IL SIMBOLO
di Stelio Calabresi
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Ciò posto, mi sembra evidente la parola "simbolo" sia esso stesso "segno" di un livello di realtà superiore.
Sotto questo profilo mi sembra abbastanza secondario il fatto che la parola derivi dal greco (sumbol-on) e che ci sia arrivata attraverso il latino ("symbol-us" o "symbol-um"), perché questo aspetto non mi sembra esaustivo rispetto alla realtà che rappresenta.
Preferisco allora procedere a ritroso nell'analisi strutturale risalendo alle radici e fonemi elementari ritenendo la parola una "scrittura misteriosa" (steganogramma).
Mi accorgo allora, che il termine - frettolosamente incapsulato in una definizione - assume quella ricchezza di significati che fanno del "simbolo" il "Simbolo" per eccellenza.
Nei due termini che compongono il sum-bol-(on) e cioè il sun e bol (da bal-lw, con le sue radici bla, bal e bol) noto innanzi tutto la presenza di due fonemi (sun e bol) a carattere ternario che sono di per sé indicativi (segni) di una realtà superiore, rafforzato dalla reiterazione.
Ma non basta.
Infatti il primo termine (sun) comprende tre segni apparentemente diversi ma identici nella sostanza. Essi sono:
- il segno del sigma S (S) = che indica unione, aggregazione (sommatoria);
- il segno dell'ipsilon U (Y) = che indica la dualità che si unisce nell'unità (la matrice è il triangolo equilatero capovolto);
- il segno del N (ni) che, coricato, indica la relazione tra due realtà diseguali al contrario dell'H (eta) che indica relazione di due realtà uguali.
Il secondo termine (bol), che ho affermato corrispondere alla radice "BLA" o "VLA" (1) è ancor più intenso e drastico nella sua concisione. In esso infatti ritrovo:
- il segno dell'ipsilon U ripetuto: una volta diritto nella forma del = digamma (= doppio lambda) ed una volta capovolto nella forma del lambda: L;
- il segno dell'A (greco alfa) o À (ebraico aleph, arabo alif) che è, al tempo stesso, U capovolto e A, cioè inizio, principio, che suggella la parola e la conclude.
D'altra parte la doppia ripetizione del carattere triadico mi induce a tentare una rappresentazione grafica che, meglio di tutte, rappresenta e riassume il concetto. Essa consiste del segno geometrico, tipico dell'esoterismo, del doppio triangolo equilatero, unito per le basi, che riproduce ai due estremi (A-A) i simboli della creazione e della conoscibilità:


Ne traggo l'impressione che il termine simbolo, nella sua ossessiva ripetitività strutturale di unione alla divinità, voglia suggerire all'adepto che esso costituisce l'unico veicolo di percezione dell'Assoluto il quale, fuori dell'adepto, resta inesprimibile e inconoscibile.

Queste notazioni si completano con alcune riflessioni:
- La prima è quella della rottura dell'unità originaria e dell'avvenuta separazione del microcosmo dal macrocosmo. È questa separazione che ha dato origine al caos (o mancanza di luce) primordiale.
- Il caos costituisce l'ante di ogni cosmogonia e da esso sgorga la creazione, come prodotto del Log-os.
- Il caos è, quindi la prima manifestazione dell'oggettivizzazione dell'Assoluto, dell'alterità del macrocosco rispetto al microcosmo. Un'immagine del fenomeno può essere ottenuta, piuttosto che leggendo sumbol, compitandolo come s-u-m-b-o-l, dove ogni "segno" (= lettera e suono) mantiene i caratteri del logos originario, del "fiat" iniziale.
Ne seguirà la riunione, la ricostituzione del microcosmo nella complessa realtà del macrocosmo.

Il grafico sopra riportato, sembra suggerirci che il "simbolo" nell'esoterismo è un segno, oggetto di percezione capace di introdurre l'adepto in un livello di realtà a cui il simbolo stesso è legato da un nesso ontologico, ma tale che agli altri appaia unicamente convenzionale
(2).
Ma ne consegue ancora che, sotto un profilo teleologico, al simbolo sia assegnata una funzione suppletiva perché rappresentativo (= fa le veci) di una realtà altrimenti inconoscibile ed inesprimibile.
E, in sintesi esso costituisce, così come è stato affermato dal neoplatonismo plotiniano, l'unico modo possibile di considerare l'Assoluto ed il rapporto che lega il Creatore al creato, il Pensiero al pensato, il Logos alla parola.
È, in conclusione, evidente il motivo per il quale mi sono rifiutato di considerare il simbolo limitato in una definizione descrittiva, limitativa e tautologica.

Il simbolo che amo concepire mi sembra destinato ad operare su un "rapporto" e, per sua natura, deve essere dinamico (non statico come nell'allegoria)
(3) sì da assumere quella enorme ricchezza di contenuti che lo fanno diventare il mezzo più appropriato di espressione dell'esoterismo.
Paradossalmente potremmo dire che il "simbolo" del "Simbolo" è il geroglifico dell'acqua espressione stessa della vita e del mutamento.

La combinazione del predetto geroglifico e del triangolo equilatero mi sembra che vada ad indicare l'ordine che emerge dal caos informale, l'atto della creazione. E non è un caso che il triangolo (ossia il monte) abbia una particolare collocazione in tutte le religioni (sia misteriche che non): difatti il monte, come parte più alta, è il punto fisico più vicino all'alto esoterico e corrisponde ad un vero e proprio collegamento tra Creazione e Creato
(4).
Questo rapporto, tra alto e basso, si svolge ed opera a due livelli:
- il primo è quello necessario tra assoluto e contingente, tra alto e basso, tra macrocosmo e microcosmo, che consente la percezione dell'Assoluto altrimenti inesprimibile; di questo il simbolo svolge, come già detto, una funzione vicaria e in un certo senso suppletiva (basti pensare alla collocazione del Bodhisattva induista, ma soprattutto al simbolismo della scala di Giacobbe, del carro di Ezechiele ecc.).
- il secondo è quello eventuale, legato agli esseri del mondo sensibile.
Il simbolo non per questo muta nelle sue caratteristiche.
Tuttavia, nella sfera del sensibile, quando manca la comprensione immediata della realtà rappresentata o quando si rende necessaria una riflessione per conoscerla, il segno assume piuttosto i caratteri della allegoria.
L'allegoria presuppone, al contrario del simbolo, l'eterogeneità dei soggetti che utilizzano il segno (è questo il campo proprio di operatività del mito anche se pure nel mito avvenimenti e personaggi possono assumere il significato del "segno-simbolo" di una diversa realtà).
Nel primo caso il simbolo svolge un ruolo essenziale consentendo la trasmissione e l'accesso ad una profondità spirituale non altrimenti rappresentabile, ma permette anche di parlare a diversi livelli di percettibilità a una pluralità di soggetti più o meno eterogenei.
Nel suo contingente il simbolo assume la duplice veste di mezzo di trasmissione di una conoscenza (rapporto "esoterico-iniziatico") o di vero e proprio "segno" di identificazione nel senso etimologico del termine.
Non è un caso, quindi, che nell'antica Grecia, il simbolo indicasse quella riunioni di parti spezzate che, ricostituendo l'identità oggettiva originaria consentisse il riconoscimento dei due possessori: questo coincide con il "segno" o "formula" di riconoscimento degli adepti delle religioni misteriche e dei sistemi esoterici.
Ho con questo posto l'accento sui meccanismi secondo i quali opera il rapporto simbolico che si svolge su un piano puramente istintivo (avvalendosi solo dei "segni") perché consente la percezione del "simbolizzato" senza la mediazione dell'intelletto (che necessita di mezzi e strumenti).
Note:
1. Notare anche l'equivalenza con BR(a) o BR(o) che indica la "rottura".
2. In tal caso il simbolo, per il fatto stesso di non essere oggetto di percezione ma di ragionamento, degrada ad allegoria che opera tra soggetti di natura non omogenea (non adepti) e diviene il terreno in cui opera normalmente il mito.
3. Come potrebbe essere nel rapporto tra diseguali: si pensi al rapporto tra i due frammenti che danno luogo alla definizione, o meglio al rapporto tra un adepto e un non adepto. D'altra parte a questa conclusione ci conduce la riflessione sul grafico che ho tracciato: il simbolo della staticità è il punto che si realizza solo nell'Assoluto; il nostro simbolo è invece il triangolo.
4. Si pensi in senso fisico al Monte Ararat, al Gòlgota, al Monte Mehru della simbologia vedica, allo Ziggurath mesopotamico, alla piramide centro-americana, al Monte Fuji dello shintoismo, al Rapa-Nui delle tradizioni delle terre dell'Oceano Pacifico, al Walhalla delle tradizioni nordiche, allo stesso "cranio" dell'uomo, al Lingam di Shiva e così via.