Il termine "simbolo" offre notevoli spunti di riflessione sia dal punto di vista semantico che dal punto di vista contenutistico. E l'inizio di uno studio - che del resto si basa per gran parte sulla steganografia - non può in alcun modo prescindere né dall'uno, né dall'altro.

IL SIMBOLO COME SEGNO
Il primo approccio alle problematiche dell'esoterismo è costituito dalla individuazione e definizione dell'oggetto della ricerca.
Mi sono accorto, però, che si possono individuare modi diversi di definire la tematica della quale mi vado ad occupare:
- Il primo concerne la mancanza di univocità. Nel senso che viviamo praticamente immersi nei simboli;
- il concetto di simbolo viene normalmente utilizzato in una vastissima gamma di sfumature e campi (dalla matematica all'astronomia, dalla chimica alla fisica, dalla religione alla magia e così via);
- tuttavia esistono solo definizioni descrittive o storico-descrittive.
Ne costituisce un esempio la definizione classica di un'enciclopedia la quale mi dice che la parola "simbolo" deriva dal greco (sun-bolon) e ci parla "della riunione di due parti di un oggetto spezzato, ciascuna delle quali ha la capacità di ricordarci l'oggetto originale".
Ad esempio il Gabrielli (nel "Grande dizionario illustrato della lingua italiana", Milano, 1980) ci dice che "...nell'antica Grecia il simbolo indicava ciascuna delle due parti spezzate in un oggetto che due contraenti si cambiavano e che, ricongiunte, consentivano la perfetta ricostruzione dell'oggetto e quindi il riconoscimento dei due possessori. Nelle religioni misteriche costituiva la formula grazie alla quale gli adepti si riconoscevano."
Ne ho ricavato l'impressione che servirsi di una siffatta definizione, ha senz'altro un valore storico. Ma, in sostanza, si risolva in una tautologia: il "simbolo" è ciò che è "simbolo"!
E questo mi sembra assolutamente abnorme.
Chiaramente non sono qui a contestare in assoluto la validità sia dell'aspetto storico che di quello descrittivo: intendo unicamente sottolineare la loro scarsa utilità relativa al fatto che debbano essere assunti come elementi esteriori di primo approccio ad un problema che non è solo di semantica.
Tuttavia possiamo tentare un primo approfondimento, ma solo partendo proprio dalla semantica a patto di renderci conto che la "parola", il "suono" sono essi stessi "simbolo" di un diverso livello di realtà.
Il discorso, in questo senso, va riportato nell'ambito generale del simbolismo, per cui la parola deve cessare di essere unicamente il prodotto di una "convenzione" che ha utilizzato quel suono, in luogo di un qualsiasi altro. E ciò al di là della valutazione di un suo significato intrinseco.
Se riteniamo valida questa premessa, possiamo cominciare a pensare alla nostra parola in termini steganografici.
Con il tempo mi sono infatti convinto questa proposta sia l'unica che si adegui perfettamente al pensiero esoterico ispirato al suo principio fondamentale del "Così in alto, così in basso", dove il microcosmo è lo specchio del macrocosmo e dove la "parola" è specchio del "Logos".

SEMANTICA DEL SIMBOLO
Ciò posto, mi sembra evidente la parola "simbolo" sia esso stesso "segno" di un livello di realtà superiore.
Sotto questo profilo mi sembra abbastanza secondario il fatto che la parola derivi dal greco (sumbol-on) e che ci sia arrivata attraverso il latino ("symbol-us" o "symbol-um"), perché questo aspetto non mi sembra esaustivo rispetto alla realtà che rappresenta.
Preferisco allora procedere a ritroso nell'analisi strutturale risalendo alle radici e fonemi elementari ritenendo la parola una "scrittura misteriosa" (steganogramma).
Mi accorgo allora, che il termine - frettolosamente incapsulato in una definizione - assume quella ricchezza di significati che fanno del "simbolo" il "Simbolo" per eccellenza.
Nei due termini che compongono il sum-bol-(on) e cioè il sun e bol (da bal-lw, con le sue radici bla, bal e bol) noto innanzi tutto la presenza di due fonemi (sun e bol) a carattere ternario che sono di per sé indicativi (segni) di una realtà superiore, rafforzato dalla reiterazione.
Ma non basta.
Infatti il primo termine (sun) comprende tre segni apparentemente diversi ma identici nella sostanza. Essi sono:
- il segno del sigma S (S) = che indica unione, aggregazione (sommatoria);
- il segno dell'ipsilon U (Y) = che indica la dualità che si unisce nell'unità (la matrice è il triangolo equilatero capovolto);
- il segno del N (ni) che, coricato, indica la relazione tra due realtà diseguali al contrario dell'H (eta) che indica relazione di due realtà uguali.
Il secondo termine (bol), che ho affermato corrispondere alla radice "BLA" o "VLA" (1) è ancor più intenso e drastico nella sua concisione. In esso infatti ritrovo:
- il segno dell'ipsilon U ripetuto: una volta diritto nella forma del = digamma (= doppio lambda) ed una volta capovolto nella forma del lambda: L;
- il segno dell'A (greco alfa) o À (ebraico aleph, arabo alif) che è, al tempo stesso, U capovolto e A, cioè inizio, principio, che suggella la parola e la conclude.
D'altra parte la doppia ripetizione del carattere triadico mi induce a tentare una rappresentazione grafica che, meglio di tutte, rappresenta e riassume il concetto. Essa consiste del segno geometrico, tipico dell'esoterismo, del doppio triangolo equilatero, unito per le basi, che riproduce ai due estremi (A-A) i simboli della creazione e della conoscibilità:


Ne traggo l'impressione che il termine simbolo, nella sua ossessiva ripetitività strutturale di unione alla divinità, voglia suggerire all'adepto che esso costituisce l'unico veicolo di percezione dell'Assoluto il quale, fuori dell'adepto, resta inesprimibile e inconoscibile.

Queste notazioni si completano con alcune riflessioni:
- La prima è quella della rottura dell'unità originaria e dell'avvenuta separazione del microcosmo dal macrocosmo. È questa separazione che ha dato origine al caos (o mancanza di luce) primordiale.
- Il caos costituisce l'ante di ogni cosmogonia e da esso sgorga la creazione, come prodotto del Log-os.
- Il caos è, quindi la prima manifestazione dell'oggettivizzazione dell'Assoluto, dell'alterità del macrocosco rispetto al microcosmo. Un'immagine del fenomeno può essere ottenuta, piuttosto che leggendo sumbol, compitandolo come s-u-m-b-o-l, dove ogni "segno" (= lettera e suono) mantiene i caratteri del logos originario, del "fiat" iniziale.
Ne seguirà la riunione, la ricostituzione del microcosmo nella complessa realtà del macrocosmo.

Il grafico sopra riportato, sembra suggerirci che il "simbolo" nell'esoterismo è un segno, oggetto di percezione capace di introdurre l'adepto in un livello di realtà a cui il simbolo stesso è legato da un nesso ontologico, ma tale che agli altri appaia unicamente convenzionale
(2).
Ma ne consegue ancora che, sotto un profilo teleologico, al simbolo sia assegnata una funzione suppletiva perché rappresentativo (= fa le veci) di una realtà altrimenti inconoscibile ed inesprimibile.
E, in sintesi esso costituisce, così come è stato affermato dal neoplatonismo plotiniano, l'unico modo possibile di considerare l'Assoluto ed il rapporto che lega il Creatore al creato, il Pensiero al pensato, il Logos alla parola.
È, in conclusione, evidente il motivo per il quale mi sono rifiutato di considerare il simbolo limitato in una definizione descrittiva, limitativa e tautologica.

Il simbolo che amo concepire mi sembra destinato ad operare su un "rapporto" e, per sua natura, deve essere dinamico (non statico come nell'allegoria)
(3) sì da assumere quella enorme ricchezza di contenuti che lo fanno diventare il mezzo più appropriato di espressione dell'esoterismo.
Paradossalmente potremmo dire che il "simbolo" del "Simbolo" è il geroglifico dell'acqua espressione stessa della vita e del mutamento.

La combinazione del predetto geroglifico e del triangolo equilatero mi sembra che vada ad indicare l'ordine che emerge dal caos informale, l'atto della creazione. E non è un caso che il triangolo (ossia il monte) abbia una particolare collocazione in tutte le religioni (sia misteriche che non): difatti il monte, come parte più alta, è il punto fisico più vicino all'alto esoterico e corrisponde ad un vero e proprio collegamento tra Creazione e Creato
(4).
Questo rapporto, tra alto e basso, si svolge ed opera a due livelli:
- il primo è quello necessario tra assoluto e contingente, tra alto e basso, tra macrocosmo e microcosmo, che consente la percezione dell'Assoluto altrimenti inesprimibile; di questo il simbolo svolge, come già detto, una funzione vicaria e in un certo senso suppletiva (basti pensare alla collocazione del Bodhisattva induista, ma soprattutto al simbolismo della scala di Giacobbe, del carro di Ezechiele ecc.).
- il secondo è quello eventuale, legato agli esseri del mondo sensibile.
Il simbolo non per questo muta nelle sue caratteristiche.
Tuttavia, nella sfera del sensibile, quando manca la comprensione immediata della realtà rappresentata o quando si rende necessaria una riflessione per conoscerla, il segno assume piuttosto i caratteri della allegoria.
L'allegoria presuppone, al contrario del simbolo, l'eterogeneità dei soggetti che utilizzano il segno (è questo il campo proprio di operatività del mito anche se pure nel mito avvenimenti e personaggi possono assumere il significato del "segno-simbolo" di una diversa realtà).
Nel primo caso il simbolo svolge un ruolo essenziale consentendo la trasmissione e l'accesso ad una profondità spirituale non altrimenti rappresentabile, ma permette anche di parlare a diversi livelli di percettibilità a una pluralità di soggetti più o meno eterogenei.
Nel suo contingente il simbolo assume la duplice veste di mezzo di trasmissione di una conoscenza (rapporto "esoterico-iniziatico") o di vero e proprio "segno" di identificazione nel senso etimologico del termine.
Non è un caso, quindi, che nell'antica Grecia, il simbolo indicasse quella riunioni di parti spezzate che, ricostituendo l'identità oggettiva originaria consentisse il riconoscimento dei due possessori: questo coincide con il "segno" o "formula" di riconoscimento degli adepti delle religioni misteriche e dei sistemi esoterici.
Ho con questo posto l'accento sui meccanismi secondo i quali opera il rapporto simbolico che si svolge su un piano puramente istintivo (avvalendosi solo dei "segni") perché consente la percezione del "simbolizzato" senza la mediazione dell'intelletto (che necessita di mezzi e strumenti).
È POSSIBILE UNA RAPPRESENTAZIONE GRAFICA
Ho pensato più volte ci poter tentare una rappresentazione grafica di quando sono andato osservando in precedenza; ma vi ho rinunciato perché qualsiasi rappresentazione potessi elaborare, mi sarebbe impossibile essere esaustivo rispetto ad un'analisi che invece si può tentare sui singoli simboli.
Ritengo, in sostanza, sia corretto dire che il mondo sensibile (microcosmo) sia un prodotto dell'Assoluto (macrocosmo) attraverso un processo discendente che Plotino definiva "di emanazione" (ma io preferisco il termine di "obiettivizzazione"): esso prende inizio dal Logos primordiale, passa, perdendo progressivamente parte di autocoscienza sempre, attraverso una prima fase di percettività, una seconda di razionalità, e scende via via fino al microcosmo.
Correlativamente si possono individuare tre aree che, dall'alto verso il basso, comprendono:
- la percezione ovvero la conoscenza iniziatica;
- la conoscenza allegorica (mito), area di operatività della ragione;
- l'azione del pensiero che fa sì che il movimento sia da considerare circolare (come evidenzia proprio il simbolo del cerchio), sicché alla fine del movimento discendente ne inizi uno ascendente che, ripercorrendo a ritroso la fase di oggettivizzazione dell'Assoluto, consente attraverso una quantità sempre maggiore di riassunzione della coscienza e dell'identità originaria, il ricongiungimento nell'assoluto.
Il "simbolo" è, pertanto una immagine (icona) dell'intima unione che lega il microcosmo al macrocosmo (vale a dire con una realtà di ordine superiore indipendentemente dall'apparente molteplicità dell'essere.
Mi viene spontaneo pormi alcune domande consequenziali perché è evidente che il simbolo opera nel mondo del molteplice (microcosmo):
- il simbolo opera anche sul mondo della realtà oggettiva?
- e come opera?
- perché il "simbolo" riveste una così grande importanza nella storia del sapere umano?
- di quali strumenti si avvale?
Soffermiamoci innanzi tutto sulla prima domanda che riflette il rapporto tra il simbolo e la realtà: si tratta di un problema al quale sembra di poter dare una risposta abbastanza facile. Se, infatti, diciamo che un oggetto (segno, immagine od altro) sia è la rappresentazione ideale di una realtà altrimenti tanto complessa da sfuggire ad ogni tentativo di definizione sostanzialmente diciamo che il "segno" rappresenta la "realtà" nella sua interezza e ci sentiamo esonerati dal bisogno di definirla.
In altri termini il segno può essere il sostituto steganografico dell'indefinibile (si pensi al simbolo di Dio, ad Amon, al segno egiziano dell'ariete).
Per comprendere come esso possa operare proviamo a spostare il ragionamento sul piano della più moderna filosofia matematica. Indicando con S il "simbolo" e con R la "realtà" che il simbolo rappresenta, possiamo scrivere:
S = f(R)

nel quale leggiamo che il valore di S (= simbolo) è determinato in funzione della realtà alla quale ci riferiamo indipendentemente dal nome che ad essa attribuiamo.
E possiamo anche dire che il simbolo, in maniera assiomatica, deve necessariamente essere sempre la rappresentazione immutabile di una stessa realtà.
Ma vale anche il contrario nel senso che, se unica è la realtà rappresentata, unico sarà anche il simbolo capace di descriverla e rappresentarla.
Questo modo di concepire il rapporto tra "simbolo" e "realtà" ci spiega un "modo" di funzionare in senso verticale tra l'oggetto della rappresentazione (Realtà oggettiva = macrocosmo) e l'oggetto soggettivo del rappresentare (realtà fenomeniche = microcosmo). E Credo che questo sia il significato cui allude il primo presupposto della "Tabula smaragdina" quando afferma il massimo principio dell'esoterismo: "Così in alto, così in basso".
Ma ciò implica anche che l'oggetto rappresentativo (microcosmo) debba avere un significato unico rispetto a coloro che lo utilizzano in quanto rappresentativo dell'universale (macrocosmo). Ché, altrimenti, il rappresentato finisce con il non costituire più la Realtà, ma si confonde con una molteplicità di "realtà" o molteplicità effettuale (ovvero l'identificarsi con il microcosmo).
Ritengo che sia questo il motivo per il quale l'esoterismo pitagorico, prima, e quello Cabalistico, poi, sono stati indotti a concepire un universo non già fatto di numeri (quasi che Dio avesse operato la creazione recitando la tabellina pitagorica), ma la "realtà esprimibile" mediante numeri.
Perché il numero è in sé una realtà storico-culturale, vale a dire, la rappresentazione quantitativa di una molteplicità tutta riconducibile all'Unità della Creazione.
La possibilità concreta che ciò avvenga per tutti i soggetti pensanti è una possibilità finalistica (teleologica), vuoi perché gli utilizzatori non costituiscono (di fatto) una unità omogenea (si pensi alla tripartizione pitagorica tra neofiti, adepti, iniziati), vuoi per le più svariate condizioni storico-socio-culturali (intendendo questo termine nella sua più vasta delle accezioni).
Ne consegue che, mentre per taluni il simbolo mantiene i caratteri propri della rappresentazione della Realtà, vi è una larga parte per la quale esso rappresenta una sotto-realtà, vi è poi una larghissima parte per la quale il simbolo opera, come abbiamo già detto, come metafora.
E, in questo senso, parlo di relatività del Simbolo: il Bâ per gli egizi, era rappresentativo della Divinità creatrice indefinibile (equivaleva ad Amun, il Dio sconosciuto; ma anche a Khnum, il Dio del Creato). Allo stesso modo: per gli esoterici iniziati era il simbolo del creato, per gli adepti era "il doppio etereo" (cioè la parte eterea dell'anima), per il non adepto era probabilmente solo uno dei tanti nomi con i quali veniva chiamata la divinità, probabilmente sinonimo dell'ebraico EL (al plurale Elohim), o El Shaddai senza una particolare qualificazione.
Ne consegue che, a fianco del rapporto di tipo verticale del quale ho appena parlato, siano individuabili anche molteplici rapporti di tipo orizzontale ognuno dei quali sia funzione della relatività del segno e della qualità dei soggetti che, a parità di condizioni soggettive, leggono quel segno in una maniera diversa e soggettiva.
Questo secondo modo di leggere il rapporto simbolo-realtà (contingenti) è in grado di spiegare come, con il passare del tempo, smarritasi la consuetudine di esprimersi per simboli, si è finito col perdere la comprensione del più intimo significato del simbolo stesso: cosa che è talvolta accaduta con la complessa simbologia rituale cristiana).
Nell'ambito della orizzontalità del rapporto potrà così accadere che, se esempio se tracciamo il segno del triangolo:
.
. .

uno studioso di geometria vi troverà i tre punti che sono necessari per individuare un piano o uno spazio (vale a dire un luogo geometrico), un matematico leggerà la relazione
A = (B + C)

Per l'esoterico sarà la rappresentazione dell'Assoluto.

Date queste premesse, mi sembra logico dedurne che:
- sul piano del rapporto verticale (vale a dire sul piano del rapporto microcosmo - macrocosmo) il simbolo operi elusivamente come icona che richiama alla mente del soggetto pensante una ed una sola Realtà (valore geroglifico o valore assiomatico del simbolo);
- sul piano del rapporto orizzontale il valore di icona viene assunto solo nell'ambito di soggetti che hanno pari grado di conoscenza; il che significa che al massimo livello di questa il simbolo funziona come se si trattasse di rapporto verticale; a livelli subordinati assumerà il valore di metafora: esso costituisce una sorta di carta di identità ed il rapporto si svolgerà sul piano tipico di quel livello, restando precluso agli altri dei livelli inferiori (valore elitario) che operano su livelli intellettuali o su piani di percezione diversi.
LINGUAGGI E METALINGUAGGI
Le considerazioni prima svolte, mi inducono a trarne le dovute conseguenze anche in ordine ad un'altra domanda che mi sono posto fin dall'inizio: quali sono le ragioni della "fortuna" del discorso simbolico dagli albori dell'umanità?
A mio sommesso avviso il problema dell'espressione si è posto ancor prima dell'introduzione di un linguaggio come insieme organizzato intorno ad una simbologia fonetica. All'essere pensante era necessario comunicare le proprie esperienze della vita quotidiana. E tanto dovette essere sufficiente per l'ominide a servirsi del "suono" come mezzo di comunicazione diretto (non a caso Platone parlò di "suono primordiale" come espressione dell'atto della creazione: il fiat iniziale).
La conseguenza fu l'introduzione della parola come suono articolato.
Ma ben presto l'uomo si rese conto della necessità di comunicare al di là dei limiti di spazio e di tempo e quindi il simbolo fonetico dovette divenire divenne simbolo grafico (pittogramma).
Si pensi alla rappresentazione dell'animale cacciato per indicare la bontà di una zona di caccia.
Esempi di simboli pittografici sono quelli del cosiddetto alfabeto sacro egiziano individuati da Athenase Kirkher: il punto, il cerchio, il serpente. Ma si pensi anche alla loro evoluzione: la svastica, il labirinto, la spirale ecc.
Successive stilizzazioni del primo pittogramma certamente portarono alla introduzione dell'ideogramma, del geroglifico e poi del segno alfabetico. Naturalmente non tutti gli esoterici sono d'accordo, Ad esempio il Di Gennaro.
I tre valori individuati (ideogramma, geroglifico, segno alfabetico) non si esclusero a vicenda ma sono sopravvissuti: sarà sufficiente pensare alle lettere dell'alfabeto greco e latino che di volta in volta erano numeri non posizionali, suoni (note musicali?) o componenti autonome di suoni complessi (parole). Ma si pensi anche al triplice valore che assumevano ed assumono i segni degli alfabeti del ceppo semitico (ebraico ed arabo) e sopravvivono tuttora in particolari aree geografico-culturali coesistendo e dando vita ad un corpus simbolico molto complesso.
Non deve meravigliare come, fin dai primordi del pensiero filosofico, questa combinazione non sia sfuggita agli esoteristi.
Le loro intuizioni hanno fatto sì che, col tempo, ideogramma - geroglifico - segno alfabetico sono, insieme, divenuti simbolo della Divinità creatrice, inesprimibile ed indefinibile, ed hanno dato vita a quelle che impropriamente vengono definite religioni politeiste.
Thoth-Ermete (definito dai Greci Trismegisto = tre volte grandissimo) è probabilmente il primo e più antico esponente delle "divinità" alla quale si attribuiva, non a caso, la paternità del linguaggio e della scrittura (che i Greci attribuirono al Cadmo).
Traducendo il concetto in termini più accessibili potremmo dire che a Thoth - come a Cadmo - veniva riconosciuto il merito di aver penetrato e diffuso tra gli uomini la rivelazione del Logos divino attraverso la parola e lo scritto (cioè attraverso il suono primordiale ed il simbolismo grafico).
Thoth-Ermete Trismegisto fu, in sostanza, una sorta di Bodhisattwa che, rinunciò ad immedesimazione in Amun per restare in una sfera a metà strada tra Dio e gli Uomini allo scopo di aiutare questi ultimi a ricostruire l'unità originaria attualizzano il compito della risalita a Dio
(5).
Ebbene questo processo era espresso proprio nel simbolo di Amun (il geroglifico dell'ariete) perché non esisteva altro che potesse esprimerne il concetto
(6).
Col tempo è successo che questa prima, antichissima, simbologia abbia generato una proliferazione e stratificazione di simboli generando quel problema che siamo abituati a chiamare "politeismo".
Di fatto il fenomeno dell'unico simbolo originario ha di fatto seguito il continuo spostamento in avanti delle frontiere del sapere umano che tentava di ridurre ad uno una Realtà divenuta multidimensionale
(7).
Ma v'è di più: in ogni strato successivo si annidava il grado precedente.
La conoscenza esoterica era divenuta una sorta di scatola cinese con tanti livelli, almeno quanti erano i livelli di conoscenza, ognuno riservato ad un livello di iniziazione.
Così Ra era divenuto il simbolo di Thoth ma conteneva il simbolo di Knuhm che a sua volta conteneva quello di Amun
(8).
All'iniziato era destinato a sostituirsi il Grande Iniziato.
Di conseguenza "Grande Iniziato" è colui che è capace di possedere la Realtà completa: cioè il Mahatma della tradizione indù ed il profeta della tradizione giudaico-cristiana.
Così, conoscere il "nome di Dio", nella tradizione Talmudica, equivale ad essere Dio perché il concetto, che si sostanzia nella relazione parola = simbolo di Dio = indicibile, deriva dalla tradizione egizia, alla quale sono ispirate tutte le formule rituali del Libro dei Morti, del Libro dell'apertura delle Porte, dell'Apertura della Bocca e così via.
Il soggetto senziente con la conoscenza del nome (che equivaleva ad un superiore livello di conoscenza) si integrava con l'oggetto della rappresentazione: equivaleva ad acquisirne le caratteristiche e le capacità (secondo le affermazioni del Talmud e della Kabalah) di compiere miracoli e prodigi.
Orbene, tale affermazione è molto meno campata in aria di quanto si possa pensare e si basa su una pluralità concorde di argomenti testuali.
Ad esempio la Bibbia riferisce che a Mosè, esule sul Sinai, Dio si manifesta sotto forma di roveto ardente. E Mosè chiede al roveto "Chi sei?".
In questa domanda, dove è lecito leggere la legittima curiosità per una manifestazione di realtà che supera quella dell'iniziato Egiziano, è facile intravedere anche una punta di malizia nella domanda che chiede una autentica rivelazione.
Ma la malizia di Mosè viene aggirata dalla risposta "Io sono colui che è"
(9).
Insistere sul tema del possesso della parola - come possesso della Realtà - è come dire possedere la divinità, e non è casuale.
Un'analisi più accurata degli strumenti utilizzati nel simbolismo attraverso i secoli, mi induce a ritenere che lo strumento principe risieda proprio nella parola sia nella sua espressione grafica che fonetica.
Per una esemplificazione pratica del simbolo grafico consideriamo il simbolo costituito dai due triangoli equilateri intrecciati (la cosiddetta "Stella di Davide").
Potremo subito rilevare che in questo segno un araldico vedrebbe lo stemma dello Stato di Israele, lo storico vi vedrà il segno del sovrano saggio di Israele Davide; lo studioso di esoterismo vi leggerà la circolarità della creazione negli aspetti del trascendente e dell'immanente.
Eppure è evidente che questa polivalenza dell'interpretazione del simbolo giustifica altri tipi di considerazioni.
Infatti, premesso che il simbolismo, nasca pure in relazione ad esigenze della vita pratica, diviene immediatamente patrimonio delle religioni.
È di tutta evidenza che l'evoluzione del simbolo rimanda, indissolubilmente legata, all'evoluzione del pensiero. Ne consegue che il problema dell'interpretazione attuale del simbolismo originario, sia legato all'evoluzione della lettura dei cosiddetti "Testi sacri".
Purtroppo, per quasi tutte le religioni, non abbiamo testi originari; Quelli di cui siamo in possesso sono frutto, prima di una trasmissione orale, e poi, di trascrizioni, traduzioni e si sovrapposizioni.
Ed il processo evolutivo del testo continua abbastanza a lungo, almeno fino alla formazione di un "canone" che fissa quale sia il testo ufficiale espellendone tutto ciò che non concorda con il pensiero religioso di quel momento.
Si formano, in successione, due "corpora": quello "canonico" che si contrapposto a quello "apocrifo". E questo fenomeno è tipico del Testo biblico (si del Vecchio che del Nuovo Testamento).
Ebbene, proprio nel contrasto tra le due serie è riscontrabile una serie di contraddizioni nelle quali il critico trova collegamenti tra le due serie
(10).
Una tale situazione comporta già notevoli confusioni e difficoltà di rinvenimento del carattere simbolico originario delle scritture.
Ma il fenomeno della "canonizzazione" equivale, in effetti, ad una cristallizzazione del testo a quel particolare momento storico-filologico ed a quella particolare lettura del testo. E il compito del ricercatore diventa immane almeno quanto il risultato dubbio.
Il risultato è, infatti, legato, da un lato alle parole di cui siamo in possesso e dall'altro al senso complessivo che il lettore dell'epoca ha loro dato. In un caso come nell'altro si tratta del "ritmo" che l'autore originale, ispirato dalla divinità, aveva loro impresso
(11).
Riassumendo questo concetto in termini accessibili mi sentirei di dire che i testi sacri originali erano dei "metalinguaggi" con cui il trascendente divinità comunicava con l'immanente.
I testi che noi oggi possediamo sono, di fatto, metalinguaggi di metalinguaggi
(12).
Il che comporta la necessità (e la difficoltà) di ricostruire un testo che riproduca la multiformità dell'originale allo stesso modo in cui per intendere un testo dantesco occorre leggerlo nel significato che ne avrebbe dedotto un lettore medievale cosciente dei principi delle arti del "Trivio" e del "quadrivio"
(13).
Quello che intendo dire è questo. Qualche anno fa ho avuto modo di vedere la iscrizione di Gòrtina a Creta (la famosa "Regina delle iscrizioni"). Orbene anche ad un osservatore disattento salta agli occhi un particolare: non esistono segni di divisione delle parole; ad un osservatore un tantino più attento diviene evidente che, nella maggior parte dei casi, sono omesse le desinenze delle parole (ad esempio
QEMISQOKLES EPOIESE. Ebbene può essere variamente compitato (cioè scomposto in fonemi elementari) e variamente letto e interpretato).
Il che significa che la ritmazione delle parole (cioè l'inserimento delle cesure equivalenti alla distanziazione delle parole) e l'eventuale aggiunta delle desinenze rimaneva a discrezione del lettore comune, mentre la "Lettura" rimaneva esclusiva dell'iniziato che ne conosceva intuitivamente il significato più profondo.
Il fenomeno diviene ancor più complesso ove dalla lingue indoariane si passi alle lingue ed alle scritture di tipo semitico (arabo e, più in antico, egiziano e, solo da ultimo, nel cosiddetto ebraico quadrato) perché queste mancavano di vocalizzazione (l'inserimento della vocalizzazione è stata effettuata, per l'egiziano, ex post sulla base della lingua copta): tenendo presente tra l'altro che nelle scritture semitiche i segni (geroglifici) non hanno, sempre un andamento uniforme.
Le teorie anteriori a Champollion sostenevano che la disposizione dei geroglifici e l'andamento della scrittura rispondesse ad esigenze estetiche.
Chiaramente un tale modo di pensare era errato perché la elaborazione grafica della scrittura dava luogo a calligrafismi (si pensi alla scrittura cufica rispetto all'arabo) ma non a differenziazioni nella disposizione dei geroglifici.
La diversa disposizione dei geroglifici evidentemente dà luogo a diversi fonemi, a diverse, cifre, a diverse parole: ritengo quindi che il modo di disporre i segni non fosse né arbitrario né casuale ma rispondesse a veri e propri criteri jeratici che avevano senso solo agli iniziati
(14).
Ne è un buon esempio la Bibbia dei jaivisti che a tali criteri risponde, costituendo essa stessa un testo jeratico a diversi livelli di lettura. Ad esempio, al sostantivo utilizzato per denominare la divinità in ebraico quadrato (tipica lingua jeratica = metalinguaggio), corrisponde il simbolo del Tethragrammaton ed è costituito dai segni Jod, Hè, Vau, Hè e i sintesi:
J H V H

Esso viene letto normalmente Jahvè o Jehovah. Ebbene della sua complessità simbolica ci rendiamo conto quando ci riferiamo ad analoghe radici contenute in altre lingue come ASHER HEJEJEH o con l'arcadico EVOE': in tutte queste è presente la locuzione "Egli è colui che è".
Ma pensiamo anche al nome Adamo che in ebraico è costituito dalle lettere Aleph, Daleth, Meth:
A D M

(= vita, umanità). Con una semplice metatesi diviene:
D M '[a]

(= morte)
(15).

E non dimentichiamo la "parola" greco-arcadica "EVOE" (che in greco suonava:
ieuoi).
Tenuto conto che nel dialetto arcadico la "
u" sostituisce la "
o" l'EVOE' con lo jotacismo il grido delle baccanti può essere sillabato come [i] - E - O - O - E che ripropone la frase del libro dei morti e quello mosaico di "egli è colui che è"
(16).

È di tutta evidenza come il ruolo del sacerdote-sciamano (cioè l'Iniziato) assuma una rilevanza tutta particolare proprio come tramite tra l'umano e il divino: egli è non solo colui che sa, ma soprattutto sa come parlare alla divinità per esserne inteso.
Ed è anche chiaro come si possa creare l'illusione di poter possedere il divino, di generare magia e, spesso, magia nera (Goetia secondo Elipas Levi).
Ma forse l'esempio più significativo ci viene dal suono, dal canto Gregoriano.
Le sue caratteristiche salienti, a parte alcuni pochissimi requisiti di carattere formale (come l'assenza di accompagnamento strumentale: il cosiddetto canto a cappella che influisce direttamente sull'ascoltatore), sono essenzialmente tre e riguardano, rispettivamente: l'interprete, il modo e l'animus.
Non è un caso che l'interprete debba essere preferibilmente un chierico (è l'iniziato, colui che sa), né che il canto sia monodico e non corale (tutti cantano la stessa cosa, allo stesso modo e secondo certe cadenze di tipo metrico con alternanza di brevi e lunghe = cesure).
Il terzo requisito è quello che mi ha dato più da pensare, almeno considerando il problema dal lato dell'ascoltatore che difficilmente riesce a comprendere come un canto di tipo ripetitivo
(17) possa essere intonato in modo tale che ogni volta il chierico si comporta come se lo intonasse per la prima volta.
In effetti il canto Gregoriano era l'erede naturale della primitiva "cantillazione", pure riservata ai chierici. Non ho trovato tracce di cosa fosse e con quali modalità si svolgesse.
Ma il termine mi induce a ritenere che si trattasse del canto su un testo sillabato dove le cesure (alternanza di sillabe lunghe e brevi) determinassero il luogo ove da una parola si passava alla successiva realizzando parole dal significato diverso da quelle del testo: simbolo di diverso esoterico significato rivolto essenzialmente da un chierico ad un altro e da tutti alla divinità non all'ascoltatore.
Un discorso analogo dovrà essere svolto per il simbolismo grafico, ma credo che dovremo rinviarlo ad una prossima occasione.
Note:
1. Notare anche l'equivalenza con BR(a) o BR(o) che indica la "rottura".
2. In tal caso il simbolo, per il fatto stesso di non essere oggetto di percezione ma di ragionamento, degrada ad allegoria che opera tra soggetti di natura non omogenea (non adepti) e diviene il terreno in cui opera normalmente il mito.
3. Come potrebbe essere nel rapporto tra diseguali: si pensi al rapporto tra i due frammenti che danno luogo alla definizione, o meglio al rapporto tra un adepto e un non adepto. D'altra parte a questa conclusione ci conduce la riflessione sul grafico che ho tracciato: il simbolo della staticità è il punto che si realizza solo nell'Assoluto; il nostro simbolo è invece il triangolo.
4. Si pensi in senso fisico al Monte Ararat, al Gòlgota, al Monte Mehru della simbologia vedica, allo Ziggurath mesopotamico, alla piramide centro-americana, al Monte Fuji dello shintoismo, al Rapa-Nui delle tradizioni delle terre dell'Oceano Pacifico, al Walhalla delle tradizioni nordiche, allo stesso "cranio" dell'uomo, al Lingam di Shiva e così via.
5. Si tratta, in sostanza di quel procedimento che, secoli o millenni dopo, diverrà il nocciolo del pensiero plotiniano.
6. Amun era per questo motivo quello che la cultura greca definiva "il Dio sconosciuto" e che visivamente è rappresentato nella cella del Tempio di Abu Simbel tra Ra ed Osiride.
7. Si erano confusi con altrettante ipostasi della divinità quelle che, in effetto, erano solo attributi della stessa.
8. In tal senso vanno lette le cosmogonie delle varie scuole egiziane successivamente formatesi nel tempo e nello spazio dei diversi distretti. Nello stesso senso è stato di recente risolto il problema del Santo Graal nel quale è stato ravvisato (e il testo de "La quete du San Graal" sembra confermarlo) un simbolo dell'Arca dell'Alleanza nel quale potrebbe essere annidato il simbolo della Maestà e della potenza Divina.
9. In effetti la risposta riportata nel testo Biblico è molto più antica della stessa Bibbia e riproduce i testi del Libro dei Morti della IV dinastia: corrisponde infatti alla formula della cerimonia dell'apertura della Bocca e viene pronunciata da Osiride-Amun-Ra nei confronti di Thoth. Ma l'espressione è ambivalente perché, dalla lettura della LXX apprendiamo corrisponde alla rivelazione della Trinità dell'Essere: Dio, essenza, esistenza. Si veda Padre Vincenzo M. Romano "Dissequestrate la Bibbia".
10. Si pensi al tipico il caso dell'incontro tra le figlie degli uomini e dei figli di Dio che non trova alcuna spiegazione logica a meno di non interpolare il testo biblico canonico con l'episodio di Lilith del testo apocrifo.
11. Facciamo un esempio sulla base di un noto e controverso verso dantesco: "Papè Satan, Papè Satan aleppe". Comunemente ci si dice che il verso non ha significato, ma noi non sappiamo se Dante, che non aveva certo l'abitudine di scrivere cose inutili, non si fosse limitato a trascrivere foneticamente, con ritmo cambiato, l'espressione francese "Pas paix Satan, pas paix Satan, à l'épée" che ha lo stesso suono e gli stessi accenti del verso volgare.
12. Si vedano sul punto i quaderni di Padre Vincenzo M. Romano e la sua proposta di rilettura dei Libri Testamentari. Ad esempio per la Bibbia, non già il testo ebraico (come ne "La langue ébraique restitué") che, a mio parere, per svariati motivi storico-filologici non è mai esistita indipendentemente dai testi di Qum'ram che sono di epoca di gran lunga posteriore (I-II secolo d.C.), né a quello di una ipotetica lingua "sinaitica", ma alla traduzione in greco dei LXX (melius dei LXXII) che, per le circostanze ed i risultati cui pervennero può essere considerato il testo più vicino all'originale. Ma il problema consiste nel fatto che esso era un metalinguaggio e la sua cristallizzazione è divenuta un altro metalinguaggio.
13. Si noti il 3, il 4 e il 7 che, graficamente, riproducono il simbolo del Tethragrammaton: il quadrato sormontato dal Triangolo equilatero.
14. Così, ad esempio, a seconda della disposizione dei geroglifici, il nome del Faraone Thutankamon può essere letto come "Thoth [Thuth o Thoth] anima [ankh] di Amun [Amon o Amun]" oppure come "Signore della stella del Sud". Ne risulta evidente che il modo di intonarlo, come la scansione (ritmo) del Sacerdote (iniziato) aveva un senso che non era sempre lo stesso.
15. Da essa deriva la leggenda del Golem che poteva essere distrutto cancellando l'Aleph.
16. Del resto questo parlar nascosto è caratteristico della poetica di molte letterature compresa quella italiana almeno fino a tutto l'800: basti pensare a Dante, Petrarca e Boccaccio, ai rimatori del Dolce Stil Novo.
17. Tale cioè che riesca a riprodurre le condizioni dell'estasi. Non a caso originariamente il canto si accompagnava alla danza che, nei suoi movimenti vorticosi, unita al suono, induceva una sorta di trance. Ne sono un esempio, nella religione islamica, i rituali dei sufi seguaci di Mevlana.
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