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ARCANI ENIGMI...

OMERO E IL MISTERO NELLA VICENDA DI TROIA
di Stelio Calabresi per Edicolaweb
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CONCLUSIONI E DIVAGAZIONI SUL TEMA
Gli interrogativi sulle origini e l'attribuzione dei poemi omerici non sembrano destinati a trovare una soluzione definitiva, ma sarebbe sbagliato considerare la questione omerica una sterile dissertazione accademica.
Già Platone ed Aristotele, identificavano nei poemi omerici il principio della cultura greca.
Ricercarne l'origine vuoi dire intraprendere un percorso di ricerca delle origini della cultura classica, solido e radicale fondamento della cultura moderna, della cultura del mondo civilizzato.
Tale ricerca della genesi dei poemi omerici ha generato nel tempo molte metodologie di analisi scientifica e storica e si deve a tutti coloro che di questa indagine si sono occupati, che si sono fatti faticosamente strada nelle tenebre di un passato oscuro e pressoché dimenticato, l'inestimabile beneficio di aver raggiunto una maggiore consapevolezza storica delle nostre origini e della nostra autentica identità culturale.
Io sono convinto che il vero problema sia legato al modo di leggere e di interpretare il mito.
Il fatto è che un mito difficilmente è suscettibile di una lettura univoca: normalmente esso possiede diverse chiavi di lettura.
Per lo più i moderni mitologi seguono due metodi di lettura:
- da un lato esiste il metodo cosiddetto "evemeristico" che dà una lettura del mito di tipo storico;
- dall'altro c'è il metodo cosmologico.
Cerchiamo di comprendere di cosa stiamo parlando.
Il termine "evemerismo" deriva dal nome dello scrittore Evemero ed indica una posizione della filosofia della religione asserita da quello storico e filosofo dell'ellenismo (nato a Messina, il 330 a.C. circa - morto ad Alessandria d'Egitto intorno al 250 a.C.) (73).
Egli affermava che gli dei, quando non rappresentavano le forze della natura, non erano stati altro che uomini potenti, si erano conquistati la venerazione dei loro sudditi grazie alle loro capacità eccezionali.
L'evemerismo venne ripreso da altri autori tra i quali Diodoro Siculo. Questi, nella sua "Biblioteca Storica" afferma, ad esempio, che Urano (in greco significa "cielo") fosse stato ritenuto "il cielo", perché era un uomo espertissimo di astronomia e gli uomini "mortali", incantati dalla sua scienza, alla morte di "Urano", gli avrebbero tributato onori immortali (74).
La fondatezza della mitologia come una fonte di produzione storica si può dimostrare per molti miti, ma mi limiterò a citare solo due esempi.
Il primo caso di evemerismo è costituito, appunto, dalla guerra di Troia che Heinrich Schliemann scoprì grazie alla sua assoluta fiducia verso i testi omerici andando assolutamente contro tendenza rispetto agli accademici i quali dichiaravano i testi omerici privi di qualsiasi fondamento scientifico. Presa pala e piccone, assistito da una buona dose di fortuna, finì con lo scoprire ciò che fino a quel momento era ritenuto una leggenda: Troia.
Ma non basta, perché Schliemann riuscì anche a far luce su quella altrettanto leggendaria civiltà micenea (Tirinto e Micene).
Indubbiamente Schliemann non trovò le vestigia di Achille e di Ettore; né quelle di Ulisse, di Nestore, o di Priamo. Ma, con altrettanta certezza scoprì che una città era esistita proprio là dove Omero l'aveva indicata.
A nulla rileva la circostanza che in seguito altri scoprirono che la Troia Omerica non era quella dello strato indicato da Schliemann.
Ma c'è un secondo caso di evemerismo che si riferisce - guarda caso - ancora alla Grecia e la scoperta della civiltà minoico-cretese.
Qui l'archeologo A. Evans, ci conduce alla scoperta di Cnosso, per la quale si basò esclusivamente sui vari miti di Minosse e del Minotauro.
Evans non aveva nessun altro elemento.
Se nel caso concreto l'evemerismo offre una convincente spiegazione, quando intendiamo investigare circa una visione mitica della storia del mondo, è diffusa l'opinione che la terra abbia attraversato le cosiddette "ere cosmiche".
Questa concezione è tipica del mondo indiano che considera fondamentale una ciclicità del tempo e una sua articolazione in grandi "periodi cosmici", detti "eoni" o "kalpa". Questi Kalpa ininterrottamente sbocciano e si dissolvono come grandi loto galleggianti sulle acque primordiali.
Nelle ceneri del mondo precedente, distrutto dal fuoco, covano però i semi di una nuova vita e di un nuovo universo. Gli indù chiamano le ere cosmiche "yuga".
Il Primo Yuga - che corrisponde all'Età dell'Oro - è il "Kritayuga" nel quale non c'è bisogno di apparato religioso perché la santità è innata ed il dolore assente.
Quando l'aderenza all'ordine cosmico comincia ad attenuarsi, comincia l'epoca della Triade, il "Tretayuga". La spontaneità è persa e l'osservanza della norma non è più innata: deve essere appresa.
La comunione con il mondo divino comincia ad attuarsi attraverso un apparato religioso di cui il rito diventa lo strumento anche se gli uomini tendono ancora al Vero.
Ma la degenerazione avanza e subentra lo Yuga del "Dvaparayuga": in essa la scienza sacra tenta di sopperire al declino della verità, ma ha perso la propria unità, i conflitti all'interno di essa aumentano mentre le pratiche ascetiche sono le uniche ad opporsi al dilagare del desiderio che crea il dolore. Le calamità naturali colpiscono la terra e la degenerazione dell'umanità prosegue inarrestabile.
Orbene, questa teoria è meno astratta di quanto si possa immaginare perché in essa esiste un contatto preciso con il nostro mondo: il 18 febbraio 3102 a.C. che corrisponde all'ingresso dell'universo nel "Kaliyuga" (l'Età del Ferro). Praticamente da circa 5000 anni staremmo percorrendo questo sentiero di discordie e di depravazione e che durerà complessivamente 432.000 anni.
Al termine dei quali il fuoco purificatore distruggerà il mondo e ne seppellirà le ceneri sotto il manto della notte cosmica.
Tutto ciò costituisce un "mahayuga", ossia un "grande ciclo cosmico" che imprigiona, nel suo spazio-tempo, l'universo e gli esseri tutti, legati al continuo ritorno al dolore e alla morte per effetto delle proprie loro azioni ("karman").
Per la maggior parte delle civiltà mondiali a queste epoche cosmiche sarebbero corrisposte quattro ere (o civiltà) passate (i Maya ritenevano che fossero cinque) prima di quella nella quale viviamo (la quinta).
La versione più autorevole di questa visione o mito delle ere cosmiche è quella greca e ci è stata tramandata da Esiodo nell'opera "Le opere e i giorni" (75).
Però, mentre ci lanciamo nel futuro (e verso spazi illimitati, come è giusto che sia), sforziamoci di non dimenticare ciò che resta alle nostre spalle. E facciamo sì che le nostre ricerche, i nostri studi e le nostre scoperte possano ripercorrere il cammino della nostra storia, che è composta da un insieme di passi avanti che hanno portato l'uomo dalla scoperta del fuoco all'invenzione della ruota, dalla costruzione delle piramidi alle esplorazioni geografiche, giù giù sino alla nostra epoca. È per questo che rivolgiamo la nostra attenzione all'archeologia. Da essa impariamo a conoscere la nostra storia più antica.
Ma ci domandiamo se essa possa essere considerata sempre veritiera, ovvero se qualche volta anche l'archeologia nasconda inganni più o meno palesi o nascosti.
Credo che, se inganni vi furono, vennero prodotti in buona fede.
Oggi molto più difficile che si verifichino: l'archeologia ha fatto passi da gigante, tali da farci evitare quegli inganni.
Le nuove scoperte sono, in massima parte corroborate dall'impiego del carbonio 14 (per determinare - con approssimazione più o meno spinta - l'età di certi manufatti di origine organica) e dalla immunofluorescenza (per la datazione di reperti inorganici):
Grazie all'impiego di queste due metodiche la civiltà è retrocessa nel tempo di migliaia di anni.
Il fascino dell'incertezza non ha perso niente perché, se è vero che le scoperte godono della giusta considerazione, è anche vero che spesso sono confutate con vigore dagli archeologi, che qualcuno definisce "dogmatici", o addirittura da costoro ignorate. Si pensi all'ambiguo rapporto che lega l'archelogia convenzionale con la cosiddetta fanta-archeologia e la cosiddetta fanta-storia.
Mi limiterò qui a ricordare che fin dall'antichità c'è stato chi periodicamente ha portato idee rivoluzionarie sull'evoluzione storica dell'uomo (sarà sufficiente ricordare il caso di Platone e della sua Atlantide, di Proclo, di Francis Bacon, di Athanasius Kircher, di Milena Petrova Blavatsky, di Ignatius Connelly, di Fulcanelli, di Edgar Cayce, senza per questo omettere Charles Darwin il quale, sconvolse la storia del genere umano con la sua teoria dell'evoluzione.
Per arrivare ai giorni nostri ricorderò che la tematica di una diversa evoluzione storica dell'uomo è stata ripresa da autori come G. Hanckock, Von Däniken, Bauval, West, Wilson, Collins, Sitchin ed altri, i quali sostengono, di essere in possesso di fatti probanti per i quali le piramidi e altre costruzioni sparse sul mondo, sono anacronistiche, rispetto al tempo e ai popoli che le edificarono.
Purtroppo queste ricerche sono state eseguite secondo i sacri canoni. Ne consegue che, ad esempio, Von Däniken debba servirsi di evidenti forzature che rendono più farraginoso il lavoro di altri autori che sono in grado di raggiungere il medesimo obiettivo con argomentazioni diverse ma molto più sostenibili.
In sostanza, come risponde l'archeologia "ufficiale" a fatti inspiegabili come certe realizzazioni ingegneristiche o tecniche o astronomiche (76); o a conoscenze geografiche "impossibili" (77); o a reminiscenze evocate dalle religioni orientali (scritte migliaia di anni fa e tradotte quando tali argomenti avrebbero destato solo incredulità) (78); o a straordinarie acquisizioni scientifiche (79) (che stanno lì a dimostrare che qualche concetto di elettricità, anche se molto primitiva e per scopi puramente fantastici che gli antichi avrebbero posseduto)?
E potrei citare decine di altri oggetti, scoperte, invenzioni "impossibili" nel senso che le une e le altre rifiutano di essere inquadrate nei normali canoni storici.
Normalmente l'archeologia non risponde, si limita ad ignorarli. Nella migliore delle ipotesi li relega in un angolo (il più invisibile possibile) di un museo (80).
In genere la scienza ufficiale si limita a contestare le opinioni dei non ortodossi ma senza fornire una propria spiegazione.
Il caso più eclatante probabilmente è quello del quale mi sono appena occupato. Il tedesco Heinrich Schielmann era un archeologo semi-dilettante e, quindi, un non neofita per l'archeologia accademica. Quando decise di investire la propria fortuna nella ricerca della mitica Troia, divenne immediatamente oggetto di scherno da parte degli studiosi paludati. E ciò non tanto per non far parte - come obiettivamente non faceva parte - del mondo dei dotti; ma anche e soprattutto per il fatto di fidarsi di ciò che aveva scritto Omero.
Eppure è grazie a questa "fede" cieca, che oggi gli archeologi possono discutere sulle cause, sullo svolgimento e sulle conseguenze di quel lungo conflitto.

Note:
73. Nell'opera di Evemero Iera anagrafh ("sacro resoconto") storiografia, etnografia e opportunismo politico sono commisti a scapito del rigore intellettuale che pure aveva caratterizzato la storiografia del secolo precedente. L'opera non ci è giunta intera, ma attraverso il compendio di Diodoro Siculo (V 41-46 e VI 1) ed i numerosi frammenti della traduzione di Ennio (Euhemerus). Abbiamo quindi un'idea abbastanza adeguata di questo scritto, che era probabilmente diviso in tre libri: descrizione della geografica (I), della politica (II), e della teologia (III) di un arcipelago dell'Oceano Indiano che l'autore avrebbe visitato durante una tempesta che l'aveva trascinato fuori rotta.
Nel primo libro l'isola principale, chiamata Panchea (Pagcaia), è descritta come un'isola sacra, ricca di alberi di incenso, adatta ai sacrifici ed ai riti religiosi.
Su di essa vivevano indigeni ed immigrati dall'oriente: Oceaniti ed Indiani, Sciti e Cretesi. Tutti popoli di grande saggezza che vivevano nella capitale, Panara, governati da tre magistrati, che si occupavano della giustizia ordinaria coadiuvati dai sacerdoti.
A 10 chilometri da Panara era stato eretto, il tempio di Zeus Trifilio, ossia Zeus delle tre tribù primitive dell'isola: i Panchei, gli Oceaniti ed i Doi. Molto notevole era il tempio, lungo 60 metri ed al quale si accedeva tramite un viale lungo 720 metri e largo 30. La pian del tempio era dominata dal "monte Olimpo Trifilio",; era la sede dei primi abitatori dell'isola e di osservatori astronomici.
Evemero avrebbe dedicato il II libro alla costituzione ed alla società di Panchea. La società era divisa in tre caste: alla prima casta (dei sacerdoti), spettava il governo degli affari pubblici e la soluzione delle controversie. La seconda casta (gli agricoltori), si occupava della terra e dei prodotti di uso comune. La terza casta (i soldati), retribuiti dallo Stato che proteggevano il paese, vivendo in accampamenti dai quali tenevano lontani i briganti che avessero voluto attaccare gli agricoltori. Principale arma da guerra, era il carro.
Il III libro, svolgeva l'argomento da cui l'intera opera traeva il nome e lo scopo "politico": la religione dei Panchei. Tornando alla descrizione del tempio di Zeus Trifilio, Evemero descriveva il culto tributato agli dei dai Panchei e la struttura interna del tempio. In questo era posta una stele d'oro con iscrizioni, in geroglifici, delle imprese degli dei che i sacerdoti cantavano nei riti divini.
La casta sacerdotale di Panchea riteneva che gli dei fossero nati a Creta ed erano stati condotti a Panchea da re Zeus ed Evemero ne racconta la genealogia e le imprese. Dopo le trame di potere che portarono Urano a divenire il primo re del mondo abitato e ad essere lodato per la conoscenza dell'astronomia, Evemero dice che Crono, figlio di Urano, spodestò il fratello Titano e sposò Rea, sua sorella e questa generò Zeus, Era e Poseidone.
Ultimo re di Panaria fu appunto Zeus, figlio di Crono: egli liberò fratelli e zii dalla prigionia in cui Crono li aveva costretti: con diversi matrimoni, si assicurò una discendenza. Assicuratasi l'alleanza con Belo, re di Babilonia, Zeus conquistò la Siria, Cilicia, e l'Egitto. Qui ricevette il titolo di Ammone e con questo nome vi venne onorato sotto le spoglie di un ariete, infatti in battaglia indossava un elmo aureo ornato da corna d'ariete.
Percorse cinque volte la terra e la beneficò con i semi della civiltà e della religione. Giunto in tarda età Zeus, prima di morire, condusse a Panchea i suoi discendenti, ed a loro lasciò compiti di governo. Suo fratello Poseidone governò i mari ed i percorsi marittimi, Ade si occupò dei riti funebri ed Ermes presiedette all'alfabetizzazione ed alla diffusione della cultura. Morto Zeus, che aveva fatto incidere su una stele d'oro le imprese sue e dei suoi avi, gli fu eretto un tempio, appunto di Zeus Trifilio, ed Ermes incise sulla stele le imprese dei suoi discendenti, che come lui sono onorati come dei dagli uomini per le grandi imprese compiute.
74. Personalmente ho adottato il criterio evemeristico nelle lettura del mito di Ermete Trismegisto (si veda "Thot-Ermete Trismegisto, anatomia di un mito").
75. "Dapprima un'aurea generazione di uomini mortali crearono gli Immortali, abitatori delle case d'Olimpo: s'era ai tempi di Crono, quando egli regnava sul cielo. Gli uomini vivevano come dei, avendo il cuore tranquillo, liberi da fatiche e da sventure; né incombeva la miseranda vecchiaia, ma sempre, fiorenti di forza nelle mani e nei piedi, si rallegravano nei conviti, lungi da tutti i malanni: e morivano come presi dal sonno [...]."
Il mito esiodeo delle ere è molto eloquente e ci riporta alla memoria quanto affermò Platone nel Crizia a proposito del popolo di Atlantide: "durante molte generazioni, finché bastò ad essi la natura divina, questi uomini furono obbedienti alle leggi e animati amichevolmente verso il nume della loro schiatta".
76. Ad esempio quelle di popoli quali Maya, Aztechi, Incas, Egiziani.
77. Come ci è documentato dalle Mappe di Pìri Reìs, di Buache, di Fineo.
78. Come gli strani oggetti volanti (Vimana) di cui si tratta con descrizione dettagliate di materiali usati per la loro costruzione, combustibile e capacità tecniche, tutte cose riportate in numerosi testi indù.
79. Come le pile di Baghdad, o il meccanismo di Antikythera.
80. È il caso, ad esempio, del meccanismo di Antikythera seminascosto al Museo dell'Acropoli di Atene.

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