
ARCANI ENIGMI...

OMERO E IL MISTERO NELLA VICENDA DI TROIA
di Stelio Calabresi per Edicolaweb

IL NOME
Troia, oggi si chiama "Truva" ed è una località situata sulla sponda Egea dell'Anatolia (Turchia) all'imbocco dei Dardanelli, l'antico Ellesponto.
In antico il suo nome era Troia o Ilion.
Secondo il mito, Troia venne fondata da Dardano, figlio di Zeus, al quale venne attribuito l'onore di averle dato il nome di "Troia" (1), da qui il nome. Ma i greci la conoscevano anche col nome di "Ilio" dal nome di Ilo, figlio di Troo (da cui il nome di Troia), entrambi re di quella città.
Della fortificazione di Troia, ormai città, si occuparono gli dei Poseidone (2) ed Apollo, durante il regno di Laomedonte il fedifrago che suscitò la loro ira.
Mentre era re Priamo, la città fu assediata durante la spedizione achea comandata da Agamennone: Il casus belli sarebbe stato, secondo la tradizione omerica, il rapimento della bellissima Elena (3), moglie di Menelao, re di Sparta e cognata di Agamennone, re di Micene, da parte di Paride.
In quell'occasione, sempre secondo la tradizione, Troia sarebbe caduta dopo dieci anni di assedio, grazie allo stratagemma del cavallo di legno da parte di Ulisse.

LA SCOPERTA E LO SCOPRITORE
Troia, che oggi i turisti possono visitare, venne ritrovata - dopo più di duemila anni di oblio - nel 1871 da Heinrich Schliemann (4) un ex commerciante tedesco arricchito ed archeologo dilettante. Il nostro Schliemann aveva deciso di trovare i luoghi omerici sulla sola base degli antichi poemi epici dell'epos omerico.
Organizzò quindi una spedizione sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli. Nel 1872, secondo anno della sua ricerca, Schliemann concentrò la propria attenzione sulla collina di Hissarlik (5) che sembrava riprodurre alla perfezione le descrizioni di Omero.
La collina, che si trovava tra i meandri di due fiumi (nei quali non esitò a riconoscere gli antichi Scamamdro ed il Simoenta dell'Iliade, entrambi confluenti nell'antistante mar Egeo), era fronteggiata da un'isola nella quale identificò l'antica Tenedo (6). Naturalmente derivò i nomi da Omero.
L'andamento degli scavi non dovevano deludere Schliemann.
Nell'estate del 1872 (esattamente il 4 agosto) avvenne la grande scoperta: emersero le rovine di una città.
Schliemann decise di proseguire nelle ricerche con lo sventramento letterale della collina che tagliò a metà con uno scavo diritto partendo dal piano di base.
Il 15 giugno 1873 finalmente dagli scavi emersero i resti di numerosi strati con resti di insediamenti umani.
Schliemann non ebbe il minimo dubbio che quella fosse la Troia cantata da Omero.
E si confermò nella propria ipotesi soprattutto quando nel secondo strato, partendo dal fondo, trovò le evidenze di un palazzo bruciato e, in questo, molti monili e suppellettili d'oro che, immediatamente, battezzò "Tesoro di Priamo" e che provvide a mettere in salvo ad Atene per poi trasferirlo in Germania.
È giusto ricordare che le ricerche di Schliemann non furono limitate a Hissarlik-Troia. Egli aveva indagato sugli Achei a tutto campo per cercare anche le città greche dalle quali essi provenivano.
Nei pressi dell'odierna Nauplio effettivamente trovò i resti della mura (che Omero aveva definito "colossali") di Tirinto (la patria di Ercole) e, a qualche chilometro di distanza, le rovine di Micene (la città di Agamennone). A Micene nella tomba (che definì "degli Atridi") trovò una maschera funeraria d'oro (che subito definì "Maschera mortuaria di Agamennone") insieme ad un altro fastoso tesoro.
In effetti Schliemann, come archeologo, era un dilettante tanto entusiasta quanto fortunato.
Successive ricerche (suoi successori a Troia furono Wilhelm Dörpfeld e Carl Blegnen), condotte con maggiore rigore scientifico dimostrarono che quei ritrovamenti, che baldanzosamente aveva identificato in reperti di Priamo e di Agamennone, erano di età molto anteriore rispetto a quella ipotizzata della spedizione a Troia. D'altro lato venne dimostrato (7) che anche quella che Schliemann aveva individuato come la Troia omerica di fatto risaliva a molto tempo prima.
In effetti dimostrarono anche che la città si componeva di nove livelli sovrapposti (8).
Tuttavia dell'opera di Schliemann è rimasta un tesoro (9), i resti di una città che fu distrutta e ricostruita più volte e che una di queste distruzioni avesse avuto luogo intorno ad XII secolo a.C..
Schliemann aveva avuto indubbiamente un merito: quello di diffondere la fiducia nella veridicità storica dei poemi omerici. E questa sua fiducia rese possibile delineare i connotati di una civiltà, che dal quel momento si chiamò "micenea", alla quale doveva essere collegato il mito di Troia.

TROIA E LA SUA STRUTTURA
Naturalmente la datazione degli strati, sia da parte di Schliemann che dei successivi scavatori era approssimativa; aveva avuto luogo sulla base dell'analisi degli oggetti rinvenuti e dall'esame delle tecniche costruttive impiegate dagli antichi edificatori. Erano i risultati dell'impiego delle tecniche proprie del loro tempo.
In ogni caso l'uno e gli altri, riuscirono a delineare le planimetrie dei siti ritrovati. Ed hanno tuttora una loro validità.
Restano tuttavia vari elementi avvolti nel mistero, a cominciare dal nome.
Ripercorrendo il loro camino ci accorgeremo che alcuni di questi elementi sono di soluzione più o meno facile; altri implicano dei ripensamenti. Ve ne sono, infine, altri che non offrono possibilità di soluzione.
Il problema dei problemi, il problema pregiudiziale, è quello della cultura greca e dalla sua trasmissione.
Ma andiamo con ordine.

CULTURA DELLA GRECIA ACHEA: AMBIENTE ETNICO (LA Koinh DI FRONTE AI Barbaroi)
Quelli che noi oggi chiamiamo "greci" si chiamavano in realtà Elleni ("Hllenes") e la Grecia era l'Ellade ("Hllas").
Non è chiara quale sia l'origine del termine "Grecia": esso resta avvolto nell'oscurità. La parola divenne di uso corrente solo a partire dal IV secolo a.C., con la lingua latina (10). Eppure un personaggio definito "Graikos" compare In un frammento dell'opera i "Cataloghi delle donne" di Esiodo (11).
Il problema del nome - e della lingua - non è un problema di poco momento. Infatti con il termine Hllenes i Greci identificavano se stessi. In corrispettivo, definivano tutti gli altri "Barbari (barbaroi).
Tutto ciò sulla base di due presupposti: il principio di nazionalità e quello della lingua (la lingua comune era la koinh dialektos, in sostanza una sorta di cemento tra nazione e persone delle varie regioni). A questi si aggiungeva la comune cultura.
Dati questi aspetti, ateniesi, spartani, beoti, abitanti delle isole dell'Egeo e della costa anatolica, coloni della Magna Grecia (Siracusa, Segesta, Selinunte e Massalia, cioè Marsiglia), delle coste del Mediterraneo, del Nordafrica (tirrene e Sinope) e del Mar Nero erano tutti ellenoi.
Tutti coloro che non appartenevano al bacino linguistico-culturale della Koinè erano definiti barbari (12).
Si badi bene che questo appellativo non aveva affatto un senso dispregiativo (13). La parola barbaro sottolineava il fatto che parlavano delle lingue incomprensibili ai greci: uno strano borbottio (oggi diremmo un bla-bla che ripropone la base "bar-bar" della parola "barbaro" che si è giunto attraverso il latino "balbulus", balbuziente).
Conseguenza logica del significato limitativo di Ellenes era che l'Hllas non poteva essere delimitata da un preciso confine, anche se il centro della civiltà greca fu la Grecia continentale, vale a dire l'estrema parte meridionale della penisola balcanica.
Nella sua parte centrale si trovava infatti la maggior parte delle regioni storiche (tra le quali la Tessaglia, la Beozia e l'Attica mentre, nel Peloponneso c'era l'Acaia, l'Argolide e l'Arcadia); lungo la costa Ionica erano greche molte isole importanti e, in Asia Minore, diverse città (Efeso, Mileto ed una fitta rete di isole) (14); nell'Adriatico c'erano le isole come Corcira ed Itaca, gli arcipelaghi delle Cicladi e delle Sporadi ecc.; in mezzo al Mediterraneo orientale erano ancora greche le isole di Creta e Cipro.
Orbene come era considerata Troia? Era una città popolata da Barbari o da Elleni?
È inutile dire che su Troia e sui troiani sappiamo solo quello che ci racconta l'epica omerica alla luce della quale i troiani avrebbero dovuto essere considerati Elleni. In Omero i "Teucri" parlano la stessa lingua, hanno gli stessi dei, gli stessi costumi (ad esempio i costumi funerari). In una parola hanno un identico ambito culturale.
Ad una analoga considerazione conduce l'epica virgiliana.
Virgilio compose l'Eneide diversi secoli dopo Omero; anche Virgilio fa provenire i Troiani da Creta, che era fatta di Elleni: faceva parte della Koinè.
Non credo che Virgilio esprimesse solo un'opinione personale.
Me c'è di più: anche Atene rivendicava un proprio legame come ci attestano Apollodoro (15), Dionigi di Alicarnasso (16), e Conone (17).
Questi autori, pur contestando il fatto che i Teucri provenissero da Creta, sostenevano che un certo Teucro era nato nel demo di Troe (oggi diremmo un quartiere di Atene) e sarebbe emigrato nella Frigia dove avrebbe accolto Dardano (e non viceversa). Come prova sostenevano che gli Erittonî compaiono nella genealogia sia della casa reale ateniese che in quella troiana.
Indipendentemente dall'andamento di quella vicenda, resta il fatto che tutte le leggende conducono ad un'origine ellenica dei Troiani.
C'è poi da aggiungere che, seppure in epoca posteriore (cioè a partire dal V secolo), vennero considerate elleniche anche le città della costa occidentale della penisola anatolica (18) (vale a dire le città dell'Eolia, della lonia e della Doride). È vero che questa collocazione etnico-geografica non esisteva all'epoca della Guerra di Troia, ma è pur vero che anche questa non poteva essere stata inventata ex novo di sana pianta.
A mio avviso non si può revocare in dubbio la ellenicità di Troia che può essere considerata in origine una colonia "ante litteram" che, fino al momento della rottura, manteneva contatti con la madrepatria, probabilmente con Sparta.

PROBLEMI INTERNI: CULTURA DELLA GRECIA ACHEA E AMBIENTE SOCIO-POLITICO
Credo che nell'ambiente geofisico greco ci sia un aspetto che condiziona tutti gli altri a partire dalla frammentazione politica: l'ambiente geografico. Sia nella Grecia continentale che nel Peloponneso esso è caratterizzato da rilievi montuosi e scarse zone pianeggianti. Conseguenza di ciò fu l'estremo frazionamento e la sostanziale povertà dei terreni coltivabili accompagnata da estrema difficoltà, soprattutto in antico, nelle comunicazioni interne.
Certamente per effetto di tali svantaggi geografici i greci svilupparono notevole perizia nella navigazione e la propensione al colonialismo esteso a tutto il Mediterraneo. Ciò agevolò lo sviluppo di relazioni economiche e culturali con tutte le altre popolazioni locali.
Un simile tipo di sviluppo, in effetti, era iniziato già in età preistorica e protostorica nei rapporti con l'isola di Creta (19) e non venne arrestata neppure dall'invasione dorica - a cavallo tra il III ed il II millennio a.C. - cioè tra età del bronzo e del ferro quando si verificò una migrazione massiccia di popolazioni proveniente delle regioni centrali del continente eurasiatico di ceppo linguistico indoeuropeo (20).
Non starò qui a ripercorrere le tappe di questa invasione o dell'ulteriore e diverso frazionamento tra le varie etnie. È noto che ultima ad essere occupata dai dori fu Pilo.
Per quello che riguarda l'argomento di cui mi sto occupando, altri sono gli aspetti che interessano.

PROBLEMI INTERNI: CULTURA DELLA GRECIA ACHEA E FASI DI SVILUPPO
La più antica fase di sviluppo della cultura achea aveva avuto l'epicentro nell'isola di Creta, dove si era sviluppata, fra il III millennio e la metà del II, la civiltà minoica. Essa aveva esteso la propria sfera d'influenza sulle isole dell'Egeo e anche sulla Grecia continentale e forse sull'Egitto (quelli che gli Egizi chiamavano Chiftiù erano i popoli del Mare?) come ci viene confermato dai miti del Minotauro.
Parallelamente al progressivo decadere della civiltà minoica nella Grecia continentale si sviluppò la civiltà micenea durante il corso del XVI secolo a.C..
I documenti scritti di queste due civiltà giunti sino a noi, sono i testi geroglifici (come il "disco di Festo") ed i testi in "Lineare A" (l'uno e gli altri cretesi, sfortunatamente non traducibili) e quelli micenei in "Lineare B".
Tutti i documenti testimoniano l'uso della scrittura ma non attestano ancora l'esistenza di una letteratura.
Abbiamo visto che, però, ad un certo punto la civiltà micenea scomparve per cause traumatiche (probabilmente l'invasione dei dori). Era cominciato il cosiddetto "medioevo ellenico" che durò, all'incirca, fino all'VIII secolo a.C..
Tale fase produsse gli effetti tipici dei periodi di transizione: cioè essenzialmente un forte regresso economico e culturale: si perse l'uso della scrittura, si persero le arti e le tecniche più raffinate, si perse e si confuse la memoria del passato.
Nonostante ciò, il medioevo ellenico non fu un'età morta anzi è proprio in questo periodo che maturano i primi fermenti della grande civiltà greca.
Lentamente, verso l'inizio dell'VIII secolo, venne introdotta nuovamente la scrittura elaborata sulla base dell'alfabeto fenicio adattato alle caratteristiche della lingua greca.
I poemi omerici furono l'attestazione di questa evoluzione conclusa nella poesia epica che consacra la tradizione di uno splendido passato miceneo.
In effetti, nel corso dell'VIII secolo a.C. non si sviluppò solo la poesia epica; la Grecia si rigenerò anche sotto il profilo politico. Le poleis, uscirono dal letargo plurisecolare per iniziare un periodo di ascesa e di splendore che sembrava inarrestabile.
Di fatto il processo di rinascita non si limitò al solo VIII secolo: si estese anche ai due secoli successivi (VII e VI secolo a.C.) e ad esso portarono il proprio contributo le colonie, con un congruo apporto economico-commerciale nonché culturale. Non è un caso che proprio le colonie si aprirono maggiormente verso le grandi civiltà, prevalentemente orientali (come verso la Persia).

PROBLEMI INTERNI: CULTURA DELLA GRECIA ACHEA E LINGUA GRECA
La lingua letteraria della Grecia, è un'astrazione rispetto ai vari dialetti del parlare comune, anche se essi avevano alla base una intensa omogeneità lessicale, morfologica e sintattica che giustificava l'esistenza della koinh.
Una documentazione scritta, stesa in "Lineare B" (21), ci fornisce l'esempio più antico di lingua greca (quella dell'età micenea) (22).
Con la riscoperta della scrittura per effetto dell'invasione dorica le scritture locali cominciarono ad identificarsi con i gruppi etnici:
- la prima ad arrivare è la lingua ionica utilizzata nell'Attica e in numerose isole tra cui l'Eubea ed in una parte delle coste dell'Asia Minore (23);
- la seconda a comparire è la lingua degli Eoli (cioè il dialetto parlato nelle zone marginali della Grecia; vale a dire nelle isole dell'Egeo settentrionale - come Lesbo - e nelle zone dell'Asia Minore ad esso prospicienti come la Tessaglia e la Beozia) (24);
- nella parte nord-occidentale della Grecia continentale si diffuse poi un dialetto detto greco-occidentale;
- il dorico, il dialetto degli ultimi arrivati, era parlato in una parte del Peloponneso (Argolide e Regione Spartana), a Creta, a Rodi ed in altre isole dell'Egeo meridionale, sulla costa dell'Asia Minore e in molte importanti località della Magna Grecia (ad esempio Taranto).

CULTURA DELLA GRECIA: OMERO E L'EPICA
Per cercare di tirare le somme dello sviluppo sul problema della cultura in età dorica cominciamo col dire che la lingua della letteratura greca si presenta, in conclusione, come una lingua "artificiale", che si distingue nettamente da quella della lingua parlata.
Ed i poemi omerici, per giunta, sono scritti in una lingua che non trova corrispondenza con alcuno dei dialetti effettivamente parlati in Grecia.
Che lingua parlava Omero?
In effetti la lingua di Omero ha una base ionica, ma vi inseriscono diversi tratti eolici (25).
Sembra che la lingua di fatto utilizzata da Omero fosse una lingua propria del genere letterario indipendentemente dalle origini etniche del singolo autore.
Per comprendere come ciò sia potuto accadere dobbiamo ricostruire una possibile storia delle origini della letteratura greca.
Sia per noi che per gli antichi, la letteratura greca ha inizio con Omero, con l'"Iliade" e l'"Odissea".
Però le origini dei due poemi, di fatto, si perdono nella notte dei tempi. C'è chi afferma che provenivano addirittura dalla preistoria evolvendosi poi la tradizione orale e mnemonica.
Non vi può essere, quindi, testimonianza di questa fase.
D'altra parte la loro creazione non potette essere il frutto di un processo istantaneo ma dovette subire molteplici fasi intermedie. Perse così, con il passare del tempo, le caratteristiche originali ed alla fine sopravvisse solo una sintesi di quanto era accaduto nelle varie fasi pre-scrittura.
Né possiamo procedere per analogia perché non è neppure possibile rintracciare le origini della poesia greca.
Possiamo però immaginare che fossero esistiti dei cantori di professione (si pensi a Femio "bocca divina") che, tuttavia esprimevano una poesia già divenuta necessità sociale. Era stata infatti superata la fase dell'intimo sfogo del singolo.
L'"Iliade" è il "poema di Ilio", ambientato in un'epoca che la stessa opera definisce lontana e separata dal presente. Causa della guerra è il rapimento della bella Elena, moglie di Menelao re di Sparta, ad opera del principe troiano Paride, figlio del re Priamo.
Per vendicare l'offesa e riconquistare la donna fu allestita da parte degli Achei una spedizione, condotta da Agamennone re di Micene e fratello di Menelao, intorno ai quali si era realizzata una grande coalizione. Ad essa presero parte i maggiori eroi del tempo. E tra questi il più forte degli uomini, Achille, figlio del mortale Peleo e della dea Teti.
Dopo un assedio durato dieci anni in cui erano morti il più valente guerriero troiano, Ettore, e lo stesso Achille, la città fu conquistata e rasa al suolo. I suoi abitanti sopravvissuti venduti come schiavi.
Di tutto ciò l'Iliade narra un episodio breve e circoscritto (circa cinquanta giorni del decimo anno di assedio). Nell'opera sono presentati, in diversi modi sia il "background" storico sia i presagi della conclusione della vicenda (26).
Proprio nel proemio dell'opera viene esposto il "leitmotiv": l'ira di Achille nei confronti del prevaricatore Agamennone, reo di avergli sottratto la prigioniera Criseide. Achille decide di astenersi dai combattimento e chiede alla madre Teti di pregare Zeus perché dia la vittoria ai troiani finché Agamennone e gli achei non si siano pentiti dell'oltraggio. Così accade, e benché molte volte venga chiesto ad Achille di recedere dal suo proposito, egli rimane irremovibile, conducendo i greci sull'orlo della rovina (27).
Solo l'uccisione di Patroclo, intimo amico di Achille e per lui scambiato, risolverà la questione.
Il dolore, il rimorso e il desiderio di vendetta spingono Achille a tornare sul campo di battaglia, nonostante sappia che così facendo egli troverà la morte. Il destino di Ettore è così segnato: Achille lo uccide in duello e fa scempio del suo corpo, accettando di restituirlo al padre solamente quando il vecchio re Priamo si presenta alla sua tenda supplicandolo.
Con il compianto dei familiari e gli onori funebri resi alle spoglie di Ettore si conclude infine il poema (28).
L'"Odissea", per converso, è il "poema di Odisseo", la storia di un uomo, raccontata in un vasto ed intricato insieme di eventi che determinano la struttura di un eroe diverso da quello che si incontra nell'Iliade e che lo distinguono da tutti gli altri eroi.
Odisseo (al secolo Ulisse) era stato uno dei capi achei nella guerra di Troia: valente guerriero ma, soprattutto astuto stratega. A lui si deve l'inganno del cavallo di legno che provocò la caduta della città dei Teucri. Motivo dominante dell'opera è, quindi, il suo periglioso ritorno ad Itaca dove lo attende la fedele Penelope insidiata ed assediata dai Proci.
Il Ritorno dell'eroe sarebbe durato ben dieci anni: a differenza dell'Iliade, in cui il tema fondamentale era uno scontro fra due popoli ed un'opera corale, l'Odissea è interamente incentrata su un singolo uomo, protagonista assoluto.
Nell'opera è facile individuare alcuni filoni principali: la ricerca di Telemaco, la peregrinazione di Odisseo incalzato da Nettuno (29); il ritorno in patria e la vendetta sui Proci.
La ventennale assenza (dieci anni di guerra e dieci anni per il rientro) hanno convinto tutti che fosse morto: il suo reinserimento nell'ambiente familiare è traumatico; il "polutropos" signore di Itaca dovrà provare la sua identità, strappando la moglie e la dimora alle brame degli usurpatori.
La trama è ben nota: nel IV canto dell'odissea Ulisse, "l'omo di multiforme ingegno" che "molto errò poich'ebbe d'ilion a terra gittate le sacre torri" è, da sette anni, prigioniero relegato nell'isola di Ogigia, dove la ninfa Calipso vorrebbe trattenerlo con sé con la promessa dell'immortalità; gli dèi, tuttavia, hanno deciso - in assenza di Nettuno - però che egli debba ritornare in patria.
Odisseo allestisce una rudimentale imbarcazione e si dirige alla volta di Itaca, ma l'improvviso ritorno del dio del mare scatena una violenta tempesta. Distrutta la zattera, Odisseo raggiunge l'isola di Scheria, terra dei Feaci dove incontra Nausicaa che lo introduce alla presenza del Padre: il re Alcinoo, si presenta inizialmente come un uomo disperato bisognoso di aiuto, celando il suo passato. Alcinoo gli offre assistenza e fa indire una festa in onore dell'ospite ancora sconosciuto; durante questa cerimonia un cantore narra le gesta della guerra di Troia, e Odisseo, travolto dalla commozione, si tradisce, rivela la propria identità e narra gli eventi straordinari che gli accaddero dopo la partenza da Troia.
Dopo questo ampio "flashback", l'eroe parte con la nave fatta allestire per lui e giunge ad Itaca: talmente tanto tempo è passato che egli stenta a riconoscere la propria terra. La dea Atena gli conferma di essere tornato in patria e gli consiglia di proteggersi fingendosi un povero mendicante.
Odisseo incontra il figlio Telemaco, cui svela la propria identità; insieme a lui si reca, sempre sotto mentite spoglie, alla reggia, dove viene schernito e vilipeso dai vari pretendenti (i Proci). Penelope, che non ha riconosciuto il marito, ma, sorpresa dai pretendenti a disfare la tela che era il suo alibi, messa alla strette, impone una gara particolare: si sarebbe concessa a colui che fosse riuscito a tendere l'enorme arco che era stato di Odisseo. Nessuno riesce nell'impresa e Odisseo ottiene, tra il dileggio, di poter provare lui stesso: avendo avuto facile successo nella prova, si rivolge contro gli usurpatori e ne fa strage.
Dopo di che rivela a Penelope la sua identità provandola con la spiegazione del segreto della costruzione del talamo nuziale, fabbricato dallo stesso Odisseo. Di lì a breve il poema termina.

PROBLEMI ESTERNI: DIFFUSIONE E TRASMISSIONE DELL'EPICA
Ciò di cui ho appena parlato nel paragrafi precedenti sono quelli che si possono qualificare "interni" della cultura achea, in quanto congeniali ad essa.
Restano a questo punto da prendere in esame quei problemi che è lecito definire "esterni" perché provenienti dalla cultura della critica.
Vi si possono comprendere:
- la questione della diffusione dei testi;
- quello (che, in assoluto, è conosciuto, come un incubo, da tutti gli studenti del liceo classico) della cosiddetta "questione Omerica".
Quanto al primo aspetto, quello della diffusione e trasmissione dei testi, normalmente inizia nel momento stesso in un cui un'opera passa dalla fase dell'ideazione a quella della scritturazione.
Sotto questo primo aspetto si dovrà ricordare che la scrittura ricomparve in Grecia, dopo una prima fase di oblio seguita al tramonto della civiltà micenea, nell'VIII secolo a.C..
Tuttavia per lungo tempo, le opere letterarie continuarono a mantenere la loro caratteristica di oralità: le scrittura non era, infatti, sufficientemente diffusa ed, inoltre, la produzione letteraria - anche a quei tempi - subordinata alle aspettative degli appassionati.
Ma era stato già stabilito un principio: l'attività letteraria si era profondamente radicata nella vita della collettività e su di essa poggiava la sua finalità primaria.
In questo quadro, l'epica occupava un posto di grande importanza insieme alla poesia.
Possiamo quindi affermare che il prodotto dei due generi, il poema epico, era memoria del passato e richiamo alle proprie radici, memoria delle tradizioni religiose, richiamo alle norme di comportamento e insegnamento morale.
Va però immediatamente affermato che i fruitori non costituivano e non costituiscono un'élite: sia i principi che il popolo, tutti si raccoglievano intorno agli aedi (ed Omero ce ne fornisce memoria).
Quello che si vuole dal poeta non è solo la narrazione delle storie degli dèi ma soprattutto la conoscenza delle leggi che regolano gli aspetti dell'esistenza.
Tuttavia, in via di principio, la diffusione orale - tipica delle forme sociali più antiche - non esclude l'uso della scrittura nella fase della composizione.
Nei poemi omerici il rapporto tra oralità e testo scritto costituisce un problema nel problema nel senso che rende più complessa la "questione omerica" di cui mi occuperò tra poco.
In ogni caso si deve considerare la soluzione di questo problema "condicio sine qua non" rispetto alla trasformazione del testo mnemonico in testo scritto.
Se consideriamo astrattamente un testo letterario oggi possiamo identificare alcune fasi che contraddistinguono la sua vita:
la "composizione" (30),
la "trasmissione" (31),
la "diffusione" (32).
Orbene: mi sembra di assoluta evidenza che, quando si tratti di testi poetici "orali" o "mnemonici" (come sono quelli della letteratura greca arcaica) quelle tre fasi si concentrano nella sola "diffusione" perché il testo viene presentato direttamente al pubblico col canto dell'aedo. Manca qualsiasi possibilità di intermediazione.
Ma è altrettanto di tutta evidenza - e ce lo dimostra la grande quantità di testi arcaici sopravvissuti - che si debba necessariamente escludere che siano stati tramandati sempre e solo per via mnemonica.
Se queste considerazioni possono essere valide in generale, possiamo dire che valgono anche per i testi omerici?
Purtroppo la risposta non è facile. I poemi omerici costituiscano anche, in tal caso, un problema nel problema: la loro trascrizione non segue la stessa solita strada.
Si dice, ad esempio, che nel corso del VI secolo a.C. Pisistrato (33) - Tiranno di Atene, dalla storia tumultuosa - avrebbe curato una reazione scritta dei poemi di Omero; nello stesso periodo cominciarono a diffondersi testi di Esiodo e dei lirici.
Si dice ancora che, a partire dalla fine del secolo successivo (il V), nella stessa Atene sarebbe esistito un vero e proprio mercato librario (34).
E si aggiunge che, in periodo ellenistico - vale a dire nel III secolo - il punto focale della cultura ellenica si sarebbe spostato ad Alessandria dove venne istituita la famosissima biblioteca affiancata da un centro di studi letterari, il cosiddetto "Museo" (35).
Questi passaggi, al limite tra il leggendario e lo storico, sarebbero le fasi della diffusione dei testi poetici ed epici.
Il fatto certamente storico è che con il "Museo" (una vera e propria "istituzione") ebbe inizio la vera diffusione delle opere letterarie di varia natura attraverso la registrazione e la conservazione dei testi con criteri scientifici.
Infatti la registrazione di un testo presso la "Biblioteca" non aveva la funzione di garantire l'uniformità al testo originale della varie edizioni pervenute quanto la sua esistenza.
Per quanto riguardava la conformità divennero necessarie delle edizioni critiche su base storico-testuale, linguistico, stilistico e contenutistico.
Col declino dell'Impero romano, fu giocoforza operare una selezione (anche se involontariamente) e questa selezione divenne particolarmente importante quando si trattò della sopravvivenza di opere considerate classiche.
Contemporaneamente la destinazione di testi classici ad uso didattico ebbe l'effetto di selezionarne un numero limitato (per autori e per opere): si formò così il "canone" per cui tutto quanto non vi rientrasse era inesorabilmente destinato alla scomparsa (36).
La sopravvivenza della letteratura greca dipese, in altri termini, da fattori storici particolari; come il trasferimento della capitale dell'Impero romano a Costantinopoli (37), la divisione in due parti dell'impero romano; la caduta dell'Impero d'Occidente sotto i colpi delle invasioni barbariche e così via.
Per non dire delle diverse influenze esercitate da particolari tipi di scuole di tipo confessionale.
Tra l'altro, dal momento della caduta dell'impero romano d'occidente, la sopravvivenza della letteratura greca rimase affidata alle vicende dell'Impero bizantino.
Ne conseguì, purtroppo, che - specie tra l'VIII ed il IX secolo d.C. - le lotte intestine, il fanatismo oltranzista accompagnato dalla progressiva degradazione culturale dovuta al fanatismo religioso (si pensi alla lotta per la "iconoclastia") condusse alla distruzione di moltissimi testi e di immagini sacre (sia classiche che cristiane) delle biblioteche di Costantinopoli.
Tuttavia, nella seconda metà del IX secolo, la cultura bizantina riscoprì i testi classici scampati allo scempio. Essi vennero trascritti e, spesso, traslitterati attraverso un puntuale processo filologico ed esegetico. Venne inserita la separazione dei periodi e delle parole (i testi antichi erano in scrittura maiuscola e continua, privi di interruzioni e segni diacritici, spesso scritti con un sistema bustrofedico (38)).
Complessivamente il processo di recupero occupò i secoli dal XII al XIV. La risultante furono i testi che sono giunti fino a noi.
Nel 1453, accadde qualcosa che chiuse questa epoca felice: Costantinopoli fu conquistata dagli ottomani e gli studiosi bizantini furono costretti a trasferirsi in occidente (e soprattutto in Italia), portando con sé il maggior numero possibile delle opere classiche appena salvate.
Nei Paesi di destinazione fortuna volle che ricchi mecenati le fecero acquistare e copiare.
Da quel momento la palla, per così dire, passò agli umanisti europei che si applicarono entusiasticamente allo studio dei testi classici. Dopo averli trascritti ancora una volta, li tradussero e li interpretarono; biblioteche pubbliche, ebbero modo di farne - e ne fecero - tesoro.
Quando Johann Gänsfleisch Gutenberg (39) introdusse la stampa a caratteri mobili, il nuovo mezzo mediatico dette un impulso decisivo al diffondersi della cultura classica. Fu così che nel 1488 Demetrio Calcondila, a Firenze, curò la sua prima edizione di Omero alla quale seguirono molte altre dedicate, oltre che ai poemi omerici, anche agli altri grandi testi.
Questo permise a tali opere di diffondersi rapidamente su vasta scala rendendole patrimonio comune a tutti coloro che sapessero leggere (40).
Il secolo XIX portò anche la passione per l'archeologia e, in particolare, per l'egittologia. Fu così che le ricerche effettuate in Egitto riportarono alla luce grandi quantità di papiri che contenevano opere greche splendidamente conservate.
E i papiri egiziani, in genere, contengono le trascrizioni più antiche e, certamente quelle più vicine al testo originale.
Inutile dire che i ritrovamenti archeologici hanno portato a nuova vita opere che si ritenevano irrimediabilmente perdute in epoca bizantina.
A questo punto occorre dire qualcosa circa le modalità secondo le quali avviene la diffusione di un testo. È noto che vi sono due modalità attraverso le quali un'opera perviene nella percezione dei terzi: c'è la "tradizione diretta" e quella "indiretta".
La prima (tradizione diretta) riguarda opere che ci sono giunte, in edizione più o meno integrale, su pergamena o papiro; ovvero sono risultate da manoscritti bizantini o da trascrizioni successive ma derivanti dai primi. La tradizione diretta, in altri termini, riguarda opere di cui siamo materialmente in possesso (41).
La seconda (tradizione indiretta) si ha quando la notizia di un'opera ci deriva da citazioni di loro brani contenute in altri testi: in tal caso possiamo essere anche in grado di acquisirne un frammento qualora citato nell'opera terza. In tal caso parliamo di recupero parziale di un'opera definitivamente perduta.
I testi omerici costituiscono un esempio di tradizione diretta.

PROBLEMI ESTERNI: "QUESTIONE OMERICA"
Fatta questa premessa di carattere storico e filologico possiamo affrontare il problema: quello della cosiddetta "questione Omerica".
C'è stato un periodo nel quale (ma ciò è avvenuto molto tempo fa) non si nutrivano dubbi né sull'esistenza di Omero, né sul fatto che Omero fosse l'autore sia della "Iliade" che della "Odissea" insieme ad alcuni scritti minori (42).
Circolava allora una leggenda connessa al fatto che Omero si definiva "il cieco che abita a Chio", ed allora si parlava di lui come un uomo affetto dalla cecità. E del resto questa sembra anche l'indicazione del suo nome: Omero è in altre parole una crasi della locuzione greca "o mh orwn", cioè omhrw[n] "colui che non vede". In effetti il nome è Omhros, termine tipicamente greco che significa "ostaggio".
Ma già sul nome cominciano i misteri, perché, tanto per incominciare noi non sappiamo se il suo nome fosse proprio "Omero" e poi: dove era nato?
Perché molte città si contesero l'onore di avergli dato i natali come, tra le altre Chio, Smirne e Colofonie (ma anche Pilo, Cuma, Itaca, Argo e Atene) (43).
E poi, in quale periodo sarebbe stato in attività?
Neppure questo è pacifico. Stando ad Erodoto, Omero sarebbe stato attivo verso la metà del IX secolo a.C..
Ma, anche a prescindere dai dati biografici, i primi dubbi furono avanzati inizialmente sull'attribuzione di alcune sue opere (come la "Batracomiomachia").
Furono i critici alessandrini, tra il III ed il II secolo a.C., a dichiarare che le uniche opere autentiche fossero solamente l'"Iliade" e l'"Odissea", delle quali curarono la prima vera edizione filologica fissandone il numero di versi, la divisione in 24 canti ciascuna e operando una prima vera critica letteraria. Oltre ai due massimi poemi riconobbero anche la paternità degli "Inni omerici".
Malgrado ciò già nel IV secolo a.C. si manifestarono dissensi quando due grammatici (i cosiddetti cwrizontes, i separati), Senone ed Ellanico, sostennero, sulla base di divergenze linguistiche fra i due poemi, che l'"Odissea" non era frutto della produzione omerica; tale ipotesi fu però confutata da Aristarco, un grande esperto alessandrino di Omero.
Era l'inizio della "questione omerica". Da quel momento la "questione" rimase agganciata, fondamentalmente, a tre problematiche:
- Omero era realmente esistito?
- Era l'autore dei due poemi o solo dell'"Iliade"?
- Come si sono formati i poemi? Sono l'opera di più poeti o hanno avuto qualcuno che li mettesse insieme?
Per il momento i cwrizontes erano stati tacitati da Aristarco di Samotracia (44). Soprattutto perché il trattato "Sul sublime" (Peri uyous, di autore ignoto), provò a risolvere salomonicamente la questione nel senso che l'"Iliade" sarebbe stata un'opera giovanile; l'"Odissea" invece una produzione dell'età matura.
Ma non era stato ancora affrontato un problema basilare. Quello che poneva la domanda: come era stato composta e trasmessa ai posteri quest'opera immane in un momento in cui la scrittura era di là da venire?
I critici dell'epoca avanzarono l'ipotesi cui ho già accennato: le opere sarebbero state tramandate per via orale e mnemonica. Questa ipotesi, oltre tutto aveva il merito di spiegare certe incongruenze che si presentavano nei poemi.
All'ipotesi venne anche collegata la notizia, proveniente da varie fonti, che la prima edizione scritta delle due opere fosse dovuta a Pisistrato nel VI secolo a.C..
Comunque la "Questione" rimase sopita fino al 1664, quando François Hédelin, abate di Aubignac fece nuovamente esplodere la polemica (45), quando affermò di non credere nell'esistenza di un poeta di nome Omero.
Infatti, Aubignac, riportando a nuovo i dubbi relativi all'assenza di scrittura ed alle incongruenze dei due testi, affermò che i poemi non erano che una raccolta tardiva e disorganica di canti indipendenti composti da precedenti autori.
Aggiunse che Omero sarebbe stato solo un personaggio del tutto immaginario.
Con l'opera di Aubignac, in effetti, veniva affrontato solo il primo dei problemi che ho appena delineato; non veniva ancora affrontato il problema della duplice composizione (sottodistinto nei suoi aspetti: solo Iliade - o parte di essa - o entrambi) né di come fosse avvenuta la composizione (sottodistinto nei suoi aspetti: poemi omerici opera di un solo autore; ipotesi del poeta raccoglitore e, infine ipotesi di un poeta rielaboratore).
Quanto all'ultima domanda gli studiosi dell'epoca erano tutti dell'avviso che le opere fossero state composte e tramandata per via orale e mnemonica. Questa ipotesi, oltretutto, aveva il merito di spiegare certe incongruenze tipiche di entrambi i poemi.
Questa ipotesi era, del resto, confermata dalla notizia - che proveniva da varie fonti - che la prima edizione scritta delle due opere fosse dovuta a Pisistrato nel VI secolo a.C..
Pochi anni dopo la stampa del saggio di Aubignac, vale a dire nel 1730, ma indipendentemente da lui, sulla questione se fosse mai esistito Omero, intervenne anche Giambattista Vico (46).
Il Vico pervenne alle stesse conclusioni di Aubignac. Il filosofo affermò che i due poemi, essendo la prima espressione dell'identità greca, erano una creazione collettiva di tutto il popolo. Omero sarebbe stato, in altri termini la personalizzazione dell'uomo greco che "narrava, cantando, la sua storia"!
Peraltro Vico con ben altri ragionamenti, riconosceva il ruolo svolto dalla memoria nella creazione e nella trasmissione delle opere, ma contestava il principio secondo il quale la società, ritratta nell'Odissea, fosse più evoluta di quella presentata nell'Iliade e, anzi, ammirava l'Odissea molto più di quanto amasse l'Iliade; naturalmente concludeva che Omero non era mai esistito e che i due poemi fossero stati "per più mani lavorati e condotti" (47).
Ma Aubignac era un incoerente dispregiatore di Omero, Vico ne era un ammiratore. E lo proclama "...padre e... principe di tutti i sublimi poeti".
Va poi osservato che con Vico, la "questione omerica" assume una dimensione scientifica propria del secolo dei "lumi".
In ogni caso la "questione omerica" assunse un carattere di universalità solo quando, nel 1795 Friedrich August Wolf pubblicò i "Prolegomena ad Homerum", con una vera e propria analisi filologica dei poemi e delle loro incongruenze (48). Per quanto l'analisi del Wolf sia condotta con molto rigore scientifico, egli fu debitore di Aubignac per molti aspetti.
Il Wolf affermò tassativamente che al tempo di Omero non esisteva la scrittura e che solo un passo di Cicerone, malamente interpretato, faceva pensare ad un intervento di Pisistrato (del VI secolo) attraverso una commissione di Ateniesi (49).
Egli affermò che Iliade ed Odissea erano una specie di fusione di brevi canti che erano stati concepiti e tramandati oralmente, che erano stati variamente interpolati e corretti.
Sostanzialmente Wolf non negò l'esistenza di Omero come fatto di principio, ma ritenne che fosse stato l'autore di un nucleo originario di composizioni successivamente accorpate, ampliate e modificate nel corso dei secoli.
Naturalmente le polemiche non si erano sedate ed i successivi studi filologici (i cosiddetti studi "analitici") sostanzialmente accettarono l'idea di un nucleo originario di scritti, ma stabilirono che fosse impossibile risalire alle fonti originali.
Le polemiche tra vichiani (antiunitari) e Wolfiani (unitari) continuarono.
Ad esempio, Gottfried Hermann (50) ipotizzò che fossero esistiti due antichissimi canti: il primo avrebbe avuto ad oggetto l'ira di Achille; il secondo il ritorno di Odisseo. Nel corso di vari secoli sarebbero stati ampliati e accorpati ad altre opere indipendenti formando i poemi che sono giunti a noi.
Il grande filologo Karl Lachmann (51) portò alle estreme conseguenze la confutazione della genesi unitaria dei poemi: egli, facendo un parallelo con le origini dell'epopea germanica, postulò che i poemi fossero stati realizzati come aggregazione di opere precedenti proprio dalla redazione fatta elaborare da Pisistrato nel VI secolo.
Ed ancora: Adolf Kirchhoff (52) rivolse i suoi studi soprattutto all'Odissea, ritenendola il mediocre lavoro di un rielaboratore che fuse insieme poemi dedicati ai viaggi di Odisseo, delle sue vicende in patria e di quelle del figlio Telemaco.
Per la verità, già alle prime schermaglie, i sostenitori della tesi "unitaria" (vale a dire sia dell'autore che delle opere) si erano trovati in difficoltà nel sostenerne la fondatezza sulla base della personalità di Omero.
D'altra parte gli studiosi "antiunitari o analitici" non si erano dimostrati in grado di separare i poemi dalle loro componenti originarie. Ed alcuni studiosi sostenevano che vi fosse stata una originaria unità dei canti solo successivamente modificati ed estesi; mentre altri situavano l'unificazione al termine di un lungo processo di rielaborazioni, come l'attuazione di un progetto consapevole o come l'accorpamento spontaneo seguito ad anni di commistioni.
Agli inizi del XX secolo, il filologo Ulrich von Wilamowitz (53) rielaborò la questione omerica su un nuovo presupposto basato, sia sui dati elaborati dagli "analitici", sia sull'assioma dell'esistenza di una singola personalità creatrice (lo stesso Omero o altri).
L'autore di von Wilamowitz - chiunque fosse - sarebbe vissuto intorno all'VIII secolo a.C.. Il suo compito sarebbe stato quello di riunire. intorno al tema dell'ira di Achille, un insieme di composizioni preesistenti rispetto alla sua opera.
Questo rielaboratore sarebbe intervenuto pesantemente su questo materiale e ne avrebbe aggiunto di nuovo per rendere il tutto per quanto possibile omogeneo.
Tuttavia neanche il lavoro di Omero, per il Wilamowitz, è quello definitivo che ci è pervenuto. A suo giudizio vi sarebbero state delle redazioni successive dove uno o più anonimi sarebbero intervenuti sia inserendo nuove parti sia parti appositamente composte o preesistenti (tramandate anch'esse) fino ad allora in forma autonoma.
L'ipotesi elaborata dal Wilamowitz ha il pregio di aver unificato le due precedenti correnti, quella analitica e quella unitaria. La maggior parte degli studi successivi si sono basati su di essa.
D'altra parte il XX secolo ha segnato una forte ripresa della teoria unitaria, per lo più basata su nuove scoperte letterarie e archeologiche (corrente cosiddetta "neounitaria"). Tuttavia debbo dire che la teoria neounitaria ha abbandonato l'idea di una unità temporale di composizione delle opere. Tra questi, uno dei maggiori esponenti - Wolfgang Schadewaldt (54) - ha individuato nell'Iliade una intensa rete di rinvii e di anticipazioni che evidenziano un rapporto ben preciso sia tra singoli episodi che con l'opera nel proprio complesso.
Quest'ultima posizione critica è diretta a ridurre la rilevanza delle eventuali incongruenze.
La conclusione che deriva da questo tipo di impostazione critica è che per Schadewaldt, il poema debba essere necessariamente il prodotto di un'unica mente creatrice; non potrebbe, in altri termini essere un prodotto casuale, o una unione fortuita o diluita nel tempo.
Ma la "vexata quaestio" non conosce pace. E le polemiche continuano ancor oggi tra i critici neounitari e quelli neoanalitici.
Il filologo Gunther Jachmann (55) ha dato nuovamente vigore alla tesi analitica, riproponendo la teoria delle composizioni del Lachmann. Egli sostiene che le opere omeriche sono una tarda redazione, e rappresentano una compilazione antologica peraltro messa insieme con poca perizia.

ALTRI PROBLEMI: A CHI SI DEVE LA FONDAZIONE DI TROIA?
Esaminate le problematiche cosiddette esterne ad Omero ed alla sua opera, possiamo passare all'esame dei "problemi interni".
Il primo elemento che viene alla mia attenzione è, nella storia di Troia, quello relativo alla identità dei fondatori. Essi restano avvolti nel più assoluto segreto.
Gli archeologi parlano di una fondazione avvenuta tra il 3000 ed 2500 a.C. ad opera di popoli venuti dal mare (da Sud-est). Si trattava forse di una primissima ondata di indoeuropei?
Di certo sappiamo che i primi abitanti di Troia utilizzavano armi di pietra e, forse, anche di bronzo.
Peter Kolosimo fa osservare che la ceramica dei vasi del primo livello delle emergenze dell'attuale sito archeologico di Troia ricordano stranamente quelle della Mesoamerica precolombiana (56).
Il mistero che circonda quella città non finisce qui. Come ci rivelano le rovine di Troia II, tra il 2500 ed il 2200 a.C., la città viene distrutta da una catastrofe di natura sconosciuta: simile al disastro che colpì Mohenjo Daro con l'unica differenza che a Troia II non è stato ritrovato alcuno scheletro, ma solo poche suppellettili e pochi preziosi (57). Comunque sappiamo che già Mohenjo Daro costituisce di per sé un mistero.
Negli strati di Troia III, appartenenti al periodo tra il 2200 ed il 2050 a.C., colpisce la tipologia del vasellame ivi trovato che è analogo a quello di Palenque e molto somigliante a quello etrusco, ai reperti di Glozel (58) ed a quelli di Vittimula (59).
Non si intravedono misteri neppure negli strati di Troia IV, relativa al periodo dal 2050 al 1900 a.C.. Sono qui caratterizzanti alcuni idoli molto simili a quelli di Tell Ashmar (in Mesopotamia) e delle Cicladi; ma anche museruole (60), svastiche e fiori di loto.
I misteri ci circondano, viceversa, con gli strati di Troia V, VI, VII/a.
Qui, tanto per cominciare, non sappiamo per quale motivo sia stata demolita Troia V, relativa al periodo dal 1900 al 1800 a.C.: non vi sono tracce di incendio né di guerra. Gli edifici sono stati puramente e semplicemente rasi al suolo.
Gli strati di Troia VI, dal 1800 al 1300 a.C., segnano una decisiva rottura completa. La città viene distrutta (ancora una volta); la distruzione stavolta sembra determinata da un cataclisma (viene istintivo pensare al diluvio: ma quale?). Omero, per esempio, ricorda un'altra distruzione, immediatamente precedente quella famosissima ad opera degli Achei; quella che è condensata nella leggenda di Laomedonte (61).

LA FONDAZIONE DI TROIA NEL MITO
Laomedonte, edificatore delle mura di Ilio, nella mitologia greca, è re di Troia; da lui vengono generati Priamo (il re della famosa guerra e di Titone) re delle cicale (62)).
Per costruire le mura della futura cittadella chiese l'aiuto di Zeus. Questi ordinò a Poseidone e ad Apollo di aiutarlo; in tal modo Zeus li puniva per essersi a lui ribellati. Pindaro aggiunge che, insieme ai due dei, lavorò anche il mortale Eaco.
In remunerazione dell'aiuto (neanche gli dei facevano niente per niente), Laomedonte promise loro alcuni cavalli avuti in dono da Zeus. Alla fine del lavoro, Laomedonte si rifiutò di consegnare il pattuito e si guadagnò l'ira di quei due dei.
Infatti Poseidone, infuriato, mandò un mostro marino (che distrusse l'opera appena ultimata) per sfuggire al quale Laomedonte dovette offrirgli in pasto la figlia Esione (che venne salvata casualmente da Eracle).
Laomedonte era un inadempiente cronico: in cambio dell'aiuto contro il mostro, promise ad Eracle i cavalli di Zeus, ma non onorò l'impegno. Eracle lo uccise insieme a tutti i figli, eccetto Esione che salvò il fratello Priamo.
Con Troia VII/a, che risale al periodo dal 1300 al 1260 a.C., entriamo nel regno del mistero più assoluto. È la Troia dell'Iliade e la guerra stessa costituisce un mistero più o meno insolubile.
La tradizione mitica ha costruito un assetto fantasioso intorno ad Elena, il cui ratto avrebbe costituito il casus belli.
La tradizione storica, viceversa, attribuisce la guerra a motivi di politica economica: alla volontà achea di conquistare le porte del Mar Nero per sottrarre ai troiani la strada dell'oriente. E uno storico greco, Pausania (175 a.C.), ridicolizzò certe conclusioni mitiche e sostenne che il cavallo fosse un ariete utilizzato per sfondare le mura (63).
Troia VII/b1, del periodo dal 1620 al 1190 a.C., fu edificata dai superstiti della guerra; ben presto scomparve per motivi ignoti senza segni di distruzione da cause umane (guerre, incendi) o naturali (terremoti). Pure Troia VII/b2, del periodo dal 1190 a.C., fu distrutta probabilmente da popoli sopraggiunti dalla Tracia. I suoi resti vennero dispersi in epoca romana.

È MAI ESISTITA TROIA? SI È MAI COMBATTUTA LA GUERRA DI TROIA?
Il Problema di fondo è un altro: esistette veramente una città chiamata Troia e, poi, ebbe luogo veramente la guerra di Troia?
Nell'antichità (in epoca greca e romana) non si nutrì il benché minimo dubbio.
Più tardi, almeno alla metà del XIX secolo, i poemi omerici vennero però considerati solo opera di fantasia privi di fondamento storico.
L'epica greca esalta la distruzione di Troia ad opera degli achei. E questo evento si sarebbe verificato alla fine del XII secolo a.C..
Dell'evento non si occupò solo l'epica. Ad esempio lo storico Tucidide (64) parlò di Agamennone e della guerra di Troia nel I libro delle "Storie".
Da qui è possibile ricavare una datazione grazie al passo del libro V: il cosiddetto "discorso dei Mèli". Infatti, parlando con gli Ateniesi, i Mèli affermano di essere di tradizione dorica e di essere stati colonizzati dagli Spartani da 700 anni.
Questo fatto si verificò, in effetti, nel 416 a.C. ed erano passati 80 anni tra la guerra di Troia e la colonizzazione dorica (il "ritorno degli Eraclidi"). Quella data viene attribuita da Tucidide alla caduta di Troia ed è il 1196 a.C. (416+700+80), quindi al XII secolo.
Per parte sua Erodoto (il padre della storiografia greca) ricollega l'evento ad una data più antica seppure con una analisi storica meno accurata: nel cap. 145 del II libro delle "Storie" Erodoto sostenne di essere nato 400 anni dopo Omero ed Esiodo. La distruzione di Troia sarebbe in tal modo spostata più addietro: al 1350-1250 a.C..
Eratostene di Cirene (65), invece, adotta la datazione che, dal III secolo a.C., riscosse maggiore successo.
Purtroppo non ci sono giunte opere complete di Eratostene e sappiamo della sua datazione solo per via indiretta, attraverso le "Antichità romane" di Dionisio di Alicarnasso (66) dove lo storico si collega all'arrivo di Enea in Italia e alla fondazione di Lavinio.
Dionisio riporta la data esatta, per quanto potevano esserlo gli antichi, della caduta di Troia. Questa avrebbe avuto luogo l'11 giugno 1184-1182 a.C. (vale a dire ancora nel XII secolo).
L'ultima conferma sembra essere quella di Democrito di Abdera, filosofo del V secolo a.C., contemporaneo di Erodoto. Nella sua "Piccola Cosmologia" afferma di aver composto quest'opera 730 anni dopo la distruzione di Troia; orbene egli visse intorno al 450 a.C.; ne deriva che la caduta di Troia avrebbe avuto luogo intono al 1180 a.C..
Diversi autori non greci della posterità non furono di questa opinione. Ad esempio furono contrari Robert Wood (XVIII secolo) e George Gladstone (XIX secolo). Essi ritennero addirittura che Omero fosse stato un testimone oculare della guerra.
Allora, la cosiddetta "questione omerica" può dirsi definitivamente sopita?
Io credo di no.
Innanzi tutto mi sembra non risolta la questione concernente la natura dei poemi omerici: siamo di fronte a dei documenti storici (sia pure filtrati attraverso la poesia), oppure ci troviamo di fronte ad una pura finzione artistica vista nell'ambito di una civiltà realmente esistita?
Tra questi estremi si è mosso, come abbiamo visto, un dibattito in perfetta assenza di prove certe. E questo dibattito ha seguito la strada delle ipotesi più disparate.
Né possiamo dimenticare che gli Achei sono una realtà storica che ci è provata anche da testi ittiti che documentano rapporti con gli achei. Orbene, da tali documenti sembra lecito ipotizzare che si rifacciano ad una fase storica riferita ad un periodo di espansione dell'attività degli Elleni (si doveva, in altri termini, trattare del momento di apogeo della cultura micenea) (67).

IL MONDO DELL'ODISSEA
Tutto ciò riguarda il mondo dell'Iliade. Possiamo trarre le stesse conclusioni per quello che è il sottofondo storico dell'"Odissea"?
Credo che anche in tal caso la risposta debba essere negativa. Almeno sul piano storico.
Tanto per incominciare è fuori discussione che Itaca ha mantenuto una collocazione geografica che è rimasta immutata fino ai nostri giorni.
Purtroppo non possiamo dire la stessa cosa per i luoghi del viaggio di Ulisse.
Per la tradizione Odisseo percorre in lungo ed in largo il Mare Mediterraneo (ma esistono autori che spostano le vicende narrate da Omero fuori da questo Mare).
Tuttavia non possiamo certo dire che esista corrispondenza tra luoghi e civiltà del reale. Gli uni e gli altri non hanno quasi mai segnato corrispondenze tra se stessi e le vicende dell'"Odissea".
Diversa è la valutazione se dal punto di vista storico passiamo ad esaminare l'aspetto economico della società Itacese. Infatti nell'"Odissea" è sempre possibile ricostruire l'esistenza di una società sia nei campi che nelle città: e questa possibilità ci offre il destro per valutare l'ambiente umano.
Se ora proviamo a combinare gli elementi che emergono dalla lettura dell'"Odissea" con gli spunti propri dell'"Iliade" riusciamo ad ottenere un ritratto molto dettagliato della civiltà micenea dell'epoca pre-dorica (achea).
Tuttavia dobbiamo notare che questo ritratto dell'epica non coincide con i risultati dell'archeologia: perché le tracce - che indubbiamente sono arcaiche - sono in effetti frammiste ad altre sicuramente posteriori e tali che dobbiamo dubitare se ne conoscesse la funzione.
Il Peruzzi, ad esempio, ci ricorda che all'epoca di Omero fosse pacifica l'esistenza (in un passato più o meno remoto) dei carri da guerra. Ma è evidente che nell'"Iliade", se ne ignorasse la funzione: gli Achei, a Troia, se ne servono come mezzi di locomozione, perché poi lo abbandonano e combattono a piedi (68).
È stato osservato che le differenze, sotto l'aspetto culturale, fra "Iliade" ed "Odissea" per quanto difficili da individuare, sono evidenti.
Ad esempio, si dice che la società descritta nell'"Iliade" sia una società di tipo aristocratico, mentre quella dell'"Odissea" sia molto più articolata.
Questa considerazione viene utilizzata per fissare una certa distanza temporale tra le due serie di eventi nel senso che l'"Iliade" rappresenterebbe un "prius" (vale a dire un momento di arcaicità): la stabilità. L'"Odissea", attraverso la "ribellione" dei Proci sarebbe un "post" che si apre su una vera e propria crisi sociale.
Se questa ipotesi è valida ne discende la conseguenza che i poemi rappresentassero due fasi storiche diverse e che tale diversità è stata mantenuta in tutte le successive elaborazioni epiche e tragiche.
Ma fu proprio così?
In altri termini si può far conto sulla certezza storica di quanto i poemi omerici narrano?
In vero questo problema non è stato mai e probabilmente non lo sarà mai né sono state mai sopite le polemiche.
Un ingegnere (!), tal Felice Vinci (69), ha pubblicato uno studio che ha suscitato sia consensi che dissensi. Il Vinci credeva che fosse possibile risolvere le numerose incongruenze tra i due poemi, spostando lo svolgimento degli eventi oggetto dell'epos in terre e mari della preistoria, ma nel nord dell'Europa.
In sostanza uno spostamento nel tempo e nello spazio sicché i colonizzatori Greci, di origine norrena, si sarebbero mossi da lì fra il III ed il II millennio a.C..
Identificò anche una serie di luoghi che potrebbero essere stati il primo sfondo dei nuclei dei poemi omerici. Non mi soffermerò sulla trasposizione dei luoghi.
Ad onor del vero una parte degli storici, in effetti, ritiene che i micenei siano una popolazione non originaria della Grecia, ove giunsero intorno al XVI secolo a.C.. Non si sa quale fosse la loro patria di origine, ma una sua collocazione nel Baltico potrebbe essere plausibile: infatti, nel II millennio a.C., nel Baltico e nella Scandinavia fioriva l'età del bronzo.
Inoltre già alcuni decenni prima di Vinci ed in modo del tutto indipendente, lo studioso indiano Bal Gandahar Tilak (che partiva dalla propria analisi dei Veda, i testi sacri dell'induismo) ha avanzato la teoria che le popolazioni indoeuropee vivessero anticamente nell'estremo nord dell'Europa o dell'Asia.
Onestamente non ho letto l'opera e so del Vinci attraverso le recensioni sul suo studio: non so come intendesse risolvere le incongruenze tra i due poemi. Tuttavia la lettura di Wikipedia mi dice che, in sostanza le incongruità di cui si occupa il Vinci sono quelle della geografia del Mediterraneo piuttosto che quelle tra Iliade ed Odissea.
Orbene a me pare che il solo spostamento spazio-temporale delle vicende dell'Odissea non risolve alcuno dei problemi legati per la gran parte al mito ed alla fantasia (si pensi ai Lestrigoni, all'isola di Polifemo, ad Eea tra i luoghi e a Circe, a Calipso tra i personaggi (umani e non).
Peraltro l'ipotesi dell'ing. Vinci mi sembra uno sforzo apprezzabile, ma - con buona pace degli storici professionisti - storicamente insostenibile: che i Greci sarebbero fluiti nella loro sede da nord portando con sé il ricordo di antiche gesta, riadattandole, dopo una lunga gestazione orale a mutate condizioni sia sociali che geografiche.
E allora, mi domando, la guerra che gli Achei condussero contro la città trovata da Schliemann avrebbe perso ogni consistenza?
Almeno la città di Schliemann posta in una località all'ingresso dei Dardanelli aveva la collocazione adatta (e privilegiata) per controllare il commercio con tutto il Mar Nero per cui, almeno era il bersaglio strategico ideale per una civiltà (quella achea) in fase di sviluppo (70).
Questa ipotesi mi sembra quanto meno coerente con due altre serie di miti: quella del Minotauro (71); e soprattutto quella del Vello d'oro che Giasone andò a conquistare in Colchide, vale a dire sul Mar Nero (72).
Del resto l'ipotesi del Vinci può escludere che i riadattamenti - partiti inizialmente da una tradizione mnemonica - siano stati rielaborati da un unico genio creatore a seguito della ricomparsa della scrittura (metà dell'VIII secolo).

CONCLUSIONI E DIVAGAZIONI SUL TEMA
Gli interrogativi sulle origini e l'attribuzione dei poemi omerici non sembrano destinati a trovare una soluzione definitiva, ma sarebbe sbagliato considerare la questione omerica una sterile dissertazione accademica.
Già Platone ed Aristotele, identificavano nei poemi omerici il principio della cultura greca.
Ricercarne l'origine vuoi dire intraprendere un percorso di ricerca delle origini della cultura classica, solido e radicale fondamento della cultura moderna, della cultura del mondo civilizzato.
Tale ricerca della genesi dei poemi omerici ha generato nel tempo molte metodologie di analisi scientifica e storica e si deve a tutti coloro che di questa indagine si sono occupati, che si sono fatti faticosamente strada nelle tenebre di un passato oscuro e pressoché dimenticato, l'inestimabile beneficio di aver raggiunto una maggiore consapevolezza storica delle nostre origini e della nostra autentica identità culturale.
Io sono convinto che il vero problema sia legato al modo di leggere e di interpretare il mito.
Il fatto è che un mito difficilmente è suscettibile di una lettura univoca: normalmente esso possiede diverse chiavi di lettura.
Per lo più i moderni mitologi seguono due metodi di lettura:
- da un lato esiste il metodo cosiddetto "evemeristico" che dà una lettura del mito di tipo storico;
- dall'altro c'è il metodo cosmologico.
Cerchiamo di comprendere di cosa stiamo parlando.
Il termine "evemerismo" deriva dal nome dello scrittore Evemero ed indica una posizione della filosofia della religione asserita da quello storico e filosofo dell'ellenismo (nato a Messina, il 330 a.C. circa - morto ad Alessandria d'Egitto intorno al 250 a.C.) (73).
Egli affermava che gli dei, quando non rappresentavano le forze della natura, non erano stati altro che uomini potenti, si erano conquistati la venerazione dei loro sudditi grazie alle loro capacità eccezionali.
L'evemerismo venne ripreso da altri autori tra i quali Diodoro Siculo. Questi, nella sua "Biblioteca Storica" afferma, ad esempio, che Urano (in greco significa "cielo") fosse stato ritenuto "il cielo", perché era un uomo espertissimo di astronomia e gli uomini "mortali", incantati dalla sua scienza, alla morte di "Urano", gli avrebbero tributato onori immortali (74).
La fondatezza della mitologia come una fonte di produzione storica si può dimostrare per molti miti, ma mi limiterò a citare solo due esempi.
Il primo caso di evemerismo è costituito, appunto, dalla guerra di Troia che Heinrich Schliemann scoprì grazie alla sua assoluta fiducia verso i testi omerici andando assolutamente contro tendenza rispetto agli accademici i quali dichiaravano i testi omerici privi di qualsiasi fondamento scientifico. Presa pala e piccone, assistito da una buona dose di fortuna, finì con lo scoprire ciò che fino a quel momento era ritenuto una leggenda: Troia.
Ma non basta, perché Schliemann riuscì anche a far luce su quella altrettanto leggendaria civiltà micenea (Tirinto e Micene).
Indubbiamente Schliemann non trovò le vestigia di Achille e di Ettore; né quelle di Ulisse, di Nestore, o di Priamo. Ma, con altrettanta certezza scoprì che una città era esistita proprio là dove Omero l'aveva indicata.
A nulla rileva la circostanza che in seguito altri scoprirono che la Troia Omerica non era quella dello strato indicato da Schliemann.
Ma c'è un secondo caso di evemerismo che si riferisce - guarda caso - ancora alla Grecia e la scoperta della civiltà minoico-cretese.
Qui l'archeologo A. Evans, ci conduce alla scoperta di Cnosso, per la quale si basò esclusivamente sui vari miti di Minosse e del Minotauro.
Evans non aveva nessun altro elemento.
Se nel caso concreto l'evemerismo offre una convincente spiegazione, quando intendiamo investigare circa una visione mitica della storia del mondo, è diffusa l'opinione che la terra abbia attraversato le cosiddette "ere cosmiche".
Questa concezione è tipica del mondo indiano che considera fondamentale una ciclicità del tempo e una sua articolazione in grandi "periodi cosmici", detti "eoni" o "kalpa". Questi Kalpa ininterrottamente sbocciano e si dissolvono come grandi loto galleggianti sulle acque primordiali.
Nelle ceneri del mondo precedente, distrutto dal fuoco, covano però i semi di una nuova vita e di un nuovo universo. Gli indù chiamano le ere cosmiche "yuga".
Il Primo Yuga - che corrisponde all'Età dell'Oro - è il "Kritayuga" nel quale non c'è bisogno di apparato religioso perché la santità è innata ed il dolore assente.
Quando l'aderenza all'ordine cosmico comincia ad attenuarsi, comincia l'epoca della Triade, il "Tretayuga". La spontaneità è persa e l'osservanza della norma non è più innata: deve essere appresa.
La comunione con il mondo divino comincia ad attuarsi attraverso un apparato religioso di cui il rito diventa lo strumento anche se gli uomini tendono ancora al Vero.
Ma la degenerazione avanza e subentra lo Yuga del "Dvaparayuga": in essa la scienza sacra tenta di sopperire al declino della verità, ma ha perso la propria unità, i conflitti all'interno di essa aumentano mentre le pratiche ascetiche sono le uniche ad opporsi al dilagare del desiderio che crea il dolore. Le calamità naturali colpiscono la terra e la degenerazione dell'umanità prosegue inarrestabile.
Orbene, questa teoria è meno astratta di quanto si possa immaginare perché in essa esiste un contatto preciso con il nostro mondo: il 18 febbraio 3102 a.C. che corrisponde all'ingresso dell'universo nel "Kaliyuga" (l'Età del Ferro). Praticamente da circa 5000 anni staremmo percorrendo questo sentiero di discordie e di depravazione e che durerà complessivamente 432.000 anni.
Al termine dei quali il fuoco purificatore distruggerà il mondo e ne seppellirà le ceneri sotto il manto della notte cosmica.
Tutto ciò costituisce un "mahayuga", ossia un "grande ciclo cosmico" che imprigiona, nel suo spazio-tempo, l'universo e gli esseri tutti, legati al continuo ritorno al dolore e alla morte per effetto delle proprie loro azioni ("karman").
Per la maggior parte delle civiltà mondiali a queste epoche cosmiche sarebbero corrisposte quattro ere (o civiltà) passate (i Maya ritenevano che fossero cinque) prima di quella nella quale viviamo (la quinta).
La versione più autorevole di questa visione o mito delle ere cosmiche è quella greca e ci è stata tramandata da Esiodo nell'opera "Le opere e i giorni" (75).
Però, mentre ci lanciamo nel futuro (e verso spazi illimitati, come è giusto che sia), sforziamoci di non dimenticare ciò che resta alle nostre spalle. E facciamo sì che le nostre ricerche, i nostri studi e le nostre scoperte possano ripercorrere il cammino della nostra storia, che è composta da un insieme di passi avanti che hanno portato l'uomo dalla scoperta del fuoco all'invenzione della ruota, dalla costruzione delle piramidi alle esplorazioni geografiche, giù giù sino alla nostra epoca. È per questo che rivolgiamo la nostra attenzione all'archeologia. Da essa impariamo a conoscere la nostra storia più antica.
Ma ci domandiamo se essa possa essere considerata sempre veritiera, ovvero se qualche volta anche l'archeologia nasconda inganni più o meno palesi o nascosti.
Credo che, se inganni vi furono, vennero prodotti in buona fede.
Oggi molto più difficile che si verifichino: l'archeologia ha fatto passi da gigante, tali da farci evitare quegli inganni.
Le nuove scoperte sono, in massima parte corroborate dall'impiego del carbonio 14 (per determinare - con approssimazione più o meno spinta - l'età di certi manufatti di origine organica) e dalla immunofluorescenza (per la datazione di reperti inorganici):
Grazie all'impiego di queste due metodiche la civiltà è retrocessa nel tempo di migliaia di anni.
Il fascino dell'incertezza non ha perso niente perché, se è vero che le scoperte godono della giusta considerazione, è anche vero che spesso sono confutate con vigore dagli archeologi, che qualcuno definisce "dogmatici", o addirittura da costoro ignorate. Si pensi all'ambiguo rapporto che lega l'archelogia convenzionale con la cosiddetta fanta-archeologia e la cosiddetta fanta-storia.
Mi limiterò qui a ricordare che fin dall'antichità c'è stato chi periodicamente ha portato idee rivoluzionarie sull'evoluzione storica dell'uomo (sarà sufficiente ricordare il caso di Platone e della sua Atlantide, di Proclo, di Francis Bacon, di Athanasius Kircher, di Milena Petrova Blavatsky, di Ignatius Connelly, di Fulcanelli, di Edgar Cayce, senza per questo omettere Charles Darwin il quale, sconvolse la storia del genere umano con la sua teoria dell'evoluzione.
Per arrivare ai giorni nostri ricorderò che la tematica di una diversa evoluzione storica dell'uomo è stata ripresa da autori come G. Hanckock, Von Däniken, Bauval, West, Wilson, Collins, Sitchin ed altri, i quali sostengono, di essere in possesso di fatti probanti per i quali le piramidi e altre costruzioni sparse sul mondo, sono anacronistiche, rispetto al tempo e ai popoli che le edificarono.
Purtroppo queste ricerche sono state eseguite secondo i sacri canoni. Ne consegue che, ad esempio, Von Däniken debba servirsi di evidenti forzature che rendono più farraginoso il lavoro di altri autori che sono in grado di raggiungere il medesimo obiettivo con argomentazioni diverse ma molto più sostenibili.
In sostanza, come risponde l'archeologia "ufficiale" a fatti inspiegabili come certe realizzazioni ingegneristiche o tecniche o astronomiche (76); o a conoscenze geografiche "impossibili" (77); o a reminiscenze evocate dalle religioni orientali (scritte migliaia di anni fa e tradotte quando tali argomenti avrebbero destato solo incredulità) (78); o a straordinarie acquisizioni scientifiche (79) (che stanno lì a dimostrare che qualche concetto di elettricità, anche se molto primitiva e per scopi puramente fantastici che gli antichi avrebbero posseduto)?
E potrei citare decine di altri oggetti, scoperte, invenzioni "impossibili" nel senso che le une e le altre rifiutano di essere inquadrate nei normali canoni storici.
Normalmente l'archeologia non risponde, si limita ad ignorarli. Nella migliore delle ipotesi li relega in un angolo (il più invisibile possibile) di un museo (80).
In genere la scienza ufficiale si limita a contestare le opinioni dei non ortodossi ma senza fornire una propria spiegazione.
Il caso più eclatante probabilmente è quello del quale mi sono appena occupato. Il tedesco Heinrich Schielmann era un archeologo semi-dilettante e, quindi, un non neofita per l'archeologia accademica. Quando decise di investire la propria fortuna nella ricerca della mitica Troia, divenne immediatamente oggetto di scherno da parte degli studiosi paludati. E ciò non tanto per non far parte - come obiettivamente non faceva parte - del mondo dei dotti; ma anche e soprattutto per il fatto di fidarsi di ciò che aveva scritto Omero.
Eppure è grazie a questa "fede" cieca, che oggi gli archeologi possono discutere sulle cause, sullo svolgimento e sulle conseguenze di quel lungo conflitto.

Note:
1. Troia, in illirico "Troj", etimologicamente significava, semplicemente, "terra". Ma già per i greci non era pacifico né il nome, né l'origine del nome. Vi erano quelli che ritenevano che il suo nome fosse "Ilio" e derivasse dal nome di un successore di Dardano: Ilo, figlio di Troo. Si veda Omero, "Iliade", XX, vv, 231-135; ma anche "Apollodoro", II, 12, 2; Scoli ad Euripide, Oreste, 1391: "inno omerico ad Afrodite", vv. 201- 217, Pausania, V, 24, 1.
Inoltre, tra gli autori latini: Virgilio, "Eneide", V, vv. 252 e sgg. Ed Ovidio, "Metamorfosi", X, vv. 155 e sgg. Tra l'altro esiste un'altra tradizione che chiama "Teucri" i troiani. E questa tesi si oppone a quella che vuole i Troiani discendenti da una stirpe cretese per parte di Teucro. A questa tesi aderisce Virgilio per il quale Enea, quando fugge da Troia in Fiamme, per prima cosa cerca di risalire alle proprie origini cretesi. Si veda il Commento di Servio a Virgilio, "Eneide" III, v. 108 ed anche "Strabone", XIII, 1, 48.
2. Si pensi al caso singolare di Poseidone che, dopo aver edificato le mura, anche su istigazione di Ercole, le fece distruggere da un mostro Marino. E si ripeté nell'episodio della distruzione di Troia, quando inviò i serpenti che stritolarono Laocoonte ed i figli, agevolando così l'ingresso del cavallo.
3. Secondo il mito Elena era figlia di Leda e di Zeus, ed era stata adottata da Tindaro: "Apollodoro", III, 10, 8; Ma anche Ovidio, "Heroides", XVII, 104 ed Esiodo, "Catalogo delle donne", fr. 68 in edizione Evelyn White.
4. Heinrich Schliemann era un commerciante tedesco di umili origini. Nel tempo, aveva accumulato un considerevole patrimonio. Nel 1870 si era ritirato dagli affari per dedicarsi all'archeologia. Lo scopo era quello di verificare la veridicità dei racconti omerici attraverso l'identificazione dei i luoghi nell'"Iliade" e nell'"Odissea".
5. La collina è situata presso la costa nord-occidentale dell'Anatolia.
6. Dietro a quelle isole Virgilio fece nascondere la flotta Achea che simulava l'abbandono dell'assedio.
7. Le successive campagne di scavo furono condotte da Wilhelm Dörpfeld (1893-1894) e Carl Blegnen (1932-1938).
8. I strato (3000 a.C.): villaggio neolitico, con ritrovamenti di utensili in pietra e di abitazioni dalla struttura elementare;
II strato (2500 - 2000 a.C.): piccola città con mura caratterizzate da porte enormi, presenza del "megaron" (palazzo reale) e case in mattoni crudi che recano segni di distruzione da incendio, che Schliemann suppose potessero riferirsi ai resti della reggia di Priamo rasa al suolo dagli Achei;
III - IV - V strato (2000 - 1500 a.C.): tre villaggi distrutti ognuno dopo poco tempo dalla fondazione;
VI strato (1500 - 1250 a.C.): grande città a pianta ellittica disposta su terrazze ascendenti, fortificata da alte e spesse mura, costituite da enormi blocchi di pietra squadrati e levigati, con torri e porte. La distruzione della città dovrebbe essere avvenuta intorno alla metà del XIII secolo a.C. forse a causa di un terremoto.
VII strato (1250 - 1200 a.C.): la città precedente fu immediatamente ricostruita, ma ebbe vita breve. I segni di distruzione da incendio hanno indotto Blegen ad identificare questo strato come quello corrispondente alla Troia omerica;
VIII strato (VII secolo a.C.): colonia greca priva di fortificazioni;
IX strato (dall'età romana al IV secolo d.C.): costruzioni romane edificate sulla sommità spianata della collina e rifacimento dell'imperatore romano Augusto del tempio di Atena.
Naturalmente studi successivi hanno consentito una migliore identificazione e distribuzione degli strati.
9. Dopo varie vicissitudini quel tesoro è stato recentemente ritrovato a San Pietroburgo.
10. Sembra che i "graeci" fossero una piccola popolazione dell'Epiro con cui i romani vennero in contatto e il cui nome estesero in seguito a tutte le altre popolazioni dello stesso bacino linguistico.
11. Esiodo, poeta greco, di famiglia che proveniva da Cuma (Asia Minore), nato ad Ascra in Beozia intorno all'VIII secolo a.C. Uomo dalla personalità riflessiva e segnato da tristi vicende familiari, infuse i suoi poemi di un nostalgico anelito di giustizia. Sue opere accertate sono: "Le opere e i giorni", la "Teogonia", lo "Scudo di Eracle", le "EEE" (o "Eoie"), i "Cataloghi delle donne", la "Ornitomantia", la "Melampodia", gli "Ammaestramenti di Chitone" ed un poema epico "Egimio". Sostanzialmente la critica oggi riconosce come sicuramente esiodee "Le Opere", la "Teogonia" e "Le opere e i giorni".
12. Naturalmente quelle popolazioni erano considerate straniere anche in base alle differenze culturali e agli stili di vita perché i Greci della "Koinè" - che non peccavano di modestia - credevano la loro cultura esprimesse un primato unico e superiore, basato sulla "libertà" che li rendeva non semplici sudditi, ma membri di una "comunità".
13. Tant'è che "barbari" erano per i greci anche gli egizi, per i quali essi ebbero sempre grande considerazione.
14. Come Taso, Samotracia, Sciro e Lesbo.
15. Apollodoro, III, 2. 1.ma si veda anche Servio, "Commento a Virgilio", Eneide, 167.
16. Dionigi di Alicarnasso, "Antichità Romane", I, 61 e II, 70-71. ma anche "Commento di Eustazio ad Omero", Iliade.
17. Conone, "Storie", 21.
18. Tra cui Smirne, Efeso, Mileto ed Alicarnasso.
19. Si vedano le spiegazioni che ho fornito nell'articolo "I misteri del Labirinto" su il "Minotauro".
20. Il termine "indoeuropeo", o "indoario", esprime un concetto puramente linguistico e definisce un macrogruppo di lingue imparentate fra loro, tra cui i gruppi più rilevanti sono l'italico, il greco, l'ario o indoiraniano, lo slavo, il germanico ed il celtico.
21. Sistema di scrittura sillabico formato da segni corrispondenti a sillabe aperte, ossia terminanti in vocale, in numero di circa novanta, cui si aggiungono un limitato numero di ideogrammi ed un sistema di notazione numerica in base decimale.
22. Tali testi contengono principalmente materiale amministrativo e sono stati rinvenuti sia sull'isola di Creta, sia sul continente. La loro decifrazione, avvenuta nel 1952, ha accertato che la lingua dei micenei era sostanzialmente identica al greco di epoca storica, anche se rimangono tuttora degli interrogativi riguardo al rapporto con i dialetti: il miceneo non sembra dimostrare relazioni col dorico, mentre pare averne con l'eolico e lo ionico. Il miceneo peraltro (come in seguito la lingua greca) sovrapponendosi ai linguaggi delle popolazioni autoctone non li cancellò del tutto, bensì ne conservò delle tracce ravvisabili in alcuni nomi di divinità, di persone e di luoghi, oltre ad un certo numero di sostantivi. Le principali fonti di quella lingua antica sono testi letterari, documenti epigrafici e lettere private trovate in papiri egiziani; queste ultime sono presenti solo a partire dal III secolo a.C., quando con i Tolomei ebbe inizio l'ellenizzazione dell'Egitto ma permettono l'accostamento ad un linguaggio di uso corrente.
23. Lo Ionico parlato nell'Attica assunse, grazie anche al predominio culturale e letterario di Atene, l'aspetto di un dialetto proprio, fino a costituire la base di ciò che comunemente è inteso e studiato come greco antico.
24. L'Eolico assume un carattere particolare nell'Arcadia ed a Cipro, zone geograficamente appartate e quindi tendenti a mantenere tratti arcaici, che gli fanno assumere la denominazione di "Acheo".
La terza ed ultima migrazione, attribuita ai Dori, si insediò in due aree distinte che generarono altrettanti filoni dialettali.
25. A tale linguaggio si conformeranno le successive produzioni letterarie in esametri, da Esiodo fino ai poeti del V secolo d.C..
26. Si pensi, ad esempio, all'episodio di Ettore ed Andromaca, all'incontro di Priamo con Achille ecc..
27. Si pensi alla battaglia per le navi che vengono in parte incendiate dai Troiani.
28. È interessante notare che nell'lliade non si fa menzione della presa di Troia mediante lo stratagemma del Cavallo. Vi sono invece due accenni nell'Odissea, e la vicenda è narrata compiutamente nell'Eneide di Virgilio.
29. Durante il quale l'eroe conosce genti ignote e strane usanze ed affronta numerosi pericoli uscendone salvo grazie alla sua abilità ma anche all'aiuto divino.
30. Che costituisce il vero e proprio atto creativo.
31. È costituita dall'insieme di fatti capaci di influire sull'esistenza di quel testo.
32. In un determinato periodo di tempo destinato alla trasmissione, che comprende tutte le modalità di fruizione dell'opera dai terzi.
33. Pisistrato, tiranno di Atene nel 560 a.C.; cacciato nel 555, rimase in esilio per cinque anni. Appena fatto ritorno in patria, fu nuovamente esiliato nel 549, ma con l'aiuto dei tebani riprese il potere nel 539. Protesse le arti e le lettere e diede incarico a Onomacrito insieme ad altri studiosi di raccogliere i testi omerici. Morì nel 528 e gli succedettero nella signoria di Atene i figli Ippia ed Ipparco.
34. Nel quale particolare interesse suscitavano le opere teatrali e si assiste inoltre al formarsi dei primi archivi pubblici e delle prime biblioteche private.
35. Parallelamente Alessandria entrò in competizione con altri centri culturali nel frattempo creatisi (prima Pergamo ed Atene, poi anche Roma); senza contare la produzione libraria privata (riservata soprattutto ai dotti).
36. A ciò contribuì anche la mutazione nella forma del libro: dal "volumen", ossia un papiro scritto su una sola faccia e avvolto in sé stesso, si passò gradualmente all'uso del "codex", costituito da fogli piegati e rilegati insieme, come un libro moderno: tali fogli venivano scritti su entrambe le facciate, soluzione evidentemente più vantaggiosa dal punto di vista economico.
I volumi furono soppiantati dai codici e tutto ciò che non venne trascritto dai "volumina" ai manoscritti fu condannato all'oblio; questo, insieme alle selezioni scolastiche e al declino della società classica, fece si che potesse arrivare ai giorni nostri solo una piccola parte del materiale letterario prodotto in epoca classica.
37. In quest'occasione l'imperatore Costantino diede il proprio nome all'antica città greca di Bisanzio. I nomi di Bisanzio e Costantinopoli convissero nell'uso letterario; la denominazione ufficiale della città era "Nuova Roma", "Nea Roma", mentre veniva indicata popolarmente come "La Città". Da questa formula, in greco "eis thn polin", deriva l'odierno nome "Istanbul".
38. Si pensi alla cosiddetta "regina delle iscrizioni" presso Manlia (Creta).
39. Johann Gutenberg (Johann Gänsfleisch) (1390 circa - Magonza, 3 febbraio 1468) è stato inventore, tipografo, orafo tedesco che acquisì la sua fama grazie ai miglioramenti apportati alla tecnologia della stampa, tra cui una lega metallica specifica, inchiostri a base di olio e, soprattutto, un nuovo tipo di stampa che utilizzava le presse usate nella produzione vinicola. Tradizionalmente, è accreditato come l'inventore della stampa a caratteri mobili, un miglioramento della stampa a blocchi già in uso in Europa.
40. Già nel preumanesimo è forte l'interesse per i manoscritti greci: si pensi ad esempio al Boccaccio, che pur di imparare il greco sopportò il maleodorante monaco calabrese Leonzio Pilato e le sue villanie, ospitandolo e pagandolo affinché gli insegnasse la lingua di Omero.
41. Come avviene nel caso di opere scritte.
42. Ad esempio la "Batracomiomachia" ossia la "guerra delle rane e dei topi".
43. Oggi sembra acquisito che Omero fosse nato a Smirne mentre a Chio sarebbero appartenuti gli Omeridi, una famiglia di poeti che si vantavano di discendere da Omero (Perrotta). Uno di questi, autore dell'inno (Omerico) ad Apollo, Delio si definisce "Cieco che è nato a Chio".
44. Aristarco di Samotracia (216-144 a.C.) fu il sesto bibliotecario della biblioteca di Alessandria. È sua l'edizione di Omero più celebre, quella che ci è tramandata interamente dalla vastissima tradizione manoscritta omerica, al punto tale che se non fosse per i papiri e per gli scoli non avremmo notizie di altre redazioni omeriche. Dopo di lui vi furono altri bibliotecari, ma l'epurazione degli studiosi della biblioteca voluta da Tolomeo Fiscone non permise più uno sviluppo degli studi analogo a quello precedente. Questo il motivo per cui tradizionalmente è considerato l'ultimo bibliotecario della biblioteca del Museo.
45. Con il libro "Conjectures académiques ou Disertation sur l'Iliade" pubblicato dopo la morte dell'autore, nel 1715.
46. Giambattista Vico (Napoli, 23 giugno 1668 - Napoli, 23 gennaio 1744) filosofo e giurista italiano, noto per il suo concetto di verità come risultato del fare (verum ipsum factum). Si occupò della questione omerica nei "Principi di scienza nuova intorno alla comune natura delle Nazioni" del 1730.
47. Ecco gli argomenti ai quali Vico dà più valore: 1) il carattere romanzesco delle "vite" omeriche e la grande discordanza sulle notizie antiche su Omero; 2) l'Iliade e l'Odissea non possono essere di uno stesso autore né appartenere ad uno stesso tempo, perché troppo diversi sono usi e costumi delle civiltà che essi riflettono: l'Odissea rispecchia una civiltà molto più progredita.
48. Friederich August Wolf (15 Febbraio 1759 - 31 dicembre 1824) filologo e critico tedesco.
49. Wolf era giunto alla sua conclusione attraverso una analogia dei poemi omerici con i "Canti di Ossian". Si diceva che Ossian fosse un antico bardo celtico del III secolo d.C. ed i suoi canti erano stati pubblicati pochi anni prima dal poeta scozzese James Mc Pherson. Successivamente si riconobbe che i canti erano una falsificazione, ma i canti vennero ugualmente tradotti dal gaelico in inglese perché opera dello stesso Mac Pherson. Similmente anche le teorie del Wolf continuarono ad avere seguaci.
50. Johann Gottfried Jacob Hermann (28 novembre 1772 - 31 dicembre 1848). Studioso di classici e filologo tedesco di Lipsia.
51. Karl Lachmann (Braunschweig, 4 marzo 1793 - Berlino, 13 marzo 1851) grande filologo tedesco.
52. Adolf Kirchoff (Berlino il 6 gennaio 1826 - Berlino 26 febbraio 1908), storico e filologo.
53. Succeduto al Kirchhoff alla direzione del lavoro epigrafico dell'Accademia di Berlino, Ulrich von Wilamowitz progettò un nuovo piano di edizione delle epigrafi greche, includendo le parti già elaborate (il CIA e le altre raccolte regionali) e comprendendo tutta l'opera sotto un unico titolo: "Inscriptiones Graecae" (citato con la sigla IG).
54. Wolfgang Schadewald (Berlino il 15 marzo 1900 - Tubingen il 10 novembre 1974) grande filologo tedesco.
55. Gunther Jachmann (Eschen il 3.3.1958 - vivente) filologo classico.
56. Sono disegnati con svastiche sinistrorse; ma si pensi anche alla stele di calcare grigio con volti molto simili alle steli della Lunigiana ed ai monumenti della Corsica.
57. Appartiene a questo strato uno spillone con impugnatura a doppia spirale analogo a quello trovato a Grassen (Saar) e con altri segni riscontrabili in numerose altre parti del mondo.
58. Come rileva Hans Schneider somigliano pure ai vasi di Glozel (risalenti a 10-15.000 anni fa. Nel 1925 a Glozel (vicino a Vichy - Allier, Francia) Emile Frendin sprofondò nel suo campo dove stava lavorando, e trovò "Il campo dei morti": 3000 oggetti incisi, vasellame, utensili, gioielli, manufatti in osso e legno del 17-15.000 a.C. - quando non dovrebbero esistere né scrittura (il primo sistema di scrittura documentato è quello sumero-accadico, IV millennio a.C.), né la ceramica (la cui lavorazione oltretutto mostra un senso artistico assai sviluppato ed eccezionalmente raffinato, coordinato con notevole intuito simbolico; ad esempio, le statue coi volti senza bocca che hanno portato alla denominazione di "civiltà del silenzio").
"Vittimula" da "Vit" (montanaro) o da "Vittimar" (esecutori di sacrifici cruenti): gli abitanti di Vittimula sono descritti per la prima volta da Polibio (280-210 a.C.);
59. Sorprendono inoltre le dimensioni delle ossa umane rinvenute (crani grandi il doppio), delle impronte, e dei monili (ad esempio bracciali) su misura per arti giganteschi. Ricordano inoltre i reperti di Vittimula.
60. Manufatto in terracotta od altro materiale, di varia forma, provvisto di foro centrale per l'inserimento dell'asta del fuso, di cui stabilizzava il movimento rotatorio durante la filatura.
61. Laomedonte fu il primo costruttore delle mura di Troia. Figlio di Adrasto e di Euridice ebbe l'aiuto di Posidone (il quale costruì materialmente le mura) e di Apollo (al quale incombeva l'onere di rendergli il lavoro lieve mediante il suono della lira). Ma Laomedonte truffò i due dei, unitisi ad Ercole, nella retribuzione e gli dei fecero distruggere le mura appena costruite. "Apollodoro", II, 59; II, 6,4 e III, 12,3; "scolio ad Omero", Iliade; Omero, Iliade, III, 250; VI, 23-26; Diodoro Siculo, IV, 32 ma anche Orazio "ode III", 3, 21.
62. Da tito (giorno) onh (regina). Questa parte del mito è propria dei coloni greci dell'Asia Minore.
63. Il mito dei soldati che escono dal cavallo ci riporta: (a) al mito di Giasone che esce dalla bocca di un drago; (b) al mito di Eracle; (c) al germanico Sigurd; (d) ai giovani Kiwai che vengono chiusi in un capanna a forma di animale dalla quale escono alla fine delle cerimonie di iniziazione; (e) al mito di Giona nel ventre della balena; (f) agli ufficiali di Tutmosi III che conquistano Joppa penetrandovi entro giare; (g) ai 40 ladroni di Alì Babà. In ogni caso l'uscita dal cavallo è simbolo di resurrezione.
64. Tucidide (Atene, 460 a.C. - 400 a.C.), generale e storico greco, massimo esponente della storiografia greca grazie al suo capolavoro. L'opera "La Guerra del Peloponneso" è considerato uno dei maggiori modelli narrativi dell'antichità, sicuramente uno dei primi esempi di analisi degli eventi storici secondo il metro della natura umana che esclude qualsiasi intervento della divinità.
Era discendente da Cimone, figlio di Milziade e fu un sostenitore di Pericle, svolgendo un importante ruolo come stratego della flotta di Atene nella guerra contro Sparta sul mare Egeo settentrionale. Ma fallì nella spedizione di soccorso ad Anfiboli e fu esiliato in Tracia dove trascorse gran parte della vita. Fu in quegli anni di esilio che Tucidide riordinò i suoi scritti componendo la "Guerra del Peloponneso", resoconto di quanto accadde tra il 431 a. C. e il 404 a.C. tra Sparta ed Atene per il al controllo della Grecia.
Nella visione Tucidide tocca allo storico fornire, a chi guida la vita politica, gli strumenti per interpretare il presente e prevedere gli sviluppi futuri dei rapporti tra le poleis. Infatti egli riteneva che esistesse, nella storia umana, la costante della fusis (la natura) la quale fissa deterministicamente le leggi del comportamento degli uomini socialmente aggregati.
Secondo Tucidide, la principale caratteristica della natura umana è il desiderio illimitato di accrescimento (auxesis).
Questa è la tendenza ad aumentare la propria potenza sicché, quando all'interno di un territorio circoscritto geograficamente, si formano due centri di potere (come le poleis di Sparta e Atene), è certo che queste due entità tenderanno ad espandersi, sottomettendo le città-stato più deboli, finché le reciproche sfere di influenza entreranno inevitabilmente in conflitto.
65. Eratostene di Cirene (Cirene, 276 a.C. - Alessandria d'Egitto, 194 a.C.) è stato un matematico, astronomo, geografo e poeta greco. Fu probabilmente l'intellettuale più versatile della sua epoca. Bibliotecario della Biblioteca d'Alessandria, è oggi ricordato soprattutto per aver misurato per primo con grande precisione le dimensioni della Terra.
66. Dionisio (o Dionigi) d'Alicarnasso storico ed insegnante di retorica, vissuto durante il principato di Augusto. Arrivò a Roma alla fine delle guerre civili e spese ventidue anni a studiare la lingua e la letteratura latina nonché a preparare i materiali per la sua storia. In questo periodo diede lezioni di retorica, ed ebbe la possibilità di frequentare molte persone importanti. La data delle sua morte non è nota, si suppone poco dopo il 7 a.C., anno di pubblicazione delle "Antichità romane".
La sua opera maggiore, intitolata Romanikh Arcaiologia (Antichità romane), abbraccia la storia romana dal periodo mitico fino all'inizio della Prima guerra punica.
67. Popolo appartenente al ceppo linguistico indoeuropeo stanziato nel Il millennio a.C. nella penisola anatolica, ove formò un impero di notevole rilevanza politica e matura civiltà.
68. Lo stesso Peruzzi ci spiega cosa potrebbe essere successo. Sappiamo che vi sono stati fenomeni di contaminazione ed è logico pensare gli episodi incriminati; che questi appartenessero ad un'epoca anteriore a quella micenea, ed i poemi salvaguardassero il ricordo delle gesta, delle strutture sociali e della cultura fino al crollo della civiltà micenea.
Quando, per alcuni secoli, ebbe luogo l'abbandono della scrittura i caratteri arcaici presenti vennero smarriti e confusi con elementi posteriori, senza che - peraltro - venisse perduta la memoria dei fatti, dei personaggi e dei luoghi. E ciò fino a quando si giunse al momento della composizione definitiva dei poemi: chiunque fosse il redattore dell'"Iliade" e dell'"Odissea" tese consapevolmente ad arcaizzare, senza però che fosse in grado di distinguere le stratificazioni storiche successive confuse tra loro.
Verosimilmente, per adeguarsi alle esigenze del "lettore", fu inserita una serie di riferimenti storici di cui lo stesso redattore aveva conoscenza diretta.
69. "Omero nel Baltico, saggio sulla geografia omerica" è il titolo di un saggio di Felice Vinci, ingegnere e storico dilettante. Il testo presenta la teoria dell'autore sull'ambientazione dell'Iliade e dell'Odissea nel Mar Baltico e nord Atlantico.
Il Vinci sostiene che il popolo miceneo vivesse originariamente sulle coste del Mar Baltico; a seguito di un irrigidimento del clima verificatosi nella prima metà del II millennio a.C. esso sarebbe migrato verso regioni più calde, per insediarsi infine in Grecia. Le gesta narrate nei poemi omerici e molte altre vicende della mitologia greca dovrebbero quindi essere ascritte ad un'epoca precedente alla migrazione della quale si sarebbe perso il ricordo. Secondo questa singolare teoria la guerra di Troia, che secondo l'opinione più corrente si sarebbe svolta intorno al XIII secolo a.C., dovrebbe essere retrodatata al XVIII secolo a.C..
70. Infatti il Vinci è costretto a contestare in toto sia la guerra che Troia che assimila a Toia in Finlandia.
71. Del quale ho trattato ne "I misteri del Labirinto". Non a caso i miti del Dinosauro ci parlano di Achei (ateniesi) che escono dalla tutela della Talassocrazia Cretese per cercare un proprio spazio vitale.
72. Questo mito ci conferma inequivocabilmente che gli Alleni si erano giù affacciati alle spalle di Troia.
73. Nell'opera di Evemero Iera anagrafh ("sacro resoconto") storiografia, etnografia e opportunismo politico sono commisti a scapito del rigore intellettuale che pure aveva caratterizzato la storiografia del secolo precedente. L'opera non ci è giunta intera, ma attraverso il compendio di Diodoro Siculo (V 41-46 e VI 1) ed i numerosi frammenti della traduzione di Ennio (Euhemerus). Abbiamo quindi un'idea abbastanza adeguata di questo scritto, che era probabilmente diviso in tre libri: descrizione della geografica (I), della politica (II), e della teologia (III) di un arcipelago dell'Oceano Indiano che l'autore avrebbe visitato durante una tempesta che l'aveva trascinato fuori rotta.
Nel primo libro l'isola principale, chiamata Panchea (Pagcaia), è descritta come un'isola sacra, ricca di alberi di incenso, adatta ai sacrifici ed ai riti religiosi.
Su di essa vivevano indigeni ed immigrati dall'oriente: Oceaniti ed Indiani, Sciti e Cretesi. Tutti popoli di grande saggezza che vivevano nella capitale, Panara, governati da tre magistrati, che si occupavano della giustizia ordinaria coadiuvati dai sacerdoti.
A 10 chilometri da Panara era stato eretto, il tempio di Zeus Trifilio, ossia Zeus delle tre tribù primitive dell'isola: i Panchei, gli Oceaniti ed i Doi. Molto notevole era il tempio, lungo 60 metri ed al quale si accedeva tramite un viale lungo 720 metri e largo 30. La pian del tempio era dominata dal "monte Olimpo Trifilio",; era la sede dei primi abitatori dell'isola e di osservatori astronomici.
Evemero avrebbe dedicato il II libro alla costituzione ed alla società di Panchea. La società era divisa in tre caste: alla prima casta (dei sacerdoti), spettava il governo degli affari pubblici e la soluzione delle controversie. La seconda casta (gli agricoltori), si occupava della terra e dei prodotti di uso comune. La terza casta (i soldati), retribuiti dallo Stato che proteggevano il paese, vivendo in accampamenti dai quali tenevano lontani i briganti che avessero voluto attaccare gli agricoltori. Principale arma da guerra, era il carro.
Il III libro, svolgeva l'argomento da cui l'intera opera traeva il nome e lo scopo "politico": la religione dei Panchei. Tornando alla descrizione del tempio di Zeus Trifilio, Evemero descriveva il culto tributato agli dei dai Panchei e la struttura interna del tempio. In questo era posta una stele d'oro con iscrizioni, in geroglifici, delle imprese degli dei che i sacerdoti cantavano nei riti divini.
La casta sacerdotale di Panchea riteneva che gli dei fossero nati a Creta ed erano stati condotti a Panchea da re Zeus ed Evemero ne racconta la genealogia e le imprese. Dopo le trame di potere che portarono Urano a divenire il primo re del mondo abitato e ad essere lodato per la conoscenza dell'astronomia, Evemero dice che Crono, figlio di Urano, spodestò il fratello Titano e sposò Rea, sua sorella e questa generò Zeus, Era e Poseidone.
Ultimo re di Panaria fu appunto Zeus, figlio di Crono: egli liberò fratelli e zii dalla prigionia in cui Crono li aveva costretti: con diversi matrimoni, si assicurò una discendenza. Assicuratasi l'alleanza con Belo, re di Babilonia, Zeus conquistò la Siria, Cilicia, e l'Egitto. Qui ricevette il titolo di Ammone e con questo nome vi venne onorato sotto le spoglie di un ariete, infatti in battaglia indossava un elmo aureo ornato da corna d'ariete.
Percorse cinque volte la terra e la beneficò con i semi della civiltà e della religione. Giunto in tarda età Zeus, prima di morire, condusse a Panchea i suoi discendenti, ed a loro lasciò compiti di governo. Suo fratello Poseidone governò i mari ed i percorsi marittimi, Ade si occupò dei riti funebri ed Ermes presiedette all'alfabetizzazione ed alla diffusione della cultura. Morto Zeus, che aveva fatto incidere su una stele d'oro le imprese sue e dei suoi avi, gli fu eretto un tempio, appunto di Zeus Trifilio, ed Ermes incise sulla stele le imprese dei suoi discendenti, che come lui sono onorati come dei dagli uomini per le grandi imprese compiute.
74. Personalmente ho adottato il criterio evemeristico nelle lettura del mito di Ermete Trismegisto (si veda " Thot-Ermete Trismegisto, anatomia di un mito ").
75. "Dapprima un'aurea generazione di uomini mortali crearono gli Immortali, abitatori delle case d'Olimpo: s'era ai tempi di Crono, quando egli regnava sul cielo. Gli uomini vivevano come dei, avendo il cuore tranquillo, liberi da fatiche e da sventure; né incombeva la miseranda vecchiaia, ma sempre, fiorenti di forza nelle mani e nei piedi, si rallegravano nei conviti, lungi da tutti i malanni: e morivano come presi dal sonno [...]."
Il mito esiodeo delle ere è molto eloquente e ci riporta alla memoria quanto affermò Platone nel Crizia a proposito del popolo di Atlantide: "durante molte generazioni, finché bastò ad essi la natura divina, questi uomini furono obbedienti alle leggi e animati amichevolmente verso il nume della loro schiatta".
76. Ad esempio quelle di popoli quali Maya, Aztechi, Incas, Egiziani.
77. Come ci è documentato dalle Mappe di Pìri Reìs, di Buache, di Fineo.
78. Come gli strani oggetti volanti (Vimana) di cui si tratta con descrizione dettagliate di materiali usati per la loro costruzione, combustibile e capacità tecniche, tutte cose riportate in numerosi testi indù.
79. Come le pile di Baghdad, o il meccanismo di Antikythera.
80. È il caso, ad esempio, del meccanismo di Antikythera seminascosto al Museo dell'Acropoli di Atene.

Bibliografia essenziale:
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- R. Graves, "I miti greci", Milano, 1983.
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- P. Kolosimo, "Astronavi sulla preistoria", 1976.
- P. Kolosimo "Non è terrestre", 1977.
- P. Kolosimo, "Odissea stellare", Milano, 1977.
- G. Norman, "Indian Gods", New York, 1932.
- Omero, "lliade", vers. di R. Calzecchi Onesti, con testo a fronte, Torino, 1990.
- Omero, "Odissea", vers. di R. Calzecchi Onesti, con testo a fronte, Torino, 1990.
- F. Paiazzi, "Dizionario mitologico e di antichità classiche", Milano, 1993.
- G. Perrotta, "Disegno storico della letteratura greca", ed. Principato, 1956.
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- F. Vinci, "Omero nel Baltico", Roma, 2002 già pubblicato a puntate sul quotidiano "Il Giorno".

Riferimenti da Internet:
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- A. Mattera, "La realtà storica fra vecchi confini e nuove frontiere", in ACAM.
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- Wikipedia, voce "Friedrich August Wolf" (edizione in inglese).
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- Wikipedia, voce "Laomeedonte" (edizione in italiano).
- Wikipedia, voce "Adolf Kirchoff" (edizione in italiano).
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- Wikipedia, voce "Ulrich von Wilamowitz" (edizione in italiano).
- Wikipedia, voce "Evemerismo" (edizione in italiano).
- Wikipedia, voce "Vinci Luigi" (edizione in italiano).
- Wikipedia, voci diverse sui singoli autore per la parte della "Questione Omerica".

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