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CONOSCI TE STESSO "NOSCE TE IPSUM" (Gnwti seauton)
di Stelio Calabresi
per Edicolaweb


Il pensiero filosofico umano si articola, per grandi linee, in due filoni: quello dell'exoterismo e quello dell'esoterismo.
 
 

L'"exoterismo" è la via della filosofia tradizionale. Il termine deriva dal tardo latino "exotèricus" e, per il suo tramite, dal greco Ex-o-terikos (da ex = fuori, all'esterno): viene comunemente tradotto come "esterno, palese a tutti".
Il termine "esoterismo", invece, ci proviene dal latino "esotèricus" (e quindi dal greco eso-terikos), viene normalmente tradotto come "interno, misterioso, riservato ad iniziati" sì da essere spesso utilizzato come sinonimo di "ermetico".

Schuré ci spiega che i primi a fregiarsi della qualifica di esoterici furono i discepoli di Pitagora.
L'essere detti "esoterici" derivò loro dal fatto di essere i privilegiati, ammessi all'interno del tempio/scuola (vale a dire all'insegnamento diretto di Pitagora).
In altri termini, era "esoterico" il "cortile interno" dove Pitagora in persona avrebbe impartito un insegnamento riservato.
In tale senso gli esoterici si contrapponevano agli exoterici, cioè a coloro che restavano fuori dal cortile, esclusi dall'insegnamento riservato di Pitagora.

Se questo è il senso etimologico del termine, cerchiamo di spiegarci il senso filosofico di una terminologia che, evidentemente possiede un grande significato sostanziale.
Infatti, sotto l'aspetto del contenuto filosofico possiamo definire l'esoterismo, almeno quello delle origini, come una dottrina filosofica a sfondo religioso che pone alla sua base un principio di creazione costante, in continuo divenire.
Questo divenire costituisce, al tempo stesso, un progressivo quanto costante incremento di Realtà che si realizza mediante una presa di coscienza del sé (autocoscienza).
Sembra una definizione difficile, ma, in effetti non lo è.

Il fatto è che l'esoterismo non ha dogmi ed è privo di verità precostituite (verità rivelate); qualsiasi sia la realtà cui l'esoterista possa pervenire essa sarà è frutto di "illuminazione" interiore e deriva, quindi, da una interiorizzazione che consente di ripercorrere a ritroso la storia della creazione.
Questa storia mette continuamente e progressivamente in relazione dialettica il microcosmo (cioè l'uomo), costruito su una struttura ternaria (1), che è - al tempo stesso - immagine del Macrocosmo (cioè l'universo). Sia il microcosmo che il macrocosmo sono costruiti a struttura ternaria (2) e sono, a loro volta, immagini dello Spirito Assoluto.
Una siffatta immagine dell'esoterismo comporta che questa dottrina non possa configurasi come sistema: mancano le leggi che ne disciplinino lo sviluppo e la trasmissione.
Siamo piuttosto, di fronte ad un metodo che si realizza sui due presupposti di microcosmo e macrocosmo e sulla loro sostanziale identità (come sottolinea il primo presupposto dell'esoterismo della Tavola Smeraldina: "così in alto, così in basso").

Se consideriamo il metodo esoterico sotto l'aspetto dell'uomo, ci accorgiamo che l'esoterismo si configura come un costante "umanesimo" dove, in altri termini, l'uomo resta costantemente al centro dell'universo.
È questo principio che ritroviamo proprio alla base del pitagorismo.
Narra, infatti, la leggenda che sull'ingresso della scuola pitagorica campasse l'iscrizione "Gnwti seauton(3) (normalmente tradotto nella locuzione latina "Nosce te ipsum": conosci te stesso).
Questa locuzione, pur nella sua straordinaria sintesi, afferma una serie di principi dalla straordinaria portata:
  • ci dice, innanzi tutto, che alla base della realtà esoterica c'è un processo tendenziale di ricostituzione dell'unità originaria di microcosmo e macrocosmo (che per Hendel è processo di "evoluzione" in senso plotiniano);
  • ci dice anche che il punto da cui partire è necessariamente il sé;
  • ci ricorda che proprio il sé è l'unico mezzo che per espandere la propria struttura individuale fino alla ricongiunzione con la Realtà (qualunque cosa essa sia).
L'applicazione di queste principi, potenzialmente, consente di ripercorrere a ritroso il processo della creazione tornando dal molteplice progressivamente all'Uno che realizza il percorso inverso a quello che va dal Creatore, al creato dalla parola (logos/macrocosmo) alla parola (microcosmo).
All'inverso, nella fase di "creazione" all'unità e all'interiorità dell'Uno si è progressivamente sostituita la molteplicità e l'alterità (quello che Hendel definisce processo di involuzione, di obiettivizzazione dell'Io universale che si realizza attraverso la dialettica con l'altro da sé).

Questa nuova approssimazione mi consente di rivalutare la definizione tradizionale dell'esoterismo, disancorandola dall'elemento misterico.
Sia il Burroughs che il D'Amato affermano che "gli arcani delle scienze non debbono essere affidati allo scritto, bensì alla parola" (si paragoni questa affermazione del D'Amato con quanto scrive San Paolo nella "prima Lettera ai Corinzi").
Ebbene, fu soprattutto l'ermetismo egiziano (ma poi anche quello druidico e, ancora più tardi, a quello rituale) a doversi necessariamente caratterizzare senza toccare l'essenza del metodo esoterico.
Questa affermazione mi appare estremamente logica perché, altrimenti, non ci sarebbe stato bisogno di trasmissione iniziatica ed il procedere sarebbe rimasto fine a se stesso; l'esoterismo, in altri termini, sarebbe stato condannato, in partenza, all'estinzione.
Queste mie asserzioni sono, del resto, suffragabili da alcune considerazioni su un diverso modo di intendere le due locuzioni del "Gnwti seauton" e del "nosce te ipsum".
Se identico è il presupposto, se identico è il metodo nel quale ci muoviamo, dovremmo concludere che le due espressioni sono legate da un rapporto di equivalenza e che, tutto sommato, il metodo pitagorico sia rimasto immutato ed abbia caratterizzato, in senso temporale, tutto l'esoterismo successivo al pitagorismo.

C'è qualcosa che però mi ha lasciato perplesso perché nell'esoterismo ogni linguaggio è di tipo jeratico (infatti parliamo di linguaggio steganografico): in effetti le espressioni delle quali ci serviamo sono di fatto meta-linguaggi dove ogni parola, ogni fonema, ogni cifra-lettera ha un proprio significato (si pensi alla Kabalah, ma anche alla gematria, alla teosofia) sicché l'uso di un'espressione non è mai né casuale né in sé ripetitiva.
Mi sono allora domandato se era esatta la premessa da cui ero e sono qui partito: l'identità del metodo. Se ciò fosse vero, sotto un profilo letterale, le due massime dovrebbero denunciare esse stesse un'equivalenza semantica, indipendentemente dal fatto di essere formulate in due lingue diverse.
Infatti, come ho già detto, sono tradotte nell'espressione italiana "conosci te stesso".
Ma al primo tentativo di approfondimento, risulta che l'affermata equivalenza sia più apparente che reale.
Orbene, questa mia opinione è sorretta da tre ordini di considerazioni: una di carattere lessicale, una seconda di tipo "topografico" e la terza di ordine logico-temporale.

Cominciamo col dire (e chiedo scusa a coloro che non conoscono il greco antico) che nell'espressione in lingua greca il verbo (gnwti) è un imperativo aoristo del verbo gi-gno-skw: ebbene, a costo di essere prolisso debbo dire che l'imperativo aoristo è una vera e propria "ucronia" (4). L'imperativo aoristo indica un'azione che si deve compiere in un momento indefinito o indeterminato (come ci dice l'etimologia del cronos aoriston); in senso stretto comporta un'azione destinata a durare... nel passato (il che esprime al meglio, si noti, la progressività tipica dell'esoterismo).
In altri termini, l'imposizione tipica dell'imperativo è, nella realtà, una esortazione, un impulso per l'esercizio di un'azione continuativa che si deve compiere "prima" che ne venga compiuta un'altra.
Non implica, cioè, né necessariamente né logicamente, un imperativo categorico come categoria kantiana dell'azione perché comporta e presuppone unicamente un atteggiamento teoretico prima ancora che inizi la vera e propria attività etico-pratica.
Sotto questo aspetto diverso è il discorso che deve farsi per la locuzione latina nella quale coerentemente potrei aspettarmi di trovare un congiuntivo esortativo (nosces) dove, invece, trovo un imperativo presente (nosce).
È chiaro che già questa prima constatazione capovolge i termini del problema perché trasforma un atto (che ho appena definito teoretico: che è una norma di relazione), in un vero e proprio comportamento etico (che è norma d'azione).
Ne traggo l'ulteriore conseguenza che la massima latina è destinata ad operare non più sul piano del metodo ma su quello del sistema perché diviene una vera e propria categoria dell'azione (o categoria morale) quasi anche indipendentemente da ogni presupposto teoretico.

E passiamo all'aspetto che ho definito di ordine "topografico".
Se diamo credito alla leggenda il gnwti seauton caratterizzava un Ingresso (si pensi al percorso iniziatico sotterraneo dell'Asclèpieion di Pergamon-Turchia, forse l'unico pervenutoci). La scritta aveva il senso di ammonire, esortare colui che stava all'esterno di quel percorso o del tempio/scuola pitagorico (cioè l'exoterico, l'aspirante neofita) che era sul punto di entrare dicendogli: "attento, prima di entrare devi sapere che, innanzi tutto, dovrai aver conosciuto te stesso" (mi si perdoni la farraginosità dell'espressione: non ne ho trovate di migliori per rendere il senso dell'espressione greca).
Per evidenti motivi di ordine teoretico, la didascalia non esprimeva - né poteva farlo - la totalità del pensiero che era riservata agli adepti in procinto di tramutarsi in esoterici. Mi piace pensare che il non detto nascondesse una norma di azione e dicesse: "fino a quel momento tacerai".
Se andiamo a riconsiderare l'espressione latina sotto questo diverso angolo visuale (cioè sotto l'aspetto topografico), noi non sappiamo se e dove fosse scritta in senso topografico, ma logica vuole che, su qualsiasi edificio fosse scritta, doveva esserne all'interno.
Voglio dire che la locuzione latina, lungi dal costituire una sorta di traslitterazione, doveva andare a costituire o a sostituire quel precetto etico sottinteso nella formulazione greca.
Se questa lettura è corretta, essa doveva avere come destinatari non già i neofiti, ma gli adepti (iniziati) stessi perché sembrava dire loro "Ora che sei entrato tacerai fino a quando non sarai in grado di conoscere te stesso".

Proviamo ora a trovare un riscontro in quello che ho definito elemento sistematico-temporale.
Per fare l'avvocato del diavolo, provo a pormi la domanda: perché nelle strutture esoteriche odierne (ad esempio nei templi massonici) la scritta "Conosci te stesso" viene posta all'esterno?
C'è da rilevare, innanzi tutto - tra antico e moderno - una differenza di comportamenti che, però, finisce con l'avere un carattere sostanziale.
Quando parliamo di tempio pitagorico sappiamo che l'accesso era consentito solo a chi aveva un generico "animus discendi" (intenzione di "imparare") il che è tipico dell'aspirante neofita: la qualità di adepto veniva conseguita "dopo" che l'allievo avesse seguito i previsti cinque anni di silenzio e soprattutto dopo che avesse compiuto quel percorso iniziatico (nel buio) che lo preparava alla interiorizzazione, cioè al rivolgersi dell'io su se stesso.
Viceversa, quando parliamo di accesso ai templi massonici, sappiamo bene che quel passo non è consentito al neofita in quanto tale.
In altre parole non c'è un soggetto-terzo per il quale si renda necessario l'ammonimento o l'esortazione.
All'iniziando non è richiesto solo un generico "animus discendi", ma una vera e propria "voluntas". Quello che le due forme (l'antica e lo moderna) hanno in comune è solo la "modalità" rituale.

L'alumnus, il neos (neofita) riceve simbolicamente la "luce" (vale a dire è avviato alla sapienza esoterica) solo dopo l'iniziazione (quando è già esoterico), per cui ben possiamo dire che, nei suoi confronti sia operativo sia il Gnwti seauton come metodo (aspetto teoretico), sia il "Nosce te ipsum" come sistema (aspetto pratico contenuto nella norma di azione): sia l'aspetto teoretico che pratico (morale).
Se vogliamo tentare una sintesi, dobbiamo ammettere che le due espressioni del Gnwti seauton e del "Nosce te ipsum", costituiscano due facce di una stessa medaglia.
E questo significa anche ammettere che la sostanziale identità tra microcosmo e macrocosmo del primo presupposto della Tabula Smaragdina ("così in alto, così in basso"), consenta, partendo dal soggetto, la percezione di Dio.
E questo è un procedimento in due fasi che, sulle orme di Socrate, può essere definito come "ironia" (pars destruens) e "majeutica" (pars construens).

Come ho avuto modo di affermare, conoscere se stesso equivale a prendere coscienza della propria (mi si perdoni il neologismo) "egoità" dall'esterno, fino cioè a considerare l"Io" come il "Me", non più come soggetto pensante, ma come oggetto pensato.
È la soluzione esposta nell'Arcano Maggiore dell'"Eremita" nei Tarocchi.
Ma è facile intravedere anche la lama del "Matto". Il Matto è il puro "Folle" della "Queste du San Graal", colui che, appunto si libera dell'Io trasformandolo in Me, e vi percepisce l'immagine di Dio.
E, allora, viene da chiedersi: se la percezione, in senso filosofico, realizza una forma di coscienza (oserei dire conoscenza) attraverso le risposte che pervengono al soggetto dai sensi, come è possibile avere una percezione di Dio che, per la sua trascendenza, è fuori del mondo sensibile?
È questa una domanda destinata a restare senza riposta, sulla quale l'uomo si è affannato fin dai tempi biblici: penso alla risposta che la voce del roveto ardente indirizza a Mosè: "Egw eimi o' wn", (che corrisponde a quella dell'Amon egiziano e del vedico Shiva).
E la sua inesprimibilità è ben rappresentata dal segno dell'infinito che compare proprio nei Tarocchi.
In ultima analisi le lame dei Tarocchi in qualche modo riproducono, nel mondo delle "cause" il rapporto microcosmo macrocosmo (il Bagatto e la Forza), e nel mondo degli "effetti", l'aspirazione alla trascendenza (come nel fante e re di spade, e nel re di denari).

È di tutta evidenza che, se la percezione dell'infinito è impensabile sul piano fisico delle due l'una: o rinunciamo alla "ricerca del Graal", oppure dobbiamo rivedere la nostra nozione di percezione.
La prima alternativa, in effetti, è priva di significato sia sul piano speculativo che su quello pratico: è solo una strada senza uscita che incapsula l'uomo in una solitudine infinita (5).
I principi della matematica secondo Bertrand Russell ci insegnano che la Realtà non è esprimibile solo per equivalenze del tipo (A = B) ovvero (A <> B), ma soprattutto (se non esclusivamente) mediante equazioni differenziali.
Esemplificando potremo dire che dobbiamo imparare a misurare la coscienza (e quindi la percezione) come un campo di variabilità compreso tra l'io e il me, tra il Me e Dio, tra l'io del microcosmo ed il Me del macrocosmo.
Variabilità che risulterà riferita ad un limite (che, nel caso nostro è un infinito matematico). Per restare nel campo della esemplificazione possiamo rappresentare, in senso geometrico, Dio come la tangente di un arco di 90°, cioè un valore ).
Questo tipo di ragionamento ci porta a concludere che, se non possiamo conoscere l'inconoscibile, se non possiamo percepirlo con i sensi, possiamo in ogni caso verificarne la "realità" attraverso la percezione dell'opera della Creazione.
Possiamo, in altri termini, partendo dal "me stesso" risalire tendenzialmente verso di Lui ricostruendo a ritroso la storia della creazione (la riedificazione del tempio che i cabalisti disegnavano dall'esterno come "Albero della Vita" e dall'interno come pietre grezze da trasformare in "pietre levigate".

Cercherò di spiegarmi con un esempio.
Supponiamo di trovarci a fotografare, muniti di un buon obiettivo zoom, un paesaggio, alla ricerca della vita. In campo lungo e con focale all'infinito avremo un'immagine che sarà limitata in nitidezza (definizione) progressivamente con l'aumentare della distanza dal fotografo (avremo, in altri termini, un'immagine che è molto "Io" e pochissimo "Me"). Se proviamo a zoomare, avremo una serie di immagini che via via presentano sempre maggiore definizione e maggiori particolari. Pur non vedendo nessuna forma di vita non potremo dire che essa non esiste in quanto percepiremo segni inequivocabili della sua presenza: una staccionata ci parlerà di animali, una casetta dell'uomo e così via.
Nella limitatezza della percezione, non ci sarà concesso di varcare il limite dell'orizzonte. Potremo sì allargarlo via via salendo più in alto, ma senza eliminarlo del tutto. Anche fotografando da su un satellite l'esistenza del limite percettivo non potrà impedirci di affermare che abbiamo comunque percepito la presenza della vita attraverso i "segni" che ce lo provano.

Da questo esempio possiamo rimarcare, coerentemente con la premessa, che:
  • innanzi tutto abbiamo una fase di approccio, nella quale l'io comincia a prendere coscienza del Me che risiede in lui e si incarna nel neofita;
  • segue una fase di approfondimento, la sgrossatura della pietra grezza, l'approfondimento della coscienza del "se" nella quale si eliminano tutti gli orpelli che non contano: è la pars destruens, attraverso la quale l'Io diventa il "puro folle" (il Matto dei Tarocchi che, non a caso reca il numero zero: una tabula rasa) e si incarna nell'adepto;
  • l'ultima fase è quella in cui, l'Io - reso cosciente dei "segni" della presenza del trascendente (il limite) - pone il "me" divenuto pietra levigata (Iniziato), come metro della ricerca del divino (la majeutica: il Bagatto, tende a divenire l'Eremita).
Mi sembra allora che se la creazione è un processo continuo che si realizza nel cabalistico "albero della vita", sarà possibile risalire, di sephirah in sephirah, nel processo di ricostruzione della storia della creazione in progressive fasi di approssimazione all'Uno.

Note:
1. Essenza, sostanza e vita; ovvero: forma, sostanza e spirito-anima.
2. Mondo divino, mondo umano, mondo della natura.
3. Per chi non conosce il greco dirò che si legge "gnòti seautòn".
4. Dal greco u (contrario a, che contraddice il) e cronos (tempo). Tipico esempio di "ucronìa" è il titolo del noto film "Ritorno al Passato".
5. E forse non è un caso che la moderna filosofia scientifico-relativistica ci induce a rivedere l'antica prova ontologica della Patristica cristiana.

stelical2003@yahoo.it

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