò a confermare una serie di altri miti (come quello di Ni-duk-ki), precedenti, concomitanti o successivi che, esplicitamente o implicitamente finirono con l'innestarsi su un analogo racconto di disastri (cosmici o almeno planetari) noti sotto le più diverse latitudini.
Ovviamente tra le opere di Platone spiccano, per quello che ci riguarda, il "Timeo" ed il "Crizia": i dialoghi dell'Atlantide. Si tratta di due dialoghi di tipo conviviale nel corso dei quali i commensali dibattono su quale siano i principi che devono ispirare una grande nazione e su quali debbano essere le virtù che devono possedere i reggitori.
Ne emerge un racconto, sviluppato in entrambi i dialoghi, nei quali si delinea il mito di Atlantide: uno dei misteri più belli e affascinanti di tutta l'antichità, un enigma che Platone ci ha lasciato in eredità.

Ittiti ed Egiziani di fronte ai "Popoli del mare"
Quando, tuttavia, cerchiamo di rompere l'assedio mitologico grecizzante, ci rendiamo conto che l'individuazione del mitografo originario di Atlantide (di cui Platone poteva essere a conoscenza) va ricercato nell'ambito di due filoni: il primo riguarda l'antico Egitto ed il secondo la Sumeria.
Tratterò, innanzi tutto del primo Paese per evidente connessione con i dialoghi platonici.
Orbene un attento esame della storia egiziana (antico regno) mi porta a focalizzare l'attenzione sul fatto che, nella lunga storia di quel Paese ci sono alcuni fatti che ci conducono in direzione dell'Atlantide: si tratta dei "Popoli del mare".
Sembra che neppure gli egiziani avessero le idee molto chiare su cosa fosse questa misteriosa entità sopranazionale di origine e composizione molto dubbia.
Con l'espressione "Popoli del mare" oggi si tende ad identificare un insieme di popolazioni che, collettivamente, si autodefinivano "Haunebu" (vale a dire coloro che stanno "dietro le isole"). Ne troviamo traccia indiretta in vari documenti dell'antico Egitto.
In effetti i "Popoli del mare" costituiscono un mistero nel mistero.
Gli antichi li conoscevano come "scorridori" o "nomadi" del mare, genti che navigavano e "correvano" (4) il Mediterraneo, compiendo incursioni piratesche; di volta in volta alleati, con ebrei, filistei, ma anche con Achei, con Danai, con Sardi nuragici noti come Shardana...
Tra il tramonto della XIX dinastia e l'inizio della XX essi tentarono di invadere l'Egitto e, comunque, occuparono la zona del "delta".
Da un punto ci vista storico-documentale, I "Popoli del mare" sono nominati per la prima volta in un'iscrizione di Merenptah (che risale al 1225 o al 1208 a.C.): l'iscrizione descrive una sorta di battaglia navale tra il faraone Merenptah che trionfa su una prima ondata d'invasione.
Il cronista egiziano parla di un attacco condotto da libici (Libu, Kehek e Mushuash) e da "Popoli del mare", costituiti da cinque gruppi (Eqweš o Akawaša, Tereš o Turša, Lukka, Šardana o Šerden e Šekleš).
C'è anche un'iscrizione del tempio funerario di Ramses III (il Ramesseo) nella quale si dichiara che quel faraone dovette fronteggiare, una seconda invasione degli "Haunebu". Egli li sconfisse in battaglia navale dopo che questi avevano distrutto diverse città di Ittiti e Mitanni.
In questa seconda occasione, i "Popoli del mare", erano alleati con i filistei mentre i gruppi che li costituivano erano quelli dei Peleset, Zeker o Tjeker, Šekeleš, Danuna o Denyen, Šerden e Wešeš.
Un bel guazzabuglio, non c'è che dire. Possiamo però affermare che non tutti questi popoli sono stati individuati e che la questione "Popoli del mare" non era stata archiviata; mentre queste genti compaiono nuovamente come "Popoli del mare", in un'altra serie di documenti di datazione incerta, ma ascrivibile agli inizi del XII secolo a.C..
Stavolta è il re ittita Suppiluliumas II che li cita in una lettera diretta ad Hammurabi (1191-1182 a.C.), re di Ugarit. In questo caso il re ittita invita il "collega" a guardarsi dagli "Shikalayu che vivono su barche". Ma l'avvertimento non dovette avere effetti tant'è che, di lì a poco, documenti di parte ittita registrarono la caduta di Ugarit (5).
C'è, in tutto questo, un fatto che salta agli occhi.
Sia i documenti di parte egiziana che quelli di provenienza ittita sono correlati ad eventi che caratterizzarono uno dei momenti di massima crisi proprio dell'ultimo scorcio dell'età del bronzo in Europa.
Non è un caso che proprio in quegli anni il mondo acheo registrò l'invasione dorica e che l'impero Ittita finì col dissolversi insieme ad altri potentati locali (6). In sostanza fu allora che il mondo mediterraneo subì una brusca sterzata che lo portò, abbastanza rapidamente (quasi "per saltum"), all'età del ferro.
Gli antichi che furono contemporanei imputarono la causa di tali cambiamenti traumatici all'ennesima invasione di "Popoli del mare" anche se il loro ruolo fu probabilmente solo quello di catalizzare una crisi sociale interna che doveva essere, tutto sommato, abbastanza normale dati i tempi (7).
Ad una teoria simile Nicolas Grimal imputa la fine dei regni di Mitanni, di Assiri e di Babilonesi.
Questi regni "caldei" avrebbero dovuto cadere sotto gli attacchi di una popolazione nomade (o seminomade), vissuta ai margini delle terre utilizzate e il nome accadico di "Habiru" (talora identificati con gli Ebrei) (8).
Oggi esistono varie teorie sugli Habiru (che gli storici conoscono come "Cabiri" e che identificano nei "geni del fuoco della mitologia fenicia"): adottati dai mitografi greci divennero gli aiutanti di Efesto (Vulcano) per divenire i protagonisti di un culto misterico nell'isola di Samotracia.
Mi sembra, tuttavia, chiaro, cha il passaggio dai "Popoli del mare" agli Habiru non abbia né aggiunto chiarezza né fornito elementi utili a valutare il problema che ci riguarda.
E, purtroppo, dobbiamo contentarci di approssimazioni. Ci sarà sufficiente così sapere che studiosi moderni (come Eberhard Sangger), sono convinti di aver risolto il problema dei "Popoli del mare" identificandoli in genti di stirpe greca (gli "Eqweš" o "Akawaša" vale a dire i "Denyen": Danai).
Stando a questa teoria, nella sostanza questi Danai sarebbero stati i veri fondatori delle città-stato micenee, mentre la loro distruzione non avrebbe avuto nulla a che vedere con la "invasione dorica", compiendo qualche sporadica incursione al di fuori dei lori territori intorno al mar Egeo che sarebbe stata ricordata nei documenti egizi.
D'altra parte anche i Filistei, dell'area israeliana, debbono essere considerati popolazioni di stirpe greca, che avrebbero invaso l'area, sovrapponendosi alla precedente civilizzazione cananea.
Le evidenze archeologiche mostrano i segni della distruzione dei precedenti siti cananei, risalenti alla tarda età del bronzo e sembrerebbero caratterizzati da apporti esterni (rapidamente evolutesi in ceramica filistea).
Né e possibile escludere altre sopravvivenze tra i "Šekleš" o "Šekeleš" (vale a dire tra i Sicani) mentre i "Tereš" o "Turša" andavano individuati con i Tirreni, (Etruschi), e i "Šardana" (o "Šerden": Sardi).
Ma non sembra che quest'ipotesi riscuota molto credito.

I sumeri e Ni-duk-Ki
Seguiamo ora il secondo filone; quello del mitografo rumero all'origine del mito di Atlantide.
La parola "Ni-Duk-Ki" appartiene al lessico sumero e corrisponde all'accadico "Dilmun".
Ni-Duk-Ki viene citata nell'Epopea: il suffisso "Ki" significa "città" mentre l'intera parola significa "città di Ni-Duk". È nominata nell'"Epopea di Gilgamesh".
Non sappiamo né il riferimento geografico né il significato nel nome della città.
Per quanto riguarda il riferimento geografico è opinione comune tra i sumerologi che l'anonimo autore di "Gilgamesh" intenda riferirsi all'isola di Bahrein o ad una non meglio precisata zona della Mesopotamia meridionale che venne sommersa dall'acqua del diluvio (9).
Lo studioso Rowlinson traduce l'espressione Ni-Duk-Ki come "isola [ni-] della città [-ki] beata [duk]" o semplicemente "isola beata" mentre G. Michanowsky preferisce mettere in evidenza il collegamento tra isola, divinità e costellazioni inducendoci a riflettere sul fatto che:
- l'ideogramma centrale del nome (Nun) forse indica una palma (10), che - nel linguaggio biblico - individua l'albero biblico della conoscenza (11);
- la leggenda parla di sette sapienti giunti dal "mare meridionale" (cioè dal Golfo Persico). Essi sono chiamati "Ab-Gal" (cioè "maestri di conoscenza"). La parola, in cuneiforme suona anche "Nun-Me" ed il simbolo prevalente è, ancora una volte, la palma (Nun).
Se ne dovrebbe concludere che la palma rappresenta sia la stella "Vela X" (12), sia l'albero sacro dell'isola Beata (13), sia il giardino di E-A che quello di "Nin-Mah".
Da queste precisazioni derivavano due conseguenze:
- sembra che "Ni-Duk-ki" non indicasse tanto una precisa località geografica, quanto una specie di giardino (Eden?), prima del peccato originario (la caduta);
- potrebbe anche indicare - come altri autori affermano - il seme "congelato" di una pianta in attesa di aprirsi alla vita.
Queste due letture sono basate sia su differenze semantiche che su contenuti filosofici.
Tuttavia, quello che qui mi preme di sottolineare è l'estrema antichità del mito di Ni-duk-Ki (14). Esso doveva diventare sia il mito di Eden, che quello dell'Atlantide.
Sia l'uno che l'altro erano destinati a divenire due regni preclusi all'umanità; due regni perduti.

Da Ni-duk-Ki all'Atlantide di Platone
Le argomentazioni esposte hanno consentito allo studioso "accademico" (e, per ciò al di fuori di ogni sospetto) Sabatino Moscati, di affermare che:

«Se il racconto platonico, così come è formulato e nel suo insieme, deve considerarsi una leggenda, ciò non toglie che la leggenda possa avere concreti fondamenti storici e cioè che alla sua creazione abbia concorso il ricordo di fatti realmente accaduti, anche se tali fatti possono essere stati molteplici, difformi nel tempo e nello spazio elaborati dalla fantasia.»

Fu così che alcuni ritennero che non si trattasse di una leggenda.
Molti tuttora ritengono che la narrazione del "Timeo" e del "Crizia" sia altro che un vero e proprio ponte naturale attraverso l'oceano.
Da Atlantide la civiltà si sarebbe diffusa verso il vecchio ed il nuovo continente. Intorno al 10.000 a.C.. Atlantide fu distrutta da un disastro di portata cosmica (impatto con un asteroide? Eruzione vulcanica? Magia? O che altro?).
La leggenda del diluvio costituirebbe un ricordo ancestrale di quel disastro.

Atlantide in... Atlantico
Charles Berlitz, uno dei principali divulgatori e sostenitori di Atlantide, ha riportato il mondo perduto in Atlantico, sua collocazione naturale.
E probabilmente non è proprio un caso che nell'oceano Atlantico affiorino le vette di una gigantesca cordigliera sottomarina che parte dall'Islanda, passa per il Sudamerica, e arriva fino al Sudafrica. Si tratta della "Dorsale medio-atlantica" mentre gli affioramenti che normalmente prendiamo in considerazione come superstiti del continente sommerso sono costituiti dalle isole Azzorre.
In particolare l'isola di Pico si erge al di sopra del livello del mare per 2.300 metri: un'inezia tenuto conto che esso resta sommerso per quasi altri 5.000 metri!
Ebbene la "dorsale medio atlantica" è la formazione che meglio si adattatta alla descrizione di Platone.
Si consideri, peraltro, che la dorsale si caratterizza per una altissima sismicità al punto che i movimenti tellurici del fondo oceanico ancor oggi sono in grado di provocare l'apparire e lo scomparire di diversi isolotti.
Né mi sembra che possa essere passato sotto silenzio semantico. Né a me né a Berlitz sembra casuale che al quell'oceano sia stato dato, guarda caso, l'appellativo di "Atlantico".

Un tentativo di classificare la materia
La molteplicità delle teorie sull'Atlantide induce, quasi impone, di dare un ordine all'intera questione.
Ma, a questo punto, ci rendiamo conto che tanto grande confusione ruota, sostanzialmente, intorno all'alternativa: Atlantide sì o Atlantide no?
Teoricamente si potrebbero tentare vari tipi di approccio (ad esempio, da un punto di vista scientifico, ad un ordinamento geografico e/o sismologico; da un punto di vista storico/esistenziale alle connessioni con altre civiltà come Mu o Lemuria o Behringia). Senza voler naturalmente escludere, un approccio di tipo esoterico o paranormale.
A mio avviso, tuttavia, l'approccio più significativo è quello di considerare l'Atlantide nella storia dei misteri. Perché, come ha affermato Roberto Pinotti (15), i punti di vista sull'Atlantide sono molti, differenziati e, spesso, tra loro inconciliabili e, comunque, contrastanti.
Un tentativo di classificazione può comunque essere fatto - quando esista il presupposto - sulla base della scuola di pensiero cui far risalire una teoria.
Sotto questo aspetto è possibile ascrivere una teoria alla scuola "americana" o alla scuola "russa".
Ma, al di là di questa classificazione abbastanza empirica, esiste un problema preliminare da risolvere: è mai esistito un problema "Atlantide"? E, alla base di questo quesito, esiste l'altro che parte dal presupposto per il quale gli oceani si trovino sempre nello stesso posto e che non abbiamo subito - almeno in tempi storici - apprezzabili variazioni dimensionali di carattere sostanziale.
È ovvio che, sulla base di tale presupposto non ci debba essere spazio per l'Atlantide.
Tuttavia va immediatamente precisato che è il presupposto stesso a essere messo in contestazione in molti ambienti scientifici.
Vi è, infatti, una scuola di pensiero secondo la quale è ben possibile che gli oceani di un tempo fossero in zone diverse dalla attuali e che successivamente talune zone si siano inabissate (sarebbe successo per Mu, Lemuria, Behringia oltre che per Atlantide).

Dal problema dell'ubicazione di Atlantide...
Sostanzialmente mi sembra che il tentativo di classificare la materia debba procedere sulla base del tipo di ricerca alla quale i singoli studiosi si siano dedicati.
Mi sembra, in altri termini, che il sistema migliore per classificare la materia dell'Atlantide resti quello della relazione con il tipo di problema che intendiamo affrontare. E cioè se il ricercatore intendesse chiarire il problema della ubicazione di Atlantide, ovvero le modalità della sua scomparsa.
Così, ad esempio nell'ambio della scuola "russa" il quesito relativo all'esistenza di Atlantide appare in sé plausibile pur restando aperto il problema del "Dove?" (16).

...a quello della fine di Atlantide
Ammettiamo per un momento di aver risolto il problema della localizzazione, non abbiamo per questo risolto i vari problemi che l'Atlantide continua a porci.
Tanto per cominciare perché mai l'Atlantide sarebbe stata inghiottita dalle acque?
La Scuola "russa", con Nikolaj Jirov in testa, ha la risposta pronta perché la risposta risiederebbe nella struttura dei fondali oceanici atlantici.
Ebbene, i fatti (vale a dire i carotaggi effettuati in profondità nella parte settentrionale della dorsale atlantica) sembrerebbero dar loro ragione. Perché le analisi strutturali di quei fondali hanno rivelato che essi sono composti prevalentemente da basalti (17).
E le rocce basaltiche dei fondali oceanici sono altamente instabili in quanto, una volta emersi dalle acque, tendono nuovamente a sprofondare.
Questa constatazione ci porterebbe a concludere che l'Atlantide sarebbe stata un continente "giovane" (geologicamente parlando) già condannato "ab initio" alla sua tragica fine.

Quanto sarebbe avvenuta la sommersione di Atlantide?
Abbastanza coerenti con la premesse si rivelano le conclusioni, quando passiamo dal problema del "come" a quello del "quando" sarebbe avvenuto il cataclisma.
Le ricerche oceanografiche svolte, dai soliti ricercatori russi, sembrano indicare che potrebbe esistere una relazione tra l'inabissamento della catena montuosa medio Atlantica e la fine dell'ultima glaciale in Europa e nel Nord America (vale a dire circa 12.000 anni fa).
Sarebbe stato proprio in quello scorcio di tempo che la Terra fu interessata ad un cambiamento climatico piuttosto diffuso e, in quella occasione, la corrente calda del Golfo avrebbe cominciato a lambire e riscaldare il continente europeo. In quell'occasione si sarebbe anche stabilizzato il regime delle acque nell'Artico.

Le conseguenze della sommersione
Se al complesso di teorie che riguardano il "dove", il "come" ed il "quando" andiamo ad aggiungere anche quelle sugli effetti della scomparsa, credo che potremmo pervenire a risultati di un certo pregio sull'Atlantide.
È fuori discussione che la sommersione di Atlantide dovette aver provocato una serie di "conseguenze", sia nell'immediato che a lungo termine. Quali?
A rigore di logica si sarebbe dovuto trattare di conseguenze macroscopiche: non a caso sarebbe scomparso un vero e proprio ponte (continente o grossa isola) fra Occidente (Europa-Africa) ed Oriente (Americhe).
È a questo aspetto del problema che guardano appunto le teorie a carattere geologico che biologico.
L'esperienza ci ha insegnato che esistono grandi analogie tra la fauna delle Azzorre, quella di Madera, quella delle isole Canarie, rispetto a quella di Capo Verde, delle Antille e dell'America Centrale (18).
E le stesse considerazioni possono essere riprodotte per la flora (19).

Atlantide e il diluvio
Ho già scritto un articolo a proposito del diluvio (20) e non intendo ripetermi. Ma non sarà inutile aggiungere qualcosa agli argomenti all'epoca trattati, perché nel presente lavoro ne dovrò parlare spesso.
Tra i testi a carattere religioso o mitologico-religioso probabilmente il testo più antico che se ne occupa è quello della "saga di Gilgamesh" dove si dice che:

«Venne il tempo in cui i signori dell'oscurità fecero cadere una terribile pioggia. Tutti gli spiriti cattivi infuriarono, tutto il chiarore si tramutò in oscurità. Rumoreggiarono le acque, scorrendo, raggiunsero le montagne e caddero su tutte le genti. Sei giorni e sei notti scrosciò l'acqua dalla cui distesa emergeva solo il monte Nisir ove si incagliò la nave di Utnapishtim.» (21)

Per parte loro i Maya affermavano che, alla fine del quarto sole, si verificarono diluvi e inondazioni. E, ancora, un manoscritto Maya, tradotto dal brasiliano Boli, specifica che:

«Nell'undicesimo giorno ... cadde una pioggia violentissima e ceneri dal cielo. In una sola grande ondata le acque del mare si rovesciarono sulla terra e il cielo precipitò.»

Continuando a risalire nel tempo possiamo scoprire che esiste anche un manoscritto più antico (più o meno del 3500 a.C.) che probabilmente descrive la fine di Mu:

«Nell'anno sei del Kan, l'undici Muluc del mese di Zac avvennero terribili terremoti che continuarono fino al tredici Chuen. Mu, la contrada dalle colline d'argilla fu sacrificata. Si sollevò due volte e scomparve mentre al terra veniva scossa. Il suolo sprofondò e riemerse, si spaccò e si divise in molte parti, e sprofondò con i suoi abitanti (Si dice fossero 64 milioni).»

A questi testi dobbiamo aggiungere il cap. 8, versetto 10, dell'"Apocalisse" dove S. Giovanni aggiunge che:

«Cadde dal cielo una grande stella ardente, come una torcia e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiamava Assenzio.»

Peraltro la Bibbia, in Isaia 9,10, dice:

«La terra sarà tutta un deserto. Stelle e costellazioni smetteranno di brillare e il sole si farà oscuro fin dal mattino e la luna non splenderà più...»

mentre il 2° Libro dei Re (10,11) specifica che:

«...Isaia pregò il Signore ed egli fece retrocedere di dieci passi l'ombra sulla scala di Acaz (una sorta di meridiana).»

Quanto ai pochi sopravvissuti del Diluvio, gli Aztechi ricordano Coxcoytli e sua moglie. Essi, seguendo le indicazioni di un dio, avevano costruito una barca che finì arenata su di un monte (!). Storie analoghe sono riportate dagli Araucani del Cile, dagli Yamani della terra del Fuoco, dagli Inuit dell'Alaska, dagli Irochesi e dai Sioux nordamericani.
Né manca un diluvio Cinese che coincide col mutare delle orbite dei pianeti.
Nel sud-est asiatico la Malesia, il Laos, la Tailandia e la Birmania, pure conservano un mito del diluvio e lo stesso discorso può essere fatto per gli aborigeni australiani, per gli indigeni Hawaiani che conservano un mito molto simile a quello dei greci (Deucalione), con l'India (Manu) e con l'Egitto.
Se cerchiamo di valutare nell'insieme questo complesso mitologico sembrerà chiaro che:
- il diluvio segni uno spartiacque tra due ere con l'inizio di una nuova epoca (come il quinto sole degli Aztechi) (22);
- molti degli elementi che appartengono tradizionalmente al diluvio sono anche appartenenti al mito di Atlantide.

Note:
1. Platone era nato nel 427 a.C.. Ma, nel V secolo, la cultura greca aveva ormai dato il meglio di sé in tutti i campi dello scibile. E la fine della "Guerra del Peloponneso" aveva fatto sì che quella stessa cultura si fosse infilata in un "cul del sac" senza ritorno: di lì a poco l'Ellenismo e la cultura romana incombente ne avrebbero segnato, a tutti gli effetti, la fine.
2. Mi sono occupato già più di una volta delle "leggi" secondo le quali il mito si forma. Si veda, tra gli altri, l'articolo "Il mistero nelle leggende di Artù", che potrebbe essere il mio lavoro maggiormente esplicativo sull'argomento in questa mia rubrica.
3. Quivi aveva fondato l'"Accademia" che funzionò da richiamo per giovani e studiosi dell'epoca. Nel 387 a.C. Platone era tornato ad Atene dopo una deludente sortita politica a Siracusa. Dopo una lunga vita feconda, morì nella sua città nel 347 a.C.: aveva dato vita ad un sistema filosofico (che avrebbe improntato di sé molte generazioni future) attraverso 34 dialoghi, variamente ordinati (dallo studioso Trasillo nel I secolo d.C.) in 9 tetralogie.
4. Cioè facevano la guerra da corsa (erano corsari).
5. Ed Ugarit sarebbe scomparsa dalla storia anche se non conosciamo la parte avuta dagli Shikalayu nella sua scomparsa.
6. Si pensi al dramma di Pilo registrato fase per fase, sulla tavolette di quella città.
7. Inoltre molte città, in realtà, sopravvissero indenni, come Karkhemish, Biblo e Sidone.
8. In altre parole le descrizione dell'iscrizione di Ramses III non avrebbe fatto altro che amplificare una scaramuccia di frontiera di carattere puramente locale.
9. A beneficio dei miei lettori, ricorderò che la zona che oggi definiamo dello Shat-El-Arab è quella che dette i natali al dio pesce: E-A.
10. Che era anche l'emblema di Eridu, la città sacra ad E-A.
11. Non è un caso che il libro del "Genesi" abbia qui il proprio atto di nascita. In ogni caso va osservato che la palma non era quella da datteri (che in sumero era chiamata Gi-Shimmar) e non era quindi il consueto simbolo di vita, ma qualcos'altro.
12. Secondo il Michanowsky, l'esplosione di Vela X (una supernova) astronomicamente documentata, aveva dato origini a tutta una serie di leggende, tra le quali quella dell'uomo-pesce (E-A) sia quella del diluvio e, infine quella di Atlantide della quale mi sto occupando.
13. Poi divenuto "albero della conoscenza" del giardino di Eden.
14. Da notare che il nome può essere anche letto Zal-duk-ki = "luogo vivamente splendente" che si adatta particolarmente alla leggendaria Atlantide. Ciò è dimostrato dal predeterminativo sumero -zal che ha lo stesso segno grafico di -ki e viene usato nel senso di stella, costellazione. Era ritenuto di origine accadica perché contenuto nell'espressione misteriosa "ma-zal" contenuta nel testo biblico e che veniva interpretato come "Buona fortuna". In effetti l'espressione è sumerica e ricorre nella narrazione del sogno di Gudea ove viene utilizzato con lo stesso significato e seno grafico di -ki (G. Michanowsky).
15. Il quale ha dedicato sull'argomento numerosi articoli in "Archeomisteri", ai quali rinvio senz'altro.
16. Per lo studioso Nikolaj Jirov il sito più probabile è l'attuale altipiano subacqueo sul quale si trovano le isole Azzorre. Perché questo luogo sembra corrispondere meglio alla descrizione di Platone.
17. Il basalto è una roccia effusiva di origine vulcanica, di colore scuro o nero con un contenuto di silice (SiO2) relativamente basso (minore del 50% solitamente). Il basalto è formato principalmente da plagioclasio calcico e pirosseni; alcuni basalti possono essere anche ricchi in olivina. Il corrispondente intrusivo del basalto è il gabbro. Il basalto può presentarsi con aspetto che va da porfirico a microcristallino a vetroso. Esso proviene da un magma solidificatosi velocemente a contatto dell'aria o dell'acqua ed è la principale roccia costituente la parte superiore della crosta oceanica. I magmi basaltici si formano per fusione da decompressione del mantello terrestre.
18. Molte specie di farfalle, di lombrichi e di formiche tipiche delle Azzorre e delle Canarie si trovano infatti anche in America. La foca dal ventre bianco è una specie che non frequenta il mare aperto, ma rimane vicino alle coste. Ebbene, troviamo esemplari di questa specie sia nel Mediterraneo che in America.
19. I botanici Ungeer e Osvaldo Herr forniscono infatti ulteriori elementi per dimostrare l'esistenza di un continente terziario. La similitudine tra la flora miocenica dell'Europa Centrale e quella attuale dell'America Orientale è sorprendente e dimostra che certe piante sono migrate da un continente all'altro.
20. Si veda "I misteri del Diluvio nella storia e nel mito".
21. Alcune tavolette Sumere di 5.000 anni parlano di Ziusudra, o Xisuthros, un altro Noè.
22. Scritture buddiste parlano di sette Soli finiti nell'acqua, nel fuoco, nel vento. L'attuale finirà nelle fiamme. Mentre i libri Sibillini parlano di nove Soli, quindi vi saranno ancora due epoche dopo la nostra che sembra essere la settima.
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