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ARCANI ENIGMI...

 
IL SIMBOLO

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb

 

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IL SIMBOLO COME SEGNO »
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È POSSIBILE UNA RAPPRESENTAZIONE GRAFICA »

LINGUAGGI E METALINGUAGGI
Le considerazioni prima svolte, mi inducono a trarne le dovute conseguenze anche in ordine ad un'altra domanda che mi sono posto fin dall'inizio: quali sono le ragioni della "fortuna" del discorso simbolico dagli albori dell'umanità?
A mio sommesso avviso il problema dell'espressione si è posto ancor prima dell'introduzione di un linguaggio come insieme organizzato intorno ad una simbologia fonetica. All'essere pensante era necessario comunicare le proprie esperienze della vita quotidiana. E tanto dovette essere sufficiente per l'ominide a servirsi del "suono" come mezzo di comunicazione diretto (non a caso Platone parlò di "suono primordiale" come espressione dell'atto della creazione: il fiat iniziale).
La conseguenza fu l'introduzione della parola come suono articolato.
Ma ben presto l'uomo si rese conto della necessità di comunicare al di là dei limiti di spazio e di tempo e quindi il simbolo fonetico dovette divenire divenne simbolo grafico (pittogramma).
Si pensi alla rappresentazione dell'animale cacciato per indicare la bontà di una zona di caccia.
Esempi di simboli pittografici sono quelli del cosiddetto alfabeto sacro egiziano individuati da Athenase Kirkher: il punto, il cerchio, il serpente. Ma si pensi anche alla loro evoluzione: la svastica, il labirinto, la spirale ecc.
Successive stilizzazioni del primo pittogramma certamente portarono alla introduzione dell'ideogramma, del geroglifico e poi del segno alfabetico. Naturalmente non tutti gli esoterici sono d'accordo, Ad esempio il Di Gennaro.
I tre valori individuati (ideogramma, geroglifico, segno alfabetico) non si esclusero a vicenda ma sono sopravvissuti: sarà sufficiente pensare alle lettere dell'alfabeto greco e latino che di volta in volta erano numeri non posizionali, suoni (note musicali?) o componenti autonome di suoni complessi (parole). Ma si pensi anche al triplice valore che assumevano ed assumono i segni degli alfabeti del ceppo semitico (ebraico ed arabo) e sopravvivono tuttora in particolari aree geografico-culturali coesistendo e dando vita ad un corpus simbolico molto complesso.
Non deve meravigliare come, fin dai primordi del pensiero filosofico, questa combinazione non sia sfuggita agli esoteristi.
Le loro intuizioni hanno fatto sì che, col tempo, ideogramma - geroglifico - segno alfabetico sono, insieme, divenuti simbolo della Divinità creatrice, inesprimibile ed indefinibile, ed hanno dato vita a quelle che impropriamente vengono definite religioni politeiste.
Thoth-Ermete (definito dai Greci Trismegisto = tre volte grandissimo) è probabilmente il primo e più antico esponente delle "divinità" alla quale si attribuiva, non a caso, la paternità del linguaggio e della scrittura (che i Greci attribuirono al Cadmo).
Traducendo il concetto in termini più accessibili potremmo dire che a Thoth - come a Cadmo - veniva riconosciuto il merito di aver penetrato e diffuso tra gli uomini la rivelazione del Logos divino attraverso la parola e lo scritto (cioè attraverso il suono primordiale ed il simbolismo grafico).
Thoth-Ermete Trismegisto fu, in sostanza, una sorta di Bodhisattwa che, rinunciò ad immedesimazione in Amun per restare in una sfera a metà strada tra Dio e gli Uomini allo scopo di aiutare questi ultimi a ricostruire l'unità originaria attualizzano il compito della risalita a Dio (5).
Ebbene questo processo era espresso proprio nel simbolo di Amun (il geroglifico dell'ariete) perché non esisteva altro che potesse esprimerne il concetto (6).
Col tempo è successo che questa prima, antichissima, simbologia abbia generato una proliferazione e stratificazione di simboli generando quel problema che siamo abituati a chiamare "politeismo".
Di fatto il fenomeno dell'unico simbolo originario ha di fatto seguito il continuo spostamento in avanti delle frontiere del sapere umano che tentava di ridurre ad uno una Realtà divenuta multidimensionale (7).
Ma v'è di più: in ogni strato successivo si annidava il grado precedente.
La conoscenza esoterica era divenuta una sorta di scatola cinese con tanti livelli, almeno quanti erano i livelli di conoscenza, ognuno riservato ad un livello di iniziazione.
Così Ra era divenuto il simbolo di Thoth ma conteneva il simbolo di Knuhm che a sua volta conteneva quello di Amun (8).
All'iniziato era destinato a sostituirsi il Grande Iniziato.
Di conseguenza "Grande Iniziato" è colui che è capace di possedere la Realtà completa: cioè il Mahatma della tradizione indù ed il profeta della tradizione giudaico-cristiana.
Così, conoscere il "nome di Dio", nella tradizione Talmudica, equivale ad essere Dio perché il concetto, che si sostanzia nella relazione parola = simbolo di Dio = indicibile, deriva dalla tradizione egizia, alla quale sono ispirate tutte le formule rituali del Libro dei Morti, del Libro dell'apertura delle Porte, dell'Apertura della Bocca e così via.
Il soggetto senziente con la conoscenza del nome (che equivaleva ad un superiore livello di conoscenza) si integrava con l'oggetto della rappresentazione: equivaleva ad acquisirne le caratteristiche e le capacità (secondo le affermazioni del Talmud e della Kabalah) di compiere miracoli e prodigi.
Orbene, tale affermazione è molto meno campata in aria di quanto si possa pensare e si basa su una pluralità concorde di argomenti testuali.
Ad esempio la Bibbia riferisce che a Mosè, esule sul Sinai, Dio si manifesta sotto forma di roveto ardente. E Mosè chiede al roveto "Chi sei?".
In questa domanda, dove è lecito leggere la legittima curiosità per una manifestazione di realtà che supera quella dell'iniziato Egiziano, è facile intravedere anche una punta di malizia nella domanda che chiede una autentica rivelazione.
Ma la malizia di Mosè viene aggirata dalla risposta "Io sono colui che è" (9).
Insistere sul tema del possesso della parola - come possesso della Realtà - è come dire possedere la divinità, e non è casuale.
Un'analisi più accurata degli strumenti utilizzati nel simbolismo attraverso i secoli, mi induce a ritenere che lo strumento principe risieda proprio nella parola sia nella sua espressione grafica che fonetica.
Per una esemplificazione pratica del simbolo grafico consideriamo il simbolo costituito dai due triangoli equilateri intrecciati (la cosiddetta "Stella di Davide").
Potremo subito rilevare che in questo segno un araldico vedrebbe lo stemma dello Stato di Israele, lo storico vi vedrà il segno del sovrano saggio di Israele Davide; lo studioso di esoterismo vi leggerà la circolarità della creazione negli aspetti del trascendente e dell'immanente.
Eppure è evidente che questa polivalenza dell'interpretazione del simbolo giustifica altri tipi di considerazioni.
Infatti, premesso che il simbolismo, nasca pure in relazione ad esigenze della vita pratica, diviene immediatamente patrimonio delle religioni.
È di tutta evidenza che l'evoluzione del simbolo rimanda, indissolubilmente legata, all'evoluzione del pensiero. Ne consegue che il problema dell'interpretazione attuale del simbolismo originario, sia legato all'evoluzione della lettura dei cosiddetti "Testi sacri".
Purtroppo, per quasi tutte le religioni, non abbiamo testi originari; Quelli di cui siamo in possesso sono frutto, prima di una trasmissione orale, e poi, di trascrizioni, traduzioni e si sovrapposizioni.
Ed il processo evolutivo del testo continua abbastanza a lungo, almeno fino alla formazione di un "canone" che fissa quale sia il testo ufficiale espellendone tutto ciò che non concorda con il pensiero religioso di quel momento.
Si formano, in successione, due "corpora": quello "canonico" che si contrapposto a quello "apocrifo". E questo fenomeno è tipico del Testo biblico (si del Vecchio che del Nuovo Testamento).
Ebbene, proprio nel contrasto tra le due serie è riscontrabile una serie di contraddizioni nelle quali il critico trova collegamenti tra le due serie (10).
Una tale situazione comporta già notevoli confusioni e difficoltà di rinvenimento del carattere simbolico originario delle scritture.
Ma il fenomeno della "canonizzazione" equivale, in effetti, ad una cristallizzazione del testo a quel particolare momento storico-filologico ed a quella particolare lettura del testo. E il compito del ricercatore diventa immane almeno quanto il risultato dubbio.
Il risultato è, infatti, legato, da un lato alle parole di cui siamo in possesso e dall'altro al senso complessivo che il lettore dell'epoca ha loro dato. In un caso come nell'altro si tratta del "ritmo" che l'autore originale, ispirato dalla divinità, aveva loro impresso (11).
Riassumendo questo concetto in termini accessibili mi sentirei di dire che i testi sacri originali erano dei "metalinguaggi" con cui il trascendente divinità comunicava con l'immanente.
I testi che noi oggi possediamo sono, di fatto, metalinguaggi di metalinguaggi (12).
Il che comporta la necessità (e la difficoltà) di ricostruire un testo che riproduca la multiformità dell'originale allo stesso modo in cui per intendere un testo dantesco occorre leggerlo nel significato che ne avrebbe dedotto un lettore medievale cosciente dei principi delle arti del "Trivio" e del "quadrivio" (13).
Quello che intendo dire è questo. Qualche anno fa ho avuto modo di vedere la iscrizione di Gòrtina a Creta (la famosa "Regina delle iscrizioni"). Orbene anche ad un osservatore disattento salta agli occhi un particolare: non esistono segni di divisione delle parole; ad un osservatore un tantino più attento diviene evidente che, nella maggior parte dei casi, sono omesse le desinenze delle parole (ad esempio QEMISQOKLES EPOIESE. Ebbene può essere variamente compitato (cioè scomposto in fonemi elementari) e variamente letto e interpretato).
Il che significa che la ritmazione delle parole (cioè l'inserimento delle cesure equivalenti alla distanziazione delle parole) e l'eventuale aggiunta delle desinenze rimaneva a discrezione del lettore comune, mentre la "Lettura" rimaneva esclusiva dell'iniziato che ne conosceva intuitivamente il significato più profondo.
Il fenomeno diviene ancor più complesso ove dalla lingue indoariane si passi alle lingue ed alle scritture di tipo semitico (arabo e, più in antico, egiziano e, solo da ultimo, nel cosiddetto ebraico quadrato) perché queste mancavano di vocalizzazione (l'inserimento della vocalizzazione è stata effettuata, per l'egiziano, ex post sulla base della lingua copta): tenendo presente tra l'altro che nelle scritture semitiche i segni (geroglifici) non hanno, sempre un andamento uniforme.
Le teorie anteriori a Champollion sostenevano che la disposizione dei geroglifici e l'andamento della scrittura rispondesse ad esigenze estetiche.
Chiaramente un tale modo di pensare era errato perché la elaborazione grafica della scrittura dava luogo a calligrafismi (si pensi alla scrittura cufica rispetto all'arabo) ma non a differenziazioni nella disposizione dei geroglifici.
La diversa disposizione dei geroglifici evidentemente dà luogo a diversi fonemi, a diverse, cifre, a diverse parole: ritengo quindi che il modo di disporre i segni non fosse né arbitrario né casuale ma rispondesse a veri e propri criteri jeratici che avevano senso solo agli iniziati (14).
Ne è un buon esempio la Bibbia dei jaivisti che a tali criteri risponde, costituendo essa stessa un testo jeratico a diversi livelli di lettura. Ad esempio, al sostantivo utilizzato per denominare la divinità in ebraico quadrato (tipica lingua jeratica = metalinguaggio), corrisponde il simbolo del Tethragrammaton ed è costituito dai segni Jod, Hè, Vau, Hè e i sintesi:

J H V H

Esso viene letto normalmente Jahvè o Jehovah. Ebbene della sua complessità simbolica ci rendiamo conto quando ci riferiamo ad analoghe radici contenute in altre lingue come ASHER HEJEJEH o con l'arcadico EVOE': in tutte queste è presente la locuzione "Egli è colui che è".
Ma pensiamo anche al nome Adamo che in ebraico è costituito dalle lettere Aleph, Daleth, Meth:

A D M

(= vita, umanità). Con una semplice metatesi diviene:

D M '[a]

(= morte) (15).

E non dimentichiamo la "parola" greco-arcadica "EVOE" (che in greco suonava: ieuoi).
Tenuto conto che nel dialetto arcadico la "u" sostituisce la "o" l'EVOE' con lo jotacismo il grido delle baccanti può essere sillabato come [i] - E - O - O - E che ripropone la frase del libro dei morti e quello mosaico di "egli è colui che è" (16).

È di tutta evidenza come il ruolo del sacerdote-sciamano (cioè l'Iniziato) assuma una rilevanza tutta particolare proprio come tramite tra l'umano e il divino: egli è non solo colui che sa, ma soprattutto sa come parlare alla divinità per esserne inteso.
Ed è anche chiaro come si possa creare l'illusione di poter possedere il divino, di generare magia e, spesso, magia nera (Goetia secondo Elipas Levi).
Ma forse l'esempio più significativo ci viene dal suono, dal canto Gregoriano.
Le sue caratteristiche salienti, a parte alcuni pochissimi requisiti di carattere formale (come l'assenza di accompagnamento strumentale: il cosiddetto canto a cappella che influisce direttamente sull'ascoltatore), sono essenzialmente tre e riguardano, rispettivamente: l'interprete, il modo e l'animus.
Non è un caso che l'interprete debba essere preferibilmente un chierico (è l'iniziato, colui che sa), né che il canto sia monodico e non corale (tutti cantano la stessa cosa, allo stesso modo e secondo certe cadenze di tipo metrico con alternanza di brevi e lunghe = cesure).
Il terzo requisito è quello che mi ha dato più da pensare, almeno considerando il problema dal lato dell'ascoltatore che difficilmente riesce a comprendere come un canto di tipo ripetitivo (17) possa essere intonato in modo tale che ogni volta il chierico si comporta come se lo intonasse per la prima volta.
In effetti il canto Gregoriano era l'erede naturale della primitiva "cantillazione", pure riservata ai chierici. Non ho trovato tracce di cosa fosse e con quali modalità si svolgesse.
Ma il termine mi induce a ritenere che si trattasse del canto su un testo sillabato dove le cesure (alternanza di sillabe lunghe e brevi) determinassero il luogo ove da una parola si passava alla successiva realizzando parole dal significato diverso da quelle del testo: simbolo di diverso esoterico significato rivolto essenzialmente da un chierico ad un altro e da tutti alla divinità non all'ascoltatore.
Un discorso analogo dovrà essere svolto per il simbolismo grafico, ma credo che dovremo rinviarlo ad una prossima occasione.

Note:
5. Si tratta, in sostanza di quel procedimento che, secoli o millenni dopo, diverrà il nocciolo del pensiero plotiniano.
6. Amun era per questo motivo quello che la cultura greca definiva "il Dio sconosciuto" e che visivamente è rappresentato nella cella del Tempio di Abu Simbel tra Ra ed Osiride.
7. Si erano confusi con altrettante ipostasi della divinità quelle che, in effetto, erano solo attributi della stessa.
8. In tal senso vanno lette le cosmogonie delle varie scuole egiziane successivamente formatesi nel tempo e nello spazio dei diversi distretti. Nello stesso senso è stato di recente risolto il problema del Santo Graal nel quale è stato ravvisato (e il testo de "La quete du San Graal" sembra confermarlo) un simbolo dell'Arca dell'Alleanza nel quale potrebbe essere annidato il simbolo della Maestà e della potenza Divina.
9. In effetti la risposta riportata nel testo Biblico è molto più antica della stessa Bibbia e riproduce i testi del Libro dei Morti della IV dinastia: corrisponde infatti alla formula della cerimonia dell'apertura della Bocca e viene pronunciata da Osiride-Amun-Ra nei confronti di Thoth. Ma l'espressione è ambivalente perché, dalla lettura della LXX apprendiamo corrisponde alla rivelazione della Trinità dell'Essere: Dio, essenza, esistenza. Si veda Padre Vincenzo M. Romano "Dissequestrate la Bibbia".
10. Si pensi al tipico il caso dell'incontro tra le figlie degli uomini e dei figli di Dio che non trova alcuna spiegazione logica a meno di non interpolare il testo biblico canonico con l'episodio di Lilith del testo apocrifo.
11. Facciamo un esempio sulla base di un noto e controverso verso dantesco: "Papè Satan, Papè Satan aleppe". Comunemente ci si dice che il verso non ha significato, ma noi non sappiamo se Dante, che non aveva certo l'abitudine di scrivere cose inutili, non si fosse limitato a trascrivere foneticamente, con ritmo cambiato, l'espressione francese "Pas paix Satan, pas paix Satan, à l'épée" che ha lo stesso suono e gli stessi accenti del verso volgare.
12. Si vedano sul punto i quaderni di Padre Vincenzo M. Romano e la sua proposta di rilettura dei Libri Testamentari. Ad esempio per la Bibbia, non già il testo ebraico (come ne "La langue ébraique restitué") che, a mio parere, per svariati motivi storico-filologici non è mai esistita indipendentemente dai testi di Qum'ram che sono di epoca di gran lunga posteriore (I-II secolo d.C.), né a quello di una ipotetica lingua "sinaitica", ma alla traduzione in greco dei LXX (melius dei LXXII) che, per le circostanze ed i risultati cui pervennero può essere considerato il testo più vicino all'originale. Ma il problema consiste nel fatto che esso era un metalinguaggio e la sua cristallizzazione è divenuta un altro metalinguaggio.
13. Si noti il 3, il 4 e il 7 che, graficamente, riproducono il simbolo del Tethragrammaton: il quadrato sormontato dal Triangolo equilatero.
14. Così, ad esempio, a seconda della disposizione dei geroglifici, il nome del Faraone Thutankamon può essere letto come "Thoth [Thuth o Thoth] anima [ankh] di Amun [Amon o Amun]" oppure come "Signore della stella del Sud". Ne risulta evidente che il modo di intonarlo, come la scansione (ritmo) del Sacerdote (iniziato) aveva un senso che non era sempre lo stesso.
15. Da essa deriva la leggenda del Golem che poteva essere distrutto cancellando l'Aleph.
16. Del resto questo parlar nascosto è caratteristico della poetica di molte letterature compresa quella italiana almeno fino a tutto l'800: basti pensare a Dante, Petrarca e Boccaccio, ai rimatori del Dolce Stil Novo.
17. Tale cioè che riesca a riprodurre le condizioni dell'estasi. Non a caso originariamente il canto si accompagnava alla danza che, nei suoi movimenti vorticosi, unita al suono, induceva una sorta di trance. Ne sono un esempio, nella religione islamica, i rituali dei sufi seguaci di Mevlana.

stelical2003@yahoo.it

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