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ARCANI ENIGMI...

 
IL SIMBOLO

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb

 

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IL SIMBOLO COME SEGNO »
SEMANTICA DEL SIMBOLO »

È POSSIBILE UNA RAPPRESENTAZIONE GRAFICA
Ho pensato più volte ci poter tentare una rappresentazione grafica di quando sono andato osservando in precedenza; ma vi ho rinunciato perché qualsiasi rappresentazione potessi elaborare, mi sarebbe impossibile essere esaustivo rispetto ad un'analisi che invece si può tentare sui singoli simboli.
Ritengo, in sostanza, sia corretto dire che il mondo sensibile (microcosmo) sia un prodotto dell'Assoluto (macrocosmo) attraverso un processo discendente che Plotino definiva "di emanazione" (ma io preferisco il termine di "obiettivizzazione"): esso prende inizio dal Logos primordiale, passa, perdendo progressivamente parte di autocoscienza sempre, attraverso una prima fase di percettività, una seconda di razionalità, e scende via via fino al microcosmo.
Correlativamente si possono individuare tre aree che, dall'alto verso il basso, comprendono:

  • la percezione ovvero la conoscenza iniziatica;
  • la conoscenza allegorica (mito), area di operatività della ragione;
  • l'azione del pensiero che fa sì che il movimento sia da considerare circolare (come evidenzia proprio il simbolo del cerchio), sicché alla fine del movimento discendente ne inizi uno ascendente che, ripercorrendo a ritroso la fase di oggettivizzazione dell'Assoluto, consente attraverso una quantità sempre maggiore di riassunzione della coscienza e dell'identità originaria, il ricongiungimento nell'assoluto.
Il "simbolo" è, pertanto una immagine (icona) dell'intima unione che lega il microcosmo al macrocosmo (vale a dire con una realtà di ordine superiore indipendentemente dall'apparente molteplicità dell'essere.
Mi viene spontaneo pormi alcune domande consequenziali perché è evidente che il simbolo opera nel mondo del molteplice (microcosmo):
  • il simbolo opera anche sul mondo della realtà oggettiva?
  • e come opera?
  • perché il "simbolo" riveste una così grande importanza nella storia del sapere umano?
  • di quali strumenti si avvale?
Soffermiamoci innanzi tutto sulla prima domanda che riflette il rapporto tra il simbolo e la realtà: si tratta di un problema al quale sembra di poter dare una risposta abbastanza facile. Se, infatti, diciamo che un oggetto (segno, immagine od altro) sia è la rappresentazione ideale di una realtà altrimenti tanto complessa da sfuggire ad ogni tentativo di definizione sostanzialmente diciamo che il "segno" rappresenta la "realtà" nella sua interezza e ci sentiamo esonerati dal bisogno di definirla.
In altri termini il segno può essere il sostituto steganografico dell'indefinibile (si pensi al simbolo di Dio, ad Amon, al segno egiziano dell'ariete).
Per comprendere come esso possa operare proviamo a spostare il ragionamento sul piano della più moderna filosofia matematica. Indicando con S il "simbolo" e con R la "realtà" che il simbolo rappresenta, possiamo scrivere:

S = f(R)

nel quale leggiamo che il valore di S (= simbolo) è determinato in funzione della realtà alla quale ci riferiamo indipendentemente dal nome che ad essa attribuiamo.
E possiamo anche dire che il simbolo, in maniera assiomatica, deve necessariamente essere sempre la rappresentazione immutabile di una stessa realtà.
Ma vale anche il contrario nel senso che, se unica è la realtà rappresentata, unico sarà anche il simbolo capace di descriverla e rappresentarla.
Questo modo di concepire il rapporto tra "simbolo" e "realtà" ci spiega un "modo" di funzionare in senso verticale tra l'oggetto della rappresentazione (Realtà oggettiva = macrocosmo) e l'oggetto soggettivo del rappresentare (realtà fenomeniche = microcosmo). E Credo che questo sia il significato cui allude il primo presupposto della "Tabula smaragdina" quando afferma il massimo principio dell'esoterismo: "Così in alto, così in basso".
Ma ciò implica anche che l'oggetto rappresentativo (microcosmo) debba avere un significato unico rispetto a coloro che lo utilizzano in quanto rappresentativo dell'universale (macrocosmo). Ché, altrimenti, il rappresentato finisce con il non costituire più la Realtà, ma si confonde con una molteplicità di "realtà" o molteplicità effettuale (ovvero l'identificarsi con il microcosmo).
Ritengo che sia questo il motivo per il quale l'esoterismo pitagorico, prima, e quello Cabalistico, poi, sono stati indotti a concepire un universo non già fatto di numeri (quasi che Dio avesse operato la creazione recitando la tabellina pitagorica), ma la "realtà esprimibile" mediante numeri.
Perché il numero è in sé una realtà storico-culturale, vale a dire, la rappresentazione quantitativa di una molteplicità tutta riconducibile all'Unità della Creazione.
La possibilità concreta che ciò avvenga per tutti i soggetti pensanti è una possibilità finalistica (teleologica), vuoi perché gli utilizzatori non costituiscono (di fatto) una unità omogenea (si pensi alla tripartizione pitagorica tra neofiti, adepti, iniziati), vuoi per le più svariate condizioni storico-socio-culturali (intendendo questo termine nella sua più vasta delle accezioni). Ne consegue che, mentre per taluni il simbolo mantiene i caratteri propri della rappresentazione della Realtà, vi è una larga parte per la quale esso rappresenta una sotto-realtà, vi è poi una larghissima parte per la quale il simbolo opera, come abbiamo già detto, come metafora.
E, in questo senso, parlo di relatività del Simbolo: il Bâ per gli egizi, era rappresentativo della Divinità creatrice indefinibile (equivaleva ad Amun, il Dio sconosciuto; ma anche a Khnum, il Dio del Creato). Allo stesso modo: per gli esoterici iniziati era il simbolo del creato, per gli adepti era "il doppio etereo" (cioè la parte eterea dell'anima), per il non adepto era probabilmente solo uno dei tanti nomi con i quali veniva chiamata la divinità, probabilmente sinonimo dell'ebraico EL (al plurale Elohim), o El Shaddai senza una particolare qualificazione.
Ne consegue che, a fianco del rapporto di tipo verticale del quale ho appena parlato, siano individuabili anche molteplici rapporti di tipo orizzontale ognuno dei quali sia funzione della relatività del segno e della qualità dei soggetti che, a parità di condizioni soggettive, leggono quel segno in una maniera diversa e soggettiva.
Questo secondo modo di leggere il rapporto simbolo-realtà (contingenti) è in grado di spiegare come, con il passare del tempo, smarritasi la consuetudine di esprimersi per simboli, si è finito col perdere la comprensione del più intimo significato del simbolo stesso: cosa che è talvolta accaduta con la complessa simbologia rituale cristiana).
Nell'ambito della orizzontalità del rapporto potrà così accadere che, se esempio se tracciamo il segno del triangolo:

.
.   .

uno studioso di geometria vi troverà i tre punti che sono necessari per individuare un piano o uno spazio (vale a dire un luogo geometrico), un matematico leggerà la relazione

A = (B + C)

Per l'esoterico sarà la rappresentazione dell'Assoluto.

Date queste premesse, mi sembra logico dedurne che:
  • sul piano del rapporto verticale (vale a dire sul piano del rapporto microcosmo - macrocosmo) il simbolo operi elusivamente come icona che richiama alla mente del soggetto pensante una ed una sola Realtà (valore geroglifico o valore assiomatico del simbolo);
  • sul piano del rapporto orizzontale il valore di icona viene assunto solo nell'ambito di soggetti che hanno pari grado di conoscenza; il che significa che al massimo livello di questa il simbolo funziona come se si trattasse di rapporto verticale; a livelli subordinati assumerà il valore di metafora: esso costituisce una sorta di carta di identità ed il rapporto si svolgerà sul piano tipico di quel livello, restando precluso agli altri dei livelli inferiori (valore elitario) che operano su livelli intellettuali o su piani di percezione diversi.

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